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Un saggio interessante, davvero bello e interessante, che anche se non offre facili risposte ai problemi d’oggigiorno stimola comunque diverse riflessioni.
Innanzitutto un dettaglio curioso, che non c’entra niente con il contenuto del libro: come si può notare dalla foto, sulla copertina della mia copia appare un brano estratto da un altro volume, quello scritto da David Bidussa e intitolato “Dopo l’ultimo testimone”, che parla dell’importanza di mantenere vivo il ricordo del genocidio ebraico in vista dei tempi futuri. Se il libro non fosse un libro ma un francobollo, un errore di stampa di questo genere mi procurerebbe un bel gruzzoletto. Dovrò invece consolarmi con il fatto di avere in biblioteca una copertina rara, forse unica nel suo genere, che ogni volta che la guardo mi ricorda l’orrore della Shoah e l’importanza di non dimenticare. Un incentivo senza dubbio importante, che mi aiuterà a mantenere vivo l’impegno di leggere ulteriori testi sull’argomento, come mi ero già proposta di fare dopo l’analisi di Primo Levi e Hanna Arendt, per cui non mi resta che ringraziare la casa editrice per la sbadataggine (e non sto scherzando).

Questa era la frase destinata al saggio di Luigi Zoja, apprezzato psicoanalista di formazione junghiana: «Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo più nessuno da amare». Gli argomenti trattati nel libro, come appare evidente, sono di estrema attualità, e procedono all’insegna di una riflessione che, tra agganci a ricerche di altri studiosi e confronti con epoche e contesti diversi, si prefigge di analizzare il fenomeno odierno della globalizzazione e dei rapporti sociali mediati dalla tecnica, che negli ultimi anni hanno spostato l’interesse generale sempre più sul lontano a scapito del prossimo, del vicino. E per prossimo (dal greco plesíos, letteralmente “l’altro che ci sta vicino”), si intende proprio la persona che vedi, che senti e che puoi toccare.
Interessante, a tale proposito, quello che l’autore scrive all’inizio del saggio (nel primo capitolo), dal momento che ci offre subito un’idea di come siano cambiati i rapporti di comunicazione tra le persone rispetto al passato:

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, prendevo ogni settimana il treno Zurigo-Milano. I Gastarbeiter italiani che lo affollavano, e proseguivano verso Napoli o Lecce, avevano scatoloni e valigie fissati con lo spago. Per loro il prossimo era una presenza scontata. Prima del Gottardo estraevano un cartoccio. Facevano girare pane e salame per lo scompartimento, versando vino scuro. «Vuole favorire?» diceva il capofamiglia, timidamente perché avevo in mano un libro. Proprio come nell’Odissea (III, 69; IV, 60; V, 95), per prima cosa si offre da mangiare. Solo quando l’ospite è sazio gli si possono fare domande. Non diversamente, per Mosè, Aronne e gli anziani, sapere e sapore avevano ancora la radice comune: cosi, salirono al monte «videro Iddio, e mangiarono e bevvero» (Esodo 24.II). Niente di simile accadeva negli scompartimenti che si fermavano in Svizzera, e neppure in quelli che proseguivano solo fino a Milano, per non parlare della prima classe. In tutti quegli anni – ho compiuto il percorso circa mille volte -, a parte questi emigrati, gli unici a offrirmi qualcosa sono stati due indiani che, alla sosta di Arth-Goldau, mi obbligarono a un pasto di asiatiche patatine. Quei passeggeri arcaici sono scomparsi, come la locomotiva a vapore. Oggi chi sale sul treno non ha prossimo nel senso più letterale: sente ancora che gli uomini vivono di affetto, ma sa solo dimostrarlo a qualcuno lontano, gridando nel cellulare e disturbando chi è vicino.

Può darsi che un giorno (fa intendere l’autore tra le righe) si arriverà al punto di introdurre anche sui treni degli schermi individuali come quelli già presenti sugli aerei, cosicché ogni passeggero sarà ancora più preservato dal rischio di un contatto visivo/verbale con chi gli sta seduto intorno. Il tono sembra quasi ironico ma a ben vedere è drasticamente serio, data l’alta probabilità che ciò si verifichi.

Forse perderemo, come in aereo, gli sguardi dal finestrino: gli schermi richiedono una certa oscurità. Ma le ferrovie forniranno, a quel punto, quello che il viaggiatore sempre più chiede: un modo per evitare il contatto degli sguardi. Questo sembra infatti uno dei motivi per cui chi viaggia in aereo passa alla classe superiore, moltiplicando anche dieci volte il costo del volo: lo dicono oggi complesse ricerche di mercato, riscoprendo la fatica dello sguardo descritta da Freud un secolo fa. È poco utile che le città, per ricreare vita comune, distribuiscano panchine nelle vie pedonali: tanti vi si siedono, ma non formano un gruppo. Come in treno, come in aereo, restano individui che parlano nel proprio cellulare o ascoltano il proprio auricolare. (pp.7-8)

Che oggi ci sia una tendenza generale ad evitare lo sguardo altrui, in particolare quello dell’estraneo, dello sconosciuto, del diverso da sé (che spesso fa paura), è un fatto fin troppo evidente, basta andare in un luogo affollato per rendersene conto. Una tendenza che probabilmente nasce anche da una sorta di diffidenza, visto il dilagare di comportamenti ambigui in ogni ambito del sociale. Tuttavia, sembra che anche il problema dell’aumento demografico, che sovraccarica sempre più i centri urbani, alimenti nelle persone il bisogno di chiudersi emotivamente, di difendersi, di proteggere la propria intimità. Necessità ben diversa da quella di una volta, quando in altre epoche non esistevano problemi di sovrappopolazione e ci si ritrovava in piccoli gruppi nelle piazze o fuori dai bar, dove il desiderio di fare comunella nasceva in modo spontaneo e alla fine ci si conosceva un po’ tutti. Ed era quindi ancora possibile uno scambio confidenziale fatto di gesti, sguardi e ammiccamenti vari.
L’uomo metropolitano di oggi si sente invece circondato da migliaia di estranei e questa sensazione lo mette a disagio, non è compatibile con la sua natura. Troppa gente attorno, troppe facce che si avvicendano una dietro l’altra in una sola giornata. Diventa sempre più rara la possibilità di un contatto ravvicinato, dove le espressioni facciali riescano a parlare quasi da sole. Dove sia possibile toccarsi, sfiorarsi con le mani, sorridersi, conquistando a piccoli passi un’intimità che oggi appare sempre più lontana. Il modello naturale non c’è più, e da qui derivano anche le nostre chiusure, le nostre reazioni di diffidenza e disagio, spesso accompagnate da un inevitabile senso di isolamento.

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Tornando ai danni prodotti da un utilizzo eccessivo del digitale, di cui si accennava all’inizio, pensiamo a quante volte capita di osservare in giro, nei locali o nelle piazze, gruppi di ragazzi dove ognuno è indaffarato con un tablet o un cellulare, in realtà poco interessato all’amico che gli sta di fianco. Anche l’iPod, per fare un altro esempio, è uno strumento che in qualche modo isola dagli altri, che rende il vicino lontano, perché produce individualismo musicale. Cosa ben diversa da quella di sedersi davanti a uno stereo, per chiacchierare insieme, o di andare in spiaggia per cantare e suonare la chitarra. A me capita ancora di farlo, ogni tanto, e credo non esista un’esperienza più bella di questa per divertirsi e stare bene con gli altri.
Un’altra tendenza a mio parere deleteria, che non è più appannaggio della sola televisione, è l’esibizionismo sfrenato che oggi dilaga sui social. Quanti passano ore su facebook, ad esempio, per postare ossessivamente la propria foto o quella del proprio gatto o dell’ultimo acquisto alla moda, senza avere in realtà nulla di interessante da comunicare agli altri? Molta gente non è minimamente attratta dall’idea di un vero scambio socioculturale, quanto piuttosto dalla possibilità di esibirsi, di mettersi in mostra, di fare vetrina. In questo caso, ogni consenso che arriva sotto forma di like va a rinsaldare (si fa per dire) la struttura di un ego alquanto fragile. Che in realtà, per stare bene davvero, avrebbe bisogno di altre forme di interazione sociale, e magari a volte di un supporto anche psicologico.
A causa dell’ingerenza massiccia delle nuove tecnologie, anche tra i più giovani si sta riducendo la capacità di interagire in modo sano ed equilibrato con l’ambiente circostante. Con un conseguente aumento del senso di isolamento e alienazione. Ma Zoja non è l’unico a pensarla così, molti altri studiosi hanno affrontato il problema da diversi punti di vista, tra i quali ad esempio Byung-Chul Han, filosofo e docente sudcoreano autore del libro “Nello sciame. Visioni del digitale”, che allo stesso modo mette in guardia dal rischio dipendenza-internet, che oggi sta assumendo vere e proprie forme patologiche, con problemi di deconcentrazione, insonnia, depressione e altri disturbi psichici. Han poi analizza altre questioni interessanti, come ad esempio la perdita della mediazione nel flusso informativo (che mette in crisi il principio della rappresentanza) e il rischio della massificazione, dell’appiattimento culturale, causato dalla tendenza di ri-diffondere dati e notizie già presenti in rete*.

Tornando a Zoja, tra i vari aspetti negativi evidenziati nel saggio quello che appare più inquietante riguarda la riduzione della sensibilità umana. La lontananza, a suo dire, riduce anche la compassione, la solidarietà tra le persone. Ad esempio, siamo sicuri che alla gente basti vedere un’immagine pietosa su internet per sentirsi mossa, toccata nel profondo e quindi spinta al desiderio di fare qualcosa di concreto per gli altri? Con qualcuno funzionerà, con moltissimi altri no. Perché ciò che è lontano, troppo lontano, rischia di apparire alla nostra mente come una cosa astratta, rischia di suscitare un interesse superficiale che poi non si traspone nella realtà. La maggior parte delle persone si ferma con sgomento di fronte a un’immagine crudele o pietosa che appare sullo schermo, ma dopo qualche istante è già lì che naviga in altre pagine, con la mente immersa in tutt’altre cose. Ben diverso è entrare in contatto reale e diretto con qualcuno che versa in gravi condizioni, perché questa è un’esperienza che non permette di calare uno schermo tra sé e l’altro, quindi difficilmente lascia indifferenti. Scrive Zoja: «Da sempre la distanza è stata un ostacolo all’amore, il quale esige la prossimità che lo vivifica. Come si fa ad amare senza conoscere direttamente? L’amore virtuale è ancora amore?» A questo punto potremmo anche chiederci se la compassione virtuale sia ancora compassione.

La globalizzazione è ben lontana dall’essere solo un evento economico. E’ uno sconvolgimento morale. Ogni giorno ci sta sotto gli occhi una tragedia del mondo, su cui fino a poco fa saremmo stati informati sì e no ogni decennio: la fame, il ritorno di malattie devastanti, i drammi climatici, le stragi dimenticate. Ciò che merita la nostra compassione, e richiederebbe il nostro amore, è sempre più evidente, ma anche sempre più lontano, sempre più astratto: manca di profondità come gli schermi che ce lo comunicano. La globalizzazione dell’amore potrebbe essere una nuova, esaltante conquista, ma è, al tempo stesso, profondamente innaturale. Vedendolo soprattutto per televisione, noi tutti soffriamo di una tragica privazione sensoriale del prossimo. Quell’arricchimento che l’informazione ci consegna, essendo inflazionato e astratto, contribuisce anche alla scomparsa di solidarietà che vorremmo combattere.” (p.127)

Per rendere meglio il concetto di quanto le immagini che appaiono sugli schermi ci possano rendere distanti e insensibili alle stesse, Zoja prende in esame anche la guerra con un esempio, a mio avviso, molto convincente:

Nelle comunità semplici, le sensazioni rimangono stabili. Ma quando la società e la tecnica diventano più complesse, il tatto può non dire più niente. Impugnando un bastone posso sentire se tocco leggermente il mio vicino o lo percuoto, facendogli male. Ma se impugno i comandi di un aereo posso bombardare masse di cittadini senza avvertire niente della loro sofferenza. Il senso etico «naturale» può corrispondere a una percezione addirittura tattile di bene o male fatto a un vicino, la cui gioia o sofferenza si avverte immediatamente. Con l’interposizione della tecnica (la distanza, anche letterale, data dal volo aereo e dai sistemi di bombardamento) la sensazione fisica e la compassione istintiva non sono più coordinate. Per quanto posseduto da un barbaro impulso di distruzione, l’Achille dell’Iliade, come la maggior parte dei guerrieri della storia, compiva delle scelte morali: la spada stava nella sua mano. Il militare di oggi, invece, è diventato lui l’appendice di una macchina. La barra della morale è posta sempre più in alto, perché richiede un pensiero sempre più astratto, complesso, subordinato a informazioni tecniche quasi inaccessibili. Una percentuale sempre crescente della popolazione – non solo dei soldati – rimane al disotto dell’asticella: diventa maggioranza non necessariamente immorale, ma a-morale. (pp.20-21).

Luigi Zoja foto tratta da YouTube

Luigi Zoja, foto tratta da YouTube

Anche nel contesto più comune e quotidiano, a forza di vedere immagini violente che passano sugli schermi rischiamo di assuefarci alle stesse. Il numero di morti visti attraverso gli schermi, che sono piatti e lontani, ci abitua al fatto che queste cose succedano, che non sono evitabili (questo è ciò che suggerisce il sotto-pensiero, mettendo in pace la coscienza). Ѐ proprio la mancanza di contatto ravvicinato che raffredda i sentimenti, che spegne in fretta le emozioni. Per lo stesso motivo, anche gli spettacoli televisivi che mettono in mostra il dolore umano, sempre più di moda negli ultimi anni, sono del tutto inadatti a colmare la distanza emotiva tra le persone:

Ci si illude di riempirlo [il vuoto] tornando agli antichi sentimenti di solidarietà, di cui si sente nostalgia. Ma la risposta a questo naturale bisogno arriva spesso preconfezionata dal mercato innaturale delle emozioni: è, per esempio, il sentimentalismo del dolore-spettacolo, il genere televisivo detto pity-show. Questo intrattenimento vorrebbe sprigionare compassione, riavvicinando quel prossimo che è scivolato lontano. Non può perché l’emozione piagnona è prodotta dall’esterno, mentre la com-passione, come dice la parola, nasce dal didentro. Il buon samaritano non si ferma ad assistere la vittima di una rapina perché ha ascoltato una predica o una richiesta d’aiuto, ma perché la vede e prova – senza comunicare con nessuno – un sentimento di compassione (Luca 10.33). (pp.21-22)

Insomma, i mezzi di comunicazione tecnologici, che in origine erano nati per avvicinare le persone lontane, oggi tendono paradossalmente ad allontanare quelle vicine, rendendo i rapporti col prossimo più freddi e distaccati. Sarebbe adesso assurdo negare i tanti benefici apportati dalla comunicazione digitale (intenzione ben lontana anche dall’autore del saggio), sappiamo benissimo quanto sia ormai indispensabile nella sfera privata e lavorativa, soprattutto per lo scambio di dati e informazioni, ma sarebbe altrettanto assurdo non accorgersi dei danni che ha provocato e che continua a provocare. Danni causati, s’intende, da un uso eccessivo e sconsiderato della stessa.
Tra le tante patologie della nostra epoca è già emersa quella da social network, definita IAD (Internet Addiction Disorder) e curata con la psicoterapia. E poi, certamente lo sappiamo tutti, c’è anche la dipendenza da videogiochi online, da scommesse e gioco d’azzardo online, da sesso online… Si tratta di vere e proprie dipendenze come quelle da droga e alcool, che incorrono di frequente nel rischio assuefazione, con il bisogno di aumentare il tempo della connessione per mantenere alta la soglia del piacere, e quando non è possibile collegarsi in rete scatenano vari disagi psicofisici, con pensieri ossessivi e reazioni di ansia/panico nei casi più gravi. Ma al di là di questi casi estremi, che purtroppo sono in costante crescita, c’è sempre e comunque per tutti il rischio di perdere il contatto con la realtà, soprattutto nei rapporti di scambio comunicativo. Anche perché nelle chat online, dove non c’è la possibilità di uno scambio diretto e oggettivo, dove gli stati d’animo vengono espressi solo dalle emoticon (le faccine spesso fraintese o male interpretate), capita spesso di distorcere il senso di ciò che l’altro intende esprimere.

Secondo gli studiosi della comunicazione, solo una piccola parte delle informazioni che gli uomini si scambiano è diretta: contenuta, per esempio, nel discorso che un soggetto fa all’altro. La maggior parte (si dice addirittura i quattro quinti) si affida al contesto, alle sfumature di tono (….) Questa parte essenziale della comunicazione difficilmente sopravvive al dialogo condotto con la chat-line, con l’e-mail o con la videoconferenza: nella maggior parte dei casi, il “prossimo” mediato dalla tecnica smette presto di consegnarci sfumature umane, e quindi di emozionare. (p.61)

In altre parole, l’esperienza del prossimo rischia di fallire nel momento stesso in cui si fossilizza in uno spazio fittizio, artificiale, senza tradursi nella realtà. Se invece riesce a trovare un punto di equilibro tra i due mondi – quello reale e quello virtuale – l’effetto si rivela di tutt’altra portata. Zoja stesso, nella parte finale del saggio, si augura che dagli incontri virtuali possano nascere delle amicizie che proseguono nella vita reale. Questo probabilmente è già accaduto e sta accadendo, ma se dovesse diventare la regola andrebbe a favorire un processo di riavvicinamento e quindi di risocializzazione. In fondo si tratta, come spiega l’autore, di tornare un po’ alla volta a superare quella sfiducia nel prossimo che è, insieme, conseguenza e causa della distanza.


La morte del prossimo, Luigi Zoja, Einaudi, 2009, 140 p.

*Del libro di Byung-Chul Han ha parlato di recente una collega blogger in questo articolo, che vi suggerisco di leggere se siete interessati all’argomento.

Luigi Zoja, psicoanalista di fama mondiale, è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica e ha vinto due Gradiva Award. Fra i suoi libri: Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (2000), Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo. (2003), Giustizia e Bellezza (2007), Centauri. Mito e violenza maschile (2010), In difesa della psicoanalisi (2013, con S. Argentieri, S. Bolognini e A. Di Ciaccia).

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