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London Il richiamo della foresta

Buck arrancava alla testa della sua muta come in un incubo. Tirava quanto poteva; quando non poteva più tirare, si lasciava cadere e rimaneva giù finché i colpi della frusta o della mazza lo facevano rialzare. Il suo bel manto peloso aveva perso tutta la gagliardia e lo splendore. I peli ricadevano flosci e infangati, o macchiati di sangue rappreso dove la mazza di Hal lo aveva percosso. I suoi muscoli si erano dissipati diventando fasci nodosi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi, tanto che ogni costola e ogni osso del suo scheletro si delineavano nettamente attraverso la pelle cascante che si aggrinziva in vuote pieghe. Era una cosa da spezzare il cuore: solo il cuore di Buck era infrangibile. L’uomo dal maglione rosso ne aveva avuto la prova. E lo stato di Buck era lo stato dei suoi compagni, veri scheletri ambulanti.
In totale erano sette, compreso lui. Nella loro estrema miseria erano diventati insensibili al morso della frusta o al colpo della mazza. Il dolore delle percosse era ottuso e distante, proprio come sembravano ottuse e distanti tutte le cose che i loro occhi vedevano e le loro orecchie sentivano. Non erano vivi nemmeno per metà, anzi nemmeno per un quarto. Erano né più né meno che sacchi di ossa in cui guizzavano debolmente sprazzi di vita. Quando si faceva una sosta si lasciavano cadere fra le tirelle come fossero morti, e quegli sprazzi si offuscavano e sbiadivano e sembravano abbandonarli. E quando la mazza o la frusta li colpivano, gli sprazzi guizzavano debolmente, ed essi si rimettevano in piedi e riprendevano ad arrancare.

Angosciata da tutte le botte che Buck e gli altri cani da slitta si stavano prendendo (ma è un libro adatto per bambini, questo? ci sono dei pezzi che sono tremendi per la violenza inflitta agli animali), ho finalmente tirato un sospiro di sollievo con l’entrata in scena di John Thornton. Sono alla fine del quinto capitolo.

Buck non fece alcuno sforzo. Rimase in silenzio là dove si era accasciato. La frusta lo sferzò più volte, ma non si lamentò né si mosse. Thornton fu spesso sul punto di dire qualcosa, ma si trattenne. Gli si inumidirono gli occhi, e mentre la frusta seguitava a fischiare si alzò in piedi e camminò nervosamente su e giù.
Era la prima volta che Buck disobbediva, di per sé una ragione sufficiente a fare infuriare Hal. Sostituì la frusta con la mazza di prammatica. Ma anche sotto la pioggia di quei colpi più pesanti Buck si rifiutò di muoversi. Come i suoi compagni aveva appena la forza di rialzarsi, ma, a differenza di loro, era risoluto a non farlo. Aveva il vago sentore di una catastrofe imminente. Lo aveva avvertito con chiarezza avvicinandosi alla riva, e non si era più liberato da quella sensazione. Il ghiaccio sottile e fradicio che aveva sentito sotto i piedi per tutto il giorno gli faceva intuire il disastro a pochi passi, su quello stesso ghiaccio dove il suo padrone voleva portarlo. Rifiutò di muoversi. Aveva sofferto così tanto, ed era così stremato, che i colpi non gli facevano più male. E mentre questi continuavano ad abbattersi su di lui, lo sprazzo di vita interiore vacillò e rimpicciolì, fin quasi a spegnersi del tutto. Si sentiva stranamente intorpidito. Era consapevole di essere battuto, ma come fosse a una grande distanza. L’ultima sensazione di dolore lo abbandonò. Non sentì più nulla, anche se, molto debolmente, poteva percepire l’impatto della mazza sul suo corpo. Ma non era più il suo corpo, sembrava lontanissimo.
Allora di colpo, senza preavviso, lanciando un grido inarticolato che sembrava il verso di un animale, John Thornton si scagliò contro l’uomo che brandiva la mazza. Hal fu gettato all’indietro, come travolto dalla caduta di un albero. Mercedes strillò. Charles guardò ansiosamente asciugandosi gli occhi acquosi, ma a causa del suo irrigidimento non si alzò. John Thornton si chinò sopra Buck, cercando di controllarsi, troppo furioso per parlare.
“Se colpite ancora questo cane vi ammazzo,” riuscì a dire alla fine con voce soffocata.
“È il mio cane,” replicò Hal, asciugandosi il sangue dalla bocca mentre si riavvicinava. “Fuori dai piedi, o vi sistemo io. Devo andare a Dawson!”
Thornton rimase fra lui e Buck, mostrando di non avere alcuna intenzione di levarsi dai piedi. Hal estrasse il suo lungo coltello da caccia. Mercedes strillò, pianse, rise, abbandonandosi al caos dell’isteria. Thornton colpì le nocche di Hal con il manico dell’ascia facendo cadere a terra il coltello, e mentre l’altro cercava di raccoglierlo lo colpì ancora sulle nocche. Poi si piegò, lo raccolse lui stesso, e con due tagli recise le tirelle di Buck. Hal aveva perso tutta la sua foga. Inoltre aveva le mani, o meglio le braccia, impegnate a reggere sua sorella. Quanto a Buck, era così sfinito da non poter tirare. Pochi minuti dopo la slitta si staccò dalla sponda allontanandosi lungo il fiume.
Buck li udì allontanarsi e sollevò la testa per vedere. Pike era alla guida, Sol-leks alla ruota, e in mezzo c’erano Joe e Teek. Zoppicavano e barcollavano. Mercedes viaggiava sopra il carico della slitta. Hal conduceva al timone, e Charles arrancava dietro di loro. Mentre Buck li guardava, Thornton gli si inginocchiò vicino e con le sue mani rudi ma gentili lo ispezionò per controllare se avesse qualche osso rotto. Quando il suo esame ebbe accertato solo molte escoriazioni e uno stato di terribile denutrizione, la slitta si era allontanata di un quarto di miglio. Il cane e l’uomo la osservarono strisciare lungo il ghiaccio. Poi, all’improvviso, videro sprofondare la sua estremità posteriore, come in un crepaccio, ed ergersi in aria il timone, con Hal che vi si aggrappava. L’urlo di Mercedes raggiunse le loro orecchie. Videro Charles voltarsi e fare un passo per scappare, poi un’intera sezione di ghiaccio si spezzò e cani ed umani scomparvero. Una voragine spalancata era tutto quello che rimaneva da vedere.
Il fondo della pista aveva ceduto. John Thornton e Buck si guardarono. “Povero diavolo”, disse John Thornton, e Buck gli leccò la mano.

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Immagine tratta dal film Call of the Wild (1997), con l’attore Rutger Hauer nel ruolo di John Thornton.

Ho l’impressione che tra John Thornton e Buck nascerà un rapporto particolare, non mi resta che procedere nella lettura per scoprirlo.
E’ straordinaria la capacità di London di calarsi nell’animo di Buck, immaginandone i pensieri e le reazioni dettate dall’istinto. C’è come una sorta di identificazione dello scrittore-uomo nel personaggio-cane, che rende ancora più coinvolgente il racconto. All’inizio si rimane un po’ perplessi, anche perché il cane risulta a volte troppo “umanizzato” (nel modo di pensare, di reagire emotivamente), ma poi ogni cosa finisce coll’apparire naturale e finanche plausibile. Grazie alla capacità dello scrittore di renderci emotivamente partecipi di una vicenda abilmente descritta.
E poi, meraviglia, scopro che questa edizione ebook è stata tradotta da Michele Mari, un autore che avevo già avuto modo di apprezzare per questi racconti. Non so come siano le altre traduzioni ma la qui citata scorre come l’acqua, durante la lettura il tempo sembra sospendersi e ti ritrovi a smaltire un sacco di pagine senza neppure accorgetene.
Quest’anno, tra un libro e l’altro, intendo recuperare anche qualche vecchio classico, e Jack London occupava da tempo un posto in cima alla mia lista. Mi piace il suo modo di scrivere realistico e nello stesso tempo trascinante, appassionante, che a quanto pare traeva ispirazione da esperienze personali di vita, spesso di tipo avventuroso (la corsa all’oro del Klondike sul confine canadese con l’Alaska, così ben descritta nel libro, l’aveva ad esempio vissuta di persona nell’anno 1897).

Immagino che molti di voi l’avranno letto questo scrittore americano, probabilmente nel periodo dell’adolescenza. E forse altri, come me, hanno invece avuto il piacere di scoprirlo in un secondo tempo. Quale dei suoi romanzi vi è rimasto di più nel cuore?

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