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Lettere, Flannery O’Connor, minimum fax, 2012, 270 p

«In questo periodo me la cavo a meraviglia a parte uno zoppicamento che mi dicono dovuto ai reumatismi. La gente di colore la chiama “la disgrazia”. Sta di fatto che cammino come se avessi un piede sul marciapiede e l’altro no ma non è un grande fastidio e mi risparmia una caterva di cose che non ho voglia di fare». (14 novembre 1954)

Così si dipingeva Flannery O’Connor in una lettera inviata a Caroline Gordon, che spesso leggeva in anteprima i suoi racconti, anche se in realtà di motivi per fare dell’autoironia ne aveva ben pochi, visto che da circa due anni le era stato diagnosticato il lupus eritematoso sistemico, la stessa malattia che aveva stroncato suo padre quand’era ancora una ragazzina perché all’epoca incurabile. Essendo il “lupo rosso” un male che distrugge il sistema immunitario, Flannery fu costretta fin dall’inizio ad assumere forti dosi di cortisone per tenerlo a bada, e questo le causò un progressivo logoramento dell’impalcatura ossea con derivanti problemi di deambulazione. Eppure, nonostante l’obbligo delle stampelle e la consapevolezza di avere una vita breve davanti a sé, cercò fin da subito di reagire, di non arrendersi, dedicando ogni forza residua alla sua più grande passione: la scrittura.
«Le energie per scrivere non mi mancano», scriveva ad una coppia di amici qualche mese prima, già imbottita di cortisone e con la faccia gonfia, «e siccome se c’è una cosa che devo fare è appunto quella, riesco, sia pure a denti stretti, a prenderla come una benedizione. Quando una cosa la devi dosare, finisce che le presti maggiore attenzione, almeno così mi dico».

Flannery aveva già pubblicato da due anni il suo primo romanzo, “La saggezza del sangue”, e nello stesso arco di tempo era entrata in contatto con molte persone dell’ambiente letterario. Con alcune di queste riuscì ad avviare un interessante scambio epistolare, che in sostanza è quello raccolto nelle pagine del volume che sto presentando. La cosa interessante del carteggio è che ci permette di conoscere non solo aneddoti riferiti al contesto in cui viveva e alla gente che incontrava, ma di farci anche un’idea più completa del suo modo d’intendere la scrittura, e questo torna utile non solo agli scrittori o aspiranti tali ma anche ai lettori che hanno letto e apprezzato i suoi racconti e/o romanzi, dal momento che molte lettere contengono chiarimenti sugli stessi. Anzi, a chi volesse avvicinarsi per la prima volta all’opera della scrittrice consiglierei di tenere a portata di mano proprio questo volumetto, che in fondo risulta molto piacevole anche come lettura a sé stante. Dalla corrispondenza privata vengono infatti fuori aspetti del carattere che sono davvero interessanti, incluso un umorismo tagliente che non risparmiava niente e nessuno e che le permetteva di ironizzare a fondo anche sulla sua persona.
Determinata, caparbia, esigente prima di tutto con sé stessa e molto schietta nei giudizi con gli altri, Flannery era in realtà una donna anche simpatica e portata per le amicizie. Dotata di un’acutezza osservativa che andava oltre ogni dato apparente, riusciva a far decantare dentro di sé qualsiasi input le giungesse dall’esterno per poi restituirlo attraverso una scrittura che non afferma e non sputa sentenze, che aborra i messaggi moralistici o edificanti (a dispetto di una salda credenza in tutti i dogmi cristiani), ma che si limita invece a presentare, “a raffigurare”. Anche con crudezza a volte, anche con brutalità, perché se scrivi di persone volgari devi pur dare la prova della loro volgarità, devi dar corpo e spessore al loro carattere, alle loro intenzioni. Parafrasando ciò che aveva scritto l’amatissimo Conrad, l’autrice era infatti dell’idea che la parola scritta dovesse far udire, far sentire e, prima di tutto, far vedere. Perché se si riesce a far questo, il lettore troverà nel racconto incoraggiamento, consolazione, paura e incanto, e tutto quel che chiede, e forse anche quel barlume di verità che ha scordato di chiedere. (cfr. “Nel territorio del diavolo”, p.51)

In un precedente articolo (qui) avevo già parlato del forte impatto visivo della sua narrativa, privo di orpelli inutili e sentimentalismi e capace di scuotere di brutto l’immaginazione del lettore, quindi credo sia inutile che mi ripeta o mi dilunghi oltre (idem per quanto riguarda il conflitto fede-ragione e l’ingerenza del soprannaturale nelle vicende narrate, per il cui approfondimento rimando sempre alla stessa pagina); aggiungo solo che dalla lettura del carteggio è possibile farsi un’idea ancora più chiara della sua tecnica scrittoria, visto che l’autrice forniva spesso consigli a chi la interpellava per un problema.
Per darvene almeno un piccolo assaggio, riporto lo stralcio di una lettera nel punto esatto in cui sta analizzando/valutando un testo: «Il suo racconto […] presenta sostanzialmente una situazione carica di pathos, e quando si presenta una situazione del genere bisogna lasciare che parli da sé. Come dire: la presenti e si tolga di mezzo. Lasci che siano gli elementi del racconto a parlare. Voglio dire che, come autore, non deve calcare la mano e secondo me nel racconto lei ogni tanto tende a farlo. La cosa fondamentale è avere sempre i personaggi davanti agli occhi. Lei entra nella mente del vecchio prima ancora di dirci esattamente che aspetto ha. Deve imparare a dipingere con le parole. Piazzi lì il vecchio come prima cosa, in modo che il lettore non lo possa evitare. Io ce ne ho messo di tempo a impararlo. Ford Madox Ford diceva che in un racconto non puoi mettere uno a vendere giornali se prima non dici che aspetto ha. Naturalmente deve imparare a farlo con discrezione. Il vecchio pensa alla cognata e al figlio che parlano, e ricorda la loro conversazione: ebbene dovrebbe vederli, il lettore dovrebbe vederli, e vedendoli dovrebbe intuire il contenuto della conversazione quasi prima di sentirla. Lasci che il vecchio faccia le prime mosse senza commenti da parte sua come autore e lasci che siano le cose che vede lui a creare il pathos. Ha presente “I morti” di Joyce? Faccia caso a come lui utilizza la neve nel racconto. Čechov poi utilizza ogni cosa: l’aria, la luce, il freddo, lo sporco ecc. Le mostri queste cose e non avrà il bisogno di dirle. Secondo me quello che l’uomo di colore dice nel racconto va benissimo. Ma non c’è bisogno di aggiungere che è sui 45 anni; lo dipinga invece, così il lettore capisce che è un nero di mezza età grasso e insolente e offeso dal vecchio quanto il vecchio di lì a poco lo sarà da lui. La bambina sordomuta si dovrebbe vedere meglio: non serve a niente dirci soltanto che è di una bellezza angelica. Deve andarsene in giro mettendosi un po’ in mostra, così siamo sempre consapevoli della sua presenza. […] Potrebbe riuscire un gran bel racconto se ci mette il tempo che ci vuole. Io sono la prima a non risparmiarmi quando si tratta di riscrivere. E ce ne vuole di tempo perché la cosa funzioni. E non è facile come sembra». (8 giugno ’55, pp.72-73)

3a Andalusia_Milledgeville,_Georgia;_January_29,_2011

Andalusia, la fattoria “fortezza” presidiata da Flannery, dove viveva allevando pavoni e scrivendo racconti

Viene da chiedersi come abbia potuto sviluppare una tale capacità d’osservazione restando in gran parte isolata e bloccata dalla malattia. A dire il vero l’occasione di attingere al grottesco non scarseggiava dalle sue parti, visto che viveva nella Bible Belt degli anni ’50, un’area rurale e protestante del sud statunitense popolata da gente infervorata, un po’ stramba e fanatica, che diventava puntualmente fonte d’ispirazione per la sua arte. Bisogna poi aggiungere che nella tenuta dove viveva con la vecchia madre, nei pressi di Milledgeville, in Georgia, non è che ci fosse granché da fare, “a parte sedersi, camminare e collezionare punture di pulci rosse”, quindi il tempo da dedicare a lunghe pause meditative di certo non mancava. Molte suggestioni le pervenivano anche dalla lettura, visto che rivisitava spesso e volentieri le opere di Edgar Allan Poe (andava pazza per i suoi racconti umorosi, ed era anche convinta che li avesse scritti tutti da ubriaco) e quelle di Joseph Conrad. Leggeva con piacere anche Čechov e un altro paio di russi, un po’ meno Kafka, anzi si era pure divertita quando un giorno il suo stile era stato paragonato a quello dello scrittore polacco, visto che lei non era mai riuscita a finire né Il castello né Il processo. Di Kafka pensava solo che leggerlo ti fa poi osare di più quando scrivi, mentre al contrario venerava quasi come un santo Henry James, che rileggeva più e più volte, con la speranza che potesse prima o poi influenzare la sua scrittura. “Commovente come fede”, aggiungeva con ironia, “e non è l’unica”.
Pietro Citati racconta di quanto apprezzasse anche Nathaniel Hawthorne, in particolare per la delicata freddezza e le grandi invenzioni romanzesche, mentre Bloom ci rivela che nel podio dei romanzi preferiti svettavano Mentre morivo, di William Faulkner, e Signorina Cuorinfranti di Nathanael West. Poi, riflettendo sul suo stile, avanza l’ipotesi che se fosse vissuta ai giorni nostri avrebbe senza dubbio ammirato il romanzo Meridiano di sangue, di Cormac McCarthy, ma forse sarebbe giusto dire che è stato questo scrittore, come altri della sua generazione, ad attingere a piene mani dall’eredità oconneriana… e senz’altro ognuno di loro ne è debitore.
Qualcuno si starà forse chiedendo quali fossero, al contrario, gli scrittori che non sopportava. Nelson Algren, che accusava di troppo sentimentalismo, e poi anche Truman Capote e Tennessee Williams, che a quanto pare le davano il voltastomaco, anche se nelle lettere non approfondisce il motivo di tale disgusto. In compenso si consolava con svariate letture teologiche, che poi recensiva per dei quotidiani locali: Jacques Maritain, Romano Guardini, Teilhard de Chardin, Edith Stein, ma anche narratori come Mauriac e Bernanos. Se poi aggiungiamo a tutto questo volumi di filosofia, mitologia e psicoanalisi, possiamo farci un’idea abbastanza chiara della cultura che aveva in testa questa donna.

Leggendo l’epistolario si ride anche, si ride spesso, perché si trovano commenti divertiti sulle lettere che riceveva da fan alquanto invadenti (a volte più bizzarri dei suoi stessi personaggi) e resoconti altrettanto divertiti sulle conferenze che teneva presso le università, dove ragazze che non sapevano distinguere un romanzo da un buco in testa restavano molto colpite da tutto quello che lei spiegava come lo sarebbero state se avesse detto l’esatto contrario. Poi da alcune lettere salta fuori anche l’idiosincrasia per le interviste televisive, per gli adattamenti cinematografici tratti dai suoi racconti, per i recensori incapaci di scorgere il motivo di fondo dei suoi romanzi. «La critica sul New Yorker non solo era completamente imbecille, ma non era nemmeno firmata», scrive ad un’amica, «Di fronte a un caso del genere ti rendi davvero conto che a certi settori della popolazione hanno estirpato il senso morale, come a certi polli estirpano le ali per ottenere più carne bianca. Questa è una generazione di polli senza ali, e credo che Nietzsche alludesse alla stessa cosa dicendo che Dio è morto». (20 luglio ’55, p.78)
Ma nello stesso tempo ironizzava sempre, e con grande gusto, anche su sé stessa. Ecco cosa scriveva di un invito ricevuto dalla NBC Tv di New York, in una lettera inviata all’amico Robert Macauley (18 maggio ’55, p.67): «Che dici, rischio di corrompermi? Già mi sento come un incrocio fra monsignor Sheen e Gorgeous George (un lottatore). Tutti quelli che hanno letto La saggezza nel sangue mi credono una zoticona nichilista, mentre in televisione vorrei dare l’impressione di essere una zoticona tomista, ma vedrai che non mi verrà niente di meglio da dire al signor Harvey Breit che “Eh?” e “Ah boh”. Mi sa tanto che al rientro mi toccherà stare tre mesi giorno e notte nello stazzo del pollame per neutralizzare gli influssi negativi».

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Flannery O’Connor, photo by Joe McTyre for the AJC in 1962

Ritornando alla questione della malattia, un altro fatto che colpisce è che in nessuna delle epistole si trova un cedimento al lamento, alla rabbia, all’autocommiserazione. Un riferimento a volte ironicamente sofferto sulla propria condizione limitante, ma nulla di più. L’impressione è che l’autrice affrontasse con piglio soldatesco la sua battaglia, dalla quale non voleva farsi assolutamente piegare. Poi avrà fatto la sua parte anche la profonda fede cattolica, e quindi la convinzione che la sofferenza arrivi dal cielo come una benedizione, ma penso che molto sia da attribuire a un radicale quanto innato stoicismo. E infatti, come scrive Ottavio Fatica nella bella introduzione (che vi consiglio di leggere, prima ancora di buttarvi a capofitto nel carteggio), scorrendo le sue lettere capiamo subito perché non bisogna chiedere che malattia ha una persona, bensì con chi ha a che fare la malattia.
Al di là delle sofferenze fisiche, sempre dolorose e invalidanti, Flannery aveva quindi dalla sua, per fortuna o per grazia divina, anche un carattere forte, anzi fortissimo. Ecco cosa scriveva della sua esperienza in una lettera datata giugno ’56 e indirizzata alla misteriosa “A”, una lettrice affezionata la cui l’identità si scoprirà solo in seguito e con la quale conservò per anni uno scambio epistolare molto vivace e interessante, fatto anche di confronti testa a testa in materia di fede (tanto fervente la prima quanto agnostica la seconda, a riprova del fatto che è possibile uno scambio intellettualmente fecondo anche su basi diametralmente opposte): «… in realtà solo di recente ho capito che non si ottiene niente restando alla superficie delle cose. Come tutti l’ho scoperto a mie spese, e soltanto negli ultimi anni grazie, credo, a due cose: la malattia e il successo. Una soltanto non mi sarebbe bastata, ma l’abbinata è risultata vincente. Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto bene. Ma da queste parti la superficie è sempre stata molto piatta. Vengo da una famiglia dove era rispettabile mostrare un unico sentimento: l’irritazione. È una tendenza che per alcuni sfocia nell’orticaria, per altri nella letteratura, per me in tutte e due le cose». (28 giugno ’56, p.147)
Forse sarà stato anche il mix di profonda religiosità e spiccato senso del ridicolo a tenerla a galla, a permetterle di sdrammatizzare attraverso la scrittura una condizione personale tanto grave. Certo, avere fede in dio o in sé stessi o in entrambe le cose può anche aiutare, in certi casi, così come può aiutare l’ironia, ma credo che senza il fuoco di una vera passione non si arrivi da nessuna parte. E di tutte queste cose, nessuna esclusa, la O’Connor in realtà abbondava. «Sono contentissima che i racconti ti siano piaciuti, così ora non trovo sconveniente che a me piacciano tanto. La verità è che mi piacciono più che a chiunque altro e li leggo e li rileggo e mi sbellico dalle risate, poi mi ricordo che li ho scritti io e un po’ mi vergogno», scriveva a Robert Macauley nel maggio ‘55, con un’amissione che suona non solo affabilmente scherzosa ma anche schietta, orgogliosamente sincera. A conferma di ciò, anche lo scrittore Robert Lowell, che le fu per molto tempo amico e intimo corrispondente, la ricordava a qualche anno dalla scomparsa come una donna brusca e decisa, consapevole del proprio talento ma nello stesso tempo modesta e senza pretese.

A qualcuno non sarà sfuggita la tendenza, anche da parte mia, di puntare i riflettori sulla personalità della scrittrice. Il fatto è che l’epistolario offre l’occasione di conoscerla più da vicino, di tastarne il coraggio e la grande forza interiore, ed è davvero impossibile chiudere l’ultima pagina senza provare una sorta di ammirazione. Poi sono anche convinta che di questa “sudista scandalosa e disciplinata”, come amava definirla Lowell, sia da apprezzare non solo lo stile narrativo, che non per nulla è stato preso come esempio da altri scrittori (tra cui Donald Barthelme e Raymond Carver, solo per citarne alcuni), ma anche la risolutezza con cui portava avanti il suo originale progetto di scrittura, a dispetto dell’ottusità dell’epoca e dei limiti imposti dalla malattia. Per questo e altro credo, anzi ne sono convinta, che la lettura del carteggio possa tornare utile un po’ a tutti, non solo ai fan dell’autrice e agli aspiranti scrittori. Giacché è impossibile, dopo averlo letto, non trovarsi a riflettere su alcune questioni di vitale importanza, magari chiedendosi se si stia impiegando bene il proprio tempo o se invece lo si stia sprecando correndo dietro a cose che non sono così importanti. Spesso capita, infatti, di rinviare desideri e progetti a data da destinarsi, come se si potesse vivere in eterno, pur sapendo intimamente che la sorte è sempre in agguato, pronta a presentarci il conto sul piatto nel momento in cui meno ce lo aspettiamo.
Carpe diem (cogli il giorno) dicevano i latini, rifacendosi a una locuzione di Orazio, quam minimum credula postero (confidando il meno possibile nel domani), come invito a godere quotidianamente dei beni offerti dalla vita, senza sprecare quello che già si ha o che si potrebbe fare all’istante. Beh, se c’è una persona che non ha sprecato neppure un attimo della sua esistenza, quella è proprio Flannery O’Connor. In poco più di dieci anni è riuscita a far fruttare l’intensità creativa di un’intera vita, ben sapendo di avere un fine corsa con i mesi e i giorni contati. Sono convinta che anche senza il fiato della malattia sul collo sarebbe stata un’ottima scrittrice, del resto aveva un talento innato che si era fatto già sentire nella prima giovinezza, ma può anche darsi che una condizione limitante faccia in certi casi da miccia alla volontà di agire, spronando l’individuo a non sprecare neppure un briciolo delle sue potenzialità. Certo, non è la regola e non è per tutti, c’è anche chi crolla di fronte a ostacoli di portata ben minore, ma non è appunto il caso di questa donna straordinaria che fino all’ultimo istante, fino a qualche minuto prima di chiudere definitivamente gli occhi, ancora leggeva e rileggeva i suoi ultimi racconti per porvi delle aggiunte o dei piccoli ritocchi, seppure bloccata e stremata dentro un letto.

«Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. Il miglior modo per piombare nella disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza» (cfr. “Nel territorio del diavolo”, p.49)


Altri testi esaminati: Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor (minimum fax), Come si legge un libro, Harold Bloom (Rizzoli), La malattia dell’infinito, Pietro Citati (Mondadori).

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