Tag

, , , , , , ,

kazuo1E’ il mio primo incontro con lo scrittore anglo-giapponese. Mi è piaciuto? Non posso dirlo con estrema certezza, anche perché non basta leggere qualche racconto (nella fattispecie soltanto cinque) per arrivare subito ad una conclusione. Posso comunque affermare di averlo trovato interessante, in particolare per due aspetti. Innanzitutto per la scrittura nitida e scorrevole, capace di evocare suggestioni e di fare rimandi senza per questo apparire dispersiva o noiosa. Poi per la scelta originale di utilizzare la musica come filo conduttore delle storie; musica rappresentata di volta in volta dagli stessi personaggi, che rivestono per l’occasione i panni di cantanti, saxofonisti, violoncellisti e via dicendo, oppure citata attraverso i brani di famosi artisti del passato.
Nel primo racconto, giusto per rendere l’idea, l’io narrante è un chitarrista che suona nelle orchestrine di piazza San Marco, e la musica fin da subito evocata è quella di Diango Reinhardt e Joe Pass. E dopo qualche pagina, quando il giovane musicista accetta di affiancare un cantante americano nel corso di una serenata, sono le canzoni della vecchia Broadway, quelle cantante ai tempi d’oro da Chet Baker e Frank Sinatra, che si levano nell’aria tra i canali veneziani.
La scelta della musica come tematica di fondo nasce da un’antica passione di Ishiguro, che infatti fin da ragazzo si cimentava con la chitarra e il pianoforte sognando di diventare un cantautore, alla maniera di Bob Dylan o Leonard Cohen. Forse è una fortuna (per lui, ma anche per i numerosi fan) che abbia dirottato sulla narrativa, visto il successo riscosso negli ultimi anni. La musica gli è comunque rimasta così radicata nel DNA da costituire ancora oggi fonte d’ispirazione. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata a Repubblica, l’idea per queste short-stories cominciò a prendere forma dopo aver composto dei brani per musica jazz, che gli erano stati commissionati dalla cantante americana Stacey Kent: «… lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe».

Ciò che invece mi ha lasciata un po’ perplessa è lo sviluppo della trama, che pur riuscendo a stuzzicare l’attenzione non conduce da nessuna parte… Non c’è uno scopo chiaro in queste esistenze appena abbozzate, non c’è una svolta decisiva che approdi a qualcosa di rilevante. A tratti si verifica una presa di coscienza, una riflessione sulla propria condizione e sulle aspettative future, ma tutto rimane abbastanza sul vago. Il fatto è che dal ritmo incalzante di certi episodi ci si aspetterebbe chissà quale colpo di scena, chissà quale rivoluzione nella vita dei personaggi, invece ogni momento cruciale si smorza sul più bello in una calma apparente, dall’effetto quasi ovattato, che prevale fino alla conclusione.
Ishiguro dà quasi l’impressione di aver impostato i racconti sulla falsariga di una partitura musicale, con un ritmo che quando arriva in alto inizia subito a decrescere fino a placarsi, senza però spegnersi del tutto… e se da lì a poco riprenderà la cadenza di prima o attaccherà con altri tempi e battute, non ci è dato saperlo. Lo possiamo solo immaginare. Forse all’autore interessava non tanto canalizzare il flusso verso una meta precisa (a parte nel primo racconto, l’unico con un vero finale), quanto suscitare delle impressioni e delle riflessioni attraverso lo stato d’animo dei personaggi. Sempre nell’intervista citata prima, alla domanda perché i finali dei suoi racconti fossero spesso incompiuti, l’autore aveva risposto che è «…perché così vanno le cose nella vita. Difficile che sentimenti e situazioni trovino una soluzione definitiva. Inoltre penso che i racconti riescano meglio quando il finale è aperto, come in Cechov, e come accade in scrittori contemporanei come Alice Munro e Raymond Carver, che usano in modo eccellente questa tecnica». In effetti anche Alice Munro fotografa momenti di transizione [quando nella vita è difficile capire ciò che si sta perdendo ma nello stesso tempo è difficile mettere a fuoco ciò che si sta cercando], ma l’impressione è che lei riesca a far vibrare in modo più intenso le corde emotive dei suoi personaggi, suscitando un maggiore coinvolgimento nella lettura. Mi riservo però di rivalutare il confronto in un secondo momento, visto che di entrambi gli autori devo ancora leggere molte cose.

Tornando ad Ishiguro, riflettevo anche sul fatto che il “notturno” è una composizione lirico-melodica che, oltre ad essere ispirata alla notte, veicola delle atmosfere sognanti che possono quietare o turbare l’animo. Ascoltando i Notturni di Chopin, ad esempio, capita di provare piacere per la bellezza dell’armonia e nello stesso tempo un senso di smarrimento e agitazione. Momenti rarefatti e sospesi si intervallano ad altri più densi e ricchi di tensione, proprio come accade in queste storie, dove la tristezza – come spiega anche l’autore – preme sempre sotto la superficie del riso. La sensazione è infatti quella di una sottile e persistente malinconia, a dispetto di alcune scene che sono davvero buffe, esilaranti, a tratti perfino surreali. In alcuni episodi c’è infatti una comicità che si rifà alla slapstick comedy, con quella gestualità stralunata tipica di personaggi come Buster Keaton, Charlie Chaplin o del più recente Mr. Bean, tanto per intenderci. Ma è per l’appunto un umorismo dal retrogusto amaro, che non risolleva i personaggi da una scontentezza di fondo e da un’atavica incapacità di gestire al meglio le cose. Questi infatti desiderano, sperano, covano ambizioni, anelano al successo, ma poi si lasciano anche sviare da fattori esterni, oppure indugiano nell’attesa di non si sa bene cosa… Il buffo spaesamento del vivere, c’è scritto nel retro copertina. Ecco, se era questa la sensazione che lo scrittore intendeva infondere nei racconti, senza lasciar spazio a troppi equivoci, bisogna ammettere che ci è riuscito alla perfezione.
Forse è anche per questo che ogni storia appare come una sorta di volo interrotto. Eppure scatta la curiosità, durante la lettura, di sapere quale direzione prenderanno le vite dei personaggi, anche se Ishiguro chiude sul più bello il sipario e ce lo lascia solo immaginare. Come ad esempio nel racconto “Come Rain Or Come Shine” (che prende il titolo da una splendida canzone interpretata più volte da grandi artisti nel passato, da Ella Fitzgerald a Ray Charles, solo per citarne alcuni), dove l’io narrante combina un guaio a casa di un’amica, mentre lei è assente, e poi tenta di risolverlo mettendo in atto delle trovate che non stanno né in cielo né in terra. E si ride, si ride di gusto leggendo queste pagine, ma poi alla fine, con quel ballo che chiude la storia sulle note di April in Paris, nella versione anni ’50 di Sarah Vaughan, è di nuovo qualcosa di non ben definito, di languido e malinconico, che cala come un velo sull’intera vicenda. Anche perché non possiamo sapere quale piega prenderà questa amicizia, se riuscirà a sopravvivere nonostante le numerose pecche o se invece naufragherà del tutto. Ma la musica, che sembra sortire l’effetto di un balsamo sull’animo dei protagonisti mentre danzano sotto un cielo pieno di stelle, può anche illuderli (e illuderci) che il dissidio si risolverà.

Sono quindi dei drammi appena accennati, questi di Ishiguro, destinati a risolversi in un nulla di fatto. Il termine crepuscolare, suggerito dal sottotitolo, appare anche indicativo di esistenze che sono in declino, o meglio che oscillano tra la fine di un ciclo e la necessità di imboccare un nuovo percorso. I vari personaggi si affannano (ma neppure tanto, nel senso che il tutto avviene senza traumi eccessivi) nel tentativo di risorgere o di non rimanere nell’ombra, spesso indugiando in sogni ancora velleitari e altre volte optando per decisioni estreme, se non bizzarre. Come ad esempio nel primo racconto, dove un vecchio cantante melodico si predispone a sacrificare qualcosa d’importante pur di risalire la china del successo, o come nel quarto racconto, dove un sassofonista un po’ bruttino accetta di farsi cambiare i connotati nel tentativo di avere più successo ed essere accettato nell’élite che conta. Due situazioni al limite del grottesco, se vogliamo, ma neppure tanto improbabili se valutate nel contesto della società odierna, dove quello che conta non è quasi mai solo il talento, considerato in se stesso, ma anche tutto ciò che gli fa da contorno (classe, stile, prestigio, lustro esteriore ecc.).
Interessante per il colpo di scena finale anche l’ultimo racconto, dove il musicista di turno, che suona in una delle tante orchestre di piazza San Marco (riappare lo sfondo veneziano), trova all’improvviso il suo mentore in una misteriosa esperta del violoncello, che poi alla fine si rivela… Beh, di certo non ve lo posso dire, altrimenti vi toglierei il gusto di scoprirlo da soli. In ogni caso, anche questa è una vicenda rappresentativa di quelle persone che, pur avendo ottime qualità di base, adducono delle scuse per non valorizzarsi abbastanza, limitandosi il più delle volte a vivere di luce riflessa.
Insomma, la musica in queste storie è in fondo un pretesto per mettere in luce lo stato d’animo dei personaggi, colto e fotografato in quel particolare frangente in cui bisogna fare i conti col passato, con le personali insicurezze, per concedersi la possibilità, hic et nunc, di chiarire le proprie intenzioni riguardo il futuro. Perché in caso contrario il risultato è quello di un vagheggiamento sterile e improduttivo, dove la luce del tramonto rischia veramente di estinguersi in una notte perenne.

Come Rain or Come Shine, nella versione di Ray Charles (1959)

Annunci