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Bella e per molti aspetti originale, ricca d’inventiva nel modo di esprimere pensieri ed emozioni sul filo di una tenera ironia, questa poesia fu scritta da Sylvia Plath durante la gravidanza, dedicata alla piccola creatura che portava in grembo. Compilata tra gennaio e febbraio del 1960 si rivelò di buon auspicio per la nascita di Frieda Rebecca, che decise infatti di fare la sua comparsa al mondo nella giornata del primo aprile, onorando in tal modo il pronostico dei versi.

Tu sei

Simile a un clown, felice soprattutto a testa in giù,
piedi alle stelle, un cranio lunare,
le branchie come un pesce. Un sensato
pollice verso allo stile del dodo.
Avviluppato su di te come un rocchetto,
esploratore del tuo buio come i gufi.
Muto come una rapa dal quattro
di luglio al Primo Aprile,
oh pallina che cresci, mia pagnottella.

Vago come la nebbia e atteso come la posta.
Più lontano dell’Australia.
Atlante curvo, nostro gamberetto viaggiatore.
Rannicchiato come un bocciolo e a tuo agio
come uno spratto nel vasetto.
Nassa di anguille tutta fremiti.
Salterino come un fagiolo messicano.
Giusto come un’addizione ben fatta.
Foglio pulito, con su la tua faccia.

All’incirca un anno dopo, nel febbraio 1961, Sylvia scrisse un’altra poesia per sua figlia, incantevole per le metafore adottate. La terza strofa, in particolare, è molto bella e suggestiva, così come il paragone tra il respiro della bambina e il lieve tremolio della falena in quella successiva. Di fronte a versi simili rimango sempre sbigottita, quasi incapace di trovare le parole adatte per formulare un commento.


Canto del mattino

L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro.
La levatrice ti ha schiaffeggiato sotto i piedi e il tuo nudo grido
ha preso il suo posto fra gli elementi.

Le nostre voci echeggiano, esaltando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo pieno di correnti, la tua nudità
è ombra sulla nostra sicurezza. Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti.

Non sono tua madre più di quanto
lo sia la nuvola che distilla uno specchio per riflettere la propria lenta
cancellazione per mano del vento.

Per tutta la notte il tuo respiro di falena
tremola fra le piatte rose rosa. Veglio per ascoltare:
un mare lontano si muove nel mio orecchio.

Un grido, e scendo dal letto incespicando, pesante come una mucca e floreale
nella mia camicia da notte vittoriana.
La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e inghiotte le sue opache stelle. E ora tu provi
la tua manciata di note;
le vocali chiare salgono come palloncini.

La successiva poesia, che risale all’ottobre 1962, fu invece dedicata al figlio Nicholas Farrar, che all’epoca aveva circa nove mesi. Il clima emotivo era ben diverso in famiglia, anche perché il rapporto coniugale, già incrinato da alcune tensioni, era precipitato del tutto nel periodo estivo appena passato, in seguito alla scoperta del tradimento del marito, Ted Hughes, con un’amica comune, Assia Gutman. Nei versi poetici si avverte infatti qualcosa di meno lieto e rasserenante, che a tratti sembra offuscare anche la dolcezza del sentimento materno, ma poi questo riemerge con vigore, si fa di nuovo forte e avvolgente. Sylvia, al di là delle depressioni con cui doveva fare spesso i conti, confluite alla fine nel gesto estremo del suicidio, aveva sempre nutrito un grande amore per i suoi bambini, che fino all’ultimo istante cercò di accudire e proteggere come meglio poteva, preservandoli da ogni pericolo.

A lume di candela

Questo è l’inverno, questa è la notte, piccolo amore –
una specie di coperta di crine nera,
stoffa ruvida e opaca, campagnola,
temprata dal brillio
delle poche stelle verdi che arrivano al nostro cancello.
Ti tengo in braccio.
Ѐ molto tardi.
Le monotone campane recitano l’ora.
Lo specchio ci fa galleggiare alla luce di una candela.

Questo è il liquido nel quale ci incontriamo,
questa luce che irradia un nimbo e sembra respirare
e lascia avvizzire le nostre ombre
per poi gonfiarle
nuovamente, brutali giganti sulla parete.
Un fiammifero sfregato ti rende vero.
Dapprima la candela non vuol saperne di fiorire –
soffoca il suo germoglio,
lo cancella quasi, un lucore fasullo azzurro fioco.

Trattengo il fiato finché tu cigolando torni alla vita,
porcospino a palla,
piccolo e iroso. Il coltello giallo
si allunga. Tu stringi le sbarre.
Il mio canto ti fa urlare.
Ti cullo come una barca
attraversando il tappeto indiano, il freddo pavimento,
mentre l’uomo di ottone
inginocchiato, la schiena curva, come può
solleva la sua bianca colonna con la luce
che tiene a bada il cielo,
il sacco del nero! Ѐ dappertutto, stringe, stringe!
Ѐ tuo, il piccolo Atlante di ottone –
povera eredità, tutto ciò che possiedi,
ai suoi talloni una pila di cinque palle di cannone,
nessun figlio, né moglie.
Cinque palle! Cinque palle d’ottone lucente!
Per giocarci, amor mio, quando cadrà il cielo.

Trovo sia davvero bella, in questa poesia, tutta la parte descrittiva della fiamma tremolante della candela che si riflette nello specchio, che con i suoi movimenti fa cambiare forma sulla parete anche all’ombra della madre con il neonato in braccio. Se non ho equivocato il significato delle parole, il supporto della candela dovrebbe avere alla base delle sfere d’ottone con una figura inginocchiata, che richiama alla memoria il mito di Atlante. La candela stessa viene infatti visualizzata dalla poetessa come un bianco pilastro che sostiene il cielo, e non a caso la condanna di Atlante era stata proprio quella di sostenere sulle spalle l’intera volta celeste, diventando per questo simbolo di sforzo, di fatica da affrontare. La candela sembra avere anche il compito di tenere a bada l’oscurità della notte, ma questa purtroppo era già calata nell’anima di Sylvia e stava conquistando di giorno in giorno ulteriore spazio, a scapito della luce e di tutto l’amore che ancora la legava ai figli, al mondo.

Per un figlio senza padre
(26 settembre 1962)

Avvertirai un’assenza, tra poco,
che ti crescerà accanto, come un albero,
un albero di morte, senza più colore, un eucalipto australiano –
spelacchiato, castrato dal fulmine – un’illusione,
e un cielo come il deretano di un maiale, una totale mancanza di attenzione.

Ma per ora sei muto.
E io amo la tua silenziosa stupidità,
il suo specchio cieco. Vi guardo dentro
e non trovo altra faccia che la mia, e a te sembra buffo.
Mi fa bene

che tu mi afferri il naso, piolo di scala.
Un giorno forse toccherai dove c’è il male
i piccoli teschi, le colline azzurre frantumate, lo spaventoso silenzio.
Fino ad allora i tuoi sorrisi sono denaro trovato.

Inutile commentarla questa poesia, dal momento che già esprime con chiarezza il timore di una futura sofferenza dei figli a causa dell’assenza paterna. Un’esperienza che in qualche modo si ripete, si replica, facendo di nuovo sanguinare vecchie ferite, visto che anche Sylvia aveva subito la stessa sorte nell’infanzia. La vicenda biografica, in questo come in altri casi, diventa più che necessaria per la comprensione dei versi poetici. Sono anzi del parere che sia importante leggerla tutta quest’autrice, da cima a fondo, compreso il romanzo autobiografico e i diari, per riuscire veramente a comprenderla, per interiorizzarla e alla fine amarla. Per apprezzarla non solo nei tratti chiari e deliziosamente ironici, ma anche in quelli più inquietanti e ambigui. Per rispettarla anche nell’ottica di quella scelta estrema a cui giunse inevitabilmente, non senza dubbi e incertezze.

Ciò che mi ha colpito di più, del suo carattere, è la capacità che aveva di scrutarsi dentro con coraggio, con sguardo lucido e disincantato, a costo di affrontare precipizi e possibili cadute. Il suo era un tentativo, purtroppo fallito, di esorcizzare i demoni interiori con l’ispirazione lirica, con la poesia. Questa è senz’altro un canale privilegiato di sfogo per le emozioni, per i malesseri dell’anima, ma non per forza è destinata a regalare sollievo e conforto, non per forza è costretta a concedere, tra un’ondata burrascosa e l’altra della vita, scialuppe o salvagenti di sorta. Soprattutto se il poeta avverte la necessità di gettare uno sguardo nell’abisso, nella parte buia e sepolta dentro di sé, sollevando veli che altri non tolgono, affrontando fantasmi interiori che altri ignorano o scansano. In questi casi è infatti la verità quella che preme, quella che in genere si cerca, a costo di ulteriori dolori e destabilizzazioni. Così era Sylvia Plath e così mi piace ricordarla: una persona sensibilissima, dall’intelligenza acuta e profonda, capace di esplorarsi dentro fino a farsi male, fino al punto di risultare scomoda per se stessa e per gli altri. Audace in questo suo lavoro di scavo interiore fino all’estremo, fino a rasentare più volte quel limite da cui difficilmente si torna indietro.

Non si cada però nell’errore di pensare che questa poetessa abbia scritto solo versi tristi e sconfortanti, perché non è così. Sylvia aveva dentro di sé anche amore e gioia per la vita, nel suo cuore il buio si alternava spesso con la luce. Sono le ultime liriche, in particolare quelle della raccolta Ariel, che avvampano di sconforto, di rabbia e rancore per le persone che l’avevano ferita, ma tra quelle sgorgate in fasi precedenti ce ne sono parecchie che sono un inno alla bellezza, all’amore, alla forza della rinascita, alla sacralità del mondo. Già dalle poesie dedicate ai figli, come abbiamo appena visto, si intuisce quanto rispetto nutrisse per la vita in sé, per il miracolo della gravidanza, per la forza creativa e rigenerativa della natura, anche se poi non ce l’ha fatta, non ce l’ha fatta a proteggere se stessa, a tutelare anche la propria di vita, nonostante si sia sforzata fino all’ultimo di reagire, di resistere al richiamo dell’Ombra. Ma di questo e altro parlerò nei prossimi articoli.

Termino invece il post con un’altra poesia dedicata ai figli, stavolta carica di immagini gioiose e colorate che danzano leggere da una strofa all’altra, nonostante preceda di una settimana il suicidio. Indicativa della facilità con cui Sylvia passava dall’umore più nero a quello più sereno, come in effetti accade a chi soffre di disturbo bipolare. A questo punto non vorrei però aggiungere altre considerazioni, basta e avanza il silenzio della lettura.

Palloncini
(5 febbraio 1963)

Ѐ da Natale che vivono con noi,
ingenui e trasparenti,
animaletti-anima ovali,
occupano metà dello spazio,
si muovono e strusciano sulle seriche

invisibili bave d’aria,
mandano uno strillo e un pop
se aggrediti, poi scappano via e si fermano tremando appena.
Testa di gatto gialla, pesce azzurro –
con che strane lune viviamo

al posto di mobili morti!
Stuoie di paglia, pareti bianche
e questi erranti
globi d’aria sottile, rossi, verdi,
che danno gioia

al cuore come i desideri o i liberi
pavoni benedicenti
un vecchio terreno col dono di una penna
forgiata in metalli stellati.
Il tuo

fratellino fa
stridere il suo palloncino come un gatto.
Sembra vedere
dall’altra parte un buffo mondo rosa da mangiare
e morde,

poi cade seduto,
brocchetta grassa,
contemplando un mondo chiaro come l’acqua.
Nel pugnetto
un brandello rosso.

sylvia-e-figli

Sylvia Plath with Frieda and Nicholas, Court Green, photograph by Siv Arb, [April 1962].
Foto tratta dall’archivio dello Smith College (https://www.smith.edu)


Testo consultato: Sylvia Plath Opere – I Meridiani, Mondadori, 2006. Le poesie sono state tradotte, in modo a dir poco meraviglioso, da Anna Ravano.

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