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Esiste quella da fieno, da acari, da glutine, da nichel, da coda all’ufficio postale, da cognata so-tutto-io, da sveglia che suona alle 7:00 del mattino, da vicino di casa che tira lo sciacquone a mezzanotte, da venditore porta a porta che non-te-ne-liberi-più. Ed esiste anche quella da televisione, che a quanto pare affliggeva il buon Manganelli. Che sollievo scoprire di non essere l’unica, mi sento un po’ rincuorata. Personalmente la guardo poco la televisione, molto poco. Qualche film, se proprio merita, qualche video musicale o un buon documentario, ma per tutto il resto le riservo un’ostentata indifferenza. Se c’è una cosa che poi non sopporto è la valanga di spot pubblicitari che ogni anno si ingrossa sempre di più, con una sfrontatezza che ormai non conosce limiti. Inoltre molti réclame, per le frasi e i quadretti scemi che ogni volta propongono, appaiono come un insulto ripetuto alla nostra intelligenza. Senza dubbio chi li concepisce tende a considerarci come un gregge di pecore tosate, appaiate, docili e prevedibili, accomunate da desideri simili e pronte a bersi qualsiasi sciocchezza. Eh no, cari strateghi della comunicazione di massa, esiste anche chi è refrattario alle vostre seduzioni. E siamo sempre di più, ve lo assicuro. Piuttosto che sorbirmi la vostra pubblicità, preferisco di gran lunga passare le serate a leggere un libro, a scrivere un articolo, a navigare tra i flutti del mare-web alla ricerca di qualche isolotto da perlustrare, oppure a fare altre cose piacevoli di cui è meglio non rivelare oltre i dettagli.

Fosse per me, a quest’ora l’industria televisiva avrebbe già chiuso i battenti da un pezzo. Non c’è nulla da fare, sono allergica ai giochi scemi, ai quiz che ti fanno cadere in una botola se non rispondi, alle serie televisive lunghe e replicate ogni anno, al buonismo o al cinismo di certi confronti politici, ai flussi di notizie che tentano di spostare l’opinione pubblica un giorno da una parte e uno dall’altra, secondo l’opportunità del momento. Allo stesso modo non sopporto i salottini dei talk show, dove personaggi in cerca di lustro o recuperati dal bidone della spazzatura conversano tra loro in modo falso, banale e sconclusionato, se non oscenamente litigioso. E poi, come già accennato, bisogna difendersi dall’assalto delle proposte pubblicitarie, che se avessero il potere di materializzarsi nel salotto di casa ci costringerebbero con la forza ad acquistare il prodotto tanto decantato… Grazie al cielo il teletrasporto non è ancora fattibile, se non a livello quantico. Ma temo che ce la faranno, prima o poi, a farci comparire all’improvviso sul divano uno di quei tizi a trentadue denti, dal sorriso sfavillante e insopportabile, magari con l’ultimo modello di smartphone in mano, o peggio ancora con un assorbente alato tra le gambe, pronto a cinguettare e prendere il volo; quindi mi raccomando ragazzi, non abbassiamo mai la guardia…

Ma a parte le ciance (le mie), vediamo cosa ne pensava l’amico Manga della televisione, che in fatto di reazioni allergiche (ma non solo, si tratta anzitutto di stile e cultura) ha certamente più voce in capitolo della sottoscritta. Poi alla fine ditemi, se avete voglia di fare due chiacchiere, come passate di solito le vostre serate, ossia se amate spaparanzarvi sul divano a guardare la tv, magari zampettando per ore da un canale all’altro, o se invece preferite scrivere, dipingere, ballare il tip tap, giocare a scacchi, praticare yoga o pilates, litigare con la dolce metà per il gusto di fare la pace, andare a letto presto con una brocca di camomilla e un libro sotto il braccio, o cos’altro ancora…

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Qualcuno mi chiede: come fai a vivere senza televisione? Veramente, me lo chiedo anch’io. Con tenerezza, mi fanno domande intese ad accertare se io sia un poco demente. Mi schermisco goffamente, come davanti a un elogio incautamente superlativo. Sono disinformato? Ѐ probabile, sebbene non possa apprezzare fino a che punto. Dai giornali mi giungono raffiche di nomi che indovino chiassosamente popolari, invadenti, esemplari. Gente che canta, che fa ridere, che persuade ad amare la vita, che suggerisce insetticidi e impone preservativi. Non li conosco. Ma no, qualche volta li conosco di persona, come capita, e mi sembrano simpatici, quieti, inquieti, disperati, colti, incolti: normali. Non mi riesce di vedere l’aureola.
Non è impossibile che, sprovvisto di televisione, io stia poco alla volta facendomi cittadino di un paese immaginario, dove nessuno tenta di vendermi paste che resistono alla cottura, dove accadono giganteschi eventi sportivi che di giorno invadono le strade e di sera lasciano sgombri i ristoranti prediletti, dove i potenti della terra non sorridono e non mi rassicurano tra meringhe di dentifrici, nuvole di deodoranti e liquami disinfettanti. Compro giornali, questo mi impedisce di essere in arretrato di una guerra, ma spesso mi perdo un attentato, o mi arriva scotto; un colpo di Stato freddo è indigesto, mi dicono.
La televisione, mi dicono, condiziona gli eventi mondiali, anzi li produce. Gli imperatori del mondo si sposano, si insultano, si abbracciano, tenendo conto dell’occhio attento e vizioso delle telecamere (il nome mi sembra delizioso, mi fa pensare a camere da letto estensibili, tendenzialmente planetarie). Oggi si fanno vere stragi in televisione, anzi stragi che non metteva in conto di fare diventano convenienti perché occupano l’ora che doveva essere destinata a un dibattito sull’eutanasia. In quel paese immaginario in cui mi illudo di vivere non ci sono né grandi decisivi messaggi, né crepitanti minuscoli messaggi, tutto considerato nessuno mi dice niente, e la cosa mi è utile, perché ridimensiona la mia naturale megalomania, mortifica le mie enfasi, e miniaturizza le iperboli interiori.
Ho la sensazione discontinua che intorno a me accadano eventi che sono generalmente ritenuti decisivi, e di cui io non so nulla: guerre policrome, coiti esemplari, sconvolgenti invenzioni, rosei tramonti africani con aironi. Fantasmi escono da innumerevoli apparecchi televisivi e passano sulla città. Sembra una favola medievale: da mille castelli esce una folla di spettri, escono lamenti, escono invocazioni. Il passante un po’ miope e un po’ sordo non se ne accorge; vede baluginii, ode ronzii. Ha l’impressione che qualcuno gli chieda l’ora, e vorrebbe dimostrarsi cortese, ma il fantasma, se mai c’è stato, che gli ha chiesto – non senza angoscia, è la sua sensazione – che ora è, è già polvere che si dissolve.


Improvvisi per macchina da scrivere, Giorgio Manganelli, Biblioteca Adelphi, pp.143-145. Il volume è una raccolta di corsivi pubblicati su diverse testate giornalistiche negli anni ’70-’80 (La Stampa, Corriere della Sera, il Mondo, Epoca, L’espresso, L’Europeo).

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