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Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.

Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.

Andavano tra l’erica del prato montano. Robert Jordan sentiva l’erica solleticargli le gambe, sentiva sulla coscia il peso della pistola nella fondina, sentiva il sole sulla testa, sentiva fredda sulla schiena la brezza delle vette nevose e nella mano sentiva la mano della ragazza, forte e ferma, le dita intrecciate alle sue. Da quella mano, da quella palma che riposava sulla propria, dalle dita insieme intrecciate e dai polsi incrociati, dalla mano di Maria, dalle sue dita, dal suo polso, gli veniva un che di fresco, come il primo soffio lieve del mattino che passando sul mare increspa appena la superficie vitrea e calma dell’acqua, lieve come una piuma che ti sfiora le labbra o come una foglia che si stacca e cade quando non soffia un alito; così lieve che egli lo sentiva solo col contatto delle loro dita, ma che si faceva così forte e veemente e urgente, così doloroso e impetuoso quando le dita si serravano e le palme e i polsi aderivano, che era come se una corrente gli percorresse il braccio riempiendogli tutto il corpo di uno svuotante, doloroso desiderio. Col sole che le brillava sui capelli color grano e sul bel viso dolce e liscio d’oro bruno e sulla curva del collo, egli le rovesciò indietro la testa e stringendola a sé la baciò. La sentì tremare mentre la baciava: se la premette tutta, forte, contro di sé e sentì attraverso le due camice cachi i seni di lei sul suo petto, sentì i piccoli seni duri, e allora le sbottonò la camicia e la baciò, e lei teneva la testa arrovesciata, stretta nelle sue braccia. (….) Ci fu poi per Maria l’odore dell’erica schiacciata e la ruvidezza degli steli piegati sotto la sua testa e il sole brillò sugli occhi chiusi. Per tutta la sua vita egli non potrà dimenticare la curva di quel collo, e la testa rovesciata tra le radici dell’erica, e le labbra che si muovono appena, e le ciglia palpitanti sugli occhi chiusi per scacciare il sole, e ogni cosa; per Maria tutto era rosso e arancione e d’oro per il sole sugli occhi chiusi, e tutto aveva il colore; tutto, il riempirsi, il possedere, il dare, tutto aveva quel colore stesso, in una cecità che era di quel colore. Per lui era una via oscura che non portava in nessun posto, e ancora in nessun posto, di nuovo in nessun posto, di nuovo ancora in nessun posto e sempre eternamente in nessun posto, coi gomiti duramente affondati nella terra, nel buio, senza fine verso nessun posto, sempre e continuamente sospeso verso l’ignoto nessun posto, ma per rinascere di nuovo e sempre in nessun posto, insopportabilmente ora, su, su, su e in nessun posto, e poi bruscamente, roventemente, tutto il “nessun posto” è svanito e il tempo assolutamente fermo e loro due lì, il tempo essendosi fermato: ed egli sentì la terra mancare sotto di sé e sprofondarsi.

Un crescendo di passione descritto in un simile modo, con quelle parole ripetute che rendono l’attimo ancora più intenso fino al culmine dell’estasi, non mi era mai capitato di leggerlo. Affermare che questo brano è meraviglioso, sarebbe dir poco. Ma questo non è un romanzo d’amore. Sì, c’è anche quello, che proprio in virtù del contesto difficile in cui si sviluppa acquista particolare risalto, ma non è un romanzo d’amore. È una vicenda di guerra, con aspetti anche crudi e brutali, che si rifà a un pezzo di Storia del secolo scorso, miscelando realtà e fantasia con consumata esperienza. Un romanzo di cinquecento pagine per descrivere una vicenda che si snoda in tre giorni. Ma in questo breve lasso di tempo l’autore è riuscito a condensare un intero conflitto, con tutto il dramma umano che ne consegue.
Prima di procedere con l’analisi devo fare una piccola premessa, rivolta soprattutto a chi non ha ancora letto il libro: nella recensione ci sono delle anticipazioni su fatti più o meno salienti, mentre ho evitato di soffermarmi sulla fase conclusiva della vicenda, anche se qualcosa si potrebbe comunque intuire da alcune riflessioni sparse qua e là. Detto questo, ognuno si regoli di conseguenza. Chiusa la parentesi.

Il romanzo è ambientato nel periodo della guerra civile spagnola, e non a caso sulla copertina del libro appare l’opera di Picasso dedicata alla città di Guernica, distrutta nel 1937 dai bombardamenti aerei nazisti. Guerra che era scoppiata in Spagna nel luglio del ‘36, quando i falangisti guidati da Francisco Franco avevano tentato di rovesciare la Repubblica, instaurata poco tempo prima dalle forze progressiste. Il conflitto, che si trascinò fino al ’39, vide quindi contrapporsi le forze di destra, cattoliche e nazionaliste (che potevano contare sull’appoggio di Germania e Italia), al fronte popolare repubblicano, laico e d’ispirazione marxista, che ebbe l’aiuto dell’URSS e delle Brigate internazionali, formatesi grazie al concorso di volontari provenienti da tutto il mondo. Poi sappiamo tutti com’è finita questa tremenda guerra fratricida: con più di un milione di morti e con la vittoria di Francisco Franco, che da quel momento instaurò una dittatura durata più di un quarantennio.
Tornando alla trattazione iniziale, Hemingway era stato tra quelli che avevano sostenuto l’iniziativa repubblicana nel corso della guerra, così come accade nel libro al suo alter ego Robert Jordan, un intellettuale americano che decide di arruolarsi come volontario perché mosso da ideali di libertà e giustizia. Nella realtà Hemingway non aveva partecipato ad azioni di guerra in Spagna, ma presenziò più volte sul posto in qualità di reporter, entrando in tal modo in contatto con molte delle realtà descritte nel libro, sulle quali lavorò anche di inventiva. Fin dalle prime pagine compare dunque sulla scena Robert Jordan (chiamato l’Inglés dai compagni partigiani), che grazie alla sua esperienza in fatto di esplosivi ha ricevuto l’incarico di far saltare un ponte per interrompere le vie di comunicazione e agevolare così l’offensiva dell’esercito repubblicano sulle linee franchiste nella zona di Segovia. Durante tale missione, sempre in base a direttive che sono giunte dall’alto, deve farsi anche supportare da una banda di guerrilleros arroccati nella Sierra de Guadarrama, una zona montuosa che si estende nella fascia centrale del territorio ispanico. In questo gruppo di partigiani troverà sia chi lo accetta con diffidenza, come ad esempio il capobanda Pablo, ormai fiacco e inaffidabile, che all’inizio farà di tutto per complicargli la missione, sia chi lo accoglie invece con immediata simpatia, come la compagna di Pablo, l’energica e volitiva Pilàr, che forse meglio di altri rappresenta un popolo, quello spagnolo, che Hemingway ammirava per la sua indole schietta e passionale. Attorno a questa coppia ruotano altri interessanti personaggi, quasi tutti ben caratterizzati, tra i quali spicca in modo particolare il vecchio Anselmo, un uomo dal cuore buono e mite che per quanto si sforzi non riesce a trovare nessuna valida giustificazione nell’uccidere qualcuno, neppure se è un nemico, neppure se è un fascista. E sullo sfondo del gruppo si staglia, come un astro luminoso che neppure l’orrore della guerra è riuscito ad offuscare, la presenza della bella e dolce Maria, con la quale l’Inglés vivrà un’inaspettata e travolgente storia d’amore. Una ragazza con “la pelle, i capelli e gli occhi dello stesso bruno dorato”, che arrossisce quando l’americano la guarda, mentre a lui, solo a pensarla, “gli si stringe ogni volta la gola”. Frase, quest’ultima, tanto semplice quanto bella e significativa, che spesso ricompare nel contesto narrativo senza mai perdere neppure una volta l’intensità del desiderio che cela e nello stesso tempo svela.

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Nel gruppo dei partigiani c’è spirito di solidarietà ma anche dissenso, precarietà, disorganizzazione, e Robert Jordan comprende che l’azione potrebbe avere effetti catastrofici e che pertanto sarebbe meglio non condurla a termine. Anche l’amore per Maria lo attacca ancora di più alla vita, gli alimenta il desiderio di un futuro da passare insieme, ma nonostante questo, nonostante gli incidenti di percorso e le vite già sacrificate alla causa, c’è in lui la cognizione di quanto sia importante la missione che deve portare a termine. Costi quel che costi, deve onorare fino all’ultimo ciò che avverte in sintonia con la propria scala di valori, nonostante i rischi, i dubbi e la possibilità di un insuccesso, perché come diceva il poeta inglese John Donne, in una frase che è stata riportata anche in esergo al romanzo, «Nessun uomo è un’ Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. Se una Zolla viene portata dall’onda del Mare, l’Europa ne è diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una Magione amica, o la tua stessa Casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.»

Le parti del romanzo che ho più apprezzato sono quelle che si focalizzano sui monologhi interiori di Robert Jordan e di altri personaggi, perché resi in modo schietto e convincente. Per Jordan sono spesso riflessioni sull’assurdità della violenza e sulle responsabilità che sente di avere verso gli altri uomini del distaccamento, la cui sopravvivenza o meno dipende dal successo della sua impresa. Questo lo si potrebbe infatti definire un romanzo d’azione introspettivo, visto che le parti incalzanti e movimentate si intercalano di frequente con altre di carattere più intimo, meditativo. I brani dove l’Inglés riflette a più riprese sul fatto se sia giusto uccidere, sull’inevitabilità dell’odio nel mondo e sulla precarietà della vita umana, sul senso di una guerra fratricida e sul senso della guerra in generale, trascinano di brutto anche il lettore nella spirale di questi pensieri. Difficile non sentirsi in qualche modo toccati e coinvolti, a dispetto di uno stile narrativo che spesso cede alle ripetizioni. Anzi, queste hanno l’effetto di rendere ancora più realistico il pathos del momento, perché è plausibile che in una situazione così drammatica si venga anche assaliti da dubbi e ripensamenti, riflettendo più e più volte dentro di sé sul da farsi, sulle decisioni da prendere e sulle azioni da mettere in atto. Ed è normale che scatti anche un continuo esame di coscienza con se stessi, per valutare se le proprie azioni siano state giuste oppure deprecabili, seppure in molti casi necessarie.
Riporto qui di seguito un esempio del flusso di pensieri che travolge Jordan dopo la lettura di alcune carte rinvenute nella tasca di un franchista ucciso. Sono lettere scritte con tono affettuoso dalla sorella e dalla fidanzata del ragazzo morto, che gli fanno capire quanto gli uomini siano in fondo tutti uguali, al di là degli ideali politici che spesso li dividono ponendoli in conflitto. E che lo fanno riflettere su quanto sia assurdo ammazzarsi l’un con l’altro, anche quando si è costretti a farlo dalle contingenze di un conflitto in corso.

«Bene» disse a se stesso. «Mi dispiace, se questo può aiutarti.
«Bene, allora lascia stare» disse a se stesso.
«Lascia stare, va bene.»
Ma non era così facile. «Quanti ne hai uccisi?» domandò a se stesso. «Non lo so. Credi di avere il diritto di uccidere chiunque? No. Ma sono costretto a farlo. Quanti di quelli che hai ucciso erano veri fascisti? Pochissimi. Ma sono tutti il nemico, alle forze del quale opponiamo le nostre forze. Ma a te la gente della Navarra è più simpatica di quella di qualsiasi altra parte della Spagna. Già. E li uccidi. Già. Se non ci credi va giù al campo. Non lo sai che è male uccidere? Sì. Ma lo fai ugualmente? Sì. E sei sempre assolutamente convinto che la tua causa sia giusta? Sì.
«É giusto» egli disse a se stesso senza riuscire a rassicurarsi, ma con orgoglio. «Io credo nel popolo e nel suo diritto di governarsi come crede. Ma non devi credere nel diritto di uccidere. Devi uccidere per necessità, ma non devi crederci. Se ci credi, allora tutto è sbagliato.
«Ma quanti credi di averne uccisi? Non lo so perché non li ho contati. Ma lo sai? Sì. Quanti? Non si è mai certi. Facendo saltare i treni se ne uccidono molti. Moltissimi. E non si possono contare. Ma quelli che puoi contare? Più di venti. E quanti di questi erano autentici fascisti? Di due lo so con certezza. (….) Ma io non voglio contare la gente che ho ammazzato come se si trattasse di trofei di caccia o di una faccenda disgustosa come le tacche su un calcio di fucile. Ho il diritto di non contarla e ho il diritto di dimenticarla. «No» disse a se stesso. «Tu non hai il diritto di dimenticare nulla. Non hai il diritto di dimenticare nessuna cosa o di diminuirla o di alterarla.»

Sono monologhi, come si è notato, di forte impatto emotivo anche per il lettore, per di più resi in modo fluido e cristallino, senza intellettualismi o pomposità varie. L’incanto di una tale scrittura consiste proprio nel far leva non solo sulla credibilità di ambienti e contesti, spesso osservati e sperimentati di prima persona, ma anche sugli stati d’animo dei personaggi, che vengono ogni volta resi nella loro più immediata naturalezza. Di questo stile asciutto, essenziale e antiretorico avevo già parlato in un precedente articolo, a proposito dei racconti, per cui non mi dilungo oltre.
Vorrei invece soffermarmi sulla presenza costante della Morte nel romanzo, che si insinua in tutti i modi e in ogni forma nei vari episodi narrati. Un clima mortifero che si percepisce fin dall’inizio, quando Pilàr legge la mano a Robert e si rifiuta di rivelare quello che ha visto, e che poi si palesa in modo sempre più forte negli episodi vissuti e ricordati dai singoli personaggi, così come nelle loro azioni presenti e nelle prospettive future. Non a caso lo scrittore tira in ballo anche il tema della corrida, attraverso un episodio narrato nel XIV capitolo. Nella corrida, come in guerra, vita e morte si confrontano e si misurano, costringendo l’uomo ad uscire allo scoperto, a mettersi alla prova. Chi conosce Hemingway sa bene quanto sia ricorrente, nei suoi racconti e romanzi, questa eterna battaglia con la morte, così come accade appunto anche in queste pagine, dove Robert Jordan deve affrontare una vera e propria sfida con il tempo per portare avanti, tra mille rischi e difficoltà, l’obiettivo che si è prefissato.
Sono in particolare due gli episodi dove la morte irrompe in modo veramente raccapricciante: quello raccontato da Pilàr, verificatosi in un paesino all’inizio della guerra civile, quando gli abitanti che avevano simpatizzato con i fascisti furono bastonati, infilzati con le forche e poi buttati giù da un dirupo dai partigiani e dalla folla inferocita, e quello che vede invece il massacro dei guerriglieri guidati da El Sordo, che vengono prima bombardati dai fascisti e poi decapitati uno per uno. Queste sono pagine davvero crude e sconvolgenti, che fanno capire quanto la guerra sia ogni volta (e in ogni caso) il palcoscenico preferito dal diavolo, a dispetto degli ideali più o meno giusti che le persone pensano di aver abbracciato.
Bisogna anche dire che il romanzo sollevò delle polemiche nel nostro paese, soprattutto per voce di esponenti e dirigenti del Pci, che già vedevano di malocchio la letteratura americana. Basti pensare che quando il libro, nell’immediato dopoguerra, cominciò ad essere tradotto da Elio Vittorini e pubblicato a puntate sul Politecnico, subito il giornale fu accusato di non essere allineato con le posizioni del Partito. Hemingway veniva inquadrato dalla sinistra come uno scrittore egoista, individualista, nichilista, incapace d trovare per i suoi eroi una via ideologicamente positiva. E probabilmente qualcuno si era anche risentito per l’episodio della mattanza narrato da Pilàr, che metteva in discredito l’attività partigiana, sebbene Vittorini avesse avuto la premura di tagliarlo per evitare troppe polemiche. Le critiche dei comunisti avevano comunque davvero poco senso, visto che il libro non concedeva sconti neppure alle brutalità franchiste, e visto che l’antifascismo di Hemingway era ben noto da tempo e ormai assodato. Credo tuttavia che allo scrittore importasse ben poco di queste o altre diatribe, perché quello che gli premeva di più era “la verità”, ossia il poter vedere e descrivere il mondo per ciò che era e da ogni angolazione possibile. E al di là delle possibili rimostranze che rischiava di sollevare da una parte o dall’altra. Che nella guerra civile spagnola le stragi fossero state compiute dai nazionalisti o dai repubblicani, sempre stragi erano ai suoi occhi di scrittore-giornalista, e sempre come gravi responsabilità per entrambe le parti politiche si incidevano, a suo avviso, nella storia dolorosa del mondo.

Si diceva all’inizio di quanto questo non fosse esattamente un romanzo d’amore, nonostante la presenza di alcune scene molto belle e struggenti. Quello tra Robert e Maria è un rapporto fatto anche di tante tenerezze, che ai lettori più cinici potrebbero forse apparire stucchevoli, ma che a mio avviso servono invece a stemperare gli eccessi di un contesto narrativo che, nel suo complesso, assume spesso dei contorni tragici. Ciò che potrebbe sollevare dubbi nel lettore è la nascita di un amore così forte e coinvolgente in soli tre giorni e in una circostanza talmente precaria. Eppure questo amore, così come viene descritto e fatto pulsare sulle pagine, risulta non solo verosimile ma anche convincente. Forse perché cela un disperato tentativo di rimanere attaccati alla vita, a dispetto dei continui pericoli che costellano le giornate, le ore, i minuti che passano. Forse perché gli amanti avvertono che il loro sentimento è privo di futuro e quindi necessita di essere consumato subito, goduto in fretta in ogni suo più piccolo istante. Forse perché è un amore che offre, in definitiva, un po’ di sollievo da tanta violenza, quasi fosse un antidoto all’odore di morte che si respira in ogni circostanza.
Altro fatto, non meno importante, è che l’amore permette a Robert Jordan di risolvere un residuo di dubbio e fare chiarezza dentro di sé, fino al punto di accettare in toto il proprio destino. L’amore lo aiuta nel processo di autocoscienza, perché gli fa capire ancora meglio di prima che ciò che sta per fare non nasce da una pura esigenza individualistica, ossia dal bisogno di sentirsi forte ed eroico, ma da un reale desiderio di impegnarsi per il bene collettivo, per la salvezza degli altri. In questo senso Maria si fa anche simbolo dell’altro-da sé, perché con le violenze che ha subito dai fascisti, e che in un momento d’intimità è riuscita a confidargli, finisce col rappresentare ai suoi occhi tutta la gente oppressa della Spagna, per il cui riscatto è importante lottare e, se necessario, anche sacrificarsi.

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«Sono sempre stato al fronte con i partigiani o in faccende come questa. Sai che fino a che ti ho incontrata non avevo mai chiesto nulla? Né desiderato niente? Né pensato a niente tranne al movimento e a vincere questa guerra? Sono veramente stato un puro. Ho lavorato molto e ora ti amo,» disse egli abbandonandosi completamente a tutto ciò che non sarebbe mai stato «ti amo come amo tutto ciò per cui abbiamo combattuto. Ti amo come amo la libertà e la dignità e il diritto di tutti gli uomini di lavorare e di non aver fame. Ti amo come amo Madrid che abbiamo difeso e come amo tutti i miei compagni che sono morti. E ne sono morti molti. Molti. Molti. Tu non puoi sapere quanti. Ma io ti amo di più. Ti amo molto, coniglietto. Più che non possa dirti. Ma ti dico ora questo per dirtelo un poco.»

L’amore che Robert sente per Maria, nonostante sia più forte di quello per la causa, ha quindi l’effetto di non indebolire ma casomai rafforzare la sua volontà di portare a fondo la missione, perché per essere vissuto in pieno, questo amore, non può svincolarsi da tutto il resto, non può separarsi dall’esigenza di operare per la libertà e dignità del popolo spagnolo. Attraverso l’amore per questa donna si chiarificano perciò nel suo animo tutte le ragioni della lotta, che lo spingono ad accettare anche l’incognita del proprio destino, qualunque essa possa essere.
In conclusione vorrei rivolgere a tutti un invito semplice ma sentito: leggetelo questo grande romanzo. Non sia mai che passiate un’intera vita senza esservi goduti un capolavoro simile. È una storia che ha davvero il potere di suscitare un forte coinvolgimento, non solo per le emozioni che regala ma anche per le tante riflessioni che genera. A chi già conosce il libro suggerisco di fare un secondo giro di valzer, in modo da gustare più a fondo, con rinnovata attenzione e partecipazione, la bellezza strepitosa di alcuni passi. Passi che stupiscono, che deliziano i sensi, che commuovono. Passi che in quest’ultimo periodo ho letto e riletto più volte, e che ancora rileggerò.

Poi furono insieme così che mentre la lancetta si muoveva, invisibile adesso, sull’orologio, seppero che niente poteva accadere mai più a uno di loro senza che accadesse all’altro, che nient’altro poteva mai essere più importante di questo; che questo era tutto e sempre; questo era il passato, e il presente a qualunque cosa fosse per venire. Questo non avrebbero dovuto averlo, eppure lo avevano. L’avevano ora e prima e sempre e ora e ora e ora. Oh, ora, ora, ora, quest’ora solo, e soprattutto ora, e non c’è altro ora che tu, ora, e ora è il tuo profeta. Ora e per sempre ora. Vieni ora, ora, perché non c’è altro ora che ora, sì, ora. Ora, per favore, ora, ora solo, nient’altro, solo quest’ora, e dove sei tu e dove sono io e dove è l’altro, e non il perché, non hai il perché, solo quest’ora; e ancora e sempre, per favore, e poi sempre ora, sempre ora, a partire da ora sempre lo stesso ora: uno soltanto. Non c’è che un solo ora, uno solo, che ora va, ora si solleva, ora veleggia, ora ricade, ora turbina, si gonfia, ora ti lascia, ed è sempre ora, sempre, sempre ora. Uno e uno è uno, è uno, è uno, è uno, è sempre uno, sempre uno: uno con condiscendenza, uno con dolcezza, uno con tenerezza, uno con bontà, uno con felicità, uno per amare, uno ora sulla terra con i gomiti sui rami di pino che hanno fatto da letto questa notte, con l’odore dei pini e della notte; definitivamente sulla terra ora, e con l’alba del giorno a venire. E poi, egli disse, poiché tutto il resto era solo nella sua testa e non l’aveva detto: “Oh Maria,” disse “io ti amo e ti ringrazio per questo”.


La traduzione dell’edizione Mondadori è di Maria Napolitano Martone.
Gli estratti presenti nell’articolo corrispondono, nell’ordine di inserimento, alle seguenti pagine: cap.XIII pp.167-168; cap.XXVI pp.320-321; cap.XXXI p.368; cap.XXXVII P.401
Le immagini inserite nell’articolo sono tratte dal film For Whom the Bell Tolls, diretto nel 1943 da Sam Wood e interpretato da Gary Cooper (Robert Jordan) e Ingrid Bergman (Maria).

Link consultati:

Calvino, Hemingway e “Per chi suona la campana” (pagine dove si parla, tra le altre cose, delle polemiche sollevate dal romanzo dopo la pubblicazione di alcuni capitoli sulla rivista diretta da Elio Vittorini, e della difesa di quest’ultimo sostenuta da Italo Calvino)
Sito dedicato a Elio Vittorini (contiene diversi stralci degli articoli pubblicati negli anni ‘40 sul Politecnico, che ben evidenziano le polemiche che erano insorte tra Vittorini e il Pci sul rapporto tra cultura e politica)
Biografia di Ernst Hemingway (a cura di Carlo Sangalli)

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