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Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza imbrogliare le carte (Indice analitico e Note del curatore inclusi)

Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza sgarrare (Indice analitico e Note del curatore inclusi)

Come si sarà capito dalla foto, in questo periodo sto leggendo, tra le altre cose, anche un romanzo di Nabokov, che forse sarebbe meglio definire non-romanzo, o meglio ancora iper-romanzo: Fuoco pallido. Il mio primo Nabokov, lo confesso. Meglio tardi che mai. Probabilmente avrei fatto meglio a cominciare con Lolita, che da quanto si legge in giro sembra essere più indicato come approccio, ma come al solito ho l’abitudine di complicarmi l’esistenza. Questo infatti è un testo abbastanza complesso, con più livelli di lettura e di difficile impatto, che però – bisogna riconoscerlo – non pecca di inventiva e originalità. Lo stile descrittivo è ricercato, raffinato, dettagliatissimo (forse a volte anche troppo), a tratti così sublime da far girare la testa, mentre la trama è davvero singolare e audace, fuori da ogni schema.
Riassumendo al massimo, si tratta di un poema di novecentonovantanove versi, suddivisi in quattro canti, seguito da un lungo e articolato commento ai versi stessi. L’autore del poema è un tale John Shade, che l’ha scritto pochi mesi prima del suo decesso, mentre il commento è redatto da un certo professor Charles Kinbote, che si picca di essere stato amico del poeta e di essere l’unico in grado di interpretarne i versi. Il problema, però, è che li interpreta a sua scelta e piacere, cercando in ogni parola dei possibili riferimenti al mondo di Zembla (reale o immaginario?) e alle vicissitudini del suo sovrano esiliato, Charles il Beneamato (Kinbote stesso?), braccato da un sicario che ha l’incarico di liquidarlo.
La difficoltà sta nel fatto che il romanzo, così com’è stato strutturato, costringe chi lo legge a saltare continuamente avanti e indietro – dal poema al commento, dal commento al poema – nel tentativo di scovare dei nessi chiarificatori tra le due parti, che in realtà però non esistono. Così capita che ad un certo punto, snervati da tanta fatica improduttiva, si decida all’improvviso di esplorare solo la seconda parte del romanzo, quella del commento, prendendolo così com’è, come un fiume che scorre in piena, senza sentirsi troppo in colpa per il balzo trasgressivo. E allora a questo punto tutto cambia, e in men che non si dica ci si ritrova comodamente seduti in poltrona, con un bicchiere di scotch in mano, mentre dalla finestra si comincia a scorgere un panorama di rara bellezza, traboccante di ingegnosi sviluppi letterari, davanti al quale svaniscono, come neve al sole, anche le ultime resistenze.

Non aggiungo altro, per ora; rifletto solo sul fatto che la complessità dell’opera, in particolare la sovrapposizione di più storie e i mille rivoli secondari con cui Nabokov modella eleganti e gustose miniature narrative, impedisce forse al lettore di appassionarsi veramente alla vicenda, sebbene abbia però l’effetto di incantare per la forma stilistica adottata e per un’inventiva che non conosce limiti. É un romanzo ipertestuale forse più da ammirare che non da amare, ma questo lo potrò dire con certezza solo quando l’avrò finito, e magari anche riletto. Mi piacerebbe sentire il parere di chi l’ha gustato e apprezzato questo sorprendente parto nabokoviano, ma anche di chi l’ha trovato pesante, difficile, di suo non gradimento. Evitando di rivelarmi la parte finale, se possibile, visto che devo ancora smaltire un centinaio di pagine. Naturalmente sono graditi anche i pareri su altre opere dello scrittore, comprese segnalazioni di articoli e suggerimenti vari.

Una bella foto di Hemingway. Attenzione però, che quello sguardo indagatore, a metà strada tra il severo e il bonario, è proprio rivolto a noi recensori, affinché ne parlassimo solo bene della sua opera. E da dove si trova ora, state pur certi che non gli sfugge nulla.

Una bella foto di Hemingway. Attenzione però, che quello sguardo indagatore, a metà strada tra il severo e il bonario, è proprio rivolto a noi recensori, affinché ne parlassimo solo bene della sua opera. E da dove si trova ora, state pur certi che non gli sfugge nulla.

Post Scriptum: ho finito da pochi giorni Per chi suona la campana, dell’adorato Hemingway, che mi ha coinvolta veramente di brutto, tant’è che l’ho divorato. E già sento che mi manca. Tutto un altro tipo di lettura, in questo caso: immediata, scorrevolissima, di forte impatto emotivo. Personaggi che si fanno odiare o amare, senza concedere sconti. Ma tutti resi così bene che ti sembra quasi di vederteli accanto, di sentire i loro dialoghi dal vivo. Adesso sono in piena fase di elaborazione dati, impegnata nel mettere a fuoco e riassettare tutta la gamma di impressioni assorbite dai vari capitoli, nel tentativo di farne una recensione che sia degna di questo nome. Mi auguro di riuscirci, anche per non contrariare la ben nota puntigliosità dello scrittore; non sia mai che per causa mia debba rivoltarsi nella tomba, non riuscirei a perdonarmelo. Qualcuno si starà forse chiedendo come sia possibile passare in così breve tempo e con tanta disinvoltura da un Hemingway ad un Nabokov, considerando le penne totalmente differenti. Si può fare, si può fare. L’ingordigia letteraria, ahimè, non solo pecca a volte di criterio, ma spesso non conosce freni. E voi, cari colleghi e visitatori del blog, cosa state leggendo di interessante in questo periodo? Un’altra curiosità: qual è stato il romanzo più insolito, difficile o faticoso in cui vi siete imbattuti negli ultimi anni, e se in tale frangente avete tenuto duro o desistito… Con soddisfazione, alla fine, o con un senso di irritazione per la perdita di tempo? Con rammarico, nel secondo caso, o con un impeto liberatorio che non conosce eguali?

A seguire, l’Incipit del poema e del commento al poema. Non so se un giorno riprenderò o meno il filo del discorso, perché non sempre sento la necessità di tradurre in recensioni le mie letture. Nel frattempo segnalo agli interessati l’analisi ben curata che si può leggere in questo blog, che è una vera e propria miniera di preziose recensioni, da setacciare a più riprese nel corso del tempo.


CANTO PRIMO

Ero l’ombra del beccofrusone ucciso
dall’azzurro ingannevole del vetro;
ero la macchia di cinerea lanugine – e
vivevo volavo nel cielo riflesso.
E anche da dentro, sì, mi sdoppiavo,
e con me il lume e una mela sul piatto:
scostando le tende della notte, lasciai che il buio
specchio sospendesse il mobilio sopra l’erba,
e qual fu l’incanto quando una nevicata
coprì la fugace visione del mio prato
tanto che sedia e letto stavano esattamente
sulla neve là fuori, in quella contrada di cristallo.

COMMENTO

Versi 1-4: Ero l’ombra del beccofrusone ucciso.

L’immagine di questi versi iniziali è chiaramente quella di un uccello tramortito in pieno volo dall’urto violento contro la superficie esterna del vetro di una finestra in cui il cielo si specchia creando, pur con una sfumatura di colore più intensa e il trascorrere più lento di una nuvola, l’illusione di spazio ininterrotto. E vediamo con gli occhi della mente John Shade nella primissima adolescenza, un giovinetto privo di attrattive fisiche, ma per il resto stupendamente sviluppato, che subisce il primo shock escatologico della sua vita quando, con dita incredule, solleva dal terreno erboso quel corpicino compatto, ovoidale, e fissa le strisce color ceralacca che ornano le ali grigio-brune e le penne caudali aggraziate, dalle punte di un giallo brillante, come di vernice fresca. (……)

(Fuoco pallido, Vladimir Nabokov, Adelphi, 2002 – traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto)

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