Tag

, , , ,

Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta

Wisława Szymborska (Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta)

Nel precedente post ho parlato dello stile piacevolmente ironico di Szymborska, e di quanto spesso il suo messaggio risulti comprensibile, accessibile un po’ a tutti, pur non essendo affatto scontato. Un’altra particolarità della sua poetica, che proprio per questo la rende unica e riconoscibile, è l’attenzione quasi sempre rivolta alla quotidianità del mondo reale, con osservazioni che decollano da un’inezia, da un dettaglio anche banale, per poi allargarsi in volo ad una visuale di più ampio significato. Non a caso l’autrice era stata definita una miniaturista dai critici letterari, proprio per questa sua tendenza a “comprimere” nei versi gli aspetti più pregnanti della condizione esistenziale umana, con un uso spesso felice e talora sorprendente delle metafore adottate.
Solo lei poteva, ad esempio, dedicare dei versi a una cipolla, intesa come ideale di perfezione da contrapporre all’essere umano, il quale ha sì il dono di una preziosa e irrepetibile singolarità, ma purtroppo è anche impastato di continue contraddizioni, di conflitti e zone d’ombra, tutti difetti che l’ortaggio sembra invece non conoscere (La cipolla, p.389):

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

C’è quindi in Szymborska una speciale attenzione per l’elemento banale, per l’oggetto anche trascurato, da cui partono ogni volta delle meditazioni che man mano si ammantano di ulteriori significati, e di questa predilezione per il dettaglio ce ne parla perfino in una delle sue poesie, in particolare quando scrive: «Quattro miliardi di uomini su questa terra, / ma la mia immaginazione è uguale a prima. / Se la cava male con i grandi numeri. / Continua a commuoverla la singolarità» (Grande numero, p.341). Anche perché il Tutto, l’intero, il totale, il globale, cos’è in fondo se non una parola sfrontata e gonfia di boria, che finge di non tralasciare nulla, che finge di concentrare, includere e contenere, mentre invece, alla resa dei conti, è soltanto “un brandello di bufera”? (Tutto, p.623).

Altresì è affascinante che da questo sguardo sull’ordinario, dall’osservazione delle cose più minute o scontate, scaturiscano all’improvviso sensi e implicazioni inattesi, che ci fanno capire quanto la trama delle circostanze possa essere complicata e nondimeno determinante. Quello dell’autrice è pertanto un discorso che a tratti assume anche una valenza filosofica, in particolare quando si esprime con pensieri in forma di domanda o di catene di domande. Molte poesie aprono infatti delle parentesi dentro altre parentesi attraverso approcci mai definitori, con formulazioni che non arrivano mai a un verdetto, a una sentenza conclusiva, ma al contrario schiudono ulteriori spazi di riflessione. È come se i pensieri dell’autrice traessero linfa vitale da una costante affermazione dei propri dubbi, come anche dalla convinzione che le domande siano più importanti delle risposte. Pensieri che quindi non smettono di porsi degli interrogativi sulla vita, sul mondo e sul senso dell’esistenza, nel tentativo di squarciare il velo della banalità quotidiana, ma che poi si arenano anche nella consapevolezza, tutta socratica, di “sapere di non sapere”. Anche perché l’uomo non è solo destinato a cadere e rialzarsi, a imparare a stare al mondo attraverso i propri errori, ma è anche condannato all’impossibilità di poter cogliere il significato più profondo (o meglio ultimo) delle cose…

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Questa poesia (Appunto, p.617) ci offre quindi un po’ la summa del pensiero di Szymborska, e appare come un chiaro esempio di quella sua volontà di esplorare l’esistenza senza lasciarsi fuorviare da false certezze, da idee precostituite, pur sapendo che un simile percorso non è affatto agevole. É un bisogno di cercare la Verità che procede sempre a braccetto con la coscienza della propria ignoranza, e non a caso c’erano due parole care all’autrice, due parole piccole ma alate (“non so”), che aveva citato anche nel discorso alla cerimonia del Nobel, dove aveva appunto spiegato che l’ispirazione – e non solo quella poetica – arriva sull’onda di una curiosità che non viene mai meno, da un interrogativo mai risolto del tutto da cui nasce ogni volta un profluvio di nuovi interrogativi.

«Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole “patrimonio artistico”».

Da tale riflessione appare chiaro quanto non sia l’appagamento a dare la felicità bensì la continua ricerca, perché solo la voglia di porsi continue domande permette all’uomo di indagare più a fondo la realtà che lo circonda, sia essa visibile o ancora non visibile, fino al punto di scorgerci qualcosa di significativo. Da qui la tipica sequenza di domande che contraddistingue alcune sue poesie, che però non stanca il lettore ma anzi lo interessa, lo coinvolge, perché gli offre il piacere di scoprire ogni volta una nuova pertinenza che nasce da una precedente associazione. Questo grazie anche al fatto che l’autrice dà spesso l’impressione di parlare non in generale ma ad ogni singolo fruitore delle sue poesie, di cui sembra cogliere sensazioni, timori, intuizioni trasferendole su un piano concettualmente più elevato. In un modo però, come già detto, non dogmatico e sentenzioso, bensì incerto, dubbioso, capace di spianare la strada ad ulteriori riflessioni… Come ad esempio nella seguente poesia, che a mio parere ha veramente qualcosa di socratico in tutto quell’interrogarsi e riflettere (Domande poste a me stessa, p.19):

(……)

Con certezza tutto,
afferri della gente?
Risposta evasiva la tua,
insincera,
uno scherzo da niente –
i danni li hai calcolati?
Irrealizzate amicizie,
mondi ghiacciati.
Sai che l’amicizia va
concreata come l’amore?
C’è chi non ha retto il passo
in questa dura fatica.
E negli errori degli amici
non c’era tua colpa?
C’è chi si è lamentato e consigliato.
Quante le lacrime versate
prima che tu portassi aiuto?
Corresponsabile
della felicità di millenni –
forse ti è sfuggito
il singolo minuto
la lacrima, la smorfia sul viso?

(……)

Un’altra cosa interessante della sua poetica è che il senso del metafisico non si traduce mai in forme di angoscia o esaltazione, ma si esprime come accettazione stupita della vita. Quello di Szymborska non è uno sguardo di paura, di timore riverenziale per una realtà che sfugge sempre ad una completa percezione umana, ma è uno sguardo di continuo e rinnovato stupore per il mondo (Allegro ma non troppo, pag.315):

Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

(……)

Come l’autrice ha dichiarato nell’ormai stracitato discorso del Nobel (che a questo punto vi consiglierei di leggere per intero in questa pagina, perché merita per la bellezza e profondità dei contenuti), «Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali (di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti (già morti? ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.»

Uno stupore da intendere quindi come meraviglia, non per fatti e circostanze di carattere soprannaturale ma per il mondo così com’è, che è già straordinario in se stesso per come si presenta tutti i giorni ai nostri occhi, anche nei suoi aspetti più normali e ovvii. Insomma, leggendo Szymborska si impara a scorgere il portentoso anche nelle cose più banali e comuni (stimolo per il quale dovremmo esserle grati), come si evince anche da quest’altra bellissima poesia (La fiera dei miracoli, p.483):

Un miracolo comune:
l’accadere di molti miracoli comuni.

Un miracolo normale:
l’abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.

Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
e riesce a nascondere una grande pesante luna.

Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull’acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l’acqua sia poco profonda.

Un miracolo all’ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.

Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si levano in volo.

Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3.14
e tramonterà alle 20.01

Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l’inimmaginabile
è immaginabile.

Alla fine il mondo delle meraviglie è dunque qui, è quello che ci circonda tutti i giorni e che per noia o per abitudine fingiamo di non vedere; è un mondo che si dilata e si contrae dal cosmico al quotidiano, dalle origini più antiche all’attimo presente, ricco di tante realtà da scoprire o rivedere sotto una nuova luce, purché si trovi la forza di oltrepassare l’apparenza immediata delle cose…
Come scrive Pietro Marchesani nell’introduzione, la poetessa ha la capacità di percepire, come nel buddhismo zen, il miracolo normale del vivere, e dallo stordimento d’animo che ne deriva si apre a una nuova percezione della realtà, «ripulita dalle incrostazioni e deformazioni che hanno reso pesanti le palpebre dell’occhio umano». Perché è proprio nella visione folgorante dei singoli particolari che si può accedere alla sostanza metafisica delle cose, quelle che solo la contemplazione e la speculazione sono in grado di cogliere. La sua poesia è quindi anche rivelatoria, visto che ripristina «il contatto fra il quotidiano e l’assoluto, riporta a una smarrita pienezza di pensiero e restituisce la consapevolezza – stupefacente – che il vero miracolo è nella vita stessa».

Per quanto riguarda il carattere filosofico di alcune poesie, trovo sia molto interessante anche la visione di un Tutto racchiuso in un congenito e variegato sistema, dentro cui il caso (ogni caso) è la tessera, piccola e assoluta insieme, di un gioco infinitamente grande e affascinante che cerca la sua conclusione, così come trapela dai seguenti versi (Non occorre titolo, p. 497):

Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in una mattina assolata.
É un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti,
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi degni di memoria.

Comunque siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
esattamente come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima del sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.

Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
prima ha dovuto spingerle fin qui.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per questo il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato, meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi non solo gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

Fitto e intricato è il reame delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno nell’onda in cui si infila un fuscello.

Si dà il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono solamente sue,
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un’altra, non d’un altro, ma solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.

In molte poesie di Szymborska è spesso presente, anzi incalzante, l’interrogativo sul senso di un universo apparentemente governato dalla casualità, ma che – come spiega sempre Marchesani – sembra pure “calarsi nel fitto intreccio delle circostanze”. Molto esemplificativa in tal senso è anche la seguente poesia, che ribadisce il concetto di quanto il «ricamo» delle circostanze sia incisivo per ogni piccolo fatto che ci accade attorno (Ogni caso, p.267):

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo,
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva un solo buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Ci sarebbe ancora molto da aggiungere sulla poetica di quest’autrice polacca, tante sono le suggestioni che è in grado di trasmettere al lettore, ma dovendo per forza concludere l’articolo, anche per evitare di battere il record del post più lungo degli ultimi tempi, ho pensato di chiudere il sipario con due liriche che trovo molto originali, oltre che bellissime, per le metafore adottate…
Nella prima, La gioia di scrivere (p.183, poesia che dà anche il titolo al volume della raccolta), viene messa in evidenza la libertà di poter variare o disfare a piacimento il filo creativo dei propri pensieri. Il bosco sembra infatti rappresentare, in un gioco di allusioni e metafore, la scrittura stessa, il regno dell’ispirazione creativa, mentre la cerva che sfugge al cacciatore raffigura la gioia di scrivere, vale a dire la possibilità (o meglio, il potere assoluto) da parte del poeta-scrittore di modificare in ogni istante, anche all’ultimo minuto, l’andamento e l’esito della trama…

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Sostenuta da quattro zampette prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta i rami
causati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco s’acquattano, pronte a balzare,
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio nel mirino,
pronti a correr giù per la rapida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà finché lo dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà una foglia,
né uno stelo si piegherà sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere che a mio comando è incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta di una mano mortale.

Altrettanto suggestivi sono i versi di un’altra poesia, che ci descrivono con estrema eleganza – e con uno slancio immaginativo che non ha uguali – il volo di una rondine che si staglia nel cielo (Impresso nella memoria, p.53), di cui riporto la parte finale:

(……)

Rondine, spina di nube,
àncora dell’aria,
Icaro perfezionato,
frac asceso al cielo,

rondine calligrafia,
lancetta senza minuti,
primo gotico pennuto,
strabismo nell’alto dei cieli,

rondine, silenzio acuto,
lutto festante,
aureola degli amanti,
abbi pietà di noi.

Non so voi, ma di fronte a questi versi sono rimasta estasiata, al punto che mi sono chiesta come abbia fatto l’autrice a scovare delle analogie talmente belle dalla semplice osservazione di una rondine in volo, così come spesso capita di scrutarla nel cielo… Ci mancheranno le liriche di Szymborska, quelle che aveva già in mente e tutte le altre che avrebbe potuto concepire. Ma per fortuna un poeta non muore mai, muore solo l’uomo, e al mondo – agli altri, a chi rimane – viene affidato il compito di fecondare la sua assenza.


Le poesie riprodotte nell’articolo sono state prese dal volume “La gioia di scrivere – Tutte le poesie” (1945-2009), stampato dalla casa editrice Adelphi. Le traduzioni sono di Pietro Marchesani.

Annunci