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La gioia di scrivere, Wisława Szymborska, Adelphi, 2009, 774 p

La gioia di scrivere, Wisława Szymborska, Adelphi, 2009, 774 p

La poesia, in particolare quella contemporanea, è ancora oggi relegata a un ruolo marginale – vale a dire cercata, letta e amata da non molti cultori – forse perché a volte si presenta in forma ermetica e ambigua, talora anche male impostata nella forma, agendo così da repellente verso dei possibili fruitori. Però ci sono dei casi in cui la poesia parla, parla un po’ a tutti, grazie all’immediatezza delle procedure rappresentative di cui si serve, e quando la poesia riesce a parlare sono in molti quelli che hanno ancora voglia di ascoltare.
Nel caso di Wisława Szymborska accade appunto questo miracolo, perché i suoi pensieri, per quanto interessati a cercare il senso profondo di ogni condizione umana (senza peraltro la pretesa di riuscirci), si presentano con un linguaggio di facile accesso che permette ai lettori di immedesimarsi o rispecchiarsi nelle varie questioni esposte.
A differenza dei poeti sibillini e al contrario di quelli autoreferenziali, Szymborska ha infatti la capacità di accostarsi al lettore con naturalezza, per condividere con lui gioie e dolori, interrogativi e fragilità, dubbi e speranze, come se stesse quasi parlando a un amico. Lei stessa, del resto, aveva fatto capire più volte quanto ci tenesse al fatto che i lettori percepissero le sue poesie come “fossero loro”, scritte per loro. Una predisposizione d’animo, questa, che sicuramente ha contribuito al grande successo della sua opera poetica, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli da record anche nel nostro paese.
Detto questo, devo aggiungere che non è stato facile destreggiarsi nel mare magnum di questa prolifica autrice polacca, perché il dover scegliere un numero limitato di poesie ha implicato la necessità di escluderne altre ugualmente valide, ma ho comunque cercato di fare del mio meglio per allestirne un quadro il più ampio possibile. La lunghezza dell’articolo è stata pertanto inevitabile, ma si giustifica anche col fatto che Wisława Szymborska, nata a Cracovia nel 1923 e scomparsa nel 2012, si meritava un omaggio in piena regola, con tutte le attenzioni e gli onori del caso. A causa della vasta panoramica è stato anche necessario suddividere l’articolo in due parti, in modo da non sobbarcare i lettori a troppe suggestioni tutte in una volta.

Innanzitutto vorrei parlare dello stile poetico di Szymborska, che è una gradevole mescolanza di profondità e leggerezza, di introspezione e distacco emotivo, di stupore e disincanto, con un modo di osservare le cose che pur essendo molto lucido si stempera anche nell’ironia, liberandosi così da giudizi, pesantezze e inutili retoriche.
Le riflessioni prendono spunto dalle varie questioni dell’esistere – la vita, la morte, l’amore, il tempo – e si sviluppano con una leggerezza espressiva che è priva di tortuosità e che risulta molto piacevole alla lettura. Una leggerezza beninteso solo apparente, perché in realtà è il risultato di un’attenta e rigorosa padronanza degli strumenti linguistici e metrici, che si manifestano nei suoi versi con giochi verbali e fonici, con assonanze, scansioni ritmiche, colloquialismi destinati a produrre un continuo (e inaspettato) scaturire di senso.
Ciò che incanta l’immaginazione del lettore è proprio il procedere intimamente ironico e ragionante della sua scrittura, dove non predomina quasi mai l’ego. L’autrice infatti non fa mostra di sé (se non a volte in senso autoironico), ma tende piuttosto a trasfigurarsi o autoannullarsi nelle parole. Anche perché sono gli altri, le cose esterne del mondo, ad attirare il suo interesse e ad alimentare il tono riflessivo delle poesie. Una percezione degli altri che a volte si manifesta con una compassione che però non trasborda mai oltre il limite, non si trasforma in pathos, grazie appunto alla levità e allo stupore con cui la poetessa si accosta sempre al reale. E grazie soprattutto alla già citata ironia, che sgrava i versi da ogni pesantezza. Ironia che spesso e volentieri sfocia, come già detto, nell’autoironia, al punto che l’autrice si era perfino dedicata un necrologio anzitempo (Epitaffio, p.151):

Qui giace come virgola antiquata
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente
di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.

Allo stesso modo si divertiva a scherzare sulla poesia e sui poeti in generale, sebbene fosse poi dell’idea, come si deduce da altri versi (Possibilità, p.479), che è preferibile il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverle affatto. Il problema, caso mai, è trovare poi qualcuno che li apprezzi i componimenti in versi, perché se sono in molti quelli che scrivono poesie (o pseudopoesie), sono assai di meno quelli che le leggono (Ad alcuni piace la poesia, p.501)…

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all’àncora d’un corrimano.

Ed ecco invece come descrive, sempre con la stessa sottile ironia, l’adesione e la reazione della gente a una serata di letture poetiche (Serata d’autore, p.149):

O Musa, essere un pugile o non essere affatto.
Ci hai lesinato un pubblico in tumulto.
Ci sono dodici persone ad ascoltare,
è tempo ormai di cominciare.
Metà è venuta perché piove,
gli altri sono parenti. O Musa.

Le donne sverrebbero liete in questa serata,
non qui però, ma solo a un match di pugilato.
Le scene dantesche sono soltanto lì.
E le ascese in cielo. O Musa.

Non essere un pugile, essere un poeta,
avere una condanna ai valéry forzati,
in mancanza di muscoli mostrare al mondo
poesiole da leggersi a scuola – tutt’al più –
o Musa. O Pegaso,
angelo equino.

In prima fila un vecchietto dolcemente sogna
che la moglie buonanima, risorta,
gli sta per cuocere la crostata di prugne.
Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci,
cominciamo a leggere. O Musa.

Sono versi che ironizzano non solo sul disinteresse del pubblico, ma anche sulla tendenza da parte dei poeti stessi a non credere abbastanza nel proprio operato, a non fare granché per valorizzarsi e distinguersi fra gli altri. Nel famoso discorso tenuto nel 1996 di fronte all’Accademia svedese, in occasione del ritiro del Nobel per la letteratura, Szymborska aveva proprio toccato tale questione, sottolineando quanto fosse difficile considerarsi oggigiorno un poeta in un mondo dove per essere guardato con sufficiente riguardo devi possedere almeno qualche titolo scientifico: «Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…».
Il suo è quindi un invito, rivolto in senso generale, a rivalutare l’importanza dell’attività poetica al di là di qualsiasi attestato, anche perché l’ispirazione è libera, democratica, può manifestarsi in ogni persona e fase d’età, e di certo non ha bisogno di percorsi accademici per riuscire a sbocciare. Scrivere poesie è una vocazione, è un atto spontaneo che va sviluppato mediante un intimo e continuo dialogo con se stessi, quindi non può essere insegnato se non per le basilari nozioni metriche, né forzato e imposto in alcun modo.

Ritornando al contenuto ironico delle poesie, vi propongo alcuni versi tratti da Sulla morte senza esagerare (p.429), che mettono per l’appunto in ridicolo la vecchia signora con la falce, eterno spauracchio dell’umanità. Solo Szymborska poteva avere il coraggio di canzonarla in un modo simile: una morte che…

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

(……)

L’ironia era quindi il marchio di fabbrica di questa gentile signora polacca, tanto schiva e riservata nella vita privata quanto arguta nelle sue poesie. Un’ironia dal sapore spesso dolceamaro, così come si manifesta anche nelle liriche che trattano di problematiche affettive e sociali, dove viene innanzitutto messo in scena il problema dell’incomunicabilità tra gli esseri umani e le relative disillusioni… Ad esempio, cosa accade di solito tra due persone che si incontrano per caso dopo molto tempo? (Un incontro inatteso, p.129)

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano a gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

Come si è potuto notare, quello di Wisława Szymborska è uno sguardo beffardo (ma mai cattivo) su delle circostanze che in un modo o nell’altro ci toccano tutti, che prima o poi ci vedono protagonisti… I fatti, le persone, le situazioni anche più critiche della quotidianità vengono sempre osservati con comprensione e sense of humour, senza atteggiamenti di biasimo o condanna. Anche nell’eccessiva serietà l’autrice ci vedeva qualcosa che faceva sempre un po’ ridere, perché era dell’idea che il senso dell’umorismo potesse anche convivere con la cognizione del dolore, oltre che con il costante disagio di dover sottostare ai limiti umani. Perché in fondo, anche se l’uomo è imperfetto, anche se la società è piena di buche e falle, c’è sempre la possibilità di salvarsi con la fantasia, visto che permette di coltivare nella mente l’immagine (ironica sì, ma anche speranzosa) di una nuova edizione riveduta e corretta del mondo (Progetto un mondo, p.97), fatta apposta…

per gli idioti, ché ridano,
per i malinconici, ché piangano,
per i calvi, ché si pettinino,
per i sordi, ché gli parlino.

dove il Tempo…

ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia – lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perché troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.

(……)

In definitiva – continuano i versi – un mondo dove la vecchiaia è solo la morale a fronte d’una vita criminosa (ah, dunque sono giovani tutti!), dove la sofferenza non insulta il corpo, dove la morte provoca meno dolore di una rosa tenuta in mano, meno sgomento di un petalo sul pavimento… Chi non vorrebbe vivere in un mondo siffatto? Chissà quanti ci farebbero la firma!

E non poteva naturalmente mancare un po’ di canzonatura nelle poesie dedicate all’amore, come ad esempio in quella che segue, che mette la coppia all’interno di una prospettiva dai contorni farseschi, ma nel contempo molto significativa (Opera buffa, p.49):

Passerà il nostro amore,
e poi cento e altri cent’anni,
poi saremo ricongiunti:

commedianti lui e lei,
e del pubblico gli amati,
finiremo sulla scena.
Una farsa con ariette,
qualche ballo, molte risa,
un buon quadro di costume,
molti applausi.

Sarai buffo certamente
sulla scena, un geloso
incravattato.

La mia testa in subbuglio,
il mio cuore e l’orgoglio,
sciocco cuore che è spezzato
e l’orgoglio calpestato.

E così c’incontreremo,
lasceremo, risa in sala,
sette passi, sette leghe
tra di noi c’inventeremo.

E quasi non bastassero
i dolori della vita
– ci uccideremo con le parole.

Poi faremo un bell’inchino
che alla farsa porrà fine.
Tutti a letto se ne andranno
divertiti da morire.

Loro – liete vite avranno,
e l’amore domeranno,
una tigre stesa ai piedi.

Noi – per sempre un po’ così,
con berretti di sonagli,
barbari dai loro trilli
incantati.

Ed è possibile prendere in giro anche Un amore felice (p.331), o meglio ironizzare su quelle persone che quando vedono una coppia ben assortita provano una sorta di inconfessabile invidia? Che si sentono moralmente abbattute per una felicità di cui loro non possono godere? Ma in fondo è serio, è utile un amore felice? Che se ne fa il mondo (pensa l’invidioso) di due esseri che non vedono il mondo?

(……)

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano –
sembra un complotto contro l’umanità!

(……)

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

In conclusione – aggiunge la poetessa – chi non conosce l’amore felice fa benissimo a illudersi che in nessun luogo esista. Perché con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire. Quante volte, infatti, lo scetticismo serve da schermo per non avvertire un vuoto interiore, per convincersi di non avere bisogno di nulla, anche se in realtà i desideri sono assillanti e spesso premono a livello inconscio.

Nelle liriche che invece parlano di drammi storici più o meno recenti l’ironia scompare quasi del tutto o si stempera in un’amara malinconia, che sottende l’impossibilità di trovare risposte per tanto dolore. Una malinconia che però non scivola mai nell’eccesso e che non prende il sopravvento sull’abituale pacatezza con cui l’autrice osserva il mondo. Forse si potrebbe parlare di disincantata amarezza con toni di compassione appena accennati, ma non per questo incapaci di far presa sul lettore.
Capita a volte che l’evento descritto venga reso con un’immagine di forte impatto realistico/emotivo, come ad esempio nella poesia dedicata alla strage delle Torri Gemelle (Fotografia dell’11 settembre, p.607), dove l’attenzione è tutta focalizzata sulle persone che si lanciano dalle finestre per sfuggire alle fiamme, sulle chiavi e le monete che cadono dalle loro tasche, sulle loro vite ancora pulsanti che tra pochi attimi non ci saranno più…

Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro –
descrivere quel volo
e non aggiungere l’ultima frase.

Come al solito sono i dettagli che parlano nelle poesie di Szymborska, colti e fissati nell’istante tragico così come osservati in una fotografia. In questo caso dettagli che hanno lo scopo di colpire, di scuotere chi sta leggendo, per rendere al massimo l’idea di una quotidianità violata, spezzata, senza più futuro.
Tremenda, bellissima e altamente significativa anche la poesia Gente (p.605), che ci parla di persone che fuggono da un paese in guerra, una realtà purtroppo ancora presente nei nostri tempi…

Gente in fuga davanti ad altra gente.
In un qualche paese sotto il sole
e alcune nuvole.

Si lasciano alle spalle un qualche loro tutto,
campi seminati, delle galline, cani,
specchietti in cui il fuoco ora si sta guardando.

Hanno sulle spalle brocche e fagotti,
quanto più vuoti, tanto più di giorno in giorno pesanti.

C’è chi in silenzio si sta fermando,
e chi nel chiasso a un altro il pane sta rubando
e chi un bambino morto sta scuotendo.

Davanti a loro una qualche via che non è mai quella,
un ponte che non è quello che occorre
sopra un fiume stranamente rosa.
Intorno spari, più vicino, più lontano,
in alto un aereo che fa qualche giro.

Ci vorrebbe dell’invisibilità,
della grigia pietrosità,
e, ancor meglio, dell’inesistenzialità
per un tempo breve oppure lungo.

Qualcosa ancora – ma dove e cosa – accadrà.
Qualcuno gli andrà incontro, ma quando, chi sarà,
in quante forme e con quali intenzioni.
Se potrà scegliere,
forse non vorrà essere nemico
e li lascerà in una qualche vita.

Quel “ci vorrebbe dell’invisibilità, della grigia pietrosità” (primi versi della penultima strofa) ha qualcosa di veramente forte, intenso, che ben esprime tutta la drammaticità di chi deve scansare ogni giorno dei pericoli per cercare di salvare la pelle.
La guerra fa da sfondo anche ai contenuti di La fine e l’inizio (p.503), considerata dal poeta e scrittore russo Iosif Brodskij una delle cento migliori poesie del XX secolo, che riporto qui di seguito per intero, perché amputarla sarebbe un peccato:

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Una poesia magnifica, forse una delle più alte del libro, che con parole brevi e incisive racconta tutto quello che accade al termine di un conflitto (le vite spezzate, le rovine da riedificare, il peso ancora doloroso dei ricordi), e che nelle ultime strofe sottolinea anche il rischio della perdita della memoria storica, a causa del tempo che ne cancella ogni traccia. Spetta quindi agli uomini il compito di non dimenticare, di tramandare ai posteri il ricordo di orrori che non devono ripetersi. Anche perché alla fine di ogni fase distruttiva, per quanto tremenda sia stata, La realtà esige (scrive l’autrice in un’altra poesia, p.511) che la vita inizi un nuovo ciclo, che riprenda al più presto il suo corso, per ricondurre ogni cosa ad uno stato di normalità…

(……)

C’è un distributore di benzina
nella piazza di Gerico,
ci sono panchine dipinte di fresco
sotto la Montagna Bianca.
Lettere vanno e vengono
tra Pearl Harbour e Hastings,
un furgone di mobili transita
sotto l’occhio del leone di Cheronea,
e ai frutteti in fiore intorno a Verdun
si avvicina il fronte atmosferico.

C’è tanto Tutto
che il Nulla è davvero ben celato.
Dagli yacht ormeggiati ad Anzio
arriva la musica
e le coppie danzano sui ponti al sole.

Talmente tanto accade di continuo
che deve accadere dappertutto.
Dove non è rimasta pietra su pietra,
c’è un carretto di gelati
assediato dai bambini.
Dov’era Hiroshima
c’è ancora Hiroshima
e si producono molte cose
d’uso quotidiano.

(……)

Per quanto un evento sia stato tragico, al termine di una condizione se ne deve instaurare subito un’altra. É necessario, anzi vitale per la sopravvivenza stessa del pianeta, che una qualsiasi cosa vada ad occupare lo spazio vuoto lasciato da un’altra. E che la lotta per le condizioni che favoriscono la vita non abbia mai fine. Anche perché, malgrado tutto, al di là di ogni crudeltà possibile e immaginabile, «questo orribile mondo non è privo di grazie, non è senza mattini per cui valga la pena svegliarsi».

Forse non ci sono campi se non di battaglia,
quelli ancora ricordati,
quelli già dimenticati,
boschi di betulle e boschi di cedri,
nevi e sabbie, paludi iridescenti
e forre di nera sconfitta,
dove per un bisogno impellente
ci si accuccia oggi dietro un cespuglio.

Qual è la morale? – forse nessuna.
Di certo c’è solo il sangue che scorre e si rapprende
e, come sempre, fiumi, nuvole.

Sui valichi tragici
il vento porta via i cappelli
e non c’è niente da fare –
lo spettacolo ci diverte.

(continua)


Note aggiuntive:

Per quanto riguarda le liriche di carattere storico-sociale, vi invito anche a leggere L‘Odio e Scorcio di secolo (già pubblicate in questo post), che sono altrettanto importanti per le riflessioni che sviluppano.

Le poesie riprodotte nell’articolo sono state prese dal volume “La gioia di scrivere – Tutte le poesie” (1945-2009), stampato dalla casa editrice Adelphi. Le traduzioni sono di Pietro Marchesani.

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