Tag

, , , , ,

Situato nel cuore del centro storico di Rovereto, questo spazio espositivo fu concepito e progettato in ogni dettaglio dallo stesso Fortunato Depero, che fin dal 1956 ne curò personalmente il restauro e l’arredamento per allestirci una vasta gamma delle sue opere: quadri, disegni, arazzi, marionette, locandine pubblicitarie, mobili e giocattoli, volumi e cataloghi. L’artista non riuscì però a godersi in pieno i risultati raggiunti, visto che morì un anno dopo l’inaugurazione, avvenuta nell’agosto del 1959. Nel corso del tempo il museo fu restaurato e ampliato dal Comune di Rovereto e riaperto al pubblico nel 2009, in occasione delle celebrazioni per il centenario del Futurismo. Da diversi anni la casa-museo fa parte del complesso del Mart, che comprende anche la sede principale in Corso Bettini (di cui avevo parlato in questo articolo) e la Galleria Civica di Trento.

Fortunato Depero (1894-1960), nonostante sia oggi poco citato e ricordato, rivestì un ruolo di primo piano nell’avanguardia futurista del primo Novecento, sulla scia di Boccioni, Marinetti e Balla, e dagli anni ‘20 sperimentò anche nelle aeree artistiche del cubismo, del surrealismo e della ricerca metafisica. Dotato di un carattere eclettico, si cimentò in diversi linguaggi espressivi anche inediti, come ad esempio l’invenzione di una moderna grafica pubblicitaria, attraversando “gioiosamente” (come amava dichiarare egli stesso) tutti i campi dell’arte, dal design fino al teatro.

depfoto1Potente, vulcanico, ultrasensibile: così Depero veniva definito dai suoi amici Marinetti, Boccioni e Balla, per via del suo atteggiamento sempre esultante, super attivo, promotore di un’inventiva sfrenata e irrefrenabile. Con Giacomo Balla, in particolare, stringerà un legame solido e profondo che sfocerà nel famoso manifesto intitolato Ricostruzione futurista dell’universo (1915), che aveva lo scopo di promuovere un’espressione artistica dinamica, ultra-colorata, ultra-ottimista, vibrante e simultanea, protesa a dare “scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile”, e quindi destinata a diventare oggettiva, a materializzarsi nella vita delle persone. Se il primo futurismo era rimasto, tutto sommato, legato a un ambito prevalentemente pittorico e scultoreo, con questo nuovo manifesto cominciava ad espandere il suo campo d’azione alle arti applicate: architettura, design, arredamento, moda. L’intento di questo gruppo di artisti era proprio quello di progettare una radicale trasformazione dell’ambiente umano che coinvolgesse tutti gli ambiti della vita (dall’arredo al teatro, dalla musica alla danza, dal manifesto pubblicitario alla progettazione dell’oggetto d’uso), abbandonando ogni genere di vecchio schematismo per un’arte che fosse finalmente “presenza, oggetto e azione”.

Depero e Marinetti, con i panciotti disegnati da Depero, al Congresso futurista del novembre 1924

Depero e Marinetti, con i panciotti disegnati da Depero, al Congresso futurista del novembre 1924

Il futurismo, che visse il massimo del suo splendore negli anni ’10-’20, si presentava quindi come una corrente d’avanguardia, rivoluzionaria, protesa alla ricostruzione del “giocondo spettacolo dell’universo”. In altre parole, l’idea era quella di smontare l’universo per poi ricostruirlo, senza però adattarsi alle forme del mondo ma traducendole in nuove forze. E tutto questo veniva affrontato con spirito esultante e giocoso, perché lo scopo primario era proprio quello di ricostruire l’universo “rallegrandolo”. Nell’ambito di una tale visione acquistava quindi grande importanza l’utilizzo di materiali diversi, come stoffe, fili di ferro e piani di cartone, per dare all’opera una struttura plastica e dinamica. Così come acquistavano rilievo la luce e il movimento, ottenuti mediante lampade interne e complessi plastici girevoli su più perni, che si scomponevano in più strati rumoreggiando e suonando simultaneamente per ottenere l’effetto di uno splendore geometrico e meccanico, nonché sonoro.

Complesso plastico motorumorista a luminosità colorate e spruzzatori, 1915

Complesso plastico motorumorista a luminosità colorate e spruzzatori, 1915

Pertanto non solo invenzioni plastico-pittoriche, che sbocciavano in un tripudio di volumi ed estasi cromatiche, ma anche movimento, vitalità, con linee dinamiche che avevano la funzione di esprimere al massimo la mutevolezza degli stati d’animo. Per i futuristi ciò che più contava era il delirio eccitante della velocità, che fa muovere e agitare ogni elemento pittorico o scultoreo. Il loro intento era quello di coniugare la geometria con la meccanica, di esaltare il rapporto “uomo-macchina”, la fiducia incondizionata nel progresso. Una volontà di osare, di andare oltre la pittura, di non porsi limiti espressivi, che rifiutava quindi il passato e la tradizione, che frantumava ogni logica accademica.

Solidità di cavalieri erranti, 1927, olio su tela

Solidità di cavalieri erranti, 1927, olio su tela

«É meschino quel pittore che oggi altro non sa dipingere che piccoli paesaggi, grigi di poche nuvole, verdastri di pochi prati morti e non sa ammirare ed ispirarsi che da un casolare disperso e diroccato, da qualche vaccherella smarrita, da qualche sucido rigagnolo o da qualche vecchia fontana ammuffita ed asmatica. Noi futuristi adoriamo le centrali elettriche, le stazioni ferroviarie, gli hangars, le corazzate, i giganteschi transatlantici, gli opifici in diabolico fermento produttivo, i multiplani volanti, i treni-proiettili. A simiglianza di queste meraviglie ricostruiremo l’universo: vacche-motocicli, cavalli-cicli d’acciaio, soli artificiali, alberi colorati di zinco e cemento armato, flora meccanica a sorpresa, nuvole pubblicitarie domate da registri precisi, temporali teatrali nello spazio ecc. Sempre primi e prima di tutti, guadagnandoci con raggiante allegria e dentiere d’acciaio il primato artistico mondiale.»

Questo proclama, che ben rappresenta un palese rifiuto per tutto ciò che è vecchio e sorpassato, è stampato nel famoso libro imbullonato pubblicato da Depero nel 1927 con la collaborazione dell’amico editore Felice Azari. È una sorta di libro-oggetto composto da 234 pagine, con copertina in cartone rigido e chiusura realizzata con bulloni in alluminio. Un libro quindi imbullonato come un motore, che richiama alla mente un’idea di progresso, di modernismo, e che contiene disegni, riproduzioni fotografiche e composizioni parolibere, stampate con i caratteri tipografici più disparati.

Depero si occupò anche di teatro, realizzando costumi e allestimenti plastici per svariate scenografie, e nel museo di Rovereto si possono ammirare in una saletta i suoi famosi Balli Plastici (che esordirono a Roma nel 1918, nel teatro dei Piccoli), una delle prime sperimentazioni di teatro d’avanguardia con automi portata avanti con la collaborazione del poeta svizzero Gilbert Clavel. Le marionette di legno, dipinte con colori sgargianti, prendevano il posto degli attori sul palco (accompagnate da musiche di Casella, Malipiero, Bela Bartok e Gerald Tyrwhitt), ricreando delle suggestioni legate all’infanzia, al sogno, al magico.

A destra i Balli Plastici, a sinistra la tarsia in panno “Festa della sedia” (che risale al 1927)

Nella primavera del 1919 Depero aprì a Rovereto la Casa d’Arte Futurista, un vero e proprio laboratorio di arti applicate e decorative che produceva arazzi, cuscini, mobili, giocattoli, allestimenti per saloni, teatri, hotel. Al suo fianco, insieme ad altre persone, lavorava anche la moglie Rosetta Amadori, che tagliava e cuciva i pezzi degli arazzi disegnati dal marito. La costruzione futurista dell’universo si espandeva in tal modo negli ambienti intimi, domestici, stravolgendone i canoni estetici e l’arredamento.
I famosi arazzi, o tarsie in panno, che Depero amava definire “quadri in stoffa”, perché espressione concreta di un’arte a 360 gradi che non si poneva limiti nell’utilizzo dei materiali, venivano in gran parte influenzati anche dalle sue invenzioni teatrali, visto che riproducevano sagome di automi e pupazzi. L’automa futurista diventò ben presto il leitmotiv di molte sue opere, sbocciando da ogni possibile forma geometrica (cono, cubo, cilindro). Oltretutto Depero era stato attratto fin da giovane dall’arte scultorea, oltre che affascinato dal cubismo, e forse anche per questo le sue creazioni abbondano di forme volumetriche e tridimensionali, seppure impostate in modo unico e originale.

Altri due arazzi degli anni ‘20: a destra Il corteo della Gran Bambola, a sinistra Serrada

Altri due arazzi degli anni ‘20: a destra “Il corteo della Gran Bambola”, a sinistra “Serrada”

L’artista trentino sfogò la sua inventiva anche in ambito pubblicitario, un settore che a quei tempi era alla ricerca di nuovi strumenti di rappresentazione e di comunicazione. Quella pubblicitaria era un’arte che attirava molto Depero, non solo per i possibili guadagni ma anche perché permetteva di rispondere alle esigenze moderne di attualità e concretezza, contribuendo a liberare l’immaginario collettivo dalle stantie iconografie ottocentesche. Depero collaborò con importanti aziende, come ad esempio la ditta di mattoni Verzocchi, la Magnesia San Pellegrino, il liquore Strega e la Campari. Ed è soprattutto con quest’ultima che stabilì negli anni ’20 un sodalizio duraturo e proficuo, realizzando non solo cartelloni pubblicitari ma anche la famosa (e ormai intramontabile) bottiglietta da dieci centilitri dell’alcolico rosso, con l’originale forma a tronco di cono, arrivata sempre uguale a se stessa fino ai nostri giorni.

Sul finire degli anni ‘20 Depero trascorre un lungo periodo a New York, occupandosi di coreografie e scenografie per teatri, ambientazioni per ristoranti e copertine illustrate per riviste (Vogue, Vanity Fair e The New Yorker, solo per citarne alcune). L’avventura oltreoceano vedrà una seconda puntata nel dopoguerra (dal 1947), ma senza le soddisfazioni che l’artista aveva sperato di trovare. Rientrato definitivamente in patria, Depero partecipa ancora a svariate rassegne artistiche, pubblica qualche scritto e inizia a progettare il suo museo futurista in quel di Rovereto, il primo e finora l’unico in Italia. “É ora di finirla con il riconoscimento dell’artista dopo la morte”, aveva scritto nel libro imbullonato. E noi, da parte nostra, non possiamo che dargli ragione.

Desidero concludere l’articolo con l’immagine di un’opera che purtroppo non è presente nel museo roveretano, ma che apprezzo in modo particolare per il dinamismo delle forme e la bellezza dei colori: si intitola Treno all’alba, e risale al 1924. Un magnifico concentrato di energia allo stato puro, che trasmette una sensazione di esuberanza, di forza attiva e travolgente.

Treno all’alba (Treno partorito dal sole), 1924, olio su tela

Treno all’alba (Treno partorito dal sole), 1924, olio su tela

Il treno, nella visione dell’artista, è un sarto stupefacente: «Cuce ponti e campi assieme. Tassella i gomiti delle colline, lavora di camicerie su per il cielo, imbastisce nuvole e nuvolette soffiandole dalla bocca come fanno quei giocolieri da baraccone che sputano il fuoco. Il treno cuce telegraficamente ciò che vedi lontano con quello che ti passa vicino; cuce con lunghi aghi orizzontali di velocità. E che pittore! É un maestro che insegna molte cose nuove, è un pittore aereografico. Non ha pennelli, ma spruzza con gli stantuffi: acque, cieli e nubi evanescenti; campi e monti inclinati, piatti e curvi. Lancia nello spazio ali e timoni di colline volanti. Riempie di viola tinozzi interi, rovesciandovi dentro alberi, campanili, lampioni e gente con le gambe all’aria. Dipinge con il fosforo e con la luce, dispone di tavolozze chimiche stupefacenti. Mescola le tempere, le terre, il cobalto, il cadmio, l’oltremare, il carminio, le lacche, con impasti di fiamma, di acqua e di vapori cangianti. É una meraviglia il vederlo dipingere! Ci sono coloro che mi dicono di imparare a dipingere nei musei, ma dal treno io prendo lezioni sapienti.»


Note aggiuntive:

Sulla copertina del catalogo: "Flora e fauna magica", 1920, olio su tela

Sulla copertina del catalogo: “Flora e fauna magica”, 1920, olio su tela

Alcune immagini, gli estratti riportati in corsivo e i dati biografici citati nell’articolo sono stati prelevati da un bellissimo catalogo, che temo sia oggi di difficile reperibilità. É un volume pubblicato nel 1988 da Electa (Milano), in occasione di una mostra tenuta a Rovereto nello stesso anno, che raccoglie una vasta selezione delle opere del futurista trentino, con una ricca biografia e svariati saggi critici sulla sua pittura.

Tutte le altre foto le ho scattate di persona durante la visita al museo. Non sempre la resa dei colori rende bene l’idea dell’originale, perché, com’è risaputo, è vietato ormai da tempo l’utilizzo del flash all’interno delle sale, e come se non bastasse queste godono quasi sempre di una scarsa illuminazione. Per apprezzare quindi la bellezza di queste opere, che nell’articolo ho potuto mostrarvi solo in minima parte, è necessario programmare una visita al museo. Qui il link della Casa Futurista Depero, dove si possono trovare tutte le informazioni relative agli orari di apertura e ai prezzi dei biglietti d’ingresso.

Annunci