Tre giorni e un bambino

Immaginate di essere un uomo. Per chi già lo fosse l’identificazione è ovviamente scontata, direi forse immediata, quindi è soprattutto alle donne che mi rivolgo, esortandole a calarsi per un attimo dentro dei panni maschili. Siete quindi un uomo, un giovane uomo, uno studente universitario prossimo alla tesi. Nel passato avete amato molto una donna, in modo duro, sofferto, perdente fin dall’inizio. Probabilmente l’amate ancora, anche se tutto è finito da qualche anno. Ed ecco che un giorno all’improvviso lei si rifà viva, tramite una lettera, solo per chiedervi un favore. Un favore tanto semplice quanto inaspettato, sorprendente. Che è quello di tenerle per tre giorni il figlioletto, giusto il tempo per smaltire uno studio intensivo nelle biblioteche della zona insieme al marito, in vista di alcuni esami urgenti che devono entrambi sostenere per accedere all’università. Il problema è che provengono da una località distante, per cui non conoscono nessuno in città a cui affidarlo. A parte voi. Che, seppure frastornati dall’inaspettata richiesta, cedete quasi subito, date il vostro consenso senza quasi rendervene conto. Perché dentro, nelle pieghe più nascoste dell’animo, ne siete ancora innamorati di quella donna.
Ma non avete fatto bene i conti con le vostre emozioni, con la capacità di affrontarle e gestirle. Perché quando il padre vi porta a casa il bambino, quello che vi si para davanti è il ritratto di lei, della donna che avete tanto amato e cercato inutilmente di dimenticare: lo stesso taglio del viso, la stessa bocca screpolata, sempre assetata, gli stessi occhi verdolino sognante… Vi sentite invasi da una gioia incontenibile. Ma nello stesso tempo anche da un fastidio insopportabile. Anche perché vi rendete conto che questa donna dev’essere proprio distratta, immersa con la testa tra le nuvole, se non addirittura insensibile, per affidarvi un marmocchio di tre anni che è praticamente il suo ritratto, come se i sentimenti che avete sofferto per lei nel passato non contassero proprio nulla. Amore e odio si rinfocolano quindi nel vostro cuore e iniziano a tormentarvi, gradualmente e senza sosta.

E vi trovate così ad affrontare tre giornate tremende, durante le quali dovete confrontarvi con impulsi e sentimenti di natura contrastante. Ricordi del passato, dei momenti belli e brutti trascorsi con lei, appaiono come dei flashback sullo sfondo dei vostri pensieri, alternandosi con le tenerezze, a tratti intensissime, che sentite affiorarvi dentro di fronte allo sguardo di questo cucciolo pallido, vestito d’azzurro, che vi osserva con un’incertezza mista a curiosità.
Tenerezze che però ben presto si ammantano di una sottile e non ben definita volontà di ritorsione, che a tratti rischia di prendervi anche la mano, di farvi perdere il controllo. Perché quel bambino sarebbe potuto essere vostro, e non di un altro, se lei non avesse smesso di amarvi. Pertanto, quando il piccolo vi chiede un bicchiere d’acqua, ci aggiungete con noncuranza dei cubetti di ghiaccio, senza preoccuparvi del fatto che potrebbe metterli in bocca, farsi del male, magari anche ingoiarli…

Nel tempo che io mi sono lavato e rasato, mi sono vestito e ho bevuto il caffè, il piccolo ha rosicchiato completamente tre cubetti di ghiaccio.
Non credo che gli faccia proprio bene. Ma già a quest’ora del mattino ho deciso che non spetta a me sorvegliare la sua salute.
Gli darò tutto quello che vuole.
Io mi posso permettere di viziarlo.
Mi dà l’impressione di essere un bambino triste.
E poi, se mi avessero affidato una donna amata, non le avrei dato tutto quello che voleva?
Ora che la camera è in ordine me lo metto a sedere sulle ginocchia, per fare il programma di tutte le meraviglie della giornata.
Primo: allo zoo. Leoni, scimmie, orsi e giraffe.
Secondo: un bel gelato.
Terzo: in piscina.
Quarto: un altro gelato.
Quinto: gli compreremo in un negozio un piccolo carro armato. Che difenderà i suoi trattori.
Sesto: le storie che gli racconteremo prima che si addormenti.
Settimo: forse troveremo un’altalena.
Ascolta i progetti con una tranquillità assoluta. Poi salta giù dalle ginocchia e rimane in piedi. É come sua madre, con le spalle leggermente incurvate, la schiena tenera e fine. Membra un tantino deboli, e pigre. Il ritratto di lei immersa nei suoi pensieri.
Gli prendo la nuca, e gli passo il pettine sui riccioli. Mi abbraccia i fianchi all’improvviso, l’abbraccio di un bambino. É già sicuro che i genitori lo hanno abbandonato, e gli sono rimasto solo io.
Sono emozionato. O meglio, agitato. Lo faccio volare e girare in alto, gli bacio gli occhi di nuovo.
Forse in quel momento è penetrata in me la piacevole consapevolezza che il bambino resterà a mia completa disposizione per tre giorni di seguito.
Poi lo lascio. Mi viene una leggera nausea. Metto gli occhiali da sole, do un’occhiata allo specchio. Apro la porta di casa. Il mondo è inondato da un sole grandioso.
Usciamo insieme, camminiamo per Gerusalemme, nel silenzio infuocato.

Gerusalemme

Allo stesso modo vi capita di scoprirvi, con una consapevolezza che non viene mai meno, come racchiusi in una sorta di indifferenza quando il bambino, gironzolando nei pressi dello zoo, comincia ad arrampicarsi sopra un muretto che si profila troppo alto…

Descrizione del muretto: pietre grigie non squadrate. La barriera prosegue lungo la discesa e si fa più alta, fino a diventare una muraglia. Ai suoi piedi le biondelle, sopra, le ortiche. Una storia di rovi. Qua e là materiale da costruzione ammassato in disordine, scatole di conserva vuote. Tentativi di nascondere l’immondizia.
Yali è semplicemente andato dietro a quei ragazzini di strada più grandi di lui, che sono saliti sul muro per percorrerlo in lunghezza. Senza dubbio seguiva da tempo i loro movimenti, anche se quelli non si sono minimamente accorti della sua presenza.
Le tre figure avanzavano lentamente, mantenendosi in equilibrio. Tenevano il capo piegato verso la linea di muro che correva verso di loro. Yali seguiva ad una certa distanza, metteva un piede dopo l’altro con una certa ostinazione, con una specie di applicazione incosciente. Lo controllavo con la coda dell’occhio.
La schiena del bambino è incurvata. Sotto la camicetta leggera gli emergono le spalle; procede pigramente, e poi c’è anche la paura. Cammina lentamente, quasi non si distinguono i passi. I ragazzini sono ormai molto avanti a lui e adesso cominciano a calarsi dall’estremità del muro, spericolati. La loro audace impresa si è conclusa. Yali si ferma, si guarda intorno. Un movimento disattento e si sfracella al suolo. Ma a me non importerebbe nulla.
Anzi, seguo con attenzione!
Adesso ho il sole a piombo sulla testa. Un autunno grigio e di scirocco riempie il mondo, e un bambino che ho l’incarico di sorvegliare se ne sta andando su un muro troppo alto per lui. In giro non c’è nessuno, gli animali dormono nelle gabbie. Io sono buttato su una panchina, con gli occhi bene all’erta. Ho pensato: se il bambino cadesse lei si ricorderebbe ben bene di me. Le rimarrei scolpito in mente, magari proprio mentre sto sonnecchiando su una panchina poco lontano.
Il bambino fa ancora qualche passo ma poi si ferma, perché il muro sotto di lui diventa sempre più alto. Comincia a singhiozzare spaventato.
Ho preso il giornale del giorno prima e me lo sono steso sugli occhi. Ero molto soddisfatto di me. Questa tranquillità esteriore, che non mi si addice affatto.
Il bambino mi ha chiamato.
Non ho battuto ciglio. Immobile, pensavo alla donna scalza che non vedevo da tre anni. Il bambino strillava.
E poi, di colpo, silenzio. Chiudo gli occhi. Tra i rami di pini sprizzano schegge di luce. Qualcuno ha pensato bene di tirarlo giù dal muro. Lo hanno già fatto scendere e gli hanno anche chiesto come si chiamava, perché ho sentito che piangendo diceva: – Yali.
Un po’ di confusione intorno a lui. Perfino il vecchio bufalo alza la testa. Due addetti allo zoo vengono a chiedergli: dov’è papà? dov’è la mamma?
A questo punto mi devo intromettere, prima che me lo portino via. Mi alzo, piego il giornale, mi accosto al gruppo e prendo il bambino. Senza una parola, senza un ringraziamento.
Uscendo dallo zoo lo metto giù dalle spalle e lo faccio volare, dondolare, me lo metto a cavalcioni sulla testa. Ride. Negli occhi brillano ancora le lacrime, e già ride.

E così via. In un crescendo narrativo sempre più intenso e allarmante, che però si alterna con momenti anche di forte sentimento, di profonda dolcezza, di attrazione quasi fisica per il bambino. Sullo sfondo di un’estate israeliana che volge ormai al termine, ma che è ancora alle prese con venti caldi e pesanti che soffiano sulla terra, con un miscuglio di nuvole e azzurro, con un’attesa illusoria di pioggia.
Come finirà questa storia? Immaginate di essere sempre nei panni di quest’uomo. Riusciranno ad averla vinta nel vostro cuore la tenerezza, l’affetto, il senso paterno e protettivo (seppure in termini sostitutivi), mettendo finalmente a tacere le interferenze emotive di un passato ancora dolente, non del tutto elaborato e superato, o saranno invece gli impulsi più estremi e incontrollabili ad assumere il dominio delle vostre azioni?
Leggetelo questo racconto, perché ha qualcosa di speciale nelle suggestioni che è in grado di offrire al lettore. Tenero, delicato come un carezza e nello stesso tempo ricco di pathos, quasi aggressivo, imprevedibile nelle sue evoluzioni. Un vero gioiello narrativo, anche per la bellezza della forma stilistica adottata, per la scioltezza delle espressioni elaborate. Che appaiono sempre vere, spontanee e genuine, quindi emotivamente trascinanti. Ma tutti i racconti di questo scrittore meritano di essere letti, sia quelli iniziali degli anni Sessanta, che presentano aspetti insoliti e paradossali, che quelli elaborati in seguito, di carattere più realistico e introspettivo. Da parte mia sono convinta di aver scoperto un grande autore, e infatti mi sono già attrezzata per leggere anche i suoi romanzi, in modo da approfondirne la conoscenza. Senza dubbio parlerò ancora di lui, forse anche prima di quanto si possa immaginare.


Tre giorni e un bambino è stato scritto nel 1965 ed è incluso nella raccolta intitolata “Tutti i racconti”, edita da Einaudi nel 1999. Gli estratti riportati si riferiscono alle pagine 190, 191, 195,196.

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22 pensieri su “Tre giorni e un bambino

  1. Sarà che sei bravissima a rendere ciò che metabolizzi, sarà che questo Yeoshua ha scritto qui qualcosa di notevole, sarà per tutte e due le cose, il risultato: un post stimolante, meglio:intrigante.
    Ad essere sincero, prima di leggerti non avevo un’idea molto accattivante di questo scrittore che praticamente con Oz e Grossman compone la famosa triade israeliana.
    Un amico mi diede anni fa un libro di Yeoshua che devo avere ancora da qualche parte, l’amico me lo decantò, ne lessi alcune pagine abbastanza da lasciarlo. Lo sentivo intellettualoide, già nella struttura. Forse dovrei ritrovarlo quel libro.
    Diciamo che hai colpito ancora 🙂

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    1. Ti ringrazio per le belle parole. Per me è il primo contatto con la letteratura israeliana e ne sono rimasta folgorata. Non ho avvertito nulla di intellettualoide in questi racconti, molti dei quali mi hanno invece richiamato alla memoria echi kafkiani, addirittura buzzatiani (penso a La morte del vecchio, Il rapido serale di Yatir, Di fronte ai boschi), mentre altri li ho percepiti intensamente conturbanti, molto introspettivi (Il poeta continua a tacere, All’inizio dell’estate del 1970). Un autore da approfondire, davvero. Una scrittura bella, pulita, scorrevole, di forte impatto emotivo, assai coinvolgente. Adesso ho “Viaggio alla fine del millennio” che mi aspetta sul comodino. Vediamo se anche i romanzi mi faranno lo stesso effetto.

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      1. Letteratura israeliana: lessi qualche anno fa Amos Oz, Una storia d’amore e di tenebre, e quello mi piacque molto.
        Ho ritrovato lo Yeoshua che ti dicevo, è Il Signor Mani. L’ho sfogliato e… sperando di vivere ancora a lungo, ne ho rimandato la lettura 🙂

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      2. Pietro Citati, che di solito apprezzo per capacità di analisi critica, scrive che Il signor Mani “rappresenta il grande corpo sensuale dell’ebraismo, profumato di spezie e di disperazione”. A suo avviso, uno dei libri più belli della letteratura contemporanea. Da quel poco che ho letto in giro sembra che ripercorra, sotto forma di dialogo, la storia di una famiglia ebrea attraverso cinque generazioni. Senza dubbio lo leggerò. E magari un giorno ci confronteremo sul testo, se deciderai anche tu di leggerlo 🙂

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      3. A proposito della storia di una famiglia ebrea… lessi tempo fa La famiglia Moskat di Isaac Singer, giustamente considerato la star della scrittura yddish… tu non avessi niente da leggere stasera (si fa per dire…) ti direi di scaricarlo subito… 🙂

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      4. Ti ringrazio per il consiglio, ma ormai devo dare la precedenza alla saga del fratello maggiore Israel, visto che ho già acquistato il suo libro (La famiglia Karnowski). Ma se ne esco illesa, ti prometto che leggerò anche le vicissitudini dei Moskat, a costo di farmi una bella indigestione di letteratura yiddish 😉

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  2. elis19mr

    Come Guido, anche io ho letto Grossman: “Che tu sia per me il coltello” bel libro, il cui titolo riprende la frase che Kafka scriveva a una delle sue donne ( “Amore è il fatto che tu sia per me il coltello con cui frugo dentro me stesso”) e poi “Con il corpo capisco…che mi ha lasciato.. delusa. Credevo di scoprire mondi e modi nuovi di scrittura…e invece mi sono allontanata completamente dalla letteratura israeliana. Paradossalmente il più bel libro da me letto, molti anni fa sulla terra e la gente di Israele, è della scozzese Muriel Spark, “La porta di Mandelbaum”: bellissimo libro, ma questa è un’altra storia!
    Proverò con Yeoshua, proprio con “il signor Mani” visto che è consigliato anche da Pietro Citati.
    Bel suggerimento di lettura, grazie. 🙂

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    1. Grossman non lo conosco, nel senso che non ho mai letto le sue opere, quindi terrò presente il primo titolo che hai suggerito, visto che ti è piaciuto in modo particolare. La Spark avevo già avuto modo di apprezzarla con Memento mori, ma il libro che citi non l’ho mai sentito nominare. Di sicuro mi informerò. Grazie anche a te per i consigli 🙂

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  3. Devo dire che non amo molto gli autori israeliani, e con riserva la narrativa yiddish. Non so perché, c’è qualcosa che mi rende estraneo quel mondo, credo, soprattutto il primo.
    Non ho amato ‘La famiglia Karnowski’, sempre non so perché, è sicuramente un libro pregevole. E aspetto con interesse il tuo parere.
    Tuttavia, dopo aver letto ‘La comparsa’, in attesa, ora, di rilettura, la tua recensione mi porta la voglia di leggere ancora Yehoshua. E chissà che altro segua. Molto interessante.

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  4. Renza

    Effettivamente, il tuo entusiasmo per gli autori che ci presenti è contagioso. Fai venire il desiderio di leggere. Anch’ io come Ivana Daccò non amo la narrativa israeliana. Non mi piace Yeoshua ( L’ Amante, tanto esaltatato, mi ha annoiato). Anche Grossman, figura luminosa che apprezzo come intellettuale, commentatore e saggista, mi ha respinta. Persino il premio Nobel Agnon non mi ha catturato. L’ unica eccezione è Amos Oz, soprattutto ” Una storia d’ amore e di tenebra”, che trovo una dei più bei libri che abbia letto. Amo, al contrario, in modo sviscerato, la narrativa yiddish che leggerei continuamente e senza sosta. ( tutti i Singer e via dicendo). Chissà se in tutto ciò non entri il fatto che l’ ebraico moderno è una lingua abbastanza recente e costruita. Nel romanzo di Oz, ci sono belle pagine sulle difficoltà di molti, tra cui i suoi genitori (ancora giovani e appena fuggiti dall’ Europa orientale, in seguito ai pogrom ), ad usare, questa nuova lingua soprattutto nel definire i sentimenti.
    Ho l’ impressione di avere detto una gran sciocchezza , fai finta di nulla…

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    1. No, perché? 🙂 Mi sembri una persona che legge molto, colta e preparata, senza dubbio più ferrata di me sulla letteratura israeliana e yiddish. Per quanto mi riguarda ho molto da approfondire. Ho letto qualcosa dei Singer, ma troppo poco per farmene un’idea precisa, mentre Grossman e Amos Oz non li ho ancora affrontati. Terrò presente la tua opinione su quel libro di Amos Oz (magari inizierò proprio da quello). In ogni caso, leggo sempre con interesse le opinioni degli altri anche quando differiscono tra loro (o dalle mie). Sui gusti personali naturalmente non si discute.

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  5. Pingback: La quinta candela | LIBRI NELLA MENTE

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