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Se questo è un uomo – La tregua, Primo Levi, Einaudi, 1989, pp.362

«Ogni uomo civile è tenuto a sapere che Auschwitz è esistito, e che cosa vi è stato perpetrato: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario».

Questa volta scriverò un po’ di pancia, evitando di soffermarmi  su dettagli storici, nomi, date… Tutti ormai sappiamo come si sono svolti i fatti nel corso del secondo conflitto mondiale, di come ha manovrato e agito la macchina del nazismo in ogni settore, e comunque sono notizie reperibili ovunque. Quella che invece mi preme trasmettere è l’emozione assorbita durante la lettura di questa drammatica testimonianza, e le relative riflessioni che ne sono derivate. Non parlerò quindi neppure dei motivi per cui questo libro è considerato oggi un classico, né degli episodi e delle varie citazioni che lo ricollegano alla Commedia di Dante, anche se non potrò fare a meno di utilizzare con una certa insistenza la metafora lager-inferno. Le indagini poetiche, letterarie e formali le lascio ad altri recensori, quelli che se la cavano meglio di me in termini di accuratezza. Farò solo una breve introduzione, poi tutto il resto lo lascerò scorrere come viene. Confido quindi nell’indulgenza di chi si appresta a leggermi, e mi scuso fin da adesso per la carenza di una certa schematicità.

Iniziamo col dire che Primo Levi fu catturato nel dicembre del ’43 e deportato, a distanza di circa un mese, nel campo di lavoro di Monowitz, in Polonia, che faceva parte del complesso concentrazionario di Auschwitz. Nei pressi del lager c’era la Buna-Werke, di proprietà della I.G. Farben, un impianto chimico per la produzione di gomma sintetica che utilizzava i prigionieri come manodopera, o meglio come schiavi-lavoro, rimpiazzandoli con altri detenuti ogni volta che morivano stremati dagli stenti. Levi ebbe la fortuna, se così si può chiamare, di essere a un certo punto selezionato per lavorare nel laboratorio della Buna, grazie alla sua laurea in chimica, e questo gli permise di evitare ulteriori fatiche nell’ultimo periodo di prigionia. Nel laboratorio poteva infatti svolgere delle mansioni meno disagevoli e riuscire a contrabbandare del materiale con cui effettuare transizioni per ottenere cibo. La stessa fortuna lo sostenne anche nel gennaio del 1945, quando ormai i russi stavano avanzando costringendo i tedeschi alla ritirata, visto che si ammalò di scarlattina e fu quindi abbandonato dagli aguzzini nell’infermeria del campo, insieme ad altri malati, evitando in questo modo quella lunga marcia di evacuazione da Auschwitz (poi definita Marcia della Morte) che fu letale per migliaia di altri detenuti, che crollavano a terra fucilati o congelati. Il viaggio di ritorno di Levi in Italia, lungo e travagliato, attraverso mezza Europa devastata, ci è stato poi descritto nel romanzo La tregua, altrettanto interessante da leggere per capire le ulteriori evoluzioni di questa sua difficile esperienza.

Terminata la premessa, addentriamoci ora nel cuore della testimonianza. A chi non avesse ancora letto il libro consiglierei di abbandonarsi totalmente alle sue pagine, calandosi anima e corpo nelle situazioni che vengono descritte. Non è difficile, perché la scrittura di Levi, pur essendo sobria e asciutta, ha un effetto coinvolgente, catalizzante. La sua è un’esperienza che, seppure intensamente sofferta, è stata riportata in modo pacato, senza concessioni a odi e rancori, e quindi proprio per questo non lascia indifferenti. Anzi, proprio in virtù di tale compostezza tocca ancora più nel profondo, ferisce e indigna.
Quella di Levi è la mente del chimico che vuole cercare di capire le cose, che vuole renderle agli altri nel modo più chiaro possibile, separando, distinguendo, ponderando, evitando se possibile di cedere all’emotività. Non che non ci siano momenti di sdegno e commozione nel libro, certamente ci sono. E anche il giudizio talvolta trapela, in qualche raro episodio, ma non è la norma. Sono piccoli sfoghi isolati e circoscritti, che però magari colpiscono proprio per il fatto che differiscono dalla media stilistica, che è sempre improntata al controllo, alla sobrietà.
In ogni caso, come dicevo prima, dal momento in cui si inizia questo viaggio allucinante non si riesce più a staccarsi dalle pagine, e quasi senza accorgersene ci si ritrova calati all’inferno a fianco dello scrittore, verso il quale si sente di provare a ogni giro di capitolo una stima sempre più incondizionata. Non solo per questo suo modo di scrivere così franco, onesto, obiettivo, ma anche perché sembra quasi di viverla la concretezza di questa sua esperienza, nel senso che capita di sentirlo il morso della fame che si rivolta nello stomaco, capita di percepirla la sferzata d’aria gelida sulle membra malamente coperte, e sembra di vederla quella zuppa semiliquida che oscilla nella scodella tra le mani, così avara nel soddisfare un fisico ormai ridotto ai minimi termini. Il merito di Primo Levi – che oltre ad essere stato un testimone di prima mano si è rivelato, appunto, un ottimo scrittore – sta proprio nel fatto che è riuscito a rendere al lettore questa sua esperienza nel modo più semplice e chiaro possibile, senza orpelli, senza elementi devianti o superflui. Quella che Levi ci tramanda è l’esperienza concentrazionaria così com’è stata, nuda e cruda, fotografata in tutta la sua concreta follia. Che ci violenta, che fa presa sulle nostre coscienze, anche se non si sofferma su dettagli macabri e raccapriccianti. Che si incide nei nostri cuori operando dei sottili mutamenti, che se all’inizio sono poco avvertibili con il passare del tempo si fanno invece sentire. Capita infatti di ritrovarsi a pensare a ciò che si è letto anche a distanza di settimane, di mesi, e ancora la senti quella pena infinita dentro di te, non ti vuole proprio mollare.

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La fabbrica della Buna, dove veniva sfruttata la manodopera internata nel campo di Monowitz-Auschwitz III. (Photo from 1945.Bildarchiv Preußischer Kulturbesitz Collection)

Provate solo per un attimo ad immaginarvi questa tremenda situazione. Lo sradicamento improvviso dalla propria casa, la confusione, lo spaesamento. La separazione forzata dai famigliari, dalle persone care. Un lungo viaggio in un vagone merci per una destinazione che non si conosce, costipati insieme a tante altre persone come delle bestie. L’arrivo in un posto fuori dal mondo, costituito da misere baracche e circondato da filo spinato. L’ansia e la confusione inziale che si trasformano ben presto in angoscia, terrore. L’impossibilità di comprendere la situazione assurda in cui ci si ritrova catapultati e segregati, e ben presto picchiati, puniti, sottomessi, se non subito uccisi. L’urgenza di rispettare ordini e regolamenti, anche quelli più insensati, per non finire subito fucilati o nella camera a gas. Il freddo pungente e atroce, la spossatezza per il lavoro giornaliero massacrante, il bisogno di cibo mai soddisfatto in modo esauriente, il deperimento fisico, la dissenteria, la difficoltà nel trovare vestiario di ricambio. La necessità di rubare per avere un paio di scarpe che non siano rotte, sventrate, e il doversi difendere da altri che cercano di fare la stessa cosa. E poi gli arti congelati, piagati, doloranti, che se ti rendono inabile al lavoro sanciscono anche la tua condanna a morte. Perché dal Ka-Be, l’infermeria del campo, un detenuto viene spedito alle camere a gas per molto meno di un piede infettato, visto che come forza-lavoro è sempre sostituibile con un altro sventurato rastrellato in giro per mezza Europa e convogliato nel campo.
Un posto quindi, il lager, dove il tempo appare fermo, stagnante, e dove le lunghe giornate, rinnovando ogni mattino quel dolore che il riposo della notte non riesce a lenire, sembrano non passare mai. Un posto dove diventa necessario aggrapparsi a qualsiasi fattore positivo, anche se minimo, per non affondare nel fango, nella miseria morale, per non lasciarsi andare del tutto.

 Quando piove si vorrebbe poter piangere. È novembre, piove già da dieci giorni, e la terra è come il fondo di una palude. Ogni cosa di legno ha odore di funghi.
Se potessi fare dieci passi a sinistra, c’è la tettoia, sarei al riparo; mi basterebbe anche un sacco per coprirmi le spalle, o solamente la speranza di un fuoco dove asciugarmi; o magari un cencio asciutto da mettermi fra la camicia e la schiena. Ci penso, fra un colpo di pala e l’altro, e credo proprio che avere un cencio asciutto sarebbe felicità positiva.
Ormai più bagnati non si può diventare; solo bisogna cercare di muoversi il meno possibile, e soprattutto di non fare movimenti nuovi, perché non accada che qualche altra porzione di pelle venga senza necessità a contatto con gli abiti zuppi e gelidi.
È fortuna che oggi non tira vento. Strano, in qualche modo si ha sempre l’impressione di essere fortunati, che una qualche circostanza, magari infinitesima, ci trattenga sull’orlo della disperazione e ci conceda di vivere. Piove, ma non tira vento. Oppure, piove e tira vento: ma sai che stasera tocca a te il supplemento di zuppa, e allora anche oggi trovi la forza di tirar sera. O ancora, pioggia, vento, e la fame consueta, e allora pensi che se proprio dovessi, se proprio non ti sentissi più altro nel cuore che sofferenza e noia, come a volte succede, che pare veramente di giacere sul fondo; ebbene, anche allora noi pensiamo che se vogliamo, in qualunque momento, possiamo pur sempre andare a toccare il reticolato elettrico, o buttarci sotto i treni in manovra, e allora finirebbe di piovere. (pag.117, XIV capitolo)

Provate quindi a vedervi calati in un ambiente simile, in un degrado simile, cercando proprio di sentirlo il patimento della fame, del freddo, dell’umiliazione inflitta. Come pensereste di reagire a un inferno simile per non bruciare subito nelle fiamme, per non morire anzitempo? In che modo cerchereste di operare per procacciarvi una seppur minima possibilità di sopravvivenza?
Levi ci racconta al riguardo ciò che ha vissuto e visto con i propri occhi, spiegandoci che nel campo tendevano a distinguersi due categorie di persone, pur con le dovute sfumature ed eccezioni: i cosiddetti sommersi, che erano i deboli, gli inetti, i votati a una selezione precoce per la camera a gas. Quelli che per paura si attenevano troppo alla disciplina del lavoro e del campo, che si lasciavano sfruttare fino all’osso senza cercare un modo per risparmiare fiato, energia, o per proteggersi meglio dal freddo, per procurarsi del cibo in più. Quelli che abbandonavano presto ogni speranza, che perdevano in fretta ogni volontà e coscienza, che impazzivano addirittura, finendo col lasciarsi abbattere prima del tempo. Erano la stragrande maggioranza. E poi c’erano quelli che invece si salvavano, che riuscivano a organizzarsi, a combinare trattative, ad ottenere dei privilegi, spesso a scapito dei compagni più deboli, ossia dei sommersi. Esistevano quindi delle vie di salvezza, ma bisognava dimostrarsi lucidi, scaltri e calcolatori, capaci di procurarsi illegalmente cibo, vestiario e oggetti con cui poi negoziare degli scambi. Oppure bisognava dimostrare ai nazisti di avere delle competenze per svolgere dei mestieri che tornavano utili alla funzionalità del campo. Ma nei salvati c’erano anche molte persone infide ed egoiste, propense a tradire i compagni per ottenere agevolazioni e protezioni dagli aguzzini. Questi erano quelli che di solito si salvavano, che non perivano prima del tempo.

Come spiega anche Levi, sopravvivevano soprattutto i peggiori, cioè i più adatti; i migliori morivano tutti. «Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi». Per cui era veramente difficile, in una situazione così drammatica, riuscire a vivere mantenendosi entro i confini di una certa moralità, evitando di recare un qualsiasi genere di danno agli altri. Del resto il lager era stato concepito dai nazisti non solo per distruggere fisicamente l’uomo, ma anche per toglierli l’umanità, la solidarietà, la compassione. Per ridurlo meno di una bestia. Era un luogo dove si veniva privati di tutto – della speranza, del coraggio, della resistenza fisica – e quindi alla fine anche del senso etico, dei valori morali acquisiti negli anni. Scarse erano le persone moralmente rette, quelle che non si piegavano alla necessità. Certamente c’erano, come già accennato, dei detenuti che se riuscivano a barattare qualcosa per ottenere del cibo in più, poi lo condividevano con il compagno di letto più debole, con l’amico con il quale avevano stipulato una sorta di patto solidale. Queste erano persone a cui veniva spontaneo pensare anche agli altri, nonostante la sofferenza patita, mentre la gran parte in qualche modo ne approfittava.
In ogni caso è difficile, se non impossibile, giudicare chi cedeva al furto per paura, debolezza, sfinimento fisico. Per l’impossibilità di fare un altro passo nel freddo, nella fame, nel travaglio del corpo e della mente. Qualcuno, nello strenuo tentativo di difendersi, non poteva fare a meno di diventare insensibile ai dolori altrui. Ma è questa la persona da condannare o la colpa va imputata prima di tutto, se non esclusivamente, a chi ha avuto l’idea di mettere in atto un progetto di demolizione umana così diabolico? Sono infatti le dure condizioni ambientali che portano quasi sempre al sonno della ragione, alla possibilità che si generino dei mostri, ed è raro che un individuo nasca con un cinismo già innato, con una malignità congenita.

Nel leggere questo resoconto è anche difficile immaginare come ci si potrebbe comportare in una situazione così tragica. Molto difficile. Perché in realtà è facile giudicarlo dall’esterno questo contesto, blaterando su valori e principi morali senza averlo vissuto di persona. Per quanto mi riguarda sono dell’idea, anche se non posso averne la certezza, che non avrei avuto la possibilità di salvarmi, perché sono consapevole delle mia fragilità fisica e caratteriale. Probabilmente mi sarei gettata sul filo spinato, per una morte elettrica, fulminea. Il solo pensiero di patire delle sofferenze fisiche mi terrorizza, e appunto per questo ammiro moltissimo chi ha avuto la forza di resistere, di sperare, di lottare anche nelle condizioni più disperate. Del resto non riuscirei neppure a prevaricare sugli altri per ottenere dei vantaggi, non fa parte del mio carattere. La sola idea mi ripugna, anche se non posso prevedere con esattezza la reazione che potrei avere in una condizione così estrema, se un giorno dovesse capitarmi la disgrazia di viverla. Ed è per questo che anch’io, come Levi, non me la sento di giudicare chi ha ceduto allo sfinimento, alla paura, alla fame, incrinando i propri valori morali. Ossia rubando un pezzetto di pane dalla bocca di un altro, approfittando di qualcuno più debole. E non voglio giudicare neppure quelli che avevano accettato di collaborare con l’oppressore. Per me i veri colpevoli sono e rimangono quelli che hanno concepito e organizzato un abominio simile, calandoci dentro tutta questa povera gente.

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Credo comunque che la scelta giusta, trovandosi in una condizione analoga, sia quella di sopravvivere fino al limite ultimo delle proprie forze, mettendo in atto ogni possibile strategia, senza però smettere di lottare per mantenere anche il senso etico, il rispetto per se stessi e gli altri. Come ha cercato per l’appunto di fare Primo Levi.
L’autore ha scritto che per lui era importante riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei suoi compagni e in se stesso «degli uomini e non delle cose, e sottrarsi così a quella totale umiliazione e demolizione che conduceva molti nel naufragio spirituale». E per quanto riguarda questo impegno di salvaguardare la propria identità umana, aveva ricevuto una grande lezione morale da un altro detenuto, l’ex sergente Steinlauf, che gli aveva spiegato che pur nella difficoltà non bisogna smettere di avere cura di se stessi, di conservare un minimo di decoro. Quindi lavarsi tutti i giorni, piegare con cura il vestiario, dare il nero alle scarpe, camminare in posizione eretta senza strascicare i piedi, in modo da salvare almeno “lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà”. Per non dare il proprio consenso all’oppressore, per non farsi annullare fino in fondo. Piccoli gesti e rituali del quotidiano, di una vita normale, che potrebbero sembrare folli in una situazione simile, ma che sono invece indispensabili per riscoprirsi ancora umani, per morire ogni giorno un po’ di meno, o per non morire affatto se anche la fortuna assiste… Per non spegnersi soprattutto a livello di coscienza, per riappropriarsi di quell’identità che fin dall’entrata nel lager aveva già subito uno terribile strappo, nell’attimo in cui era stata sostituita da un numero impresso sulla pelle, prima ancora di essere ulteriormente lacerata dalla fatica, dalle privazioni, dalle botte.
Pensate quanto dev’essere stata tremenda soprattutto la fame in una condizione simile. C’è un episodio del libro, nel settimo capitolo, dove una benna diventa l’allegoria della fame che tortura i prigionieri. I detenuti osservano infatti la pala meccanica che carica la terra e poi la risputa, e la guardano come se quei bocconi di terra fossero cibo, il cibo che a loro manca, il cibo che si fa desiderare e che per questo torce lo stomaco. L’ossessione della fame è tremenda, al punto che si fa sentire persino di notte spingendo i dormienti a schioccare le labbra e dimenare le mascelle, perché compare nei sogni camuffata da pietanze. «Il lagher è la fame, noi stessi siamo la fame, fame vivente», scrive Primo Levi, ed è impossibile non stare male di fronte a queste parole, così com’è impossibile, dopo aver letto alcuni episodi, avere ancora la voglia di mangiare.

Sempre lo stesso sergente Steinlauf insegna a Levi che si deve voler sopravvivere anche per raccontare, per portare testimonianza. “Portare testimonianza”. Questa dev’essere stata la frase che ha risvegliato nell’animo del chimico e futuro scrittore un bisogno importante, anche se ancora non ben delineato nella coscienza, che poi si è fatto via via sempre più chiaro ed urgente, dandogli nuova linfa vitale per resistere, per non cedere alla disperazione: il bisogno di rimanere vivo per far conoscere a tutto il mondo l’orrore vissuto.
Primo Levi era cosciente del fatto che essere sopravvissuti significava esser stati più fortunati o più scaltri di altri che invece non ce l’avevano fatta, dei tanti sommersi a cui sentiva di dovere qualcosa. È la vergogna, seppure inconcepibile, di non essere morti, di essere vivi gratis, che si sente quasi come una colpa. E da questo senso di colpa ingiustificato, che era comune a moltissimi reduci, gli derivò il desiderio di testimoniare, e di continuare a farlo per tutta la vita. Levi lo percepiva proprio come un dovere morale nei confronti dei compagni morti in lager, e riuscì a esplicarlo con grande rigore di coscienza e profonda chiarezza di idee, senza concessioni alla rabbia incontrollata nei confronti degli aguzzini, e senza puntare facilmente il dito verso chi, per debolezza, aveva ceduto a compromessi con gli stessi.
La volontà di raccontare, di testimoniare, non è però stata comune in tutti i reduci, perché molti, anzi la maggior parte, hanno preferito la via del silenzio. Forse anche per rimuovere, dimenticare, ma spesso l’incubo del sopravvissuto è quello di non essere creduto, di non essere ascoltato. E questa, a mio parere, è una cosa tremenda, è una nuova sofferenza che si aggiunge a quella già patita nel campo. Tu torni a casa, racconti agli altri le atrocità subite, e questi ti guardano con stupore, con perplessità, addirittura esitano nell’ascoltarti e nell’assecondarti, come se le tue parole giungessero da lontano, da un mondo che si trova in un altro universo. Spesso è la paura di appurare l’esistenza di certe orribili realtà, la paura di avere la conferma di quanto l’uomo possa essere nocivo ad un altro uomo che spinge alcuni a chiudere le orecchie e ottundere la mente, oppure a sminuire, a sdrammatizzare la questione.

Restando in argomento, una cosa che ad esempio mi ha sempre irritata, e che mi solleva ogni volta sentimenti di indignazione, è il tentativo che ancora oggi viene messo in pratica da alcuni revisionisti – o meglio sarebbe definirli negazionisti – di screditare il fatto che il regime nazista avesse in cantiere un progetto di sterminio degli ebrei, di eliminazione della razza. Questo mi sembra ancor peggio del non voler ascoltare le parole del testimone, perché qui si tratta proprio di depistare i fatti, di allontanare dalla verità, con il rischio di confondere le idee a molta gente. In realtà sappiamo bene quanto la cosiddetta soluzione finale sia ormai una verità storica incontrovertibile, comprovata da documenti e testimonianze inoppugnabili, e di fronte alla tracotanza di chi si ostina a negare la verità, adducendo pretesti e pubblicando ricerche dal contenuto ambiguo, nonostante le molteplici prove oggettive e contrarie, c’è non solo da rimanere allibiti ma anche senza parole. Oltre che dispiaciuti, intimamente amareggiati. Lo stesso stato d’animo che probabilmente si impadroniva dello scrittore ogni volta che qualcuno tentava di dissimulare i fatti (magari anche per fini politici), e forse non siamo tanto lontani dalla verità se pensiamo che anche questo potrebbe aver influito in qualche modo all’insorgere della sua depressione.

Diventa quindi di fondamentale importanza, all’interno di questo discorso, la poesia che fa da esergo al libro, che rifacendosi alla cadenza delle antiche orazioni ebraiche ci esorta a non dimenticare l’orrore dell’Olocausto, concedendogli la giusta attenzione. I versi finali sembrano assumere un tono quasi irato, di sentore biblico, ma quella di Levi non è collera, non è rabbia; piuttosto è un’esortazione alla memoria, alla consapevolezza, alla vigilanza morale. È un appello al lettore affinché presti attenzione a ciò che sta per leggere (la testimonianza), imprimendola a fondo nella sua mente. Ciò che invece si percepisce come una maledizione è la condanna dello scrittore allo stato di indifferenza, che purtroppo ancora oggi rischia di attecchire nel cuore di molte persone.
Vi invito non solo a leggerli i seguenti versi, ma anche ad ascoltarli nel video che subito li precede, dove un bravissimo attore teatrale, Dino Becagli, è riuscito a renderceli in tutta la loro vibrante e commovente intensità.


Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.


Link utili sull’argomento:

Il sito dedicato a Primo Levi, dove è possibile trovare foto, documentazioni, analisi, estratti e riflessioni sulle sue opere.

Il sito dell’ANED, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti che si prefigge di studiare e divulgare, soprattutto tra i giovani, la storia del fascismo, della Resistenza e delle deportazioni nei Lager nazisti.

Una video-intervista a Roberto Saviano sul libro Se questo è un uomo, in occasione della registrazione dell’audiolibro con la sua voce, dove ho avvertito profondamente mia questa sua riflessione “È uno di quei testi che una volta che ci entri dentro non esci più fuori, non sei più uguale, perché ti cambia il modo di sentire e di vedere, ti costringe ad avere un’altra mente, un’altra sensibilità. In questo senso è un cataclisma. Un cataclisma che non ha mai smesso di muoversi, di attraversarmi”.

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