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Mi piace l’idea di concludere l’anno con le parole di un poeta che non smette mai di sorprendermi, di scompaginarmi dentro, fomentando umori e istanze che non sono da poco. Un poeta che non è più tra noi, ma che ha lasciato una traccia di sé che sarà senz’altro indelebile nel tempo. Forse i suoi versi, per quanto espressi in forma sciolta e colloquiale, non sempre risultano di immediato e facile accesso, e magari in alcuni casi hanno bisogno di essere riletti e meditati, ma se ci si dispone ad accoglierli con l’animo giusto una presa emotiva alla fine la innescano.

Quella che segue è una poesia che dedico soprattutto a me stessa. Ma anche a tutti coloro che negli ultimi tempi sono stati costretti a scontrarsi con delle illusioni, raccogliendo per strada i cocci frantumati di un sogno, di una speranza, di un qualsivoglia progetto. Immagino di non essere l’unica a conoscere quel senso di disfatta che si prova di fronte alle virate brusche del destino, dove poi il risveglio, per quanto amaro e faticoso, diventa anche una nuova occasione di evoluzione e crescita. Del resto la vita se ne infischia dei nostri stati d’animo e prosegue imperturbabile il suo corso, sballottandoci senza preavviso tra flutti più o meno impetuosi, perciò se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere disposti a cavalcare l’onda del momento, anche quella più difficile, senza farci scoraggiare da eventuali perdite. I seguenti versi di Strand vorrei quindi dedicarli a tutte le persone che si sentono invischiate in sensazioni simili, o che ne sono state anche solo sfiorate, con la speranza che il nuovo anno sia portatore di svolte più costruttive e appaganti. Nonché liete e serene. Perché, come dice il poeta, non è mai troppo tardi per fare ammenda e ricominciare.


I

Nessuno se ne rende conto, ma l’architettura del nostro tempo
diventa l’architettura del tempo venturo. E lo sfolgorio

della luce sulle acque non è niente accanto ai mutamenti
forgiati nel profondo, proprio come la nostra resistenza è

niente rispetto alla pulsione continua delle cose verso il baratro.
Nessuno può fermare il flusso, ma nemmeno può avviarlo.

Il tempo scivola via; i nostri dolori non trasmutano in poesie,
e l’invisibile rimane tale. Il desiderio è svanito,

ha lasciato solo una traccia di profumo sulla scia,
e così tante persone che amavamo se ne sono andate,

e non c’è voce che giunga dallo spazio, dalle spire
di polvere, dai tappeti di vento a dirci che così è

che doveva andare, che se solo sapessimo
quanto le rovine sopravviveranno non ci lamenteremmo affatto.

II

Di perfezione proprio non se ne parla per tipi come noi,
quindi perché accanirsi per migliorare lo stesso vecchio sé quando il paesaggio

ha aperto le braccia e ci ha dato santuari splendidi
verso cui dirigerci? I grandi motel del West aspettano,

nel cortile di non si sa chi un cane primigenio spera che passeremo in auto,
e sulla superficie gommosa di un lago i bagnanti che ballonzolano come boe

fanno cenni di saluto. La strada arriva proprio alla porta, e allora battiamocela
prima che il mondo qui attorno prenda fuoco. La vita dovrebbe essere più

del peso del corpo che a fatica si trascina di stanza in stanza.
Una camminata nella foresta ci farà bene, come pure un giro

fra le cascine. Pensa ai polli tutti impettiti, alle mucche
che fanno ciondolare le mammelle, e scacciano le mosche con la coda.

E si possono immaginare prismi di luce estiva che si frantumano
sul silenzioso sonno caliginoso del contadino e di sua moglie.

III

Sarebbe potuta essere un’altra storia, quella prevista
invece di quella verificatasi. Vivere così,

sperando di emendare ciò che è stato falso o reso illeggibile,
non è quello che volevamo. Credere che la storia progettata

sarebbe stata come un giorno nel West quando tutto
è instancabilmente presente – i monti che gettano lunghe ombre

sulla valle dove il vento canta il suo motivo circolare
e le piante ribattono con un secco applaudire di foglie – era senz’altro

troppo semplice, e miope. Perché presto le foglie,
anneritesi, sarebbero cadute, e la neve che annulla tutto

avrebbe ovattato il cammino, e noi, pale alla mano, ci saremmo incontrati,
e chinati a raschiare il marciapiedi fino a pulirlo. Che altro ci sarebbe stato

così avanti nel giorno per noi se non il desiderio di fare ammenda
e ricominciare, la compassione del sole mentre scompare?


Il tempo venturo (da Tormenta al singolare – 1998), poesia tratta dalla raccolta “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, edita da Mondadori. Traduzione di Damiano Abeni.

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