Il senso di una fine

Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012, 160 pp.
Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012

Arrivo forse ultima a dire la mia opinione su un successo editoriale che negli ultimi tempi ha riscosso tanti elogi ma anche giudizi contrastanti da ogni angolo del web. Il fatto è che quando di un libro se ne parla troppo vengo di solito colta da una sorta di allergia, per cui devo attendere che le acque si siano calmate prima di trovare la voglia di leggerlo. Non ci posso fare niente, è più forte di me: l’eccesso di esultanza o denigrazione, peggio ancora se accompagnato da un battage pubblicitario che ne cavalca l’onda, mi porta purtroppo a diffidare dell’effettiva qualità dell’opera, soprattutto se è di un autore che si è affermato negli ultimi anni, per cui ne rimando nel tempo l’assaggio per poi magari accorgermi che ho fatto male.
A Barnes mi avvicinai per la prima volta alcuni mesi fa, quasi in punta di piedi, prelevando dagli scaffali delle biblioteca una delle sue opere meno famose e acclamate (Livelli di vita), forse per non tradire quella riluttanza che ho appena descritto, e mai scelta fu comunque più felice visto che il libro in questione mi conquistò parecchio per i contenuti emotivi e l’originalità della trama. Purtroppo non posso dire la stessa cosa di questo secondo romanzo, visto che il coinvolgimento non è stato altrettanto forte. Intendiamoci, anche “Il senso di una fine” è un’opera scritta bene, anzi, scritta divinamente, ma purtroppo non è scattato quel quid che di solito mi rapisce in modo intenso e viscerale durante la lettura, e credo che questo dipenda dal fatto che ho amato troppo l’altro libro, il primo che ho letto, e che quindi mi aspettavo qualcosa che fosse alla stessa altezza se non addirittura di più. Se avessi letto per primo questo, forse l’impatto sarebbe stato un po’ diverso. In ogni caso la scrittura di Barnes è come sempre incantevole, ricca di citazioni colte e raffinate, studiata attentamente nella forma e nello stesso tempo miracolosamente scorrevole. E poi questo romanzo – ritengo sia giusto dirlo, anche se non sempre fa la differenza – ha vinto nel 2011 il Man Booker Prize, uno dei più importanti premi letterari inglesi.

Ma vediamo adesso la trama a grandi linee, evitando anticipazioni sul finale. La storia è raccontata in prima persona da Tony Webster, un uomo di mezza età dal carattere mediocre e insignificante, che conduce un’esistenza abitudinaria al riparo da qualsiasi emozione. Una moglie, una figlia, un divorzio risolto in modo pacifico, una vita senza scossoni e tagli drastici. Un’esistenza insomma livellata, senza particolari sapori. Fino a quando un giorno, dopo aver ricevuto una lettera che gli annuncia il lascito di una piccola somma e del diario di Adrian, un compagno di studi che si era tolto la vita molti anni prima, Tony è costretto a scuotersi dal fondo limaccioso della sua esistenza. Anche perché la possibilità di mettere le mani sul diario segreto dell’amico gli riaccende nella memoria fatti e circostanze accaduti quarant’anni prima, tra cui una serie di dubbi e crucci rimasti in sospeso, benché mezzi assopiti nella coscienza. La suddetta donazione gli giunge però in modo inaspettato dalla madre appena deceduta di Veronica, la ragazza con la quale era stato fidanzato per un breve periodo ai tempi del liceo, fino a quando lei aveva scelto di mettersi con il suo amico Adrian, che a quei tempi spiccava su tutti per brillantezza e charme intellettuale. E quindi la situazione per Tony adesso si complica, perché Veronica si impadronisce prontamente di ogni bene della madre, tra cui anche il famigerato diario, e non si dimostra per nulla disposta a concederglielo, condannandolo così a brancolare nel buio. Il protagonista dovrà quindi lottare con l’urgenza emotiva di recuperarlo per far luce su alcune questioni che gli premono, soprattutto per dare un senso alla fine del suo amico e una tregua a dei rimorsi che ancora lo affliggono per cose che aveva scritto tempo addietro. E in tale percorso sarà costretto ad affrontare ansie, incertezze, domande che non trovano risposta, dinieghi e silenzi imposti dagli altri, fino a giungere con grande fatica alla verità ultima, che si paleserà tanto inaspettata quanto scioccante. Ma la verità in certi casi può anche avere un effetto terapeutico, soprattutto se ci aiuta a comprendere che la storia della nostra vita non è sempre come ce la siamo raccontati, ma che anzi il più delle volte risulta alterata da una nostra messa a fuoco troppo arbitraria, che rischia di travisare le cose procurandoci inutili sofferenze.

 Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più si va avanti negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

In sostanza questo è un romanzo sugli “inganni del tempo e della memoria”, ossia sull’impossibilità da parte nostra di definire il senso di un qualcosa che è accaduto senza poter avere un riscontro da parte degli altri. E su quanto sia quindi facile, con lo scorrere del tempo, sedimentare nella mente impressioni e immagini alterate.
Un romanzo che quindi gioca sulla fallacità della memoria, sull’inaffidabilità del ricordo soggettivo, e su tutte le ingannevoli distorsioni che ne possono derivare. Perché in realtà la nostra vita non è la nostra vita, scrive giustamente Barnes, ma solo la storia che tendiamo a raccontarci per quietare la coscienza, per evitare ansie e complicazioni. Tutto ciò che introiettiamo a livello emotivo deve infatti fare i conti con le nostre paure e aspettative, per cui spesso ci costruiamo un’idea personale di come siano andate certe cose, che non è detto corrisponda alla realtà oggettiva. Fino a quando qualcosa irrompe all’improvviso in questo nostro status accomodato e parziale, rassicurante e spesse volte anche ipocrita, sconquassandolo con antichi malesseri che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. E magari ci accorgiamo, con immenso stupore, che certi fatti del passato non sono esattamente come ce li eravamo immaginati. Giacché adesso nuovi elementi, che prima ci erano sconosciuti, ci costringono a rifare i conti, a rimettere ogni cosa in discussione.

 Io so una cosa per certo: che un tempo oggettivo esiste, ma che esiste anche quello soggettivo, quello che si porta sull’interno polso, proprio accanto alle pulsazioni cardiache. E questo tempo personale, che è poi quello più autentico, si misura in funzione del nostro rapporto con i ricordi. Perciò, quando è accaduta quella cosa strana, e all’improvviso mi sono ritrovato invaso da una serie di ricordi nuovi, è stato come se, per un attimo, il tempo avesse ingranato la retromarcia. Come se, per un attimo, il fiume risalisse la corrente.

Questo è un libro che ho trovato interessante soprattutto per le riflessioni che genera, non tanto per la trama in se stessa. Come infatti ho già spiegato, la storia non è riuscita ad emozionarmi, a toccarmi nel profondo, e anche i personaggi mi sono apparsi spesso irritanti. Si legge in fretta, questo sì, perché durante la lettura scatta proprio la curiosità di voler capire quello che sta succedendo, e quindi non si vede l’ora di arrivare a cogliere l’ultimo tassello per completare il mosaico. E nel creare tali aspettative l’autore, a mio avviso, è stato bravissimo. Ma sono soprattutto le varie riflessioni sparse qua e là nel tessuto narrativo che meritano di essere lette. E anche rilette, magari più volte.
Mi è capitato di leggere in giro diverse critiche al libro, che vanno dal parere di una trama troppo debole e con un finale inverosimile fino all’accusa, rivolta allo scrittore, di aver imbrogliato le carte, di aver preso in giro i lettori, perché fino all’ultimo è impossibile capire dove la storia stia andando a parare. Sono d’accordo solo sul fatto che il finale sia un po’ spiazzante, ma per quanto riguarda la suspense sempre crescente, che trasforma il romanzo in una specie di thriller esistenziale, non posso che fare un inchino e prodigarmi in un applauso. Il fatto di riuscire a creare un clima di ambiguità che tiene il lettore aggrappato alle pagine fino all’ultima riga, mi sembra da considerare un pregio e non un difetto. E non penso affatto che lo scrittore si sia divertito a giocare sporco con i lettori, non lo penso proprio. Per me questa si chiama “abilità narrativa”, non disgiunta da una buona dose di originale inventiva. Oltretutto a me l’effetto “sorpresa” non è dispiaciuto per nulla, anzi, di solito apprezzo chi riesce a stupirmi, e se poi il finale non mi convince del tutto quello è un altro discorso. Ergo, per quanto mi riguarda non mi sono sentita menata per il naso da nessuno, malgrado l’aspetto controverso dell’epilogo. Credo che il valore di un romanzo risieda in ben altri elementi, che non sono difficili da individuare se non ci si lascia fuorviare dall’antipatia per qualche personaggio o dalla frustrazione di non aver colto in anticipo lo sviluppo della trama.

A mio avviso la qualità di questo romanzo risiede soprattutto nelle interessanti riflessioni che lo costellano. Ci sono dei contenuti che alla fine mi sembrano più importanti dello stesso impianto narrativo. Contenuti intesi come messaggi, come significati di fondo, che a mio parere assumono in questo contesto una valenza ampia, di carattere universale. Perché il buio in cui si dibatte il protagonista, con quel tormento di voler comprendere come siano andate certe cose, alla fine non ci è del tutto estraneo. Così come non ci è del tutto estranea l’impossibilità di recepire il senso reale di alcune circostanze, soprattutto quelle che implicano rapporti più o meno diretti con gli altri. Alla fine questa storia ci rispecchia, che lo vogliamo o no. A chi non capita di fraintendere le cause di un accadimento pensando che siano dovute a certi fattori quando invece dipendono da tutt’altro? A chi non capita di giocare con degli alibi mentali per discolparsi da qualcosa di non troppo onorevole che sa di aver detto o scritto nel proprio passato? A chi non capita di rimuovere qualche sospetto scomodo dalla coscienza, in modo da riuscire a dormire dei sonni più tranquilli? E nel momento cruciale, quando il destino arriva e presenta il conto, quanti di noi sceglierebbero, se ne avessero la possibilità, di continuare a tenere la testa sotto la sabbia, al calduccio e al riparo da qualsiasi danno emotivo, pur di non affrontare l’eventuale resa dei conti?
Lo sappiamo bene tutti che il difetto principale dell’uomo, inteso in senso generale, è quello di raccontarsi delle frottole per non dover ammettere le proprie insufficienze, per sopravvivere ad una vera o presunta mediocrità. Lo sappiamo che la tendenza comune è quella di nascondere il marcio sotto il tappeto, in modo da lasciare esposta alla luce solo la facciata più presentabile o gratificante. Ognuno di noi, senza esclusioni, tende a costruirsi nell’età adulta un’immagine rispettabile di se stesso, lontana dagli eccessi e dagli sbagli della giovinezza. Un’immagine che possa camuffare incertezze, complessi ed eventuali sensi di colpa accumulati nel tempo. Spesso realtà e verità quindi non collimano in un individuo, perché sono appunto il frutto delle manipolazioni della sua memoria, ossia della frottola che ha continuato a raccontare a se stesso e agli altri nel corso degli anni. E l’autore, nelle varie disgressioni che arricchiscono il romanzo, arriva a spingere tale concetto anche alla Storia, quella con la esse maiuscola, che da sempre si trova in bilico tra “l’illusione dei vinti” e “le menzogne dei vincitori”. Com’è possibile non dargli ragione? Purtroppo viviamo in un mondo che trabocca di egoismo e ottusità mentale, dove ognuno si ostina a caldeggiare nel suo piccolo una visione limitata e opinabile della realtà, quella che in genere gli fa più comodo, fino a convincersi o convincere gli altri che sia l’unica possibile. Ed è talmente radicata questa tendenza che ormai scatta quasi in automatico, senza che le persone se ne rendano conto. Così succede che si finisce col concentrarsi solo su quegli aspetti della vita che in qualche modo accontentano e riassicurano, a scapito di verità ben più importanti ma anche più dolorose e quindi difficilmente gestibili. E tiriamo avanti questo gioco fino a quando un terremoto ci toglierà, magari per l’ennesima volta, la terra da sotto i piedi, costringendoci a fare i conti con noi stessi, a rimettere tutto in discussione. E così via, in un processo che con grande fatica trova una soluzione di continuità. Ma se cominciamo a guardarci dentro meglio per renderci finalmente conto che molte delle credenze che da sempre consideriamo fondate non sono altro che ingegnose costruzioni create dalla nostra mente, volte a perpetuare un pacifico rapporto con il mondo ma soprattutto con la nostra coscienza, forse arriveremo un giorno a capire, magari una volta per tutte, che “la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”. Il dolore che spesso accompagna tale consapevolezza è il prezzo da pagare, ma senza dubbio ne vale la pena.


Alcune chicche riflessive, estratte qua e là dal romanzo:

Quanti luoghi comuni ci portiamo appresso con disinvoltura, dico bene? Ad esempio, che il ricordo corrisponda alla somma di evento più tempo trascorso. E invece funziona in modo molto più strano di così. Non so più chi ha detto che il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato. Inoltre dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente. Solo che credere questo non conviene, non serve; non aiuta a tirare avanti; perciò fingiamo di non saperlo. (pag.65)

Il carattere delle persone si sviluppa nel tempo? Nei romanzi, naturalmente, sì: altrimenti non ci sarebbe storia. Ma nella vita? A volte me lo chiedo. Cambiano i nostri atteggiamenti, le nostre opinioni, assumiamo nuove abitudini e nuove bizzarrie; ma è un’altra cosa, un fatto più decorativo. Forse il carattere è simile all’intelligenza, anche se raggiunge il suo picco massimo leggermente più tardi, diciamo, tra i vent’anni e i trenta. Dopodiché, non ci schiodiamo più da lì. Siamo soli. Se così fosse, si spiegherebbero parecchie esistenze, non vi pare? Nonché, se il termine non risulta troppo solenne, la nostra tragedia.
Il problema dell’accumulo», aveva scritto Adrian. Scommetti dei soldi su un cavallo, quello vince e la vincita passa sul cavallo della corsa successiva, e così via. Le vincite si accumulano. E le perdite? Non all’ippodromo, dove si perde solo la puntata iniziale. Ma nella vita? Forse in questo caso le regole sono diverse. Scommetti su una relazione, non funziona; vai alla successiva, e non funziona neanche quella; forse non perdi solo la somma di due sottrazioni, bensì un multiplo di quanto avevi puntato. L’impressione è questa, comunque. La vita non è solo fatta di somme e sottrazioni. C’è anche l’accumulo, la moltiplicazione delle perdite, dei fallimenti. (pag.104)

(….) quando hai vent’anni, pur essendo confuso e dubbioso sulle tue mire e aspirazioni, hai comunque forte il senso di cosa sia la vita e di cosa tu sia o possa diventare, in quella vita. Dopo… beh, dopo ci sono più incertezze, più sovrapposizioni, marce indietro, falsi ricordi. Da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera. Più tardi la memoria si riempie di toppe e brandelli. E’ un po’ come la scatola nera degli aerei, che registra quel che accade in caso di incidente. Se non succede nulla, il nastro si cancella da sé. Perciò, se davvero precipiti, è chiaro perché l’hai fatto; ma se non vai giù, allora il giornale di bordo del tuo viaggio si fa assai meno limpido.
Oppure, per metterla in un altro modo. Qualcuno una volta ha detto che i suoi periodi storici preferiti erano quelli in cui tutto precipita, perché significano la nascita imminente di qualcosa di nuovo. Ha senso questa teoria se la applichiamo alle vite dei singoli individui? Morire quando sta per nascere qualcosa di nuovo, anche se la novità in questione riguarda proprio noi? Perché, esattamente come ogni cambiamento storico o politico prima o poi delude, così succede con il diventare adulti. Con la vita. Certe volte penso che lo scopo dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita finale, dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non è affatto all’altezza della propria fama. (pag.105)

Quando si comincia a dimenticare le cose – non mi riferisco all’Alzheimer, ma solo alle prevedibili conseguenze  dell’età – si può reagire in vari modi. Ci si può mettere d’impegno e cercare di costringere la memoria a cacciare fuori il nome di quel conoscente, di quel fiore, quella stazione ferroviaria, quell’astronauta… Oppure si può ammettere la propria défaillance e prendere misure pratiche al riguardo, utilizzando testi di consultazione e internet. O più semplicemente, si può lasciar perdere – infischiarsene di ricordare – e scoprire, a volte, che l’elemento smarrito riaffiora magari a distanza di un’ora o di un giorno, spesso nel corso di quelle interminabili notti insonni che la vecchiaia infligge. È una cosa che impariamo tutti, tutti quelli di noi che dimenticano, intendo.
Ma impariamo anche qualcos’altro, e cioè che al nostro cervello non piace che gli si attribuisca un ruolo fisso. Proprio quando crediamo che sia tutta una questione di decrescita, di sottrazioni e divisioni, ecco che la nostra mente, la nostra memoria, possono sorprenderci. Quasi a dirci: Non pensare di poter fare conto su un rassicurante processo di graduale declino – la vita è molto più complicata di così. E allora il cervello si mette a lanciarti addosso brandelli di cose, perfino a sbrogliare certi ben noti grovigli della memoria. E, con mio grande sgomento, è proprio questo che mi stava capitando. (pag.111-112)


Nota: la traduzione del libro è stata curata da Susanna Basso, che come sempre ha svolto un lavoro encomiabile.

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26 pensieri su “Il senso di una fine

  1. elisabetta19MR

    Julian Barnes: ne avevi già detto, egregiamente, a proposito “Livelli di vita”. E io ti avevo messo in guardia 😉 sulla capacità di Barnes di trascinare il lettore (volente o nolente) a seguire, come un fiume in piena, il suo Io narrante. “Il senso di una fine” è uno stream of consciousness che ingloba anche la Storia, personaggi e pensatori famosi, che si materializza nella libera uscita di pensieri, riflessioni, sensi di colpa e autoassoluzioni. Una storia che qualcuno potrebbe definire un “romanzo psicologico” in senso freudiano, dalla forte suspense e che tiene il lettore legato alla conoscenza del finale, “spiazzante” come dici tu.

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    1. Quel suo “fiume narrante” (non potevi definirlo meglio) lo trovo strepitoso, anche perché ci offre un tipo di narrativa diversa dal solito – caratterizzata appunto da riflessioni, citazioni, aforismi – che si distacca un po’ dalle solite offerte del mercato editoriale, e proprio per questo affascina e coinvolge. Almeno su di me ha sortito questo effetto, forse perché in genere apprezzo chi coltiva uno stile originale che è ricco di contenuti intelligenti.

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  2. Athenae Noctua

    Sono d’accordo sulla prevalenza delle riflessioni rispetto all’intreccio: nei pensieri qui allineati da Barnes mi sono rispecchiata e intrappolata, gutandomi pienamente la sua rivisitazione del tema del tempo e della sua deformabilità, che coinvolge tutto ciò che in esso si colloca. Fra le sue pagine è come se la linea cronologica si ondulasse e si appallottolasse, dimostrandoci come ciò che diventa dominio del passato non sia più vicibile nella sua interezza e sia, invece, sempre più alterato dalla nostra percezione…

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    1. Anch’io mi sono rispecchiata parecchio, ripercorrendo con la mente alcune esperienze passate dove non ero riuscita a cogliere una verità che probabilmente, in quel frangente, non avevo proprio voluto vedere… Poi il tempo, come hai detto, demolisce le nostre false costruzioni e ci costringe a guardare in faccia la realtà, spesso quando non c’è più la possibilità di porvi rimedio.

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  3. C’è qualcosa di familiare in questo libro, ma non ho ancora capito cosa. Intanto ti dico che sono d’accordo con almeno una cosa che hai detto: non ci vedo proprio niente di male a leggere un libro coinvolgente! 😀 e la definizione di thriller esistenziale mi stuzzica assai 🙂

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    1. Visto che la storia di Nadar ti aveva affascinato, fossi in te inizierei con Livelli di vita. Mi hanno parlato bene anche di un altro suo libro, Il pappagallo di Flaubert… e penso che sarà il prossimo che leggerò.

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  4. Il senso della fine m’ero ripromesso di prenderlo alla biblioteca, ma colà giunto, al momento di allungare la mano, la mano ha afferrato Il Pappagallo di Flaubert. La cui lettura sto per ultimare.
    Mi avevi chiesto tempo fa di farti sapere cosa ne pensassi, per cui il tuo post diventa l’imprevista occasione di giocare in clima.
    La tua (come sempre) chiarissima scrittura mi ha permesso di farmi un’idea del Senso di una Fine, benchè non letto, e mi è d’aiuto a spiegare cosa sto traendo dal Pappagallo di Flaubert.
    Buffo strano… saggio, almanacco, tesina.. non so, scritto… traboccante di citazioni e indugi riflessivi ed escursioni, pur seguendo il filo (ovvio) della persona di Flaubert. Che viene scandagliato, passato alla lente: abitudini, amori, carattere, quest’ultimo reso a secondo dei vari momenti e ambienti, ora catturabile ora sfuggente, tutto da una documentazione precisa, non ultimi pettegolezzi altrui raccolti e resi al millimetro, e dove non c’è la testimonianza diretta o il nero su bianco di una carta, il signor Barnes supplisce con ipotetiche ricostruzioni.
    Tutte le forme della comunicazione libraria sono usate: dal dialogo, all’elenco, al racconto tout court.
    L’ironia ricorrente è della migliore qualità e tradizione anglosassone. Ci sono battute e passi degni di essere estrapolati e validi fini a se stessi, in filo diretto con l’imbattibile Oscar Wild 🙂
    Un libro profondo? Non so. Non gratuito, però, che almeno per me, è quel che conta.
    Ecco, io ne vedrei la lettura magari intercalata tra altri libri di piombo. Pausa piacevole e diversiva sebbene, non per questo e lo ripeto, non per niente gratuita e mai banale.
    Forse in certi punti troppo motoso, ci sono pagine sul menoso risparmiabili, aspetto però di cui accollo a me il difetto: carenza di pazienza.

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    1. Grazie Guido, ci tenevo ad avere una tua opinione! Insomma, da come lo descrivi “Il pappagallo” mi tenta e mi seduce (mi riferisco al libro ovviamente, non a un certo tipo di maschio umano 😀 ), e infatti l’ho già messo in lista d’attesa. Sicuramente ne riparleremo più avanti nel tempo, e tu sei già invitato fin da adesso come ospite d’onore per aprire la lista dei commenti 😉

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  5. Perfino quando un libro non ha il famoso quid riesci a parlarne in modo tale da rendermi urgentissima l’idea di averlo tra le mani! Io non ho letto assolutamente niente di questo autore, e sono anche in un terribile periodo lavorativo in cui non riesco quasi a leggere, ma me lo segno assolutamente!

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    1. Che bel complimento, grazie! Mi piace trasmettere agli altri l’effetto che mi ha fatto un libro, anche se poi non è detto che possa essere apprezzato da tutti… I gusti, come si sa, sono sempre molto soggettivi, ma non mi dispiace confrontarmi con quelli diversi dai miei. Se lo leggi mi piacerebbe poi sapere cosa ne pensi, qui nel mio angolino oppure nel tuo blog 😉

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  6. I tuoi post sono sempre molto meditati, articolati, e riesci a trasmettere a meraviglia quello che un libro ti ha dato oppure non ti ha dato.

    Su questo romanzo in particolare la mia opinione è piuttosto diversa dalla tua.

    Faccio parte di quell’esigua e irrilevante minoranza che non è rimasta folgorata da questa lettura (di qualche anno fa, e dunque vado molto a memoria).

    Prima parte all’insegna del “com’ero, che cosa mi ricordo”. E va ancora bene.

    Seconda parte all’insegna del “Toh, che sorpresa! il come pensavo di essere, l’immagine di me stesso che pensavo di dare non corrispondeva all’idea che gli altri avevano di me. Il che cosa mi ricordo dipende dal fatto che la memoria è selettiva.”

    Ohibò, che scoperta! Non ci aveva pensato mai nessuno, prima. Quando ho letto quello che qui sopra ha scritto Munin e cioè che “C’è qualcosa di familiare in questo libro” mi è venuto da sorridere perché è vero. I concetti che Barnes esprime non sono certo novità, son cose che in letteratura molti hanno sviscerato in tantissimi modi.
    Ma, appunto, siccome in letteratura il “come” è importante quanto il “cosa” (molto spesso, a mio parere, anche più importante) vengo allora al “come”.

    La prima parte la ricordo scorrevole e ben scritta, la seconda molto raffazzonata e sciatta. Caduta in verticale.

    Se guardiamo alla storia “nuda e cruda” (la cosiddetta “trama”) mi è sembrata davvero poco credibile. Che una lettera scritta d’impulso da un ragazzino provochi tali effetti devastanti anche dopo quarant’anni a me era sembrata una colossale forzatura oltre che abbastanza ridicolo. Trama piena di buchi e personaggi tutti (co-protagonista compresa) molto malamente caratterizzati nonostante la quantità di parole spese per descriverli. Empatia (almeno da parte mia) zero. Ma non è l’ empatia, la simpatia o l’antipatia che possono suscitare i personaggi, che determinano il livello qualitativo di un testo letterario. Lo so, e dunque su questo non insisto.

    Complessivamente, il libro si fa leggere, non dico di no (anche perché per fortuna è breve :-).

    Le elucubrazioni intorno ai temi “filosofici” del Tempo e della Memoria: mi sono sembrate la scoperta dell’acqua calda, anche perché ahimè non posso non ricordare che su Tempo e Memoria altri narratori e di ben altra levatura hanno scritto prima ed infinitamente meglio e ben più approfonditamente di Barnes.

    Non ho letto più nulla, di suo, Il senso di una fine mi è bastato. So che si dice gran bene de Il pappagallo di Flaubert ma, appunto, non ho alcuna voglia di approfondirlo, Barnes. E quello che più sopra ne ha scritto Guido Sperandio diciamo che non mi stimola a rivedere le mie posizioni…:-)

    Infine. Che dire dell’insopportabile tormentone della (per me) insopportabile Veronica: “Proprio non ci arrivi, eh? Non hai mai capito e non capirai mai.”
    Ecco. Io, caro Barnes, non (ti) ho capito.

    Ciao Alessandra, e grazie come sempre per la tua pazienza 🙂

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    1. Condivido molte delle tue opinioni, in particolare quella su Veronica, che in effetti verrebbe voglia di strozzare più volte nel corso della lettura 😉 Allo stesso modo concordo sul fatto che la trama non sia un granché in se stessa, e difatti sono appunto le interessanti digressioni che in qualche modo la insaporiscono, come avevo accennato anche nell’analisi. Sì certo, hai ragione, molte riflessioni si agganciano a concetti già trattati più volte nel corso del tempo, a riprova del fatto che la letteratura prende spesso prestiti dalla psicoanalisi o dalla filosofia, eppure mi ha colpito come Barnes sia riuscito a rendere tali divagazioni in modo così accattivante, introducendole sempre nei momenti più salienti della narrazione. Alcune forzature della trama sono apparse anche a me troppo sopra le righe, ma forse servivano all’autore per portare alle estreme conseguenze dei concetti che gli premevano in modo particolare. Non lo so, potrei anche sbagliarmi… Resta il fatto che il suo modo di disquisire, anche se colto e interessante, anche se ricco di riferimenti letterari, ha nel contempo il dono di apparire chiaro e scorrevole, quindi alla portata un po’ di tutti, se vogliamo. E questo, a mio parere, è sempre un punto a favore.

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      1. Renza

        Effettivamente, Alessandra, i tuoi post stimolano al dibattito. Anch’ io faccio parte della minoranza che non ha trovato eccezionale ” Il senso di una fine”. Più o meno per i motivi già espressi da gabrilù. La dinamica del ricordo mi è sembrata superficiale e di maniera – anche un po’ furba. Poi non mi ha convinto la struttura del ” giallo” applicata alla storia di una vita. Solo nel giallo emerge la prova certa che fa scoprire il colpevole. La vita non funziona così, non vi sono verità inoppugnabili – che qui sono solo nelle mani degli altri protagonisti. Nella vita- e tutta la letteratura del ‘ 900 ce ne ha dato prove superbe- ci sono interpretazioni diverse ( che possiamo chiamare anche bugie) , nessuna delle quali può diventare la sola verità che la spiega. Invece qui, il protagonista, nello scoprirsi “colpevole”, si attribuisce un’ azione di intervento e di potere sulle decisione degli altri un po’ eccessiva , si sente quasi un deus ex machina delle scelte altrui. Possiamo davvero pensare che tutta la storia sia stata la conseguenza della sua lettera alquanto sgradevole?

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      2. Ciao Renza! Mi fa piacere che nascano dei confronti 😉 è sempre interessante sentire idee e impressioni anche diverse. Come avrai già capito condivido gran parte delle vostre critiche; ci sono infatti situazioni tirate all’eccesso (come quella che hai citato) che non stanno tanto in piedi, ed è per questo che il romanzo ha sollevato molte discussioni fin dalla sua prima uscita, dividendo lettori e critica. Però a mio parere, nonostante certe falle della trama, il libro non sarebbe da buttare via… Il senso di colpa provato dal protagonista è in effetti eccessivo, in gran parte discutibile, soprattutto se valutato nel particolare contesto della trama, ma se lo consideriamo in senso più generale diventa invece un’occasione per riflettere su quante volte ci capita, nella vita di tutti i giorni, di trovarci invischiati in situazioni simili (anche se di natura e portata minore), dove dobbiamo misurarci con la difficoltà di poter cogliere l’effetto collaterale di alcuni nostri gesti pregressi. E con il peso dei sensi di colpa che ne conseguono. Lo so, sono argomenti triti e ritriti, ma personalmente ho apprezzato il modo con cui ha saputo affrontarli l’autore, analizzandoli e sviscerandoli alla luce di un’analisi che io non considero furba ma intelligente. Senza le sue numerose ponderazioni, per me il romanzo avrebbe avuto ben poco valore. Perché non bastano certamente la suspense e il finale scioccante per riscattare una trama poco convincente e rendere un libro indimenticabile 😉

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  7. Interesantissima recensione di un autore che, in libreria, nel tempo, ho preso in mano e lasciato, non so perché. O meglio, se lo so, fatico ad accogliere i motivi che, dalla tua recensione, possono far capolino. Sono certa che presto leggerò quest’autore. Non so se, per primo, questo libro. Hai fatto davvero un buon lavoro.

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    1. Grazie Ivana. Talvolta le recensioni possono renderci troppo fiduciosi o troppo diffidenti verso un particolare autore. L’unica soluzione è quella di provare a leggerlo, se in qualche modo le tematiche attirano. A me è capitato ogni tanto, come in questo caso, di sentirmi all’inizio riluttante per via di alcuni giudizi troppo contrastanti, per poi invece scoprire che il libro valeva una lettura. Come mi è capitato, al contrario, di acquistare un romanzo perché tutti ne parlavano bene, salvo poi raccogliere una cocente delusione. Non c’è nulla da fare, i gusti sono e rimangono sempre soggettivi (per fortuna, perché la bellezza delle cose risiede appunto nella diversità). Le recensioni, anche quelle più articolate e appassionate, vanno prese per quello che sono, ossia come una linea guida, una traccia per capire se lo stile e i contenuti possono eventualmente interessare, ma nulla di più.

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  8. Ti copio solo una parte del mio commento a questo romanzo: “La maggioranza delle vite si svolge così, senza infamia e senza lode, si sopravvive, ci si adatta a persone, fatti, circostanze. La routine. La vita è “nascita, copula e morte”. Ma, appunto, a volte il passato torna e ci costringe a rivedere il quadro che ne avevamo dipinto.Barnes ha la capacità di farti sempre sentire in attesa di ciò che può accadere, le pagine si voltano con questo senso di attesa. Fino ad un finale sorprendente, ma nello stesso tempo frettoloso, per alcuni può anche risultare deludente, senz’altro.Ma è un libro che fa riflettere, una specie di saggio sulla vita, più che un romanzo vero e proprio. Un libro che può metterci in discussione, se ovviamente abbiamo voglia di farlo.Ti lascia il senso di amaro in bocca, e fa traballare le certezze. Io non ho traballato, mi ci sono ritrovato, ma non credo sia meglio. Essere ottusi, essere arrendevoli, essere accomodanti, anche vigliacchi, attenua il senso di fallimento, ci difende da esso. Ma con la vita ci si fa i conti, prima o poi. E la vita corre, forse il senso è questo, tutto fugge via prima che ci possiamo capire qualcosa e dargli un senso. Molto amaro, molto disincantato, e anche molto ironico, però. Spesso ho sorriso, in mezzo all’amarezza. Bisogna avere qualche annetto sul groppone, secondo me, per entrare in questo romanzo e capirlo, almeno un po’. Capire quel concetto di “accumulo”:«Scommetti su una relazione, non funziona; vai alla successiva, e non funziona neanche quella; forse non perdi solo la somma di due sottrazioni, bensì un multiplo di quanto avevi puntato. L’impressione è questa, comunque. La vita non è solo fatta di somme e sottrazioni. C’è anche l’accumulo, la moltiplicazione delle perdite, dei fallimenti».”

    Per il resto, ti faccio i miei complimenti per un’analisi così incredibilmente completa, esaustiva, profonda…

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  9. Cara Alessandra, facciamoci una risata sulla diversità di teste e sensibilità in questo dannato mondo!
    Ieri sera, a un’amica, grande onnivora lettrice (non la becchi con un qualsiasi titolo che non abbia letto!) ho detto di avere appena finito Barnes, Flaubert e il papp. – ma non sono arrivato a pronunciare Barnes, che il viso dell’amica si è contratto in una smorfia fulminea di disgusto.
    Tale la smorfia da indurmi altrettanto fulmineo a cambiar discorso. 🙂
    Tu dici che il bello è proprio in questa varietà di opinioni, mah!
    Buon Natale! E… pace ai lettori di buona volontà 🙂

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      1. Tutto bene, sì. La pressione arteriosa si è mantenuta sempre buona 🙂
        Il mio parere? Te lo sciorinai qualche giorno fa (commento sopra 16 dicembre), cioè il giorno prima della seguente stroncatura da parte di gabrilu.
        Dovendo fare una sintesi della sintesi di quanto ti dissi (sopra), il pennuto è scritto da un professionista e anglosassone, la nonchalance di un hobby nel mondo infinito della letteratura. Ci sono senz’altro titoli più di spessore, dipende se tu vuoi concederti una pausa piacevole tra una lettura impegnativa e l’altra.
        Qualche passo, come già sopra ti dissi, può risultare pedante e noioso, dipende dalla sopportazione del lettore. ( E Pontiggia ha scritto che il giudice di un testo dev’essere severo e impaziente. Io mi limito ad essere impaziente.)

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