Tag

, , , , ,

Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012, 160 pp.

Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012

Arrivo forse ultima a dire la mia opinione su un successo editoriale che negli ultimi tempi ha riscosso tanti elogi ma anche giudizi contrastanti da ogni angolo del web. Il fatto è che quando di un libro se ne parla troppo vengo di solito colta da una sorta di allergia, per cui devo attendere che le acque si siano calmate prima di trovare la voglia di leggerlo. Non ci posso fare niente, è più forte di me: l’eccesso di esultanza o denigrazione, peggio ancora se accompagnato da un battage pubblicitario che ne cavalca l’onda, mi porta purtroppo a diffidare dell’effettiva qualità dell’opera, soprattutto se è di un autore che si è affermato negli ultimi anni, per cui ne rimando nel tempo l’assaggio per poi magari accorgermi che ho fatto male.
A Barnes mi avvicinai per la prima volta alcuni mesi fa, quasi in punta di piedi, prelevando dagli scaffali delle biblioteca una delle sue opere meno famose e acclamate (Livelli di vita), forse per non tradire quella riluttanza che ho appena descritto, e mai scelta fu comunque più felice visto che il libro in questione mi conquistò parecchio per i contenuti emotivi e l’originalità della trama. Purtroppo non posso dire la stessa cosa di questo secondo romanzo, visto che il coinvolgimento non è stato altrettanto forte. Intendiamoci, anche “Il senso di una fine” è un’opera scritta bene, anzi, scritta divinamente, ma purtroppo non è scattato quel quid che di solito mi rapisce in modo intenso e viscerale durante la lettura, e credo che questo dipenda dal fatto che ho amato troppo l’altro libro, il primo che ho letto, e che quindi mi aspettavo qualcosa che fosse alla stessa altezza se non addirittura di più. Se avessi letto per primo questo, forse l’impatto sarebbe stato un po’ diverso. In ogni caso la scrittura di Barnes è come sempre incantevole, ricca di citazioni colte e raffinate, studiata attentamente nella forma e nello stesso tempo miracolosamente scorrevole. E poi questo romanzo – ritengo sia giusto dirlo, anche se non sempre fa la differenza – ha vinto nel 2011 il Man Booker Prize, uno dei più importanti premi letterari inglesi.

Ma vediamo adesso la trama a grandi linee, evitando anticipazioni sul finale. La storia è raccontata in prima persona da Tony Webster, un uomo di mezza età dal carattere mediocre e insignificante, che conduce un’esistenza abitudinaria al riparo da qualsiasi emozione. Una moglie, una figlia, un divorzio risolto in modo pacifico, una vita senza scossoni e tagli drastici. Un’esistenza insomma livellata, senza particolari sapori. Fino a quando un giorno, dopo aver ricevuto una lettera che gli annuncia il lascito di una piccola somma e del diario di Adrian, un compagno di studi che si era tolto la vita molti anni prima, Tony è costretto a scuotersi dal fondo limaccioso della sua esistenza. Anche perché la possibilità di mettere le mani sul diario segreto dell’amico gli riaccende nella memoria fatti e circostanze accaduti quarant’anni prima, tra cui una serie di dubbi e crucci rimasti in sospeso, benché mezzi assopiti nella coscienza. La suddetta donazione gli giunge però in modo inaspettato dalla madre appena deceduta di Veronica, la ragazza con la quale era stato fidanzato per un breve periodo ai tempi del liceo, fino a quando lei aveva scelto di mettersi con il suo amico Adrian, che a quei tempi spiccava su tutti per brillantezza e charme intellettuale. E quindi la situazione per Tony adesso si complica, perché Veronica si impadronisce prontamente di ogni bene della madre, tra cui anche il famigerato diario, e non si dimostra per nulla disposta a concederglielo, condannandolo così a brancolare nel buio. Il protagonista dovrà quindi lottare con l’urgenza emotiva di recuperarlo per far luce su alcune questioni che gli premono, soprattutto per dare un senso alla fine del suo amico e una tregua a dei rimorsi che ancora lo affliggono per cose che aveva scritto tempo addietro. E in tale percorso sarà costretto ad affrontare ansie, incertezze, domande che non trovano risposta, dinieghi e silenzi imposti dagli altri, fino a giungere con grande fatica alla verità ultima, che si paleserà tanto inaspettata quanto scioccante. Ma la verità in certi casi può anche avere un effetto terapeutico, soprattutto se ci aiuta a comprendere che la storia della nostra vita non è sempre come ce la siamo raccontati, ma che anzi il più delle volte risulta alterata da una nostra messa a fuoco troppo arbitraria, che rischia di travisare le cose procurandoci inutili sofferenze.

 Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più si va avanti negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

In sostanza questo è un romanzo sugli “inganni del tempo e della memoria”, ossia sull’impossibilità da parte nostra di definire il senso di un qualcosa che è accaduto senza poter avere un riscontro da parte degli altri. E su quanto sia quindi facile, con lo scorrere del tempo, sedimentare nella mente impressioni e immagini alterate.
Un romanzo che quindi gioca sulla fallacità della memoria, sull’inaffidabilità del ricordo soggettivo, e su tutte le ingannevoli distorsioni che ne possono derivare. Perché in realtà la nostra vita non è la nostra vita, scrive giustamente Barnes, ma solo la storia che tendiamo a raccontarci per quietare la coscienza, per evitare ansie e complicazioni. Tutto ciò che introiettiamo a livello emotivo deve infatti fare i conti con le nostre paure e aspettative, per cui spesso ci costruiamo un’idea personale di come siano andate certe cose, che non è detto corrisponda alla realtà oggettiva. Fino a quando qualcosa irrompe all’improvviso in questo nostro status accomodato e parziale, rassicurante e spesse volte anche ipocrita, sconquassandolo con antichi malesseri che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. E magari ci accorgiamo, con immenso stupore, che certi fatti del passato non sono esattamente come ce li eravamo immaginati. Giacché adesso nuovi elementi, che prima ci erano sconosciuti, ci costringono a rifare i conti, a rimettere ogni cosa in discussione.

 Io so una cosa per certo: che un tempo oggettivo esiste, ma che esiste anche quello soggettivo, quello che si porta sull’interno polso, proprio accanto alle pulsazioni cardiache. E questo tempo personale, che è poi quello più autentico, si misura in funzione del nostro rapporto con i ricordi. Perciò, quando è accaduta quella cosa strana, e all’improvviso mi sono ritrovato invaso da una serie di ricordi nuovi, è stato come se, per un attimo, il tempo avesse ingranato la retromarcia. Come se, per un attimo, il fiume risalisse la corrente.

Questo è un libro che ho trovato interessante soprattutto per le riflessioni che genera, non tanto per la trama in se stessa. Come infatti ho già spiegato, la storia non è riuscita ad emozionarmi, a toccarmi nel profondo, e anche i personaggi mi sono apparsi spesso irritanti. Si legge in fretta, questo sì, perché durante la lettura scatta proprio la curiosità di voler capire quello che sta succedendo, e quindi non si vede l’ora di arrivare a cogliere l’ultimo tassello per completare il mosaico. E nel creare tali aspettative l’autore, a mio avviso, è stato bravissimo. Ma sono soprattutto le varie riflessioni sparse qua e là nel tessuto narrativo che meritano di essere lette. E anche rilette, magari più volte.
Mi è capitato di leggere in giro diverse critiche al libro, che vanno dal parere di una trama troppo debole e con un finale inverosimile fino all’accusa, rivolta allo scrittore, di aver imbrogliato le carte, di aver preso in giro i lettori, perché fino all’ultimo è impossibile capire dove la storia stia andando a parare. Sono d’accordo solo sul fatto che il finale sia un po’ spiazzante, ma per quanto riguarda la suspense sempre crescente, che trasforma il romanzo in una specie di thriller esistenziale, non posso che fare un inchino e prodigarmi in un applauso. Il fatto di riuscire a creare un clima di ambiguità che tiene il lettore aggrappato alle pagine fino all’ultima riga, mi sembra da considerare un pregio e non un difetto. E non penso affatto che lo scrittore si sia divertito a giocare sporco con i lettori, non lo penso proprio. Per me questa si chiama “abilità narrativa”, non disgiunta da una buona dose di originale inventiva. Oltretutto a me l’effetto “sorpresa” non è dispiaciuto per nulla, anzi, di solito apprezzo chi riesce a stupirmi, e se poi il finale non mi convince del tutto quello è un altro discorso. Ergo, per quanto mi riguarda non mi sono sentita menata per il naso da nessuno, malgrado l’aspetto controverso dell’epilogo. Credo che il valore di un romanzo risieda in ben altri elementi, che non sono difficili da individuare se non ci si lascia fuorviare dall’antipatia per qualche personaggio o dalla frustrazione di non aver colto in anticipo lo sviluppo della trama.

A mio avviso la qualità di questo romanzo risiede soprattutto nelle interessanti riflessioni che lo costellano. Ci sono dei contenuti che alla fine mi sembrano più importanti dello stesso impianto narrativo. Contenuti intesi come messaggi, come significati di fondo, che a mio parere assumono in questo contesto una valenza ampia, di carattere universale. Perché il buio in cui si dibatte il protagonista, con quel tormento di voler comprendere come siano andate certe cose, alla fine non ci è del tutto estraneo. Così come non ci è del tutto estranea l’impossibilità di recepire il senso reale di alcune circostanze, soprattutto quelle che implicano rapporti più o meno diretti con gli altri. Alla fine questa storia ci rispecchia, che lo vogliamo o no. A chi non capita di fraintendere le cause di un accadimento pensando che siano dovute a certi fattori quando invece dipendono da tutt’altro? A chi non capita di giocare con degli alibi mentali per discolparsi da qualcosa di non troppo onorevole che sa di aver detto o scritto nel proprio passato? A chi non capita di rimuovere qualche sospetto scomodo dalla coscienza, in modo da riuscire a dormire dei sonni più tranquilli? E nel momento cruciale, quando il destino arriva e presenta il conto, quanti di noi sceglierebbero, se ne avessero la possibilità, di continuare a tenere la testa sotto la sabbia, al calduccio e al riparo da qualsiasi danno emotivo, pur di non affrontare l’eventuale resa dei conti?
Lo sappiamo bene tutti che il difetto principale dell’uomo, inteso in senso generale, è quello di raccontarsi delle frottole per non dover ammettere le proprie insufficienze, per sopravvivere ad una vera o presunta mediocrità. Lo sappiamo che la tendenza comune è quella di nascondere il marcio sotto il tappeto, in modo da lasciare esposta alla luce solo la facciata più presentabile o gratificante. Ognuno di noi, senza esclusioni, tende a costruirsi nell’età adulta un’immagine rispettabile di se stesso, lontana dagli eccessi e dagli sbagli della giovinezza. Un’immagine che possa camuffare incertezze, complessi ed eventuali sensi di colpa accumulati nel tempo. Spesso realtà e verità quindi non collimano in un individuo, perché sono appunto il frutto delle manipolazioni della sua memoria, ossia della frottola che ha continuato a raccontare a se stesso e agli altri nel corso degli anni. E l’autore, nelle varie disgressioni che arricchiscono il romanzo, arriva a spingere tale concetto anche alla Storia, quella con la esse maiuscola, che da sempre si trova in bilico tra “l’illusione dei vinti” e “le menzogne dei vincitori”. Com’è possibile non dargli ragione? Purtroppo viviamo in un mondo che trabocca di egoismo e ottusità mentale, dove ognuno si ostina a caldeggiare nel suo piccolo una visione limitata e opinabile della realtà, quella che in genere gli fa più comodo, fino a convincersi o convincere gli altri che sia l’unica possibile. Ed è talmente radicata questa tendenza che ormai scatta quasi in automatico, senza che le persone se ne rendano conto. Così succede che si finisce col concentrarsi solo su quegli aspetti della vita che in qualche modo accontentano e riassicurano, a scapito di verità ben più importanti ma anche più dolorose e quindi difficilmente gestibili. E tiriamo avanti questo gioco fino a quando un terremoto ci toglierà, magari per l’ennesima volta, la terra da sotto i piedi, costringendoci a fare i conti con noi stessi, a rimettere tutto in discussione. E così via, in un processo che con grande fatica trova una soluzione di continuità. Ma se cominciamo a guardarci dentro meglio per renderci finalmente conto che molte delle credenze che da sempre consideriamo fondate non sono altro che ingegnose costruzioni create dalla nostra mente, volte a perpetuare un pacifico rapporto con il mondo ma soprattutto con la nostra coscienza, forse arriveremo un giorno a capire, magari una volta per tutte, che “la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”. Il dolore che spesso accompagna tale consapevolezza è il prezzo da pagare, ma senza dubbio ne vale la pena.


Alcune chicche riflessive, estratte qua e là dal romanzo:

Quanti luoghi comuni ci portiamo appresso con disinvoltura, dico bene? Ad esempio, che il ricordo corrisponda alla somma di evento più tempo trascorso. E invece funziona in modo molto più strano di così. Non so più chi ha detto che il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato. Inoltre dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente. Solo che credere questo non conviene, non serve; non aiuta a tirare avanti; perciò fingiamo di non saperlo. (pag.65)

Il carattere delle persone si sviluppa nel tempo? Nei romanzi, naturalmente, sì: altrimenti non ci sarebbe storia. Ma nella vita? A volte me lo chiedo. Cambiano i nostri atteggiamenti, le nostre opinioni, assumiamo nuove abitudini e nuove bizzarrie; ma è un’altra cosa, un fatto più decorativo. Forse il carattere è simile all’intelligenza, anche se raggiunge il suo picco massimo leggermente più tardi, diciamo, tra i vent’anni e i trenta. Dopodiché, non ci schiodiamo più da lì. Siamo soli. Se così fosse, si spiegherebbero parecchie esistenze, non vi pare? Nonché, se il termine non risulta troppo solenne, la nostra tragedia.
Il problema dell’accumulo», aveva scritto Adrian. Scommetti dei soldi su un cavallo, quello vince e la vincita passa sul cavallo della corsa successiva, e così via. Le vincite si accumulano. E le perdite? Non all’ippodromo, dove si perde solo la puntata iniziale. Ma nella vita? Forse in questo caso le regole sono diverse. Scommetti su una relazione, non funziona; vai alla successiva, e non funziona neanche quella; forse non perdi solo la somma di due sottrazioni, bensì un multiplo di quanto avevi puntato. L’impressione è questa, comunque. La vita non è solo fatta di somme e sottrazioni. C’è anche l’accumulo, la moltiplicazione delle perdite, dei fallimenti. (pag.104)

(….) quando hai vent’anni, pur essendo confuso e dubbioso sulle tue mire e aspirazioni, hai comunque forte il senso di cosa sia la vita e di cosa tu sia o possa diventare, in quella vita. Dopo… beh, dopo ci sono più incertezze, più sovrapposizioni, marce indietro, falsi ricordi. Da giovane sei in grado di ricordarti la tua breve esistenza tutta intera. Più tardi la memoria si riempie di toppe e brandelli. E’ un po’ come la scatola nera degli aerei, che registra quel che accade in caso di incidente. Se non succede nulla, il nastro si cancella da sé. Perciò, se davvero precipiti, è chiaro perché l’hai fatto; ma se non vai giù, allora il giornale di bordo del tuo viaggio si fa assai meno limpido.
Oppure, per metterla in un altro modo. Qualcuno una volta ha detto che i suoi periodi storici preferiti erano quelli in cui tutto precipita, perché significano la nascita imminente di qualcosa di nuovo. Ha senso questa teoria se la applichiamo alle vite dei singoli individui? Morire quando sta per nascere qualcosa di nuovo, anche se la novità in questione riguarda proprio noi? Perché, esattamente come ogni cambiamento storico o politico prima o poi delude, così succede con il diventare adulti. Con la vita. Certe volte penso che lo scopo dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita finale, dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non è affatto all’altezza della propria fama. (pag.105)

Quando si comincia a dimenticare le cose – non mi riferisco all’Alzheimer, ma solo alle prevedibili conseguenze  dell’età – si può reagire in vari modi. Ci si può mettere d’impegno e cercare di costringere la memoria a cacciare fuori il nome di quel conoscente, di quel fiore, quella stazione ferroviaria, quell’astronauta… Oppure si può ammettere la propria défaillance e prendere misure pratiche al riguardo, utilizzando testi di consultazione e internet. O più semplicemente, si può lasciar perdere – infischiarsene di ricordare – e scoprire, a volte, che l’elemento smarrito riaffiora magari a distanza di un’ora o di un giorno, spesso nel corso di quelle interminabili notti insonni che la vecchiaia infligge. È una cosa che impariamo tutti, tutti quelli di noi che dimenticano, intendo.
Ma impariamo anche qualcos’altro, e cioè che al nostro cervello non piace che gli si attribuisca un ruolo fisso. Proprio quando crediamo che sia tutta una questione di decrescita, di sottrazioni e divisioni, ecco che la nostra mente, la nostra memoria, possono sorprenderci. Quasi a dirci: Non pensare di poter fare conto su un rassicurante processo di graduale declino – la vita è molto più complicata di così. E allora il cervello si mette a lanciarti addosso brandelli di cose, perfino a sbrogliare certi ben noti grovigli della memoria. E, con mio grande sgomento, è proprio questo che mi stava capitando. (pag.111-112)


Nota: la traduzione del libro è stata curata da Susanna Basso, che come sempre ha svolto un lavoro encomiabile.

Annunci