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Il ballo, Irène Némirovsky, Adelphi, 2005, pp. 83

Il ballo, Irène Némirovsky, Adelphi, 2005, pp. 83

La signora Kampf entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli. Ma Antoniette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli. La madre la osservò un istante senza parlare, poi le si piantò davanti a braccia conserte.

Così inizia Il ballo di Irène Némirovsky, con parole che evidenziano al massimo l’essenza caratteriale delle due protagoniste, madre e figlia, che già da queste prime battute appaiono in netta contrapposizione tra loro: quanto burbera e dispotica appare la prima, tanto mite e distaccata sembra l’altra. La scrittrice ci piazza fin da subito davanti agli occhi l’irritante signora Kampf, un’arrogante e volgare parvenu che si autoesalta all’idea di organizzare un sontuoso ricevimento in casa, in modo da sentirsi all’altezza della brillante società parigina. La figlia quattordicenne Antoinette, alle prese con le pulsioni tipiche dell’età, vorrebbe partecipare all’evento per fare il suo debutto in società, e già sogna di ballare al braccio di qualche affascinante giovane galantuomo. Il suo desiderio viene però subito infranto dalla stizzosa madre che, infervorata dal desiderio di essere l’unica a primeggiare, anche per compensare delle evidenti frustrazioni sociali, le impone un divieto assoluto di accedere alla festa nel giorno prestabilito. Ad Antoniette non resta quindi che piangere, quando è da sola nella sua camera, sfogando rabbia e lacrime sul cuscino…

Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti… Se ne infischiavano che lei soffocasse a forza di piangere, sola, al buio, che si sentisse misera e derelitta come un cane smarrito… Nessuno le voleva bene, nessuno al mondo… Ma non vedevano dunque – ciechi, imbecilli – che lei era mille volte più intelligente, più raffinata, più profonda di tutti loro, di tutta quella gente che osava educarla, istruirla… Arricchiti volgari, ignoranti… Ah, come aveva riso di loro per tutta la sera! E loro, naturalmente, non si erano accorti di nulla… Poteva piangere o ridergli sotto gli occhi, non la degnavano di uno sguardo… Una bambina di quattordici anni, una ragazzetta, è un qualcosa di spregevole e di infimo, come un cane… Con che diritto la mandavano a dormire, la punivano, la ingiuriavano? «Ah, vorrei che morissero!». Al di là del muro sentiva l’inglese respirare quietamente nel sonno. Antoinette ricominciò a piangere, ma più piano, assaporando le lacrime che le scorrevano agli angoli della bocca e all’interno delle labbra; d’un tratto la invase uno strano piacere: per la prima volta in vita sua piangeva così, senza smorfie né sussulti, in silenzio, come una donna… In seguito avrebbe pianto, per amore, le stesse lacrime… Ascoltò a lungo i singhiozzi risuonarle nel petto come un’ondata profonda e bassa nel mare… La sua bocca bagnata di lacrime aveva un sapore salmastro… Accese la lampada e si guardò con curiosità allo specchio. Aveva le palpebre gonfie, le guance rosse e chiazzate. Come una bambina che sia stata picchiata. Era brutta, brutta… Singhiozzò di nuovo.

Come se il divieto di partecipare al ballo non bastasse, la madre obbliga la povera ragazza a compilare i numerosi biglietti per gli invitati, approfittando di ogni minima occasione per rincarare la dose dei rimproveri, per farla sentire piccola e insignificante. La vendetta di Antoinette alla fine sarà tremenda, ma nello stesso tempo gustosissima e di grande soddisfazione anche per il lettore, seppure in realtà non premeditata ma scaturita da un moto di estrema insofferenza.
Irène Némirovsky è stata di una bravura eccezionale nel condensare in poche pagine, con una scrittura scarna ed essenziale e un ritmo sempre più incalzante, tutti gli umori e gli stati d’animo di un’adolescente che deve fronteggiare una madre vacua, egoista e superficiale, attenta solo alle apparenze e alle formalità. Così com’è stata brava ad illustrarci il vizio dell’ipocrisia e dell’ambizione sociale, che di solito prolifera proprio in quelle persone che si sono arricchite all’improvviso, sulla scia di un colpo di fortuna, e che sono quindi ansiose di cancellare un passato di cui si vergognano.

Come le mosche d’autunno, Irène Némirovsky, Adelphi, 2007, pp. 99

Come le mosche d’autunno, Irène Némirovsky, Adelphi, 2007, pp. 99

Di tutt’altra ambientazione è il romanzo Come le mosche d’autunno, che comunque non ha nulla da invidiare al precedente. Anche in questo caso assistiamo ad un concentrato di umori e sentimenti, che sono quelli che travolgono una vecchia balia al servizio dei Karin, una nobile famiglia russa destinata alla decadenza. L’epoca è quella del primo conflitto mondiale, che aveva visto anche l’avvento della rivoluzione bolscevica e il conseguente crollo dell’Impero zarista.
Partiti i due figli maschi per la guerra, i Karin decidono di riparare all’estero per salvarsi la vita, mentre nella loro dimora russa, un tempo così gloriosa e piena di vita, rimane di guardia solo la vecchia e fedele nutrice, Tat’jana Ivanovna, che si aggira da una stanza vuota all’altra come un’antica vestale, incapace di staccarsi da quei luoghi tanto amati e vissuti… Fino a quando un evento tragico e doloroso la convincerà a raggiungere i padroni a Odessa e a trasferirsi poi con loro a Parigi, dove sperano di rifarsi una vita. Ma per Tat’jana questa svolta non sarà per niente facile, legata com’è al ricordo della sua terra, delle fitte abetaie ricoperte di ghiaccio, degli spazi luminosi e sconfinati. Nei locali cupi, stretti e polverosi dell’appartamento parigino la donna si sentirà infatti avvilita e depressa, sconcertata non solo dal clima cittadino ma anche dall’apatia che illanguidisce sempre più i membri della famiglia Karin…

Camminavano avanti e indietro da una parete all’altra, in silenzio, come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita.

La balia, proprio perché legata ai Karin da un affetto antico e profondo, non sopporta di vederli ridotti in quelle condizioni, così spenti e rassegnati, svincolati da ogni ricordo del passato e costretti a vendere gli oggetti preziosi nella speranza di sopravvivere con un minimo di decoro. Nessuno della famiglia, a parte lei, sembra interessato a ricordare i tempi andati né a mantenerne vive le usanze, così come nessuno sembra attendere con la sua stessa trepidazione l’arrivo della prima neve sui tetti parigini, come seppur magra consolazione di quella che un tempo ammantava le pianure dell’amata Russia. Ma rifugiarsi nei continui rimpianti può essere controproducente, perché il rischio è quello di un progressivo distacco dalla realtà che può aprire le porte al vaneggiamento…

Si svegliò con un lamento e rimase immobile, supina, fissando stupefatta le finestre chiare. Una nebbia opaca e biancastra invadeva il cortile, e ai suoi occhi affaticati sembrò neve, quella che cade per la prima volta in autunno, fitta e accecante, diffondendo una sorta di luce triste, di crudo fulgore bianco.
Giunse le mani, mormorò:
«La prima neve…».
La guardò a lungo con un’espressione di beatitudine infantile e inquietante allo stesso tempo, da pazza. L’appartamento era immerso nel silenzio. Probabilmente non era ancora rientrato nessuno. Si alzò, si vestì, senza staccare lo sguardo dalla finestra, immaginando la neve che cadeva e rigava l’aria, rapida e fuggevole come piume d’uccello. A un certo punto le sembrò di udire una porta richiudersi. Forse i Karin erano già tornati e dormivano?… Ma non era a loro che pensava. Le pareva di sentire i fiocchi di neve che le si schiacciavano sul viso, con il loro sapore di ghiaccio e di fuoco. Prese il cappotto, si mise in fretta e furia lo scialle sulla testa, lo appuntò intorno al collo, e cercò istintivamente sul tavolo, con la mano aperta, come una cieca, il mazzo di chiavi che a Karinovka prendeva sempre con sé quando usciva. Non lo trovò, annaspò con gesti febbrili, dimenticando quello che stava cercando, scostò con impazienza l’astuccio degli occhiali, il lavoro a maglia iniziato, il ritratto di Jurij bambino …
Aveva la sensazione che qualcuno la stesse aspettando. Una oscura smania le infiammava il sangue. (pag.95-96) 

In un libretto di sole novanta pagine troviamo condensato in modo intenso e drammatico il travaglio dell’emigrazione, il dolore dell’esilio, ma anche l’amarezza e il senso di solitudine di chi non riesce ad accettare la fine di un’epoca, di chi non può e non vuole adattarsi ai cambiamenti, alle svolte imposte dalla vita. E tutto questo è stato raffigurato con estrema delicatezza, oltre che con grande maestria narrativa. Viene quindi da chiedersi quanti altri piccoli o grandi capolavori ci avrebbe potuto regalare nel tempo questa deliziosa scrittrice ucraina di lingua francese, se alla soglia dei quarant’anni non fosse caduta vittima della follia nazista.

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