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Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.

Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere. Però sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, delle specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole.

Così si descriveva Flannery O’Connor in una lettera a un’amica, cercando di spiegarle quanto la fede cristiana la guidasse sulla strada dell’ispirazione artistica senza per questo renderla un’esaltata, una timorata di Dio. Anzi, la scrittrice era in genere disgustata dagli individui che si autocompiacevano della loro devozione religiosa, pensando per questo di essere perfetti o migliori di altri (e non per niente nei suoi racconti li metteva duramente alle strette, gli ipocriti di questo tipo), così come non sopportava chi scriveva romanzetti edificanti con la pretesa di insegnare ai lettori delle facili scorciatoie morali. Ma con quella frase ci fa anche capire quanto sia stata per lei importante, se non fondamentale, la fede in Dio, perché senza quella non avrebbe mai potuto scrivere quello che ha scritto e nel modo in cui l’ha scritto.
Il fatto è che la credenza nei dogmi cristiani non le intralciava in alcun modo la visione artistica che aveva del mondo, ma al contrario gliene ampliava gli orizzonti. Flannery era infatti convinta che per cogliere a fondo il male, anche nei suoi angoli più oscuri, fosse necessaria una qualche luce e che questa potesse giungere solo dalla fede, che considerata in questi termini si rivelava una lente di ingrandimento sulla realtà. Anzi, era addirittura del parere che «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo non cattolico, da non poter fornire materiale». Un modo interessante e suggestivo di considerare certe cose, che probabilmente le derivava non solo dall’educazione cattolica ortodossa ma anche da svariate letture di stampo religioso, filosofico e storico-mitologico che aveva smaltito nel corso degli anni, da San Tommaso d’Aquino al gesuita Teilhard de Chardin, dal filosofo Jacques Maritain a mistici come Teresa d’Avila, dallo storico Mircea Eliade a Carl Gustav Jung. Libri che alternava volentieri con quelli dei suoi narratori preferiti, tra i quali spiccavano Henry James, Conrad, Poe, Hawthorne, oltre una bella selezione di autori russi e francesi. Tutte letture che, prese nel loro complesso, le avevano modellato una particolare visione della vita e un altrettanto particolare modo di esprimerla nella sua scrittura.

Vorrei però chiarire fin da subito che nonostante l’influenza di un cattolicesimo fervente e radicale, definito più volte hardcore da lei stessa, nei suoi scritti non c’è nulla di pedante, moralistico o esaltato. Così come non c’è nulla di chiesastico, tantomeno tentativi di convertire i lettori alla fede. Al punto che le sue storie possono essere apprezzate, come infatti continuamente accade, anche da persone completamente agnostiche. Anche le trame e i contenuti mi sembrano ben calibrati tra loro, privi di inutili patetismi e faziosità di sorta, e infatti apprezzo molto il fatto che prendano di mira non soltanto la mentalità scettica dell’ateo, sempre convinto di agire alla luce del buon senso, ma anche quella rigida del fedele benpensante, che spesso per il semplice fatto di seguire le funzioni e prendere i sacramenti si crede tanto meritevole e rispettabile, quando invece nella realtà è un bacchettone ipocrita. E quest’ironica messa in scena di personaggi credenti che sono in difetto, come si può ben immaginare, non veniva sempre capita e gradita dalle persone benpensanti dell’epoca. Queste il più delle volte rimanevano scioccate o irritate dalle sue storie, probabilmente perché ci vedevano riflesse dentro le loro stesse meschinità, quelle di cui non volevano prendere atto. Bisogna anche considerare che la scrittrice si ritrovava a vivere come cattolica ortodossa in un Sudamerica anni ’50 in maggior parte protestante, caratterizzato da un fondamentalismo biblico che generava ancora mulinelli di fanatismo e miseria morale. Credo quindi che i suoi scritti indisponessero in modo particolare le persone più moraliste e timorate di Dio, che magari stentavano anche a comprendere la sua scelta del grottesco e della violenza come mezzi di rappresentazione del dramma umano. Non era raro, infatti, che la scrittrice ricevesse delle lettere da persone che la criticavano duramente, per di più senza aver capito nulla delle vere motivazioni che stavano alla base della sua narrativa.

Ma vediamo adesso quali sono a grandi linee gli elementi che rendono così unici e speciali i suoi racconti. Innanzitutto una scrittura efficacemente realistica, dove i contesti e le azioni dei personaggi si snodano davanti agli occhi dei lettori come nella scena di un film, con uno sviluppo della trama che crea aspettativa, curiosità e continuo interesse, e che quindi avvinghia al racconto fino all’ultima pagina. Flannery, pur avendo una grande fede, non si considerava assolutamente una scrittrice dell’impercettibile. Anzi, rifuggiva dalle cose fumose e astratte, perché il suo scopo era proprio quello di rendere l’universo visibile un riflesso di quello invisibile, dando alla dimensione spirituale una consistenza materiale che doveva colpire per efficacia e nitidezza. Per tale motivo evitava ogni genere di introspezione psicologica o sentimentalismo, perché scrivere narrativa non era a suo parere una questione di dire le cose ma di farle “vedere”, per cui anche le emozioni dei personaggi non dovevano essere descritte ma rese evidenti dalla loro condotta, dalla gestualità, dalle reazioni che maturavano di fronte agli eventi. Come spiega anche Pietro Citati, “L’unico organo al quale (la scrittrice) si inchinava era l’occhio, universale pietra di paragone”, attraverso il quale riportava sulle pagine ogni cosa che vedeva, “le rapide o lente sensazioni dello sguardo, ma anche le sensazioni del tatto, dell’ odorato, dell’udito, del gusto”.
Un’altra cosa interessante è che nelle sue storie c’è sempre un’apertura al mistero, al soprannaturale, che per quanto suoni paradossale non stona affatto con la carnalità e la ruvidezza delle situazioni tratteggiate. La realtà umana, per quanto si possa dubitarne, è nella visione di quest’autrice impastata con la trascendenza, e quindi i suoi personaggi sono per forza costretti a misurarsi con quel grande mistero che da sempre sta all’origine dell’universo. Dal quale scaturisce anche la presenza del divino nelle vicende umane (quindi in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo), che attraverso “l’azione della grazia” offre all’uomo la possibilità di una svolta, di un cambiamento, di una nuova presa di consapevolezza, anche se spesso il tutto avviene in modo drastico, violento e inatteso. La grazia non intacca però la libertà, da parte degli uomini, di accettare o rifiutare questa possibilità di redenzione, i quali possono quindi reagire come meglio credono, salvo poi pagarne le conseguenze. I personaggi delle sue storie possono quindi avanzare verso Cristo o morire prima del riscatto, e fino all’ultimo istante non è possibile intuirne l’esito.
Non meno importante è l’effetto grottesco della sua narrativa, che dipende anche dal fatto che gli aspetti drammatici e paradossali dell’incisività della grazia possono, in certi casi, portare all’abbrutimento del personaggio. Anzi, l’irruzione del soprannaturale non sempre migliora la vita personale e sociale dei personaggi, e quindi il risultato è spesso quello di una narrazione violenta e comica assieme, che in fondo ha lo scopo di rompere un modo convenzionale di vedere le cose (anche quello dei lettori, visto che sono i destinatari dell’opera). La stessa scrittrice, riguardo questo aspetto, spiegava in una delle sue tante lettere che in base alla sua esperienza ogni cosa divertente che aveva scritto era più terribile che divertente, o divertente solo perché terribile, o terribile solo perché divertente.

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Vediamo ora un po’ più a fondo come si manifesta l’elemento soprannaturale in queste storie, o meglio con quali modi e mezzi lo spirito (il mondo trascendentale) si incarna nella materia (il mondo umano) per promuoverne una possibile redenzione. All’inizio di ogni racconto la scrittrice ci dipinge una situazione di problematica quotidiana, che per un po’ si mantiene in un equilibrio abbastanza stabile, con delle tensioni appena accennate. Il protagonista di turno è spesso un individuo sicuro della propria visione esistenziale o religiosa, alla luce della quale “giudica” ogni cosa e modella le proprie convinzioni, che in alcuni casi cerca di trasmettere anche agli altri con lo scopo di convertirli (come ad esempio nel racconto Gli storpi entreranno per primi, dove Sheppard, un filantropo laico, si affanna nel tentativo di recuperare degli sbandati per reintrodurli ad una vita regolare e borghese). Fino a quando, in modo drastico o insinuante, ma in ogni caso sempre incisivo, accade un fatto del tutto imprevisto, una sorta di segnale più o meno percettibile, che nella visione dell’autrice rappresenta la manifestazione della grazia divina. Segnale che il protagonista del racconto stenta di solito a riconoscere subito, perché non è in grado di capirne fin dall’inizio l’effettiva portata, ossia il messaggio autentico e profondo (e la stessa cosa accade anche al lettore, che condivide con il personaggio l’iniziale disorientamento). Come nel racconto appena citato [SPOILER], dove a un certo punto sarà proprio un giovane teppista, seguito ed educato con particolare foga da Sheppard, a fargli capire tramite una continua ribellione l’inutilità dei suoi propositi filantropici, visto che lo stanno sviando dalla necessità di dare le giuste attenzioni a un figlio trascurato e bisognoso d’affetto. Il teppista trasgressivo è quindi in realtà uno strumento della grazia divina, per quanto possa risultarci incredibile, e infatti non è lui ad avere bisogno di aiuto ma chi cerca ostinatamente di convertirlo, che purtroppo non è però in grado di osservarsi dentro e quindi di cogliere il messaggio.
Nei racconti della O’Connor è sempre il personaggio che incarna il ruolo di miglioratore del mondo, ossia della persona assennata che vuole convertire gli altri alla propria prospettiva di buon senso, che alla fine si ritrova spiazzato, perché è lui che viene inaspettatamente chiamato a una conversione e quindi messo alla prova. E tale processo epifanico si esplica quasi sempre in modo duro e sconvolgente, come se il protagonista avesse proprio bisogno di ricevere uno schiaffo in faccia per comprendere a fondo la propria meschinità. Schiaffo che di conseguenza arriva anche al lettore, perché si viene talmente presi dalla carica realistico-emotiva del racconto che è impossibile non sentirsi partecipi.
È quindi nell’attimo della rivelazione che si percepisce la presenza della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo (il mondo umano), e a questo punto per il soggetto coinvolto ci sono solo due possibilità: quella di accettarla o quella di rifiutarla. Non esistono vie di mezzo. Come ha spiegato anche la scrittrice, di fronte alla manifestazione del divino nessun personaggio può lasciare le cose a metà, perché «tutto muove verso il suo vero fine o in direzione opposta; tutto, in ultima istanza, è salvo o è perso». La rivelazione è quindi occasione di cambiamento, di trasformazione, di passaggio ad uno stadio successivo di coscienza, e chi pretende di sapere già da sé la verità e di agire sempre a fin di bene può ritrovarsi, alla fine di tutto, con un pugno di mosche in mano. Come accade appunto a Sheppard [SPOILER], che nel momento esatto in cui si rende conto di aver disprezzato e trascurato per anni il figlioletto, e sente l’urgenza di porvi rimedio, è la volta che lo perde per sempre.

Il culmine del momento epifanico diventa quindi di fondamentale importanza in queste storie, visto che può decretare una salvezza in extremis o una caduta rovinosa. Ma il più delle volte è quest’ultima che tinge di sfumature tragiche il finale del racconto, perché alla scrittrice piaceva scegliere come soggetti quelli più testardi e ottusi, quelli fissati su un’idea o rinchiusi nella convinzione di essere perfetti. Personaggi, in altre parole, che hanno eretto delle barriere talmente inscalfibili attorno alle proprie false credenze che solo un intervento scioccante e violento può riuscire a incrinarle. Troviamo così il vecchio che vuole vendere l’ultimo campo rimasto davanti alla casa ad una società che vuole installarci una stazione di servizio (La veduta del bosco), convinto che sia giusto andare incontro al progresso e favorire la modernità, a costo di sacrificare la bella vista sul bosco che si apprezza dalla finestra. Tale cieca ostinazione gli metterà contro tutta la famiglia e anche la giovane nipote, caparbia e orgogliosa quanto lui, l’unica con la quale aveva avuto fino ad allora un rapporto splendido, basato sulla complicità e la stima reciproca. Potete immaginarvi da soli cosa succederà tra i due, ma vi assicuro che l’estro e l’inventiva dell’autrice andranno ben oltre le vostre previsioni. Terminato il racconto viene infatti da chiedersi chi possa essere stato, in questo caso, lo strumento della grazia divina: il nonno irremovibile o la giovane nipote altrettanto irremovibile? O qualcos’altro ancora?

In altre circostanze la scrittrice prende di mira l’orgoglio, la superbia, il senso di superiorità che alcuni provano nei confronti degli altri, e che spesso nasce da un’invidia non confessata. Come nel racconto Greenleaf, dove la signora May odia a tal punto i suoi fittavoli, disprezzandoli per ogni cosa che dicono o fanno, che finisce col maturare un’insofferenza altrettanto forte per il loro toro, che si acuisce ancora di più nei momenti in cui questo si avvicina al suo giardino per mangiarle i fiori. Come al solito anche questa storia finirà in tragedia, ma vi assicuro che ci sono dei passaggi talmente divertenti, sia nelle azioni che nei dialoghi, che non è possibile trattenere il sorriso. Sono pagine dove il Comico e il Terribile si mescolano assieme producendo un effetto grottesco, com’era del resto nelle intenzioni dell’autrice…
Un altro racconto dove viene messa a dura prova la presunzione di un personaggio è Brava gente di campagna (che sembra fosse il preferito dell’autrice, assieme a Il negro artificiale, così come trapela dalla sua corrispondenza). Qui facciamo la conoscenza di una ragazza con una laurea in filosofia e una gamba di legno che si crede molto intelligente, [SPOILER] fino a quando non viene sedotta e raggirata da un sedicente venditore di Bibbie che le ruba la gamba. Ad una lettura superficiale il racconto in sé stesso, pur colpendoci per come vengono descritti personaggi e scene, potrebbe non dirci molto in termini di significato, ma se ne cogliamo il simbolismo nascosto l’impatto è più forte. Alla gamba di legno corrisponde infatti l’anima della ragazza, che è anch’essa rigida e legnosa, indurita dalla presunzione di essere più colta e intelligente degli altri. Quindi se la sua personalità è sul punto di subire una trasformazione, deve per forza arrivare un ladro che gliela ruba quella gamba. Questo non viene mai detto chiaramente nel corso del racconto, anche se leggendolo con attenzione è possibile cogliere il collegamento tra le due cose. La cosa affascinante di questi racconti è che sono infatti disseminati di simbolismi (di carattere anche biblico, cristiano, mitologico) che non aspettano altro di essere colti e scoperti, e ai quali l’autrice dedicava molta cura e attenzione. Il simbolo permette al racconto di agire in maggiore profondità: è un’immagine grazie alla quale lo scrittore riesce ad esprimere un livello ulteriore della realtà che sta rappresentando, senza la necessità di spiegarlo punto per punto al lettore. Che poi quest’ultimo lo intuisca subito o solo in un secondo tempo o addirittura mai, il risultato alla fine non cambia poi tanto, perché il simbolo agisce anche a livello inconscio, aumentando in ogni caso il grado di coinvolgimento emotivo durante la lettura.

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Penso sia ormai chiaro come il soprannaturale non si manifesti in queste storie con una profusione di cori angelici o particolari visioni mistiche, ma in ben altro modo. Il tocco della grazia è proprio quel “lampo” con cui il protagonista ha la possibilità di comprendere il proprio vero destino, e se non lo comprende lo schiaffo sarà più forte se non addirittura letale. Ma può anche accadere che lo comprenda con un attimo di ritardo, quando davanti a sé non ha più vie di scampo. Come accade ad esempio nel racconto Un brav’uomo è difficile da trovare [SPOILER], dove una vecchia egoista, linguacciuta e manipolatrice, tutta presa da se stessa e dal proprio falso buonismo, apre finalmente il suo cuore all’Altro solo nel momento in cui sta per essere ammazzata. Qui la salvezza, ossia la possibilità di una redenzione, giunge a questa ipocrita nella veste inaspettata di un assassino, perché è lui in questo caso il vero strumento della grazia divina, anche se per il lettore non è di immediata comprensione. Il fatto è che si rimane talmente sconvolti dal finale di questo racconto che non è facile coglierne subito il vero significato. Pure l’autrice si meravigliava con una certa ironia di come i recensori della sua epoca lo giudicassero in modo sempre superficiale, cogliendone ogni volta l’orrore sbagliato.
Quello che mi affascina di più nelle sue storie è il fatto che i personaggi diano sempre l’impressione di poter compiere qualunque azione in qualunque momento. Se siamo ad esempio abituati ad aspettarci dal cattivo solo delle azioni malvagie e dal filantropo solo delle opere di bene, questa è una logica che non tiene nella narrativa della O’Connor, perché i personaggi partoriti dalla sua mente sono sempre e in ogni momento allineati al principio di tutte le loro possibilità. La scrittrice credeva nel libero arbitrio, nella libertà di scelta offerta da Dio all’uomo, e quindi nella possibilità che fino all’ultimo istante un individuo potesse (o non potesse) optare per una soluzione diversa. Anche l’intervento della grazia, in fondo, è sempre un modo per mettere l’uomo di fronte alle proprie responsabilità, per spingerlo a prendere una decisione risolutiva, e che questa sia giusta o sbagliata alla fine poco importa, perché ognuno sarà destinato a rispondere di se stesso quando sarò il momento.

Personalmente sono rimasta colpita non solo dai racconti ma anche dalla personalità di questa donna, in particolare dal coraggio con cui ha saputo affrontare una vita breve e difficile. Una donna che, pur patendo per anni le pene dell’inferno a causa del lupus eritematoso, con continui dolori alle ossa dovuti al cortisone che era costretta ad assumere in grosse quantità per tenerlo a bada, non perse mai la fede religiosa e neppure la voglia di ironizzare su se stessa, visto che quando capitava l’occasione aveva la prontezza di spirito di definirsi, per via delle stampelle, «una struttura ad archi rampanti». Oppure affermava, con tono sarcastico, di sentirsi «come una scimmia antropoide, tutta rigida, che cerca di occuparsi di san Tommaso e di Aristotele». Allo stesso modo non perse mai la voglia di dedicare ogni briciolo di energia residua alla scrittura, con passione sempre costante e grande stoicismo, nonostante i dolori la costringessero spesso a letto. Scrisse infatti fino all’ultimo dei suoi giorni, nonostante le condizioni sempre più disagevoli imposte dalla malattia. Un vero esempio per tutti coloro che, pur essendo in ottima salute, continuano a rimandare con una scusa o l’altra la realizzazione delle proprie vocazioni più sentite e profonde, salvo poi passare il tempo a lamentarsi e compatirsi. Flannery di tempo a disposizione ne aveva avuto poco, molto poco, eppure è riuscita a non sprecarne neppure un attimo.

Qui di seguito vi riporto l’estratto iniziale di alcuni racconti che mi sono particolarmente piaciuti, ma ce ne sono diversi altri che mi hanno colpita. Forse un po’ meno i primi, che sono brevi e meno strutturati perché risalgono al periodo giovanile. Ma tutti, veramente tutti meritano di essere letti, anche se poi ovviamente alcuni potranno piacere o meno a seconda dei gusti personali.

Greenleaf
La finestra della camera da letto della signora May era bassa e dava a oriente, e il toro, argentato dalla luna, vi stava sotto a testa alta, quasi aspettando, come un dio paziente sceso a corteggiarla, di udire la donna muoversi nella stanza. La finestra era buia e il respiro della signora May era troppo sommesso per giungere all’esterno. Le nubi, attraversando la luna, tinsero di nero l’animale, che al buio cominciò a devastare la siepe. Poi le nubi scivolarono via e il toro ricomparve allo stesso punto, masticando tenacemente, con una corona di fronde impigliata nelle corna. Poi, d’improvviso, un bagliore roseo inondò la finestra. Strisce di luce gli guizzarono sul dorso, mentre la veneziana scattava. L’animale abbassò la testa e fece un passo indietro, come per mostrare la ghirlanda.

Un brav’uomo è difficile da trovare
La nonna non voleva andare in Florida. Voleva far visita a certi suoi lontani parenti nel Tennessee orientale e approfittava di tutte le occasioni per far cambiare idea a Bailey. Bailey era il figlio con cui viveva, il suo unico maschio. Era seduto a tavola, sull’orlo della sedia, curvo sulle pagine sportive arancione del Journal. “Ehi, Bailey, guarda, leggi un po’ qui,” disse la nonna, e si alzò con una mano esile sul fianco, sventolando con l’altra il giornale frusciante sopra la testa calva del figlio. “C’è un tizio che si fa chiamare il Balordo… É evaso dal penitenziario federale e si è diretto verso la Florida. Leggi un po’ cosa dicono che ha fatto, a quella gente. Leggi. Io non porterei i miei bambini dove scorrazza un delinquente simile. Non me lo perdonerei mai, se lo facessi”.

Rivelazione
La sala d’aspetto del dottore, che era molto piccola, era quasi piena, quando entrarono i Turpin, e la signora Turpin, che era molto grossa, la fece sembrare ancora più piccola con la sua presenza. La signora si fermò, torreggiante, a un capo del tavolino con le riviste in mezzo al locale, dimostrazione vivente del fatto che era inadeguato e ridicolo. I suoi occhietti neri e vivaci soppesarono tutti i pazienti, mentre studiava la possibilità di sedersi. C’era una sola poltroncina libera e un posto sul divano, occupato da un bambino biondo con un pagliaccetto azzurro sporco, al quale si sarebbe dovuto dire di tirarsi in là e di far accomodare la signora. Il piccolo aveva cinque o sei anni, ma la signora Turpin capì subito che nessuno gli avrebbe ordinato di spostarsi. Se ne stava semisdraiato, con le braccia senza vita lungo i fianchi e gli occhi senza vita nelle orbite. Il naso gli colava liberamente.

Il negro artificiale
Il signor Head si svegliò e scoprì che la stanza era piena di chiaro di luna. Si alzò a sedere e guardò le assi dell’impiantito, color argento, poi la damascatura del cuscino, che avrebbe potuto essere broccato, e dopo un attimo scorse metà della luna nello specchio da barba, a pochi palmi di distanza: si era soffermata, come aspettando il permesso di entrare. Poi si fece avanti, diffondendo una luce che conferiva dignità a tutte le cose. La sedia, contro il muro, sembrava impettita e attenta, come se aspettasse un ordine; e i pantaloni del signor Head, appesi allo schienale, avevano un’aria quasi nobile, come il manto che un gran signore avesse appena gettato a un servo. Ma il volto della luna era grave. Guardava, attraverso la stanza, fuori della finestra, dove galleggiava sopra la scuderia, e pareva che si studiasse, come un giovane che vede dinanzi a sé la propria vecchiaia.

Il profugo
Il pavone seguiva la signora Shortley su per la strada della collina, verso la cima dove aveva deciso di fermarsi. Quando camminavano così, l’uno dietro l’altra, sembravano in processione. La signora Shortley, che saliva il pendio a braccia conserte, avrebbe potuto essere la sposa gigante dei pascoli, uscita a un segno di pericolo per vedere cosa succedeva. Il suo corpo, piantato su due gambe enormi, con la maestosa sicurezza di sé d’una montagna, s’innalzava a bugne di granito decrescenti verso due punte luminose di ghiaccio azzurro che trafiggevano l’aria scrutando ogni cosa. La signora non badava al sole bianco del pomeriggio, che strisciava furtivo dietro un muro sbrindellato di nuvole, come fingendosi un intruso, e posava lo sguardo sulla carraia d’argilla rossa che si staccava dalla provinciale.


Testi e siti-web consultati: Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor (minimum fax), Sola a presidiare la fortezza – Lettere, Flannery O’Connor (minimum fax), La malattia dell’infinito, Pietro Citati (Mondadori), Come si legge un libro, Harold Bloom (Rizzoli), http://www.flanneryoconnor.it (blog gestito da Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica e profondo conoscitore degli scritti della O’Connor.

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