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Il piumaggio del pavone impiega un paio di anni ad acquistare la foggia naturale, e per il resto della sua esistenza questo pollo si comporterà come se l’avesse disegnata da solo. Eppure, nei primi due anni di vita lo si direbbe un’accozzaglia di stracci messa assieme da una mano priva di fantasia. Durante il primo anno il petto è marroncino, il dorso maculato, il collo verde come quello della madre, la codina corta e grigia. Nel corso del secondo, il petto diventa nero, il collo color blu regale e il dorso muta lentamente in quel verde e oro che poi conserverà, ma ancora niente coda lunga. Solo al terzo anno, con la piena maturità, conquista la coda. Per il resto della sua vita – e un pavone può campare fino a trentacinque anni – non avrà niente di meglio da fare che curarsela, arricciarla, lisciarla, danzare avanti e indietro dispiegandola, sgolarsi quando gliela calpestano, e inarcarla quando attraversa una pozzanghera.
Non tutte le parti del pavone colpiscono lo sguardo, nemmeno quando è già adulto. Le piume superiori dell’ala sono striate di bianco e nero, e sembrerebbero prese in prestito da un galletto Barred Rock; quelle all’estremità dell’ala hanno il colore dell’argilla; ha le zampe lunghe e sottili di un colore ferruginoso; gli artigli lunghi; e sembra indossare quei pantaloncini tanto di moda in estate fra i playboy. Giallognoli e attillati, questi pantaloncini scendono a mo’ di prolungamento da una specie di panciotto blu brunito. Uno non si sorprenderebbe a vederci penzolare una catena d’orologio, ma non è ancora capitato a nessuno. Studiando l’aspetto del pavone con la coda chiusa, ho notato che le parti sono sproporzionate rispetto all’insieme. La verità è che quando ha la coda chiusa, solo il portamento lo salva dal ridicolo. Con la coda bella spiegata, invece, il pavone può ispirare una vasta gamma di emozioni, ma una risata devo ancora sentirla.pav6

La reazione normale, almeno di primo acchito, è il silenzio. Il maschio apre la coda scrollandosi con veemenza fino a quando la solleva lentamente a formare un arco che lo sovrasta. Poi, prima che chiunque abbia avuto la possibilità di ammirarlo, si volta, dando la schiena al pubblico. Qualcuno lo prende come un insulto, altri come un capriccio. Io ritengo semplicemente che il pavone sia ben soddisfatto di entrambe le prospettive sfoggiate. (….)
Dopo che il pavone ha mostrato la schiena, lo spettatore di solito comincia a girargli attorno per godersi una prospettiva frontale; ma quello insiste a ruotare su se stesso impedendo qualsiasi prospettiva frontale. La cosa da fare allora è rimanersene immobili e aspettare fino a che non gli andrà di voltarsi. Poi, con suo comodo, il pavone vi si parerà di fronte. Allora, nell’arcata verde-bronzea che lo sovrasta, potrete ammirare una galassia di soli cinti da aureole che vi fissano. A questo punto quasi tutti rimangono in silenzio.
“Amen! Amen!”, esclamò una volta una vecchia negra di fronte all’evento, e ogni commento udito in simili occasioni dimostra l’inadeguatezza del linguaggio umano. (….)pav2

Molte persone, ho scoperto, sono congenitamente incapaci di apprezzare la vista di un pavone. Già un paio di volte mi è stato chiesto quale sia “l’utilità” di un pavone, domanda che da me non otterrà risposta, perché non la merita. Un giorno la compagnia dei telefoni aveva mandato un addetto a ripararci l’apparecchio. Finito il lavoro, l’uomo, un tipo grande e grosso dalla faccia circospetta, mezza coperta da un casco giallo, si trattenne per tentare di convincere con le buone un pavone, rimasto a osservarlo, a fare la ruota. Voleva aggiungere questa esperienza alle tante altre che, a quanto pare, aveva avuto. “Forza, bello”, diceva: “Facci vedere qualcosa, dai, avanti, su con quella coda, su!”.
Il pavone, ovviamente, non lo degnava di uno sguardo.
“Che cos’ha?”, chiese l’uomo.
“Non ha niente”, risposi. “Vedrà che fra poco la fa, la ruota. L’unica è aspettare”.
L’uomo rimase a inseguire il pavone per un’altra quindicina di minuti, poi, scocciato, se ne tornò al camion e mise in moto. L’uccello si scosse e la coda si sollevò a incorniciarlo.
“La sta facendo!”, gridai. “Ehi, aspetti! La sta facendo”. Il tipo fece inversione con il camion, proprio mentre il pavone si girava e gli si parava davanti con la coda spiegata. Una ruota perfetta. L’uccello si volse lievemente a destra e i piccoli pianeti sovrastanti risaltarono in bronzo, poi si volse lievemente a sinistra e svariarono al verde. Mi avviai verso il camion per cogliere la reazione dell’uomo a quella vista.
Era immobile, concentrato a fissare il pavone, come se stesse cercando di decifrare una scritta minuta in lontananza. Dopo un attimo il pavone abbassò la coda e si allontanò impettito.
“Be’, che ne pensa?”, chiesi.
“Mai viste zampe tanto lunghe e tanto brutte”, disse l’uomo. “Scommetto che quel briccone riuscirebbe a superare un autobus”.


Flannery O’Connor, Il re degli uccelli, pag.27-30; brano tratto dal libro “Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere”, pubblicato da Minimum Fax.

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