Il simbolismo dell’acqua nella poetica di Tjutčev

Se nella storia della letteratura mondiale Tjutčev occupa da sempre un posto di rilievo accanto a Puškin e Lermontov, capostipiti della grande stagione d’oro della poesia russa ottocentesca, resta comunque l’impressione che ai giorni nostri sia ancora poco letto e conosciuto dalle nostre parti, visto e considerato che i libri e gli articoli che lo trattano non sono poi così tanti. Anch’io non avevo ancora avuto il piacere di scoprirlo e leggerlo, finché non sono incappata in una raccolta poetica* che mi ha conquistata per la vibrante intensità dei versi, quasi tutti impregnati di sentimento panico per la natura e di forti tensioni metafisiche. Nell’immaginario di Tjutčev la natura viene infatti concepita come un organismo vivente mosso da una forza interiore e unitaria, quindi dotata di un’anima, e in tale visione è facile ravvisarvi temi e motivi del romanticismo tedesco e in particolare delle idee filosofiche di Schelling, che il poeta ebbe modo di conoscere e frequentare durante il suo soggiorno in Germania, dove lavorò per molti anni come diplomatico. A volte le sue liriche assumono anche toni misteriosi e visionari, ed è per questo che molti poeti del simbolismo russo lo presero più avanti come punto di riferimento, ritenendolo per alcuni aspetti un anticipatore del loro stile.
In ogni caso, al di là di qualsiasi influsso assorbito o trasmesso, Tjutčev riuscì a forgiare e mantenere nel tempo una personale potenza espressiva, visto che nei suoi versi la comunione con il flusso vitale della natura è talmente intensa da risultare quasi tangibile. Questo poeta non si limitava, come facevano altri romantici, a sentire la natura per poi riprodurla con delle immagini liriche più o meno belle e ispirate, ma aveva proprio la capacità di calarsi totalmente in essa con lo spirito e con la mente, per poi comunicarla agli altri non solo come fantasia ma come verità profonda. E visto che la bellezza del creato non era per lui un suono vuoto, non fu costretto, come scrive il filosofo e simbolista russo Vladimir Solov’ëv, a “cercare l’anima del mondo, e salutare, senza risposta, un’assente: ella stessa scendeva da lui, e nello splendore della giovane primavera, e nella luminosità delle sere d’autunno, nello scintillare dei lampi lontani di fiamma e nel rumore del mare notturno ella stessa gli indicava i suoi fatali segreti.”

Come spiega anche Eridano Bazzarelli (docente di Letteratura russa, traduttore e curatore del volume di poesie edito da BUR), Tjutčev vede e sente la natura al di là del fatto che abbia letto e assimilato Schelling, perché riesce a vederla e sentirla dentro di lui come un dono, come una rivelazione diretta: “…così egli sente la passione nella gioia erotica degli alberi, nell’ebbrezza amorosa della tempesta, nella passione estatica della natura in quanto inebriata di se stessa nel vortice del cosmo. La tempesta che è la manifestazione di un orgasmo erotico della natura, la tempesta che scuote gli alberi, il mare, l’anima, che lascia estenuati e felici, che sconvolge le acque dei fiumi e dei torrenti, è il massimo risultato che raggiunge l’estasi nell’unità della natura, dell’uomo e del cosmo.”
Più che un filosofo della natura, Tjutčev si può quindi considerare un veggente della natura, a cui il cielo, le montagne, gli alberi e i fiumi parlano un linguaggio che gli altri uomini non riescono a recepire. L’anima mundi della natura vibra veramente dentro di lui, senza la sovrapposizione di concetti astratti o intellettualistici. Nella sua visione cosmica non c’è solo la contemplazione dell’universo, l’attrazione per le sue misteriose origini, ma c’è la capacità di vedere e sentire il macrocosmo che si riflette nel microcosmo. Anche quando le sue liriche sembrano solo paesaggistiche, ad una lettura più attenta ci si accorge che vanno sempre oltre il paesaggio, perché celano una profonda fusione tra uomo e natura. E nell’intreccio dei quattro elementi naturali si esprime tutta questa sua visione cosmica della natura, sia in senso verticale (gli alberi, le montagne, l’aria, la linea del cielo) che orizzontale (i campi, il mare, i fiumi, i laghi).

Lake. Rus., Isaac Levitan, 1900
Lake Rus., Isaac Levitan, 1900

C’è una poesia che, anche se ci è giunta incompleta, viene considerata in modo unanime il manifesto dell’arte poetica di Tjutčev, visto che esplicita in modo evidente la sua visione panica della vita:

La natura non è ciò che voi pensate;
non è un volto cieco, senz’anima;
in lei vi è anima, vi è libertà,
vi è amore, vi è una lingua…
(………)
Mirate sull’albero la foglia, il fiore;
forse li ha incollati un qualche giardiniere?
Matura forse nel seno materno
il frutto per un gioco di forze estranee?
(………)
Ma essi non vedono e non sentono,
vivono in questo mondo come nel buio,
per loro, certo, i soli non respirano
e non c’è vita nelle onde del mare.

Ma di liriche impregnate di sentimento cosmico ce ne sono tante, come ad esempio quella che segue, dove l’oceano che abbraccia il mondo rappresenta il desiderio dell’uomo di fluire nell’acqua dell’Essere, pronto a salpare con la sua barca attraverso i sogni, sotto una volta celeste “ardente di gloria stellare”… verso meraviglioso, come tanti altri, della poetica tjutčeviana.

Come l’oceano abbraccia il globo terrestre
così la vita terrestre è circondata di sogni;
verrà la notte, e con onde risonanti
batterà l’elemento contro la sua riva.

Questa è la sua voce: ci sospinge e ci invita…
Già è comparsa nel porto una magica barca;
si alza la marea e ci porterà veloce
nell’incommensurabile oscurità delle onde.

La volta celeste, ardente di gloria stellare,
misteriosamente guarda dal profondo,
e noi navighiamo, da ogni lato avvolti
da questo abisso che è tutto di fiamma.

Altrettanto esemplificativa è la prossima poesia, dove l’anelito all’unione con tutto il creato diventa particolarmente struggente nelle ultime strofe, con quell’immagine suggestiva della penombra che viene invitata a fluire, come fosse acqua, nella profondità dell’anima, per sommergere e placare ogni inquietudine:

Le ombre grigio-azzurre si sono confuse,
più pallido è il fiore, dormono i suoni,
la vita, il movimento si sono dissolti
nella fluttuante oscurità, in un rumore lontano…
Si sente nell’aria notturna
il volo invisibile di una farfalla…
Ora d’indicibile angoscia!
Tutto è in me, e io sono in tutte le cose!…

Calma penombra, penombra di sonno,
spira nel più profondo della mia anima,
calma, tranquilla, profumata,
sommergi e placa ogni cosa.
Ricolma fino all’orlo i sensi
con la nebbia dell’oblio di se stessi!…
Fa’ che io assapori l’annientamento,
uniscimi al mondo che dorme!

Come risulta dai versi appena riportati, c’è in questo raffinato poeta un modo di intendere la natura che non è esterno, non è solo descrittivo, ma è soprattutto interno, modellato sulle emozioni umane. Una visione della natura quasi antropizzata, che a tratti assume i caratteri di un essere senziente, capace di scoppi d’ira o di orgasmi di piacere (come ad esempio nelle bellissime liriche dedicate ai temporali), e che solo gli esseri umani dotati di animo sensibile, come possono esserlo appunto i poeti (ma non sono ovviamente gli unici), hanno la facilità di cogliere nella sua vera essenza, oltrepassando il velo del visibile.
É doveroso aggiungere che Tjutčev ha scritto anche poesie d’amore, dedicate alle figure femminili amate nel corso nella vita, e versi dal contenuto politico e patriottico, ma a detta di molti critici offre il meglio di sé in quelle di carattere filosofico dedicate alla natura, perché qui riesce ad esprimere al massimo quella sua rispondenza totale, a volte estatica a volte tormentata, con il ritmo cosmico e caotico dell’universo. Come si è potuto infatti notare, c’è spesso anche il tormento nella poetica tjutčeviana; egli non è solo il cantore dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, che nella sua opera assumono l’espressione della Madre Terra e la voce dell’Anima Mundi, ma è anche il poeta delle opposizioni che stanno alla base di tutto il creato, del contrasto tra cosmo e caos, tra giorno e notte, tra gioia e dolore, tra vita e morte. Come ha scritto il già citato Bazzarelli, che ha curato anche l’introduzione dell’antologia, “Tjutčev vede e sente la gioia della natura, la bellezza e l’illusorietà del giorno, e il duplice aspetto della notte come benefico conforto ma anche come rivelatrice del profondo, antico e spaventoso caos.”

Above the eternal tranquility, Isaac Levitan, 1894
Above the eternal tranquility, Isaac Levitan, 1894

Ora mi soffermerò in particolare su alcune liriche che hanno come motivo centrale l’acqua, sia per il fatto che mi sono apparse particolarmente affascinanti che per l’impossibilità di poter trattare in un solo articolo tutta la gamma ispirativa di questo grande poeta. Come è risaputo, sono numerosi i significati simbolici attribuiti all’acqua nel corso dei secoli e da ogni cultura, dalla sua funzione purificante e rigeneratrice di vita, emblematica del ciclo morte-rinascita, al collegamento con il mondo dell’inconscio, con le emozioni che albergano negli abissi dell’animo umano, dove i sentimenti a volte scorrono sereni e altre volte sono preda di turbamenti, di tempeste emotive.
Ed è spesso il mare, sia calmo che in burrasca, simbolo per eccellenza dell’inconscio, che occupa una posizione di rilievo nelle poesie di Tjutčev, come ad esempio nei bellissimi versi di Sogno sul mare, dove il dormiente si percepisce all’interno di una barca mentre oscilla fra il cielo (l’abisso positivo) e il mare (l’abisso negativo, il caos notturno): in questa lirica la fragile barchetta ci illustra con chiarezza l’effimera condizione umana, che è sempre alle prese con un mare in tempesta dove realtà e sogno creano quasi un paradosso, ovvero l’esistenza di due infiniti.

E il mare e la tempesta agitavano la nostra barca;
io, assonnato, mi abbandonavo al capriccio delle onde.

Due infiniti erano dentro di me,
giocavano con me a loro piacere.
Intorno a me come cembali risuonavano gli scogli,
si chiamavano i venti con grida, e cantavano le onde,
io giacevo stordito nel caos dei suoni,
ma sul caos dei suoni si innalzava il mio sogno.
Risplendente, morboso, incantato e muto,
leggero spirava sulla risonante tenebra.
Nell’ardore della febbre creava il suo mondo;
la terra verdeggiava, scintillava l’etere,
giardini-labirinti, palazzi, colonne,
e brulicava una folla di esseri silenziosi.
Riconobbi tanti volti a me sconosciuti,
vedevo creature di incanto, uccelli misteriosi,
sull’alto del creato camminavo come un dio,
e immobile sotto di me risplendeva il mondo,
ma attraverso tutti i sogni, come il grido di un mago,
mi arrivava il rimbombo dell’abisso marino,
e nella calma plaga delle visioni e dei sogni
irrompeva la schiuma delle onde ruggenti.

Significativa dei limiti umani è invece la poesia La fontana, con l’acqua zampillante che sale in alto, verso il cielo, ma che è destinata continuamente a ricadere, rivelatrice della sorte del pensiero umano, che è sempre proteso verso una verità che non si fa mai raggiungere in modo completo.

Guarda: come una nuvola viva
la fontana risplendente zampilla;
guarda come fiammeggia e si rifrange
al sole il suo umido fumo.
S’innalza come un raggio al cielo,
tocca la sospirata altitudine
e di nuovo in polvere di fuoco
è destinata a ricadere in terra.

O fontana del pensiero dei mortali,
o fontana inesauribile!
Quale legge incomprensibile
ti spinge e ti agita?
Come avidamente tendi al cielo!
Ma una mano invisibile e fatale
spezza il tuo raggio ostinato
e lo respinge dall’alto in pulviscolo.

Un significato quasi simile lo troviamo in quest’altra breve poesia, semplicemente stupenda, dove un salice, mosso da una sorta di bramosia amorosa, cerca di afferrare con le foglie-labbra l’acqua che scorre, che gli fugge via, significativa di una realtà o di un’identità che non è afferrabile fino in fondo.

Perché tu chini sull’acqua,
o salice, la tua chioma?
E con le foglie tremanti
come avide labbra
afferri la corrente che fugge?…

Invano trema e languisce
sulla corrente ogni tua foglia…
La corrente corre e sciaborda,
e splendente alle carezze del sole
si prende gioco di te…

Ma l’acqua può essere anche quella portata dai temporali, che in Tjutčev assumono spesso un’espressione di potenza, di frenesia gioiosa, di esplosione orgiastica. Come nella bellissima lirica Temporale di primavera, dove i tuoni sembrano quasi divertirsi e fare baldoria nel cielo azzurro:

Amo il temporale di maggio,
quando il primo tuono di primavera
come se giocasse e folleggiasse
rimbomba nel cielo tutto azzurro.

Rimbombano i primi tuoni,
zampilla la pioggia, vola la polvere;
stanno sospese le perle di pioggia
con i fili che il sole indora.

Dal monte scorre un precipite fiume,
né tace nel bosco voce di uccelli;
la voce del monte e il grido del bosco:
tutto risponde allegro al tuonare.

Diresti proprio che la svagata Ebe
nel nutrire in cielo l’aquila di Zeus
abbia ridendo rovesciato a terra
dal cielo l’alto-risonante coppa.

Nell’ultima quartina, dove viene invocata la coppiera degli dei, il poeta ha voluto mettere in risalto il fatto che ciò che accade in basso è un eco di ciò che avviene in alto, perché il mondo degli dei è legato in modo indissolubile a quello degli uomini.

Vesper Bell, Isaac Levitan, 1892
Vesper Bell, Isaac Levitan, 1892

Similmente suggestiva quest’altra poesia sui temporali, dove nella seconda parte l’immagine degli alberi (i giganti del bosco) piegati dalla forza della tempesta (un invisibile tallone) è di una tale potenza evocativa da far venire quasi i brividi…

Com’è allegro il tuono dei temporali d’estate,
quando, spazzando la volante polvere,
la tempesta, irrompendo con le nubi,
scuote l’azzurro del cielo,
e, sconsiderata e folle,
d’un tratto assale il querceto,
e tutto il querceto trema
con le sue larghe foglie stormenti!…

Come sotto un invisibile tallone
si piegano i giganti del bosco;
le loro cime rumoreggiano inquiete,
come per consigliarsi fra di sé,
e attraverso l’improvviso turbamento
si sente l’incessante fischio degli uccelli,
e qua e là la prima foglia gialla
vola roteando sulla strada…

Per restare in tema di acqua-alberi, trovo che siano altrettanto suggestivi i seguenti versi, impregnati di un’intensa spiritualità solare, dove l’immagine degli alberi che “tremano di gioia”, mentre si immergono nel cielo azzurro dell’Essere, è a dir poco incantevole:

Splende il sole, le acque brillano,
in tutto c’è il sorriso, in tutto la vita,
gli alberi tremano di gioia,
immergendosi nel cielo azzurro.

Cantano gli alberi, scintillano le acque,
l’aria è tutta colma d’amore,
e il mondo, il fiorente mondo della natura,
s’inebria di questa pienezza di vita.

Ma anche nel colmo dell’ebbrezza
non v’è ebbrezza più forte
di un solo dolce sorriso
della tua anima tormentata…

Nella poesia Est in arundineis modulatio musica ripis si celebra invece il mare attraverso la contemplazione delle sue onde, e il significato della lirica è emblematico di quando l’anima umana, lasciandosi travolgere da troppi pensieri (“canna pensante”, come si legge nell’ultima strofa), perde la capacità di entrare in sintonia con la natura, con la bellezza del creato. È la pesantezza della mente che si frappone tra l’anima e la natura, creando una sorta di discordanza.

C’è una melodia nelle onde del mare,
un’armonia nelle dispute degli elementi,
e un armonioso fruscio musicale
scorre per gli ondeggianti canneti.

Un’armonia imperturbabile in ogni cosa,
una piena consonanza nella natura,
solo nella nostra fantomatica libertà
noi ci riconosciamo discordi da essa.

Donde è sorta questa discordanza?
E perché nel coro universale
l’anima non canta ciò che canta il mare,
e, canna pensante, si ribella?

Particolarmente intensa e toccante è la poesia Pacificazione, che celebra il mistero dell’acqua associandolo al dolore della perdita che affligge da sempre l’uomo:

Quando ciò che noi chiamavamo nostro
è scomparso per sempre
e, come sotto una pietra tombale,
noi ne sentiamo tutto il peso,

andiamo e guardiamo con rapido
sguardo lo scendere delle acque,
dove si affannano tutte le correnti,
là dove il torrente conduce.

Uno a gara con l’altro
si affrettano, corrono i flutti
a non so quale richiamo fatale,
da loro inteso di lontano…

Invano noi seguiamo le acque,
che non ritornano indietro…
Ma quanto più a lungo le guardiamo
tanto più lieve è il nostro respiro…

E le lacrime sgorgano dagli occhi,
e vediamo attraverso le lacrime,
come tutto, agitandosi e gonfiandosi,
è portato via, lontano…

L’anima cade come in deliquio,
e sente come se anch’essa
fosse portata via, lontano,
da quell’onda onnipotente.

L’acqua può essere anche quella del fiume Danubio, che fa da sfondo alla bella poesia d’amore dedicata alla baronessa Amalia de Krüdener, di cui riporto le prime due quartine:

Ricordo il tempo dorato
ricordo il paese amato dal cuore;
tramontava il giorno, eravamo noi due.
Giù nell’ombra mormorava il Danubio.

E sul colle, dove biancheggiante
guardava lontano la rovina del castello,
tu stavi, come una giovane fata,
appoggiata al granito muschioso.

(……)

Ma le acque sono più di ogni altra cosa quelle insondabili dell’inconscio, che nascono dalla profondità dell’animo e che necessitano di un ascolto raccolto e silenzioso, come possiamo cogliere dai versi di Silentium!, che forse è la lirica più famosa di questo grande poeta russo, amata e apprezzata anche da Tolstoj.

Taci, appàrtati e nascondi
i tuoi sentimenti e i tuoi sogni,
e lascia che nella profonda anima
essi si alzino e tramontino
silenziosamente, come stelle nella notte.
Contempla, e taci.

Come potrebbe il cuore esprimersi del tutto?
E un altro come potrebbe capirti?
O comprendere il senso della tua vita?
Il pensiero espresso è menzogna;
scavando, intorpidisci le fontane!
Bevi a queste fontane, e taci!…

Sappi vivere solo di te stesso;
c’è nella tua anima un mondo intero
di pensieri incantati e misteriosi;
l’esterno rumore li stordisce,
i raggi del giorno li disperdono,
ascolta il loro canto e taci!…

In questa poesia, con la quale concludo il ciclo dedicato all’acqua, emerge con particolare evidenza la dicotomia giorno-notte che sta alla base dell’universo tjutčeviano, rivelandoci quanto la parola “espressa”, razionale e diurna, sia incapace di esprimere la realtà che si cela nell’inconscio, ossia nella parte notturna e misteriosa della coscienza umana. Le parole vere, sembra volerci dire il poeta, nascono dalla vertigine del silenzio, mentre quelle espresse diventano subito menzogna, perché non sono in grado di esprimere con chiarezza ciò che si muove nel profondo. I sentimenti, le emozioni e i sogni, che nel loro fluire sono ricollegabili all’elemento acqua (ben rappresentata in questi versi dall’immagine metaforica delle “fontane”), sono quindi destinati a rimanere immersi nel fiume dell’inconscio, a cantare unicamente all’interno dell’anima.


*Poesie, Fjodor I.Tjutcev, BUR Poesia, 2011, 424 p. Introduzione, traduzione e saggio critico di Eridano Bazzarelli (le poesie pubblicate nell’articolo fanno riferimento alle pp. 197, 123, 187, 157, 191, 169, 97, 305, 317, 377, 343, 161, 147 del libro).

Le immagini sono state tratte dal sito: http://www.wikiart.org/en/isaac-levitan

28 pensieri su “Il simbolismo dell’acqua nella poetica di Tjutčev

  1. Sì, c’è un’unione cosmo e io e viceversa, e non voglio sbagliare, ma qualcosa di simile il Budda l’aveva detto. Quel clima del Poeta, nei versi che hai riprodotto e nelle immagini che ne aiutano e corredano la comprensione – purtroppo mi hanno richiesto una concentrazione per “sentirlo”. Tra filobus e metropolitane, cantieri e occhio sui semafori che decidono – rossi o verdi – la tua vita 🙂 quella natura è sempre più lontana.
    L’occhio mi scappa al cielo, il cielo di Milano se esci dal Centro è grande e può essere meraviglioso, non ha limiti di montagne, ed è sempre diverso. Ma è tutto quello che è concesso, che poi però c’è l’orologio che scandisce. «Tempo scaduto» 🙂
    PS: Hai fatto un gran bel duro lavoro 🙂 A differenza di un romanzo, salvo eccezioni (che le eccezioni ci sono sempre) la poesia è difficile da trattare in modo da renderla tangibile e non cadere in astrazioni sfuggenti.

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    1. A me capita quando passeggio nei boschi, a stretto contatto con gli amici alberi, di sentirla questa sensazione di profonda unione con la natura, con il tutto che mi circonda e che costituisce ogni cosa… certo che in mezzo al traffico di una città, con il rombo dei motori nelle orecchie e i semafori che lampeggiano negli occhi, è senza dubbio più difficile 😉

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  2. Ho sentito parlare di Tjutčev per la prima volta leggendo i versi in epigrafe al romanzo breve Il giunco mormorante di Nina Berberova, che proprio da questi versi prende il titolo:
    “Di dove, come è nata la discordia? / Perché nel coro universale l’anima / non canta come il mare, e il giunco / pensante mormora, protesta?”
    In effetti, qui in Italia la sua poesia è ingiustamente misconosciuta, e il tuo bellissimo post riempie meritoriamente un vuoto 🙂

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    1. Interessante notare le sottili differenze nella traduzione della Berberova, anche se il significato di fondo della quartina è sempre quello e si coglie lo stesso. Ho scoperto che anche il mio amato Landolfi aveva tradotto le poesie di Tjutčev (sono quelle pubblicate da Adelphi), e sarei curiosa di confrontare la sua traduzione, che immagino un po’ creativa, con quella del mio libro fatta da Bazzarelli.

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      1. [Premesso che ho letto solo ora la tua risposta] Forse potrai trovare interessante questo contributo:
        http://www.tommasolandolfi.net/traducere-et-dicere-silentium-di-fedor-tjutcev-note-sullanalisi-metrico-linguistica-e-sulla-versione-di-t-landolfi/

        A me Landolfi piace essenzialmente come traduttore dal russo. Sulla sua produzione ho qualche riserva- come se vi notassi una nota troppo greve- , ma sto divagando.
        Oh, e visto che tanto ormai ho divagato- : sai che il paese natale di Landolfi – Pico- è a pochi chilometri da casa mia? 🙂

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      2. Allora abiti in provincia di Frosinone: quasi quasi vengo a trovarti, così andiamo a visitare insieme la casa nativa dello scrittore 😉 Ti ringrazio per la segnalazione dell’articolo; ho notato che tratta anche delle differenti sfumature interpretative di Silentium da parte dei simbolisti e di altri movimenti letterari, ma per quanto riguarda la traduzione di Landolfi c’è una tendenza troppo arcaizzante che non mi convince fino in fondo, per cui preferisco la versione di Bazzarelli, che mi appare più naturale e scorrevole (forse anche più fedele ai versi tjutceviani?). Probabilmente Landolfi non resisteva alla tentazione di metterci troppo del “suo” nelle traduzioni, visto che aveva una personalità molto ricca e complessa e uno stile letterario che puntava all’eccesso, alla stravaganza. So che ha tradotto molti autori russi nel corso della sua vita, tra cui i famosi racconti di Cechov… che però preferirei prima leggere in una traduzione più canonica 😉

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  3. elisabetta19MR

    Se posso azzardare un confronto, leggendo e rileggendo le poesie che hai postato, mi viene in mente Monet (del quale in questi giorni si tiene una mostra a Torino) per essere stato il pittore del pesaggio “en plaine air”: I suoi occhi furono sempre aperti a contemplare e comprendere la natura.
    Mi spinge a fare questo accostamento, il fatto che Monet a un certo punto, cerca attraverso lunghe osservazioni, gli effetti della riflessione della luce sull’acqua.
    Entrambi gli artisti appartengono allo stesso periodo, o per lo meno al momento di transizione di una corrente culturale all’altra (monet è nato nel 1840 Tjutcev nel 1803). Con le debite differenze di formazione culturale, Tjutcev si potrebbe definire, allora, “impressionista nello spirito” Monet impressionista della materia. Tutti e due amarono profondamente e “penetrarono” il vero messaggio della natura.
    Tu che ne pensi?

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    1. Suggestivo e affascinante il tuo confronto, mi hai veramente incantata con questa riflessione! Dopo averla letta, sono corsa a riguardarmi con piacere alcune opere di Claude Monet (adoro da sempre gli impressionisti, e amo in modo folle e sconsiderato Van Gogh ;-), al quale dedicherò un giorno un articolo fiume). Hai ragione, Monet ha dipinto spesso l’acqua con i suoi bellissimi riflessi, e mi vengono in mente opere come “Impression. Soleil levant”, così come la bellissima serie intitolata “Le ninfee”, dove i fiori bianchi fluttuanti nell’acqua sono riprodotti più volte in modo incantevole. Mi piacerebbe tanto fare un salto alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, dove espongono le sue opere fino a gennaio, ma dubito che troverò il tempo per farlo. Chissà se qualche blogger che abita da quelle parti ci fa un giretto e magari anche un articolo. Lo segnalerei subito nella pagina nuova che ho allestito ieri nel blog 😉

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      1. elisabetta19MR

        Mah… io ci sto pensando. Spero proprio di fare un salto a Torino, dalla Toscana non è poi così disagevole. Mi sono persa Matisse a Roma,non vorrei perdermi Monet. Devo informarmi su eventuali prenotazioni che in questo caso forse sono d’obbligo.
        Ciao.

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      2. Se però ti capita la voglia di scrivere degli articoli di cose belle (e in Toscana ce ne sono molte!) che hai vistato e fotografato nella “tua” regione, e ti va l’idea di associarti all’iniziativa che ho lanciato nel blog, fammelo sapere! 🙂

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  4. Siete tutti talmente eruditi e vispi, che ormai ogni volta che vi leggo mi sento sull’orlo di un colpo di grazia finale.
    Sono al punto di invidiare i cani in chiesa.
    Se busso, Alessandra, mi lasci ancora entrare?
    Giuro, mi pulisco i piedi prima e una volta dentro non dirò manco una parola 🙂

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    1. Guido, ti sembra che nel mio blog non ci sia un clima ultra-democratico? Qui si sorride, si scherza, ci si prende anche un po’ in giro l’uno con l’altro, e poi si parla anche di letteratura, cultura e poesia. Le scarpe però, prima di entrare, fai bene a pulirle, mentre la bocca non voglio che la tieni chiusa. Ci tengo a leggere le tue opinioni, così come quelle di tutti gli altri 😉 🙂

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  5. No, io con la poesia ho un rapporto troppo complicato. Mi piace la poesia in prosa, ma quella con il timbro e il bollo ufficiale di “poesia” la capisco poco. Forse non ho proprio voglia di capirla. E poi ho una immarcescibile convizione: che la poesia (qualunque poesia) debba esser letta in lingua originale e che non possa esser tradotta.

    Poi, certo, a volte anche io cedo, di fronte ad alcune poesie di Achmatova, Mandel’stam, Szymborska… ma le poesie davanti alle quali cedo mi rendo poi conto che sono …prosa poetica. E che dunque possono venir lette anche in traduzione.

    Ma queste sono solo mie fisime.

    Mi sono sdilinquita, invece, con le immagini di Levitan, il pittore amico di Cekhov 🙂
    Levitan è stupendo.

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    1. Per cercare di apprezzare al meglio un poeta, cerco di fare il possibile per calarmi con l’immaginazione nell’ambiente e nell’epoca in cui è vissuto, in modo da assimilarne meglio i contenuti e lo stile espressivo. Quindi vado di solito a curiosare anche nelle note biografiche e negli stili letterari del tempo. Non so se questa metodica sia corretta, però mi aiuta a capire meglio l’atmosfera dei versi e quindi anche ad apprezzarla. Ma ci sono molti poeti del passato, anche famosi, che non mi attirano per niente, che non mi fanno scoccare dentro la scintilla. Tra i più recenti che hai nominato, la Szymborska la sto assaporando da un po’ di giorni e già l’adoro, l’amo sempre di più, mentre l’Achmatova ancora non la conosco. Levitan l’ho scoperto girando sul web, cercavo un pittore russo ottocentesco da abbinare alle poesie di Tjutcev… ed è stata una bella sorpresa 🙂

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  6. In realtà in provincia di Latina, ma in un punto quasi confinante ;-).Pico è a circa 20 km, e se passi da queste parti la casa la andremo a vedere insieme; purtroppo, temo, rimarrai delusa, perché certo la cura della casa di Landolfi non è in cima alle preoccupazioni dell’amministrazione locale e provinciale. Il che è un gran peccato.
    Tornando al Landolfi scrittore e traduttore, invece, io sono rimasta folgorata dall’incipit di Ricordi dal sottosuolo (Sono malato, sono malvagio; sono un uomo odioso) e non ho più potuto leggerlo in nessun’altra traduzione.
    Però, sì, ci mette molto del suo, perché,come tu stessa sottolineavi, anche la traduzione era materiale per la sua ricerca stilistica.
    Da molto tempo vorrei leggere le sue opere autobiografiche( Rien va, Des moins, La bière du peucheur), ma aspetto venga il momento giusto.

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    1. A questo punto, colta dalla curiosità, sono andata a rivedere l’incipit della mia edizione (Einaudi), tradotta da Alfredo Polledro: Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Una bella differenza nell’ultima affermazione… senza dubbio è più “accattivante” la traduzione di Landolfi 😉 😛 Mi sa che rileggerò le Memorie nella sua interpretazione (appena trovo la voglia e il tempo).

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  7. “mallgno” o “malvagio”; “odioso”, “non attraente”… Diverse ma non troppo. Il grande Kundera ha ragione: la prosa, se è buona all’origine, se ha un nocciolo duro di contenuto, resiste anche ad una traduzione non eccellente (non è il caso di Polledro e Landolfi, le cui traduzioni sono eccellenti entrambe, la differenza è che l’uno e l’atro enfatizzano più o meno questo o quell’altro vocabolo. Si trattasse di pianisti direi che usano il pedale tutti e due, ma su note diverse).

    La poesia invece (ed è questo il mio problema) vive esclusivamente del suono proprie parole ( di “quelle” e non altre) , del proprio ritmo, dei propri “neri” e dei propri “bianchi”.

    Ci sono poeti (vedi Apollinaire ma non solo) che facevano poesia utilizzando anche l’impaginazione, gli spazi bianchi da lasciare nella pagina, i calligrammi …

    Come si fa a legger queste robe in traduzione?

    Limite mio, eh.

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    1. Bello il paragone con il pianista 😉 Per quanto riguarda la poesia, è sorto anche a me il dubbio che sia più difficile da tradurre rispetto alla prosa, forse non solo per il suono delle parole, per il ritmo, ma anche per certe sottilissime allusioni o sfumature di significato.

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  8. Pingback: La primavera di Tjutčev – LIBRI NELLA MENTE

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