Acido solforico

Acido solforico, Amélie Nothomb, Voland, 2005, p.132
Acido solforico, Amélie Nothomb, Voland, 2005, p.132

Concentramento: questo è il titolo di un nuovo reality show dai risvolti sadici e inquietanti, dove i partecipanti vengono rastrellati lungo le strade e poi costretti a rivivere sotto l’occhio della telecamera il dramma dei lager nazisti…

Non preoccupatevi, si tratta solo di una trama romanzesca e non di un evento reale, anche se al giorno d’oggi l’offerta dei palinsesti televisivi è talmente bassa e scadente da far nascere il dubbio che un tale orrore, magari in un futuro più lontano, potrebbe anche materializzarsi sui nostri schermi. E Amélie Nothomb, probabilmente schifata a sua volta dall’odierno proliferare della tv-spazzatura, non ha resistito alla tentazione di imbastirci sopra una storia, magari augurandosi di non dover un giorno rimpinguare quell’esigua schiera di profeti di sventure che hanno visto realizzate nel tempo le loro previsioni.
In sostanza, nel romanzo Acido solforico i poveri malcapitati vengono rinchiusi in un campo di concentramento e privati dell’identità del nome (sostituito da lettere e numeri), nutriti in malo modo, costretti ai lavori forzati e sorvegliati da veri e propri aguzzini, che sono sempre pronti ad insultarli e picchiarli. Fino a quando all’interno di questo sconcertante contesto, che richiama alla memoria la ben più tragica realtà vissuta dagli ebrei nel secondo conflitto mondiale, non comincia a prendere forma la personalità pura e luminosa di Pannonique, la detenuta CKZ 114, che grazie al suo carattere valoroso e altruistico diventerà non solo un punto di riferimento per tutti gli altri prigionieri, ma anche l’imprevista beniamina dei telespettatori, in perenne contrapposizione con la rozza kapò Zdena, simbolo di mentalità ottusa e meschina. Quello tra le due donne è un rapporto di amore-odio che si spinge fino ai limiti estremi, percorrendo tappe instabili e burrascose, ma dal quale deriveranno dei risvolti assolutamente impensabili.

Questa a grandi linee la trama del libro, di cui ovviamente non svelo il finale, che come al solito ha lo scopo di mettere in luce il rapporto vittima-carnefice, tema prediletto della narrativa nothombiana. Ma stavolta la caratterizzazione dei personaggi mi è apparsa poco convincente, come ad esempio la parodia della spietata kapò, che a volte supera i limiti del ridicolo, o come il ritratto santificato di Pannonique, che risulta sempre troppo bella, dolce e perfetta per stare in mezzo a tanto squallore, e quindi scarsamente credibile. Probabilmente la Nothomb avrà voluto, come al suo solito, differenziare al massimo le due personalità che entrano in conflitto, ma del resto non è la questione dei personaggi più o meno riusciti quella che conta nel contesto del romanzo. Non è infatti questo il punto. Quello che trovo interessante, come già accennato, è il fatto che la storia possa fare da pretesto per riflettere sull’utilità o meno di certi programmi televisivi, spingendo l’attenzione del lettore sui meccanismi occulti, o forse sarebbe meglio dire inconsci, che scattano tra chi trasmette un programma e chi lo guarda. Perché uno degli aspetti più agghiaccianti del romanzo è la possibilità, offerta ai telespettatori, di poter decidere con il televoto quale partecipante-detenuto condannare di volta in volta a morte. E il telecomando, in questo caso, si rivela un vero e proprio strumento di potere sulla vita altrui, quasi fosse l’incarnazione di una volontà divina che stabilisce e decide le sorti degli umani.

Una situazione che per i risvolti assurdi e inverosimili può lasciarci perplessi, convinti come siamo che non potrà mai concretizzarsi nella nostra realtà, per quanto sia imperfetta e tormentata. Ma ne siamo veramente sicuri? Tutto quello che succede nei romanzi è solo fantasia, invenzione, pura speculazione? Oppure tra le righe si nascondono sempre dei frammenti di verità? Non so se lo sapevate, ma facendo una veloce ricerca ho scoperto che esistono già da tempo dei reality di carattere estremo che sui nostri schermi non sono mai arrivati, dove i concorrenti devono mangiare scarafaggi e insetti vivi, sopravvivere nudi in una foresta inospitale, lottare tra loro per questioni di sopravvivenza. Dove addirittura delle persone disabili vengono messe su un’isola deserta in condizioni disagevoli, come nella serie inglese Cast Offs, per soddisfare la spregevole morbosità dei telespettatori. O dove i concorrenti vengono sfidati a distendersi su letti di serpenti e ad immergersi in vasche piene di topi, scorpioni e quant’altro, come nella serie americana Fear Factor. Basta fare un giro sul web e andare a leggersi qualche articolo per rendersene conto. Tutte cose trash, di cattivissimo gusto, spesso anche violente ed estreme, come ad esempio nella serie The Chamber, per fortuna poi annullata, dove i partecipanti venivano rinchiusi in una moderna camera di tortura, legati ad un lettino e sottoposti a getti di acqua gelida e scosse elettriche. Per la gioia del pubblico più sadico. Consoliamoci col fatto che il sesso e le litigate del Grande Fratello e le risse dell’Isola dei famosi sono roba da educande, al confronto.

Ma in ogni caso, ritornando al discorso iniziale, chi ci assicura che il trend di questi programmi non acquisterà, magari in un futuro neppure tanto lontano, un aspetto sempre più involuto e perverso? E che il voyeurismo dei telespettatori non diventerà, a sua volta, sempre più smanioso di vedere performance ai limiti del buon senso, della decenza e della sicurezza stessa dei partecipanti? Tra i soliti opinionisti c’è anche chi asserisce che i reality siano in fondo interessanti, perché offrono la possibilità di osservare le varie interazioni psicologiche che si creano tra persone costrette a vivere per lungo tempo in uno spazio limitato o in condizioni frustranti. Mah. A me questa interpretazione appare più che altro come l’ennesima giustificazione per una curiosità morbosa che non si vuole riconoscere e ammettere. Faccio veramente fatica ad immaginarmi uno spettatore di bassa o media cultura con il naso appiccicato allo schermo, e oltretutto preoccupato di non saltare nemmeno una puntata, solo perché mosso dal nobile intento di analizzare in termini psichiatrici o antropologici questo fenomeno di massa. Chissà, magari tutti abbiamo in tasca una laurea in sociologia oppure ne stiamo preparando la tesi, anche se non ne siamo affatto consapevoli.
Forse sarebbe meglio dire le cose come stanno, ovvero che la messa in scena dei difetti e delle difficoltà altrui offre alla gran parte dei telespettatori l’illusione, seppure momentanea, di essere migliori di quei fanfaroni sfaccendati, boriosi ed ignoranti che si avvicendano sullo schermo urlando, piangendo e gesticolando. E anche la lista chilometrica di insulsaggini e trivialità che esce dalle loro bocche è puro balsamo per l’orecchio di chi guarda la televisione, perché gli offre proprio la certezza di non essere ancora arrivato così in basso. Ma a forza di guardare una simile spazzatura, arriverà ben presto anche per lui il momento di scendere il malaugurato scalino. La triste realtà è che vedere un vip che prende per i capelli un altro vip o che gli vomita addosso un profluvio di oscenità, o peggio ancora che si lamenta per i capelli sciupati, i rotoli di grasso o i solchi della cellulite, aiuta molte persone a sentirsi meglio, a dimenticarsi per un istante dell’ammasso di banalità e squallore che ingrigisce la loro vita. Come dire che la vista dei difetti altrui aiuta a mettere in standby il cervello per dimenticare i propri. E qui mi piacerebbe sentire il parere di uno psicoanalista, se avesse la ventura di capitare su queste pagine.

Quindi, per rientrare nelle questioni sollevate dal romanzo, vi pare che questo genere di trasmissioni, anche quelle di carattere più disgustoso e indecente, continuerebbero ad avere successo e a essere riproposte a ogni nuova stagione se la gente non continuasse a guardarle? La risposta la conoscete meglio di me, visto che ormai siamo tutti consapevoli degli eccessi e difetti della nostra epoca consumistica, dove nessuno muove un passo senza la certezza di guadagnarci un sacco di soldi. E ormai, tra réclame e proposte televisive, è una continua gara a chi eccede sempre più nello sfoggio o nel triviale pur di fare scalpore e aumentare l’audience. Ma di chi è la colpa? Nel caso della storia romanzata, ad esempio, sarebbe da imputare agli organizzatori dello show televisivo, che agiscono con l’acquiescenza di un governo che non fa nulla per bloccare la macabra trasmissione, oppure andrebbe attribuita ai telespettatori, che non si fanno nessuna premura nel sedersi davanti al televisore, magari con un sacchetto di popcorn in mano, per godersi delle simili atrocità?
La colpa, se vogliamo essere onesti, sta da entrambe le parti, anche se la scrittrice ritorna più volte sull’opinione che i veri colpevoli siano soprattutto i telespettatori, perché già solo per il fatto che guardano lo spettacolo gli danno anche nutrimento, lo tengono in vita, lo rendono replicabile nel tempo. Nella sua visione, così com’è raffigurata nel romanzo, gli spettatori sono rappresentativi del lato più mostruoso della razza umana, perché anche se di fronte a certe scene degeneranti manifestano stupore e falsa indignazione, in realtà non riescono poi a scollarsi dallo schermo, spinti dalla curiosità morbosa di vedere qualcuno che soffre, che geme, che dimagrisce per la fame, che arriva addirittura a tradire e sopraffare gli altri nella speranza di allungare la propria sopravvivenza.

Si rende quindi evidente la vis polemica della scrittrice nei confronti di un certo tipo di televisione odierna, che allestisce spettacoli dove l’esibizionismo e il sensazionalismo ostentati al massimo livello servono in realtà a mascherare una profonda carenza di contenuti. Gli interessi sono tutti rivolti ad alzare l’indice di gradimento e, di conseguenza, gli incassi derivanti dalla pubblicità, e poco importa se il pubblico viene ingozzato con immagini violente, brutte, nauseanti o insensate. Ma ancora più forte è l’accusa alla gente che fruisce di questi programmi, spesso incapace di cambiare canale o di spegnere il televisore. Le stilettate della scrittrice sono proprio dirette a quella fetta di pubblico sadico e ipocrita che all’inizio si scandalizza per l’indecenza di certe proposte televisive, ma poi non può fare a meno di perdersi una puntata del programma. Un’accusa quindi rivolta al voyerismo acritico delle masse, che in effetti rappresenta il sintomo abbastanza allarmante, benché purtroppo sottovalutato, di una dilagante disumanizzazione sociale.
Intendiamoci, questo della Nothomb non è di certo il primo libro che attacca e critica il voyerismo televisivo, quindi in fondo non è poi così originale, ma credo che di queste cose sia comunque sempre utile parlarne. Del resto, se devo dirla tutta, ho avuto anche l’impressione che l’autrice puntasse troppo l’indice accusatorio contro il pubblico televisivo, mostrando invece minore severità nei confronti di chi imbastisce e realizza questo genere di trasmissioni. Certamente gli spettatori impecoriti e rimbecilliti hanno le loro belle colpe, ognuno in base alla quantità d’immondizia che è disposto ogni giorno a ingurgitare, ma credo che una buona dose di responsabilità sia da imputare agli stessi mass media, perché se da un lato la televisione si adegua a quello che vuole il pubblico, dall’altro contribuisce anche a “determinare” i gusti del pubblico, visto che ne influenza la moralità proponendo contenuti sempre più degradanti sotto vesti accattivanti, alimentando in tal modo un circolo vizioso che sembra non avere mai fine.

Ma in ogni caso – mi preme ripeterlo – ben vengano i libri che trattano queste tematiche, che senza avere la pretesa di essere perfetti spingono comunque i lettori, magari anche quelli più addormentati, a interrogarsi su certi meccanismi mediatici, sulle dinamiche che si creano tra spettatori e spettacolo, sui limiti e sulle capacità degli esseri umani, e quindi, in definitiva, sul problema del bene e del male. Il quale, come ben sappiamo, è strettamente legato al libero arbitrio, ossia al fatto che l’uomo (inteso non solo come massa, ma soprattutto come singolo individuo) ha sempre la facoltà di scegliere, se lo vuole. Ha sempre la possibilità di decidere di non diventare un decerebrato succube e passivo, schiavo di tendenze e condizionamenti che gli vengono imposti dall’esterno. Per cui Acido solforico, al di là delle critiche spesso negative che ha ricevuto, è un libro che a mio parere merita di essere letto, anche perché tra una provocazione e l’altra invita il lettore ad usare il telecomando in modo intelligente, per scegliere finalmente una televisione utile e necessaria. Questo è il messaggio di fondo del romanzo, l’unico che alla fine conti.

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24 pensieri su “Acido solforico

  1. E certo, il problema non è mai trattato abbastanza anche se, vien da dire, difficilmente chi guarda certi programmi televisivi poi legge Amélie Nothomb, e dunque, a nostra volta, rischiamo di utilizzare il libro per sentirci nella giusta compagnia. Penso, infatti, che chi guarda, e apprezza, certi programmi, non lo faccia tanto per sentirsi, fingendo scandalo, migllore, ma per confermarsi, nei suoi peggiori sentimenti e comportamenti, che vengono, in questo modo, accreditati. Sull’altro verante, io/noi rischiamo di utilizzare lo stesso programma per differenizarci, e pensare di poter vivere, e che i nostri figi possano vivere, dentro il contagio senza esserne contagiati. Terribile.
    Ti ringrazio di questa lettura. Ho sempre Nothomb in lista di attesa, salvo poi fare in modo di non affrontarla.

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    1. Interessante questa tua riflessione, anche perché scava a fondo ipotizzando ulteriori e sottili implicazioni inconsce, un po’ diverse dalle mie, ma assolutamente plausibili e convincenti. Giusto, anche chi “ostenta” il disprezzo per certi programmi ritenuti moralmente scadenti lo potrebbe fare per differenziarsi dagli altri, per sentirsi in qualche modo superiore, e non perché ci creda veramente. Non sarà per tutti così, ma è comunque possibile. Il tuo è un altro punto di vista, molto acuto e intelligente, che comunque non esclude una possibile validità del mio, ma casomai ha l’effetto di completarlo allargandone la visuale.

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  2. elisabetta19MR

    Della Nothomb devo ancora leggere “Igiene dell’assassino”, che mi giunse in regalo da una amica lontana. Del libro da te analizzato avevo sentito parlare, ma per la mia ritrosia (devo ancora capire perché) verso i più giovani narratori contemporanei subito ascesi alla fama, conosco il niente.
    Speravo, infatti che qualcuno con capacità di analisi e di distacco come dimostri di saper fare tu, si gettasse nella mischia. Intuisco, però, che la scrittura della Nothomb o questo libro in sé non offre spunti di riflessione letteraria: si potrebbe parlare dello stile forse, quello che secondo gli editori che la pubblicano, ha conquistato milioni di lettori (soprattutto giovanissimi/e), perché manifesta uno sguardo “impietoso persino crudele” (cito l’editore Voland) “un umorismo fulmineo” raccontando “storie originali intorno a sentimenti sempre eterni”.
    Beh, la persecuzione degli ebrei non è proprio una storia originale, perbacco!!
    Da una disamina fatta tempo fa sugli abstract dei romanzi scritti (più di 25 in soli 11 anni) dalla Nothomb, mi pare piuttosto che si tratti di storie banali (anche se spesso visionarie o totalmente irreali che fanno presa): niente di più lontano dai sentimenti eterni!
    Detto questo sull’autrice e sulla sua opera omnia (!), trovo congruente la tua analisi sul messaggio del libro: viviamo un ‘epoca in cui è difficile, anche per i più avveduti, accorgersi delle influenze subliminali negative che provengono da chi ci racconta il mondo (o la Storia) ogni giorno. La Nothomb avrà pure voluto mettere in evidenza la violenta ingerenza dei mass-media (anche nei fatti crudeli della Storia), ma quante di quelle persone che hanno letto questo libro hanno, magari inconsciamente, desiderato di attuare una tortura e una coercizione della libertà nei confronti di chi vede diverso da loro?
    Ecco, io la penso così: chi scrive, chi fa televisione, cinema, giornalismo, persino gossip, ha il compito morale di non trasmettere, anche solo per finzione, messaggi pericolosi che, in una società alla sbando, possono essere l’invito ad emulazioni altrettanto pericolose.

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    1. Nel corso degli anni ho letto molti libri di Amélie, alcuni mi sono piaciuti e altri meno, ma ti assicuro che il suo stile è veramente e quasi sempre “originale”, sia per come affronta e sviscera le varie tematiche, sia per l’ironia e il sarcasmo che ci infonde. Solo in questo libro, e in pochissimi altri, non mi ha soddisfatta pienamente per alcune descrizioni e caratterizzazioni, ma se provi a leggere Igiene dell’assassino, che è uno tra i suoi libri più belli, ti renderai subito conto della qualità della sua scrittura e dell’incredibile inventiva 😉 Altrettanto paradossali e ben scritti, ma anche intelligenti e significativi, soprattutto per la capacità di centrare in modo originale alcune problematiche psicologiche, sono “Le catilinarie” e “Cosmetica del nemico”, di cui trovi le recensioni nel mio blog (se ti interessa). Certamente deve piacere il suo stile narrativo tagliente e graffiante, secco e provocatorio, così come devono piacere le situazioni bizzarre e talvolta al limite del surreale, altrimenti è meglio leggere altro. Però sotto tutta questa verve dissacrante i messaggi ci sono sempre, eccome, quindi non è una scrittrice che scrive a vanvera solo per stupire o fare effetto. Per quanto riguarda la tua ultima questione, quella che poni sul libro analizzato, non penso affatto che rechi in sé un messaggio negativo, credo anzi che bisognerebbe farlo leggere anche ai più giovani perché li aiuterebbe a comprendere, pur attraverso una parodia di carattere forte e urtante, quali e quanti potrebbero essere i pericoli di una televisione troppo spinta all’eccesso, soprattutto se non mediata da un atteggiamento critico e valutativo di tipo personale. E in questi termini, come avevo spiegato anche nell’analisi, il libro l’ho trovato valido.

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  3. Condivido quanto i commenti precedenti hanno rilevato.
    Mi viene solo da aggiungere che se esiste cattiva televisione, esiste però letteratura superficiale. Perchè se l’autrice voleva denunciare, l’ha fatto in modo semplicistico e anzi, a sua volta, nello sviluppare “le torture” se ne è resa in realtà e di fatto complice. E qui arriccio il naso. Infatti, dove finisce la condanna o invece incomincia il gusto di raccontare “quelle” cose?
    Ammessa la buona fede della AN, forse l’argomento andava più meditato e la storia totalmente ristrutturata e magari mediata attraverso dei personaggi al di fuori del reality.
    La Yourcenar ha impiegato praticamente trent’anni per scrivere le Memorie di Adriano, e si vede il capolavoro che è. La AN (leggo sopra) ha scritto 25 (diconsi venticinque) romanzi in 11 (undici) anni. A confortarmi di quanto sopra dico.
    Naturalmente, quanto affermo… salvo clamorosi errori ed omissioni. Clausola cautelativa necessaria da parte mia, non avendo letto il libro.

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    1. Allora ho l’impressione, a questo punto, che solo quelli che hanno letto tutti i libri della Nothomb, e che quindi la conoscono molto bene e ne apprezzano lo stile inusuale, possano comprendere le motivazioni che stanno alla base di questo romanzo e soprattutto il modo scelto per esternarle. Perché sì è vero, ci sarebbero altri modi per denunciare narrativamente gli eccessi di una cattiva televisione, ma ogni autore in quello che scrive ci mette del “suo”, come è giusto che sia. Se uno scrittore è abituato a usare la provocazione e la satira nelle sue opere, affronterà l’argomento da quel punto di vista, se invece un altro predilige la riflessione seria e contenuta, sarà quello il suo strumento di analisi. Ogni autore ha un “suo stile”, un suo marchio di fabbrica, un suo modo di affrontare le tematiche e di svilupparle, e sarebbe assurdo che cercasse di cambiarlo per non “irritare” una certa fetta di pubblico, ossia i lettori che non lo gradiscono. Non capisco veramente dove sia il problema: se uno scrittore non piace, basta non leggerlo. Chi preferisce la Yourcenar, legge la Yourcenar al posto della Nothomb. Anche se forse sarebbe meglio prima conoscerlo, l’autore tanto contestato, senza limitare il proprio giudizio alle trame recensite o alle voci raccolte in giro.

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      1. Ho chiuso il mio commento: «Naturalmente, quanto affermo… salvo clamorosi errori ed omissioni. Clausola cautelativa necessaria da parte mia, non avendo letto il libro.»
        Quindi, ho anticipato quanto ti confermo ora: che sono d’accordo con la tua osservazione che sarebbe plausibile conoscerlo meglio l’autore, e difatti
        In effetti, come giustamente rilevi, non si possono dare giudizi in base, come dici, “alle trame recensite o alle voci raccolte in giro”.
        Sono altresì d’accordo che solo dopo avere letto tutta la Nothomb e la si conosce ecc. si può inquadrare nella sua giusta luce questo suo ultimo libro.
        Hai ragione, sì.
        Le recensioni valgono per quel che valgono.

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  4. elisabetta19MR

    Bene Alessandra, leggerò “Igiene dell’assassino”. Può darsi che la mia riluttanza verso gli scrittori che raggiungono notorietà sic et simpliciter, mi porti verso un’ottica sbagliata, perdendomi, così, nuovi talenti letterari. Diciamo, che dalla prima impressione ricevuta, visto che ho letto alcunché della Nothomb, la scrittrice qui s’è lasciata trascinare in una fiction esageratamente pericolosa. E, secondo me, non va bene.
    Ma quando scrivi:
    “credo anzi che bisognerebbe farlo leggere anche ai più giovani perché li aiuterebbe a comprendere, pur attraverso una parodia di carattere forte e urtante, quali e quanti potrebbero essere i pericoli di una televisione troppo spinta all’eccesso, soprattutto se non mediata da un atteggiamento critico e valutativo di tipo personale. E in questi termini, come avevo spiegato anche nell’analisi, il libro l’ho trovato valido.”
    io penso , cara Alessandra, che il fatto inquietante è che la Nothomb è un fenomeno che attrae le masse di giovani e giovanissimi di ogni cultura e forma mentis: di questi quanti sono in grado di “comprendere…quali e quanti potrebbero essere i pericoli di una televisione troppo spinta all’eccesso” se vivono in funzione di rappresentazioni della realtà, pura finzione sì, ma trash e puteabonde. Se ci sono file interminabili di ragazzi per partecipare a questo o all’altro reality? Anzi più estremo più è appagante e qualificante.
    Non estremizzando nella replica (il cielo non voglia mai) dei campi nazisti ma rimanendo agli esempi della Tv spazzatura, la risposta a questa interrogazione la dai tu stessa quando scrivi nel tuo post:
    ” la messa in scena dei difetti e delle difficoltà altrui offre alla gran parte dei telespettatori l’illusione, seppure momentanea, di essere migliori di quei fanfaroni sfaccendati, boriosi ed ignoranti che si avvicendano sullo schermo urlando, piangendo e gesticolando. E anche la lista chilometrica di insulsaggini e trivialità che esce dalle loro bocche è puro balsamo per l’orecchio di chi guarda la televisione, perché gli offre proprio la certezza di non essere ancora arrivato così in basso a forza di guardare una simile spazzatura, arriverà ben presto anche per lui il momento di scendere il malaugurato scalino.”

    Concludendo: la tua analisi è molto giusta, l’ho letta con molta partecipazione e spero che molti la leggano più del libro (questo libro) della Nothomb. Ciao.

    ps. il nuovo url del mio blog è http://letturerilettureimpressioni.wordpress.com

    questioni di libri è definitivamente uscito di scena 🙂

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    1. Sì Elisabetta, capisco benissimo le tue perplessità, ma ti ripeto che l’intento dell’autrice era proprio quello di “denunciare” questo genere di cose, solo che naturalmente l’ha fatto nel suo solito modo bizzarro e inusuale, lavorando su una trama molto provocatoria. Ma il suo messaggio sui rischi, gli eccessi e il cattivo gusto dei reality show (a cui ho poi aggiunto altri spunti e riflessioni personali) è molto forte e chiaro, non è possibile fraintenderlo. La sua è un’accusa rivolta a tanta pessima televisione e anche alle persone che ne sono troppo dipendenti, a quelli che quando guardano certi programmi scollegano il cervello e si lasciano inebetire, e se ha scelto come tema base il campo di concentramento l’ha fatto per “estremizzare” questa sua denuncia, per renderla più rumorosa e incisiva. Il fatto di attirare l’attenzione su certe problematiche mediante la provocazione fa parte del suo stile narrativo, ed è naturale che a qualcuno possa anche non piacere.

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  5. elisabetta19MR

    Della Youcernar, oltre che Memorie di Adriano (letto e riletto almeno 10 volte) consiglio la lettura de “L’opera al nero”, romanzo storico ma basato su una figura immaginaria: sullo sfondo delle lotte tra riforma e controriforma e quindi segnato da persecuzioni, sospetti che possono portare alle torture e alla disintegrazione della propria identità, si muove un ragazzo e poi un uomo di nome Zenone.
    La finzione è ben inserita nell’ambientazione storica, che è reale e circostanziata come usa fare la Yourcenar.
    Come dice giustamente Sperandio, la Nothomb avrebbe potuto trovare una scenografia diversa, piuttosto che calare i suoi personaggi in un reality, vera icona della comunicazione odierna (ahimè) dove lo psicopatico, o il facinoroso o il razzista di turno può ritrovarsi e/o riconoscersi.

    Che poi un autore possa piacere o no, quindi essere letto o no, sono perfettamente d’accordo.

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    1. Scusami Elisabetta, ma adesso non riesco più a comprenderti; hai scritto che “la Nothomb avrebbe potuto trovare una scenografia diversa, piuttosto che calare i suoi personaggi in un reality”. Ma se l’intento della scrittrice era proprio quello di criticare i reality, e soprattutto la piega eccessiva che gli stessi stanno assumendo, e i possibili rischi futuri che ne potrebbero derivare, come avrebbe potuto non calare i suoi personaggi dentro un reality? Era la scelta più logica e coerente che potesse fare. E poi, per quanto concerne il tuo timore che questo libro possa risultare diseducativo, come potrebbe mai una persona, per quanto impressionabile, riconoscersi nella caricatura della kapò, una perfetta idiota che nessun razzista vorrebbe prendere come modello, o come potrebbe volersi identificare nel personaggio stupido e decerebrato dello spettatore? Forse non sono stata abbastanza chiara, anche se in realtà l’ho ripetuto più volte: questo è un romanzo che condanna, attraverso una “rappresentazione parodica”, sia quelli che realizzano programmi violenti e di cattivo gusto, sia quelli che li guardano, e ti assicuro che a nessuno che lo legge verrebbe voglia di identificarsi in uno dei personaggi. Quindi, il problema dove sta? Non riesco a cogliere il senso di tutte queste inquietudini.

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      1. elisabetta19MR

        Probabilmente è solo il mio disorientamento di fronte a un’autrice molto particolare come la Nothomb, che effettivamente non conosco. Perciò, fidandomi della tua bravura nel centrare il nucleo e il fine ultimo di una narrazione (l’hai fatto con Dostoewskij e con Gadda) quello che tu sostieni circa lo scopo di questo lavoro della Nothomb, sarà sicuramente la interpretazione giusta. Che magari solo agli occhi di una sprovveduta come me (non conoscendo le tematiche che affronta questa scrittrice) può apparire fuorviante.
        Alla prossima (tua) recensione allora. Ciao…e grazie per la pazienza 🙂

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      2. La Nothomb è sempre molto dissacrante, per capire se piace o meno bisogna provare a leggerla. Capisco comunque il tuo disorientamento, che credo dipenda dal contesto (lager) in cui è stato ambientato il reality, che in effetti può apparire disturbante come idea, anche se poi nel libro non ci sono scene sadiche o violente (più che altro sono grottesche), e il finale si risolve in modo molto positivo. Ecco, quest’ultima cosa non volevo rivelarla, ma ormai mi è scappata… 😉 Ma quello che conta, scusami se mi ripeto, è l’intento dell’autrice di voler “allarmare” i lettori sui possibili rischi ed eccessi di alcune proposte televisive, che già oggi in molti casi superano i limiti delle decenza. Il suo è una sorta di campanello d’allarme, anche se espresso in modo forte e provocatorio. Ma questo è il suo modo di esprimersi, non può farne a meno. Grazie a te per lo scambio; sono qui apposta in coda ai miei articoli, sempre disponibile, anche per chiarire meglio dubbi, concetti e questioni.

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  6. Carissima Alessandra, mi sembra di aver colto il bandolo di tutto il misunderstanding: stavolta, a differenza delle altre precedenti, non hai riportato dei brani. La tua tesi avrebbe avuto un supporto e come avviene nei migliori processi, il brano da te riportato avrebbe avuto il valore della prova con l’inconfutabilità che ne deriva, a togliere spazio a ogni opinabilità. E sterili contrapposizioni.
    Che poi uno decida di leggere quel libro è un altro discorso, ma almeno il messaggio di partenza è chiaro.
    Cosa ne pensi?

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    1. Credo che nel commento di Giulio ci sia già la risposta alla tua domanda, anche se non poteva conoscerla e prevederla (ho acceso adesso il pc e i vostri commenti erano entrambi in attesa di approvazione), perché è riuscito a capire molto bene l’intento che stava alla base di questa mia analisi. Mi dispiace se a qualcuno sono risultata poco chiara o insufficiente nella trattazione, ma per me è importante spaziare con le riflessioni sulle tematiche di un romanzo, anche deviando dal modello standard delle comuni recensioni. E’ un modo per esprimere al massimo le sensazioni belle o brutte che mi sono pervenute da una certa lettura, un modo per metterci dentro anche qualcosa di “mio” (di sentito, di meditato interiormente) che possa andare oltre la canonica e dettagliata presentazione di un libro, così come si può trovare già esposta in molti altri siti. Per fortuna il web è ampio e vasto, e offre ad ognuno la recensione ideale che cerca 😉

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      1. Ma cosa dici, Alessandra, sei stata chiara chiarissima in questa analisi, hai valutato con grande attenzione il fenomeno mediatico dei reality, esaminandone le possibili cause sia da una parte che dall’altra, hai inquadrato più volte i problemi di base in modo preciso e significativo (si nota, sai, che leggi testi di psicologia!) e quindi si capisce che era questo il discorso che ti interessava ampliare maggiormente, partendo dal contesto base del romanzo. In questo caso non serviva, anche secondo me che ho letto il libro, entrare nel dettaglio della trama (che poi rischi anche di spoilerare), e se c’è qualcuno che non è riuscito a comprendere le motivazioni o lo stile di questa scrittrice, secondo me è perché aveva già nella mente troppi pregiudizi nei suoi confronti (leggo dai commenti: perché arrivata al successo troppo giovane, o perché pubblica troppi libri negli anni, o per altri motivi che mi sono apparsi affrettati e superficiali). Io ho letto Nothomb più di una volta e il suo stile dissacrante a volte mi piace e altre volte di meno, però bisogna appunto provare a leggerla per capire se può veramente interessare.

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  7. G.

    Non conosco questa scrittrice, non sapevo neanche esistesse, ma secondo me è evidente il fatto che il contenuto del libro ti sia servito in realtà come spunto per fare un certo tipo di discorso sulla tendenza involutiva, a volte anche estrema e allarmante, che sta assumendo una certa programmazione televisiva, soprattutto quella trasmessa all’estero. E di esempi infatti ne hai riportati. Aggiungerei anche la qualità sempre più scadente dei reality nostrani, che seppure non implichino rischi per la sicurezza dei partecipanti sono il triste esempio di una generazione sempre più immiserita sul piano morale/culturale. Varie tue riflessioni mi sono apparse giuste e condivisibili, specialmente quando hai parlato della dipendenza inconsapevole (quindi non moderata dall’intelletto) che può stabilirsi tra utente/emittente, che spesso maschera o produce delle carenze psicologiche. Questa volta hai invece parlato poco della trama del libro (rispetto ad altre analisi che ho letto nel blog), cioè hai illustrato pochi dettagli, per cui suppongo che li ritenessi superflui all’evidenziazione del motivo-base del romanzo (la cattiva qualità di certa televisione), che era quello che evidentemnete più ti premeva. La tua è quindi a mio parere una non-recensione, proprio perché spinge chi ti legge a meditare sulle questioni sollevate dal libro andando al di là della trama dello stesso. Per me va benissimo, ad altri forse meno, ma tua fai bene a scrivere quello che senti che hai da dire e scrivere. Ciao, a rileggerti (Giulio)

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  8. Di Amélie Nothomb ho letto due o tre libri (tra i primi, credo), poi non l’ho più seguita.

    Dico questo per precisare che non sono una conoscitrice della Nothomb, almeno non nel senso che io do’ all’espressione “conoscere un autore”.

    Quel poco che ho letto però mi era piaciuto parecchio, e sono assolutamente d’accordo con te, Alessandra, nel non considerarla per niente una scrittrice superficiale o banale. La brevità delle sue opere, il ritmo con cui le sforna, il tempo che impiega per scrivere un romanzo sono fattori che di per loro non significano granché.

    Abbiamo esempi di autori (di qualunque sesso) che hanno impiegato dieci anni a scrivere un romanzo che poi si è rivelato mediocre (e viceversa) così come romanzi da tempo ormai riconosciuti capolavori della letteratura mondiale che sono stati sfornati in pochi mesi.

    Il numero dei romanzi? C’è di tutto, nel panorama letterario. Choderlos de Laclos ha scritto un unico romanzo in tutta la sua vita ed ancora dopo secoli viene letto, riletto, studiato, analizzato ed è da tempo considerato un classico. Ma abbiamo anche esempi di stupefacente prolificità che non ha minimamente intaccato l’ottima qualità della produzione.

    Concordo anche sulla vena di humour nero, della verve dissacratoria della Nothomb. Se non l’ho più seguita è stato solo perché altri autori, altri libri incalzavano e le mie letture hanno preso altre strade, ma è un’autrice che secondo me merita.

    Questo libro in particolare non lo conosco, ma per quel poco che conosco della Nothomb e da quel che leggo delle tue argomentazioni mi fido del tuo parere.

    Ultima cosa: un romanziere non ha il dovere di dare o non dare questo o quel messaggio. Non ha doveri didattici, non è un docente di etica, non è un prete, non è un pedagogo nè un propagandista politico. Se così fosse, ci toccherebbe gettare alle ortiche tanti grandi autori a cominciare (primo nome che mi viene in mente a caldo, ma ce ne sono innumerevoli altri) da Céline, per esempio.

    Non solo ma accettare il principio che “di questo si può scrivere, di quell’altro no” significherebbe assolvere implicitamente chi, nell’URSS di Stalin, perseguitò spesso fino alla morte tanti poeti e scrittori che non si adeguavano ai diktat del regime. Personalmente, io in quest’ottica non mi ci ritrovo proprio.

    A proposito: ben ritrovata 🙂

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    1. Da quello che hai scritto, Gabriella, ho avuto una volta in più la conferma (non che ce ne fosse bisogno, l’avevo già intuito da un pezzo) di quanto tu sia una persona non solo di ampia e raffinata cultura, ma anche sensibile, attenta, mentalmente aperta, e soprattutto equilibrata nei giudizi. E per me, lasciamelo dire, anche molto cara e “simpatica” 😉 Grazie, grazie davvero per questo commento che condivido in toto, e ancor di più nella parte finale.

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  9. L’ho letta questa dibattuta Nothomb 🙂 Precisamente L’Igiene dell’Assassino, da te (mi pare) sopra citato.
    È un libro divertente, acuto. Dissacrante? Ma nemmeno poi tanto. I dibattiti politici ci hanno abituato a trasgressività ben più notevoli. Anzi, il libro contiene molte verità.
    Il dialogo (che è la struttura) è brillante e condotto abilmente, con trovate spiritose, si rinnova. La forma stessa del dialogo – però – così continuo e serrato non tiene in compenso la lunghezza dell’intero lavoro per cui a un certo momento ridonda e stanca. Peccato, perchè nel dettaglio è sempre buono, salvo qualche ripetizione inutile a un certo punto.
    L’intervento risolutrice della giornalista (donna) dopo il flop dei precedenti colleghi (maschi) ed anche il finale dell’omicidio confessato-estorto e perpetrato li trovo forzati. Pollice verso.
    Complessivamente è un libro d’intrattenimento, intelligente e ben mirato nelle annotazioni di costume, mi viene da dire è presso che un pamphlet.
    Ha tutta l’aria di una prima stesura a cui un editing (e un editor) sarebbero stati senz’altro opportuni per un’architettura e una ponderazione in grado di ottimizzare una materia prima presente.

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    1. Igiene dell’assassino è in effetti l’opera prima di Amélie Nothomb (risale al 1992), e anche se dal punto di vista strutturale il romanzo forse non è perfetto, esprime però già molto bene la verve lucida e pungente dell’autrice, che è sempre volta a ironizzare su stereotipi e luoghi comuni. Le sue opere bisogna comunque prenderle come un “divertissement”, anche se spesso vanno a sollevare delle questioni che non sono affatto banali (l’egocentrismo, la doppia identità, il conflitto con l’Altro, il problema con il cibo, ecc.). Il suo è un modo di osservare le debolezze umane, piccole o grandi che siano, sotto una lente quasi sempre ironica, perché questa è quella che in fondo ci salva spesso la vita 😉

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      1. Sono d’accordissimo sulla tua parola “divertissement”.
        È tanto vero che leggendo mi tornavano in mente certe rubriche al peperoncino un tempo presenti nei giornali. E forse ancora adesso in qualche periodico. Il genere di linguaggio se vogliamo è lo stesso.

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