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Livelli di vita, Julian Barnes, Einaudi, 2013, 118 p.

Livelli di vita, Julian Barnes, Einaudi, 2013

Un libro bello, veramente bello. Strutturato in modo insolito e originale. Non si potrebbe neppure definire un romanzo, visto che mescola degli eventi storici, in parte abbelliti dalla fantasia, con esperienze e riflessioni di carattere personale sul tema del lutto, della perdita della persona amata, al punto che all’inizio si presenta come un saggio e alla fine diventa un memoriale. Anzi, per essere più precisi è una mescolanza tra saggio, racconto inventato e memoria autobiografica, con fatti e circostanze che si snodano in tre capitoli in apparenza scollegati che in realtà vanno a formare un discorso unico.
Il libro segue infatti un movimento ben preciso, che partendo dalla conquista esaltante del cielo da parte dei primi pionieri dell’aria (Il peccato dell’altezza) si conclude con uno schianto doloroso al suolo (Perdita di profondità), non senza aver prima attraversato una fase intermedia (Con i piedi per terra), dove le illusioni fanno i conti con la realtà nell’attesa della botta conclusiva.

All’inizio, aspettandosi un racconto, si rimane un po’ perplessi nel leggere la cronistoria delle imprese aeronautiche finanziate dal governo britannico sul finire del XIX secolo, dove tra i pionieri dell’aria più famosi spicca la figura di Félix Tournachon, meglio conosciuto come Nadar, che fu anche fotografo, giornalista, caricaturista, oltre che inventore e depositario di svariati brevetti. Questo poliedrico personaggio passò anche alla storia per aver costruito Le Géant, uno dei palloni ad aria calda più giganteschi del mondo, che però non ebbe un esordio tanto felice, visto che precipitò al secondo decollo lasciando miracolosamente incolume l’equipaggio. La cosa divertente, se vogliamo, è che la notizia dell’impresa ispirò a Jules Verne il romanzo “Cinque settimane in pallone” (1863), mentre lo stesso Nadar, per nulla intimorito dall’imprevisto, aggiustò l’aerostato per rituffarsi senza indugi nel piacere del volo.
L’obiettivo dell’autore si sposta poi su Fred Burnaby, un colonello della Guardia Reale inglese appassionato di viaggi ed esplorazioni, a cui fa vivere una fantasiosa e improbabile relazione con l’attrice Sarah Bernhardt, attratta allo stesso modo dall’ebbrezza dell’altitudine, anche perché rispecchiava la sua visione libera ed emancipata della vita. Tre personaggi del passato accomunati dunque dal desiderio di librarsi nel cielo, di innalzarsi a bordo di una cesta appesa a un pallone per affidarsi a un equilibrio precario di pesi e correnti; una condizione, questa, che ben rappresenta in senso metaforico quella dose di imprevedibilità che sta sempre alla base di ogni storia d’amore. Ed è qui infatti che il discorso si fa interessante, perché il volo aerostatico, di cui si parla con dovizie di dettagli storici e aneddotici nella prima parte, si rivela ben presto un pretesto per parlare dell’amore, che allo stesso modo di una mongolfiera può elevare le persone ad altezze vertiginose, sempre però con il rischio di farle anche precipitare.

Barnes riflette anche sul fatto che in amore, così come in altri campi della vita, spesso si tratta di mettere insieme due persone (o due cose) che insieme non sono mai state; a volte funziona e a volte no, qualche volta il mondo cambia e altre volte no. Ci provò ad esempio Pilâtre de Rozier, il primo uomo a realizzare un’ascesa in aerostato, quando nella speranza di guadagnare una maggiore spinta ascensionale decise di aggiungere un pallone a idrogeno a quello già presente ad aria calda. Decollò nel 1785 da Pas-de-Calais, con venti che parevano favorevoli, ma prima di raggiungere le coste prese fuoco e precipitò. E ci provò anche il già citato Nadar, quando nel 1858, volando a bordo della mongolfiera, scattò le prime istantanee dall’alto della città di Parigi, riuscendo così a mettere insieme, in questo caso con successo, la “verità” della fotografia con il “prodigio” dell’aeronautica. Grazie a queste imprese il peccato dell’altezza, fino ad allora visto come incursione sacrilega nello spazio celeste riservato a Dio, acquistava finalmente un aspetto meno inquietante e più umano, promotore di un progresso tecnico-scientifico che non intendeva più porsi dei limiti.
Tornando alla questione dell’amore, il risultato non cambia poi tanto. Anche le relazioni sono infatti soggette, come i voli in aerostato, al potere dei venti e delle condizioni atmosferiche. Se la corrente è buona magari si riesce a prendere quota, procedendo senza problemi fino alla meta. Se invece c’è un vento contrario è un attimo ritrovarsi sconvolti e disorientati, costretti a ritornare con i piedi per terra se non addirittura a precipitare. Perché anche nel campo affettivo, quando si tratta di mettere insieme due persone che insieme non sono mai state, a volte funziona e a volte no. Come nella storia fantasticata tra il colonello Burnaby e La divina, giocata sul filo di una passione tanto esaltante quanto effimera, o come in quella reale tra Félix Tournachon e la moglie Ernestine, che seppure diversi costituivano una coppia stabile e devota.

Questo è un libro che parla quindi di voli in quota e a rasoterra, di salite e discese, del desiderio di conquistare nuovi spazi liberandosi da limiti e zavorre, ma anche di traiettorie sbagliate, di tentativi falliti, di cadute rovinose. Di quanto sia facile scendere bruscamente di livello se non si studia bene la direzione dei venti, se non si raggiunge in tempo una corrente favorevole. Parla della necessità di tornare con i piedi per terra dopo aver ceduto alla tentazione di un volo troppo azzardato. E se non volete rinunciare al gusto di scoprire per conto vostro le interessanti riflessioni raccolte nella parte finale del libro, interrompete qui ed ora la vostra lettura. Perché è proprio in queste pagine, così intense e toccanti, che tutta l’attenzione viene posta su quell’istante in cui la sorte (o Dio, o chi per lui) impone uno strappo brutale a due persone che, messe insieme, funzionavano alla grande. Come appunto è accaduto all’autore stesso, quando nel 2008 un cancro non diagnosticato in tempo l’ha privato all’improvviso della moglie, dopo trent’anni di vita passata insieme. E Barnes, essendo agnostico, non ha neppure la consolazione di una vita ultraterrena, giacché è convinto che quando arriva la fine di una cosa – di una qualsiasi cosa – sia sempre, soltanto l’universo che fa il suo mestiere, nient’altro.

Julian Barnes con la moglie Pat Kavanagh

Julian Barnes con la moglie Pat Kavanagh

Nella terza parte del libro risuonano quindi le note dolenti della perdita coniugale, dove amore e morte si alimentano della stessa tensione che c’era tra l’elevarsi in aria e il rischio di precipitare. Qui è l’autore stesso che deve riportare bruscamente i piedi per terra, costretto a sopravvivere alla tempesta che ha distrutto in un attimo l’involucro del suo pallone, svuotandolo di tutti i sogni, le idee e i progetti che condivideva con la moglie.
Siamo creature destinate a vivere con i piedi per terra, riflette Barnes, e forse proprio per questo aspiriamo sempre ad elevarci. Alcuni di noi lo fanno con l’arte, altri con la religione, altri ancora con l’amore. Ma se è vero che possiamo elevarci, allo stesso modo rischiamo anche di precipitare. E gli atterraggi morbidi purtroppo non esistono, specialmente nel caso in cui l’affetto era autentico. Perché quando capita, per una ragione o per l’altra, che una delle due persone viene meno, «ciò che viene meno è più della somma di ciò che c’era. In termini matematici forse non è possibile; ma in termini sentimentali, lo è.»
Ogni storia d’amore è quindi potenzialmente una storia di sofferenza, destinata ad alternarsi tra picchi di felicità e cadute nello sconforto. E allo stesso modo del volo l’amore è anche sfida alla divinità, un tentativo di «raggiungere gli dei» da parte di creature «destinate al piano orizzontale». É affidarsi a un equilibrio precario di pesi e correnti, dove l’ascesa, per quanto splendida ed elettrizzante, può rivelarsi anche pericolosa. Perché quando perdi la persona amata…

Ti senti come se fossi precipitato da un’altezza di qualche centinaio di piedi, senza mai perdere i sensi, e fossi atterrato in un’aiuola di rose con tale violenza da ficcarti a terra fino alle ginocchia, mentre lo shock dell’impatto ti ha spappolato gli organi interni scaraventandoli fuori dal corpo (pag.79)

Questo è quello che si prova nel momento del lutto, e gli amici, i parenti e gli altri in generale non possono assolutamente capirlo, a meno che non abbiano provato la stessa dolorosa esperienza. Così come non serve a niente che continuino a ripeterti con insistenza di superare il dolore, di ritornare in carreggiata, come se la normalità che cercano a tutti i costi di importi servisse in realtà a cancellare dalla loro mente l’idea della morte, o perlomeno mantenerla a debita distanza.
Eppure, riflette Barnes, nonostante il rischio della sofferenza non possiamo fare a meno di cercarlo l’amore, perché ci innalza dalla nostra natura delimitata e terrena, ci permette di vedere le cose da un’altra prospettiva, come era accaduto nell’incontro tra fotografia e aeronautica (verità e prodigio), dove le immagini catturate dall’alto restituivano agli uomini una visione completamente diversa del mondo.
Quella dell’autore è una riflessione sul dolore molto profonda e sincera, che per quanto obiettiva non teme di affrontare anche le zone più vulnerabili della coscienza, e proprio per questo non si può fare a meno di apprezzarla. Barnes si interroga infatti sul senso del lutto, sulla durata del dolore, sul peso del solitudine, sulla fatica di ricostruirsi una nuova esistenza. Confessa di aver sognato la moglie per lungo tempo e di piangerla ancora oggi senza vergognarsi, e poi si chiede se per elaborare l’assenza bisogna imparare a ricordare oppure saper dimenticare, se bisogna stare fermi o cercare di avanzare. Arriva a citare anche la Sehnsucht, che è una parola del pensiero romantico tedesco con la quale si tenta di esprimere quella forma particolare di struggimento che si sente dopo essere stati privati della persona amata. Quell’inconsolabile desiderio per qualcosa o qualcuno che non si può raggiungere. «Il fatto è che la vita è di una precisione assoluta», scrive Barnes, e quindi «si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita, perciò si finisce per affezionarsi al dolore.» Ma poi arriva anche a chiedersi, in modo direi molto onesto, fino a che punto sia la persona amata a mancarti o non invece, più egoisticamente, la visione della vita futura che progettavi con lei. Anche se poi aggiunge, in modo altrettanto schietto, che è la vita stessa ad aver perso, con la morte di sua moglie, qualcosa di estremamente bello e importante. E questa è una delle più belle dichiarazioni d’amore che abbia mai avuto occasione di leggere in un libro:

C’è chi pensa che il dolore sia una forma di furioso ancorché giustificabile vittimismo; chi lo considera semplicemente la proiezione di sé nell’occhio della morte; altri dichiarano che sono i sopravvissuti quelli da compatire, perché a loro tocca attraversare la sofferenza, mentre l’amato non può più soffrire. Simili approcci tentano di gestire il dolore minimizzandolo, e fanno la stessa cosa con la morte. É vero, una parte di dolore la provo per me stesso – guarda che cosa ho perso, guarda di quanto si è ridotta la mia vita -, ma di più, molto di più e fin dal primo momento, sono addolorato per lei: guarda che cosa ha perso, ora che ha perso la vita. Il corpo, lo spirito; la sua radiosa curiosità per la vita. Certe volte sembra quasi che la parte veramente in lutto, quella di noi che ha subìto la perdita più grave, sia stata proprio la vita, ora che non può più contare sulla radiosa curiosità di lei. (pag. 80)

Alla fine l’accento viene posto sulla pena di chi resta, sulle difficoltà nell’adattarsi a un mondo improvvisamente vuoto dove ogni cosa deve ripartire da zero. Sulla difficoltà di mettersi anche in relazione con i conoscenti di sempre, affrontando di malavoglia le loro reazioni imbarazzate. Sulla necessità di lottare tra la tentazione del suicidio e la decisione di continuare a vivere per estendere nel tempo la memoria del defunto. Perché ciò che può salvare da tanto dolore, secondo l’autore, in fondo è solo il ricordo. Se lui ancora oggi parla con sua moglie, se le rivolge spesso delle attenzioni come se fosse ancora viva, non è per il rifiuto di superare il lutto ma per la premura di fissare nella memoria tutto ciò di bello che c’era stato nel loro rapporto, rinnovandone ogni giorno il linguaggio privato e perduto. A noi è preclusa la possibilità di scendere agli Inferi per recuperare la persona amata, come accade ad Orfeo, e quindi non ci rimane che riportarla indietro in modo diverso, servendoci del sogno e della memoria. E anche se i ricordi, come vecchie istantanee di momenti felici, finiscono per sembrare «più come fotografie di altre fotografie, che non della vita stessa», è comunque attraverso di essi che il discorso amoroso non si esaurisce e non si placa, nell’attesa di un vento favorevole che possa di nuovo riportare in quota.

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