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Il mago di Lublino, Isaac B.Singer, Longanesi, 2009, 252 p.

Il mago di Lublino, Isaac B.Singer, Longanesi, 2009, 252 p.

Questa è la classica storia che all’inizio sembra una favoletta, complice l’atmosfera trasognata e d’altri tempi, ma che procedendo nella lettura rivela aspetti sempre più interessanti e significativi. Fin dalle prime pagine Isaac Singer ci introduce nella vita di Yasha Mazur, un mago illusionista che si esibisce in vari teatri della Polonia dell’anteguerra mettendo in scena le sue doti di equilibrista, ipnotizzatore e scassinatore di lucchetti. Yasha è un uomo insoddisfatto ed egoista, propenso a soddisfare tutte le voglie che lo assalgono. Ha una moglie fedele e devota e diverse amanti, quindi una vita sessualmente intensa, ma per tenere il piede in più staffe è costretto a fare false promesse e a trovare continui espedienti, cosicché si ritrova a vivere sempre in bilico su una corda tesa, tanto nella vita di scena quanto in quella privata. Ma in quest’ultimo contesto i passi si rivelano sempre più azzardati, rischiando più volte di fargli perdere l’equilibrio. L’approccio egoistico alla vita, l’insofferenza nei confronti della dottrina ebraica e una bramosia sessuale a cui non trova il modo di resistere lo spingeranno infatti a varcare troppe volte i limiti, fino al giorno in cui si troverà a toccare il fondo. E toccato il fondo, l’unico riscatto possibile sarà quello di una drastica rivoluzione interiore e di un capovolgimento totale nel proprio modo di vivere.
Non voglio rivelare altro sulla vicenda e i relativi colpi di scena, perché toglierei ai lettori il gusto della sorpresa. Mi soffermerò invece sulla personalità di questo singolare personaggio, che dopo un’iniziale antipatia mi è apparsa ricca di sfumature interessanti. Ciò che mi ha maggiormente colpita è il contrasto tra fede e ragione che Yasha rivive più volte dentro di sé, con una smania di riflettere e di porsi mille domande. Il suo è un ateismo sofferto che cede spesso a dubbi, incertezze, rimorsi di coscienza. Tra un’avventura erotica e l’altra, tra uno spettacolo magico e l’altro, il pensiero di Dio lo assale infatti a più riprese e sembra non dargli tregua.

 Pensieri di pentimento lo avvolgevano. Forse un Dio esisteva, tutto sommato? Forse tutti i sacri detti erano veri? Non sembrava credibile, semplicemente, che il mondo si fosse creato per suo conto o che fosse soltanto derivato da una nube di gas. Forse ci aspettavano davvero un Giorno del Giudizio e una bilancia sulla quale sarebbero state pesate le buone azioni e quelle cattive? In tal caso ogni minuto che passava era prezioso; in tal caso lui si era preparato non uno ma due inferni; l’uno in questo mondo, il secondo nell’altro!
Ma quale soluzione concreta poteva adottare, ormai? Farsi crescere barba e riccioli sulle tempie? Mettersi uno scialle di preghiera e i filatteri e pregare tre volte al giorno? Da che cosa risultava che l’intera verità si trovasse nel codice ebraico? Forse le soluzioni vere le avevano trovate i cristiani, i maomettani, o qualche altra setta ancora? Anche gli altri avevano i loro libri sacri, i loro profeti, leggende d’ogni genere in fatto di miracoli e rivelazioni.
Yasha sentiva dentro di sé la lotta delle opposte forze, il bene e il male. Poi, dopo qualche tempo, incominciava a sognare a occhi aperti di apparecchi per volare, di nuovi amori, di nuove avventure, di viaggi e tesori e scoperte, di harem. (pag.125)

Più che uno spirito libero, Yasha appare come un’anima in pena che oscilla tra la tentazione del peccato e il richiamo ad una vita più sobria, tra il desiderio di liberarsi da ogni regola e l’attrazione per i testi sacri. Non riesce a decidere da che parte stare, né a godere fino in fondo il piacere di un’esistenza libera e disinvolta, non solo per i sensi di colpa che a tratti lo assalgono ma anche per una nostalgia delle origini che a volte si rivela struggente, perché gli rammenta di far parte di un popolo, di una terra, di una particolare cultura religiosa.
Secondo il parere di Alessandro Piperno, che ha curato la bella introduzione al libro, questo continuo interrogarsi sull’esistenza o meno di Dio contiene in sé qualcosa di dostoevskiano. Perché anche il Dio di Singer si manifesta agli uomini come una mancanza, non come una presenza.
I dubbi che albergano segreti nell’animo di Yasha-Singer – scrive Piperno – sono i più antichi di tutti: se Dio non esiste, se non esiste la legge che da lui discende, allora l’uomo è libero e solo? Tutto gli è concesso? E se Dio non esiste e quindi non esistono i comandamenti da lui dettati, in base a quale trascendente giurisprudenza si può stabilire chi è buono e chi è malvagio, chi è giusto e chi è ingiusto? E, tanto per essere chiari, se Dio non c’è, in base a quale legge increata noi possiamo decretare la malvagità assoluta dei nazisti? Ecco su cosa si appunta il rovello singeriano. Sul limite della libertà umana, in rapporto all’esistenza e all’inesistenza di Dio. Un rovello che toglieva il sonno a Dostoevskij e con il quale Sartre non smetteva di gingillarsi.
La ricetta di Yasha è paradossale. E in tal senso molto dostoevskiana. Per credere non è necessario credere. Basta solo fingere di credere. Sforzarsi di credere. Strillare come il Satov dei Demoni “Io crederò!” Vivere come se Dio esistesse non smettendo di sospettare che lui non esista. Un’idea allo stesso tempo tragica e utilitaristica della fede, ma la sola capace di accendere un fiammifero in tutto questo infinito buio.

Quello di Yasha è quindi un percorso di redenzione altalenante e complesso che deve per forza partire dal basso, dal fondo, dall’esperienza reiterata dell’errore e dell’eccesso che sfocia inevitabilmente in tragedia. La sua è una conquista della fede che richiede infatti perdita, sofferenza e isolamento, ed è forse per questo che ad un certo punto ce lo sentiamo più vicino al cuore, questo contorto personaggio, e quasi ci sorprendiamo nell’atto di comprenderlo, compatirlo, perdonarlo. Insomma, alla fine quest’ateo miscredente dalle mille tentazioni e contraddizioni rischia addirittura di piacerci. Perché gli interrogativi che si pone sul mondo, sulla morte e sul senso della vita sono gli stessi che ci travolgono quando ci troviamo in situazioni simili, ossia di fronte ad un bivio morale, ad un fremito della coscienza. Sono gli stessi che ci scompigliano quando non riusciamo più a guardare il mondo con sguardo cinico e disincantato. Per cui, se si possiede un minimo di sensibilità, non è possibile non ritrovarsi in uno dei tanti dilemmi che lo assillano, non è possibile non perdersi nell’atmosfera vaga e incerta di qualche suo pensiero.

Parlando dello stile narrativo, bisogna ammettere che Isaac Singer colpisce per la capacità di caratterizzare al massimo e con pochi tratti gli aspetti fisici e interiori di ogni personaggio. E tale miracolo si compie all’insegna di una limpida scorrevolezza, che non scivola mai in forme espressive pesanti e tediose.
Singer ti descrive le fattezze di un personaggio o il contesto in cui si muove, ed è come se ti avesse sfogliato davanti agli occhi le immagini di un bellissimo album. Tutto è vivo e pulsante nelle sue pagine, dettagliato e realistico, ma nello stesso tempo ricco di gradazioni e contrasti cromatici. Singer sa incantarti con una frase, un’ambientazione o un particolare stato d’animo, e poi ti abbandona lì che sei ancora pieno di voglia, che hai bisogno di passare subito al prossimo capitolo per vedere cosa succede… Nella sua scrittura riverberano i colori, gli odori e gli umori di un mondo che non esiste più, che appartiene a un lontano passato. C’è qualcosa di struggente e nostalgico nel suo modo di raccontare le cose. La Polonia che ci descrive nei romanzi o nei racconti è quella dell’inizio del secolo scorso, prima dell’invasione nazista, prima del suo approdo in America per sfuggire alle purghe hitleriane, sulla scia di tanti altri emigrati. Ma la cosa curiosa è che Singer non smise mai, neppure a distanza di tanti anni dall’inizio dell’esilio, di scrivere le sue opere in yiddish, la lingua quasi estinta della sua infanzia. Secondo Piperno tale rivendicazione aveva un significato che andava ben oltre il semplice desiderio di rendere omaggio alla lingua madre, conservandone nel tempo il lessico, la morfologia e la sintassi. Perché c’era qualcosa, semmai, che riguardava il punto di vista, nel senso che Singer non voleva perdere “la visione originaria delle cose”, quella del mondo in cui era cresciuto. E questo punto di vista era per lui conservabile, oltre che esprimibile, solo attraverso “la lingua dell’infanzia”. Singer scriveva quindi in una lingua morta per il bisogno di testimoniare l’esistenza di una patria che per lui non poteva in nessun modo svanire. Un universo perduto che, forse proprio per la lontananza, prendeva forma nelle sue pagine in modo variopinto e profumato, forse ancor più di quanto lo era nella forma originaria.
Ogni scritto di Singer porta traccia della sua condizione di émigré, al punto che la sua tragedia privata acquista quasi una valenza simbolica di portata pubblica, collettiva. Tutto questo però avviene sulla base di un costante e sottile buon umore, dove la mescolanza tra umorismo e saggezza sembra voler rinsaldare ancora più a fondo il legame con la cultura yiddish. Anche perché la nostalgia di Singer, spiega di nuovo Piperno, “non è mai un ostacolo alla comprensione. Tutt’altro. La nostalgia è il prisma che gli consente di prendere le distanze dalle storie narrate. L’uso ironico della nostalgia ha il doppio beneficio, impagabile per qualsiasi scrittore, di riscaldare l’ambiente e di raffreddare il cuore e il cervello.” E le storie ebraiche “hanno un modo davvero efficace di mescolare cinismo e magia”, come hanno pure “il pregio di rivelare, alla fine, delle verità spietate e profane, evitando ogni possibile deriva sentimentale”.

Ho trovato interessante, oltre che divertente, la parte introduttiva dove si parla della sottile invidia che Saul Bellow e Philip Roth avevano manifestato all’epoca e in più occasioni nei confronti di Singer, sebbene fossero tutti accomunati dalle stesse origini. Alla faccia del sentimento patriottico che dovrebbe unire e non dividere… Singer era un immigrato che scriveva in yiddish e che traduceva da sé le proprie opere in inglese, Bellow era figlio di immigrati ed era il primo grande autore ebraico a scrivere in inglese, Roth era figlio di un agente assicurativo del New Jersey e quindi non aveva più bisogno di gridare “Sono americano”. Per farci capire quanto fosse presuntuoso Bellow, Piperno ci racconta che un giorno, ormai giunto all’apice della notorietà, tolse il saluto ad un libraio colpevole di aver affissato un cartello dove aveva scritto che Bellow era il più grande scrittore del mondo “dopo” Tolstoj. Bellow era noto per l’insofferenza che spesso manifestava nei confronti dei colleghi scrittori, e non risparmiò battute sarcastiche neppure a Singer, nonostante fosse stato tra i primi a tradurlo in inglese e quindi a contribuire alla diffusione delle sue opere in America. Non tanto dissimile il comportamento di Philip Roth, che quando negli anni ’70 si recò a casa di Singer per intervistarlo commise l’indelicatezza di porgli continue domande su un altro grande autore polacco ed ebreo, Bruno Schulz (che Singer, del resto, apprezzava molto).
Insomma, è divertente constatare come anche i mostri sacri della letteratura mondiale siano in fondo schiavi di piccole meschinità e rancori, rivelandosi non tanto diversi dai comuni mortali. E l’odio tra gli scrittori sembra essere quello più frequente, visto che fa leva sul narcisismo, l’invidia e la vanagloria. Ma questi sono sentimenti che, per quanto sgradevoli, in un modo o nell’altro ci investono tutti, al di là della condizione sociale e del mestiere svolto. Qualcuno pensava per caso di esserne esente? Chi si professa in perfetta buona fede è di solito il primo a peccare di ipocrisia.

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