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Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij, Einaudi, 2012, 654 p.

Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij, Einaudi, 2012, 654 p.

Al pensiero di scrivere qualcosa su questo grande classico della letteratura mondiale mi tremano un po’ le mani. La sensazione che provo è come quella di girare attorno ad una boccia di cristallo senza saper bene in quale punto fermarmi per osservarla meglio, tanto ricco e complesso è il contenuto che mi traspare dai suoi riflessi. Tutta la gamma dei nostri difetti umani è infatti racchiusa nelle pagine di questo poderoso romanzo, inclusi gli autoinganni, i rimorsi e i sensi di colpa con cui siamo soliti complicarci l’esistenza. Non per niente Dostoevskij è stato definito più volte un abile scrutatore dell’animo umano, un esploratore ante litteram di quel famoso sottosuolo (l’inconscio) che poi la psicoanalisi freudiana, a distanza di pochi anni dalla sua morte, ha saputo descrivere così bene al mondo. Molti hanno già parlato di quest’opera in lungo e in largo, sviscerandone fino all’osso termini e significati. Anche il web abbonda di riassunti dettagliati della stessa, spesso estesi per ogni capitolo del libro. Non intendo ovviamente seguire questa strada, per cui mi limiterò a tracciare a grandi linee gli eventi base per poi indugiare un po’ più a lungo sulle parti che mi hanno maggiormente coinvolta. Senza peraltro farmi il problema di rivelare fatti, dettagli e circostanze, visto che ormai sono universalmente noti. Se qualcuno però non vuole saperne di anticipazioni, sappia fin d’ora che parlerò non solo del fatto delittuoso che fa da fulcro all’intera vicenda, ma anche delle sue motivazioni e conseguenze.
Avendo letto a ruota, subito dopo il romanzo, il bellissimo saggio elaborato da Pietro Citati incluso nel libro Il male assoluto (Adelphi edizioni, 2013), che vi consiglio caldamente di leggere, ho deciso di integrare ogni tanto nella mia analisi il pensiero illuminato di questo grande studioso. Citati ha centrato così bene i motivi biografici e psicologici che stanno alla base di quest’opera dostoevskiana, che per rendergli veramente onore dovrei fare una recensione della sua recensione. Ma rischierei di dilungarmi troppo, quindi mi limiterò solo ad esprimere, nel modo più chiaro possibile, le sensazioni che ho personalmente inglobato durante la lettura, con qualche occasionale riferimento alle sue stimolanti interpretazioni.
Prima di entrare nel vivo del romanzo, forse conviene fermarsi un attimo a riflettere sul titolo dello stesso. Eh sì, perché quello originario sarebbe “Il delitto e la pena”, non “Delitto e castigo”, e tale differenza non è da poco visto che il primo titolo contiene già in sé il significato essenziale dell’opera. Perché in queste pagine, più che di castigo, si parla proprio del tormento continuo e pressoché infinito che vive il protagonista dentro di sé dopo aver commesso un terribile omicidio. Attenzione: ho scritto “tormento”, non rimorso. Ed è questa la parte più agghiacciante del romanzo, quella che probabilmente ha fatto presa sull’inconscio collettivo di milioni di persone decretandone un successo di portata mondiale.

In sostanza Dostoevskij è riuscito, con grande anticipo sulle speculazioni freudiane e junghiane, a scendere nelle zone più oscure e nascoste della coscienza dell’uomo, quelle dove albergano demoni, mostri ed ogni altro tipo di creature metaforiche rappresentative del male. Nel leggere il romanzo, più che dall’evento criminoso si rimane infatti colpiti da tutto ciò che lo motiva e lo accompagna. E fin dall’inizio l’autore ci introduce con grande perizia nella mente tormentata del protagonista, dove delle argomentazioni di stampo idealistico stanno lottando per prendere il sopravvento, cercando nel frattempo di mettere a tacere incertezze e scrupoli. Il terreno per la coltura di queste idee è abbastanza fertile, visto che Rodiòn Romànovič Raskòlnikov è un ex studente solitario, orgoglioso e introverso, insoddisfatto della propria vita e del mondo che lo circonda. Da tempo cerca di campare, di tirare avanti nella miseria in cui si trova, senza peraltro trovare la forza di cercarsi un lavoro, di cambiare in modo attivo la propria vita. Si sforza ogni tanto di interagire con gli altri, in particolare con familiari e amici, ma in realtà è distante da tutti e da tutto, come se abitasse su un altro pianeta. Spesso prova un senso di disgusto per la gente, le persone, l’umanità intera, che si manifesta con sorrisetti sarcastici e maligni, con atteggiamenti irritati e indisponenti. Si sente vuoto, arido, incapace di provare amore. Solo un sentimento sporadico di pietà per le creature “vittime” del mondo sembra ogni tanto risvegliarlo da tanta freddezza, ma come velocemente arriva altrettanto velocemente sparisce, facendolo affondare ancora di più nel pantano dell’insofferenza. Raskòlnikov trascina avanti in questo modo le sue giornate, fino a quando inizia ad avvertire dentro di sé un bisogno disperato e inappellabile di credere in qualcosa, di coltivare nella mente un’idea ardita, in modo da potersi affrancare dall’insopportabile stato di catatonia in cui è caduto. Ed ecco che comincia a farsi spazio nei suoi pensieri l’idea di compiere un delitto, che affonda le sue radici nella convinzione filosofica, ogni giorno sempre più forte e tenace, che al mondo esistano due categorie di uomini, quelli ordinari e quelli straordinari, dove i secondi hanno il diritto di autorizzare la propria coscienza a scavalcare la Legge, a compiere dei misfatti. Perché tutti gli uomini che sono riusciti a distinguersi nel corso della Storia – riflette Rodiòn – che sono arrivati a conquistare delle posizioni di grande prestigio e potere, come ad esempio Napoleone, hanno anche commesso dei massacri orrendi, hanno sacrificato migliaia di vite umane. E a questi assassini, una volta morti, gli hanno addirittura tributato degli onori, gli hanno eretto dei monumenti.

Raskòlnikov arriva quindi a convincersi che la sua impresa sarà proprio di questo tipo, ossia poggerà su tali motivazioni idealistiche, fino a quando il destino gli darà l’occasione di agire, di entrare in azione. E l’occasione si presenta ben presto nelle sembianze di una vecchia usuraia, uno dei tanti pidocchi che inquinano la società con la loro dannosa presenza. Ma sempre lo stesso destino gli pone di fronte un imprevisto nel giorno scelto per l’assassinio, facendogli trovare nell’appartamento della vecchiaccia anche la sorella della stessa. L’ex-studente si trova così costretto a compiere un duplice delitto, ma da quel momento ogni cosa precipita perché il suo cuore non riesce a trovare più pace. Quando guarda dentro di sé vede infatti solo i cocci di un sogno infranto: invece di un’azione napoleonica, atroce e grandiosa, si rende conto di aver commesso un crimine sordido e meschino. E quindi prende consapevolezza di essere lui stesso un pidocchio, ancora più immondo e schifoso della vecchia che ha ucciso. Nel suo cuore scende così un gelo profondo che lo isola ancora di più dagli altri, dal resto del mondo. Febbri ricorrenti, deliri onirici e un’insostenibile spossatezza lo stressano fino allo sfinimento, e a nulla serve l’affetto dell’amico Razumichin, che rappresenta la sua controparte onesta e sensata, o quello di Sonja, la giovinetta dal cuore pietoso e immenso, costretta a prostituirsi per aiutare la numerosa famiglia indigente. E sarà proprio Sonja la prima ad accogliere la sua confessione dell’assassinio, indicandogli da subito la via dell’unico e possibile riscatto. Sonja è la sola che lo può salvare, perché con tutto quello che ha patito è diventata agli occhi di Rodja il simbolo delle vittime del mondo, e oltretutto gli ricorda anche la figura della mite e innocente sorella dell’usuraia, che forse più di ogni altra cosa continua a pesargli sulla coscienza.

Ma quello di Raskòlnikov non è vero rimorso. L’unico rimpianto che sente è quello di aver fallito la prova, di aver ceduto alla debolezza, di non essere stato all’altezza di un vero Napoleone. Anche se si dispera, anche se ha il timore di essere scoperto e mente in continuazione, anche se delira e perde quasi la ragione, non prova comunque rimorso dentro di sé. Quando alla fine si costituisce alle autorità è solo perché è diventato conscio del proprio fallimento: se avesse davvero creduto a quella teoria, all’idea che lo aveva inizialmente spinto ad uccidere, non avrebbe poi sofferto così tanto e non si sarebbe comportato in modo da destare sospetti. Alla sua confessione finale contribuisce anche la spinta amorevole di Sonja, che con la sua presenza misericordiosa gli appare come un ultimo appiglio per non affondare completamente nel baratro. Rodiòn vive un fugace istante di pentimento solo quando si inginocchia, piangendo, per baciare la terra, ma una redenzione vera e propria non c’è. E questo, spiega Citati, è l’unico finale possibile, perché nel romanzo non c’è segno della presenza divina o della provvidenza. Nessuno protegge i miserandi, gli infelici e gli afflitti, nessuno cerca di fare qualcosa per alleviarne le sofferenze. Il mondo di Dostoevskij è vuoto, cupo, misero, dolorante, senza alcuna speranza. Il lieto fine viene assicurato, in minima parte e in modo paradossale, dal malvagio Svidrigajlov, che compie inaspettatamente un’azione buona. Quasi a compensare, seguendo il percorso opposto, la caduta rovinosa di Raskòlnikov nel male più assoluto. Mentre la fede sostenuta da Sonja, che è l’unica a crederci fino in fondo, appare come un puntino luminoso e lontano, raggiungibile solo attraverso delle enormi sofferenze.
Non c’è quindi speranza di riscatto in Raskòlnikov, ma solo la consapevolezza della propria debolezza e quindi la convinzione, alla fine, di non dover meritare la libertà. Una consapevolezza suggerita anche dall’immagine della steppa deserta e sconfinata di un freddo mattino siberiano, che però con la sua luminosità sembra annunciare la possibilità di una rinascita, di una nuova vita. La quale, grazie al finale che rimane aperto, si intuisce possibile sebbene ancora lontana.

Straordinarie le pagine in cui Raskòlnikov, ancor prima della confessione definitiva, viene interrogato a più riprese dal giudice Porfirij Petrovič, perché sono stracolme di un’ambiguità deliziosa. Qui Dostoevskij si è proprio divertito, visto che sembra di assistere alla messinscena di una commedia tragicomica. All’inizio la figura di questo giudice ci viene dipinta in modo buffo, quasi grottesco: un ometto tondo come una palla che rimbalza da un lato all’altro della stanza, che parla e parla in continuazione saltando da un argomento all’altro, spesso strizzando gli occhi e ammiccando o lasciandosi andare a delle sonore risate… Ma poi, procedendo nella lettura, ci rendiamo conto che Petrovič non è per nulla un buffone e che sotto tale maschera cela già delle convinzioni molto gravi e penose sul conto di Raskòlnikov. Semplicemente attende, come il gatto col topo, il momento propizio per farlo uscire allo scoperto. Tra i due si instaura una vera e propria partita a scacchi, dove le mosse difensive di uno si sforzano di mantenere un freddo controllo di fronte ai sospetti sempre più assodati e palesi dell’altro. E’ un vero e proprio balletto danzante, godibilissimo a leggersi, che procede fino alla sfinimento e che riserva delle sorprese anche nell’ultimo istante. I ruoli dei due personaggi ad un certo punto infatti si ribalteranno, spingendo Raskòlnikov a prendere una decisione definitiva.

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Ma non sono solo i protagonisti principali a colpire l’immaginario del lettore. Ci sono dei personaggi di contorno descritti in modo talmente spettacolare che non possono fare a meno di imprimersi nella memoria. Come ad esempio il ritratto caricaturale di Katerina Ivànovna, la moglie tisica dell’ubriacone Marmeladov, che si lamenta continuamente della sua vita ingrata torcendosi le mani dalla disperazione. E che nonostante la miseria in cui versa con la sua famiglia, cerca spesso di darsi un tono decoroso davanti alla gente, magari vantandosi di aver ballato da giovane davanti al governatore o distribuendo elogi eccessivi a chi le appare degno di rispettabilità. Ma il senso del grottesco di Dostoevskij raggiunge il culmine quando ci descrive il comportamento di questa donna durante il pranzo funebre del marito, dove prima si butta in una serie di monologhi vantandosi di questo e di quello e poi inizia a sbeffeggiare la sua padrona di casa fino a litigarci. Tremenda anche la scena dove l’autore ce la mostra in giro per le strade di Pietroburgo, mentre costringe i figlioletti piagnucolanti e tremanti a cantare e recitare davanti ai passanti per muoverli a pietà e carità, sempre pronta a batterli se non fanno quello che lei ordina… Una messa in scena del vittimismo talmente ridicola e pittoresca, oltre che dolorosa e straziante, che alla fine non si sa bene se ridacchiare o provare sgomento. Provate a leggere queste pagine, poi mi direte l’impressione che vi hanno fatto.

Altrettanto scenografico il ritratto mefistofelico di Svidrigajlov, che fin dalla sua prima comparsa ci appare come il non plus ultra della turpitudine umana. Grande peccatore, reo di colpe gravissime, non può comunque fare a meno di affascinare per quel suo modo di fare scaltro e disinvolto, per l’intelligenza penetrante e arguta, per l’eloquenza sinuosa e intrigante. Con lui l’immoralità sembra quasi un pregio, la volgarità trova uno stile, la corruzione dell’animo appare quasi un vizio attraente, anche se in realtà tutto questo nasconde una perdizione ben più grave e totale che non offre scampo. “Se Raskol’nikov fa il male per un partito preso ideologico, Svidrigajlov lo fa per sadismo”, spiega Citati, perché “egli vive nella terra ghiacciata del Male Assoluto: ne è un abitatore consueto, un signore, un principe; e il male riempie fino all’orlo la sua forma interiore.” Ed è straordinaria la capacità di Dostoevskij di introdurci in queste zone così oscure e inquietanti, che poi in fondo sono anche le nostre, quelle dell’umanità intera, anche se con gradi e tonalità diverse. Il fatto paradossale è che questo contorto personaggio è anche l’unico che compie, come già anticipato, un atto buono. Lasciandoci in questo modo storditi e perplessi, ancora più attratti dalla sua complessa personalità. Ma perché lo fa? Certamente non per bontà, visto che è un sentimento di cui non sospetta neppure l’esistenza, e neppure per un pentimento improvviso, per un’insolita presa di coscienza. Forse lo fa – spiega di nuovo Citati – perché nemmeno il male, in fondo, riesce a soddisfarlo; “né il libertinaggio, né il gioco, né la trivialità quotidiana, né i più atroci delitti possono colmare il suo animo. Dietro i gesti gratuiti, dietro le parole eleganti e volgari, egli è un uomo totalmente e disperatamente vuoto, che cerca invano degli stimoli per sentirsi vivo.” E non trovandoli, questi stimoli, né quando si rivolta nel sudiciume più totale né quando tenta di affacciarsi al primo spiraglio di luce, l’unica soluzione che alla fine gli resta è quella dell’annientamento definitivo.

Che altro dire di quest’opera meravigliosa? Se non l’avete ancora letta, leggetela. Non importa se ne conoscete già la trama per sentito dire o perché avete appena letto la mia analisi, visto che le emozioni sono in ogni caso garantite. E poi merita anche per il fatto che, pur calandosi nel buio dell’animo umano, l’autore non si pone l’obiettivo di fare appello alla morale comune, di formulare dei giudizi o di tracciare la via giusta. Perché le cose, nel modo in cui ce le presenta ed espone, alla fine si giudicano da sé, o meglio spetta a noi lettori farcene un’opinione, un’idea personale. Dostoevskij preferisce limitarsi, come un astuto e invisibile burattinaio, a muovere solo i fili dei personaggi sulla scena: li fa esultare, soffrire e scontrare fra loro, li fa prevaricare sugli altri o subire delle angherie, ma non prende mai partito per uno o l’altro. A lui interessa farci vedere com’è fatto l’Uomo in generale – ossia “come siamo fatti” – con tutto il relativo corredo di qualità, difetti e contraddizioni. Nella loro globalità, chi in un modo o nell’altro, tutti i suoi personaggi infatti ci rappresentano, non solo per il fatto che passano con facilità dall’esaltazione all’abbattimento, dalla sicurezza alla paura, dalla fede al dubbio, ma anche perché a volte nascondono sotto un’apparenza bonaria delle mostruosità, e altre volte invece celano dietro una condotta intrigante degli sprazzi di impensabile bontà. Perché questa, in fondo, è la reale natura dell’animo umano, sempre impegnata in una lotta perenne tra tendenze opposte e diverse, sempre arrabattata su quel confine così sottile che divide il bianco dal nero, il positivo dal negativo, la luce dal buio. Ed è veramente un attimo, ne converrete anche voi, scivolare da una parte all’altra.

Nota: nell’edizione esaminata la traduzione è di Alfredo Polledro e la prefazione è di Natalia Ginzburg. Le foto inserite nell’articolo sono state tratte dal film “Crime et châtiment” (titolo originale: Prestuplenie i nakazanie), di Lev Kulidzhanov (1969).

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