Ricetta per uccidere un uomo

Si prendono qualche decina di chili di carne, ossa e sangue, secondo parametri adeguati. Si dispongono armoniosamente in testa, tronco e membra, si riempiono di viscere e di una rete di vene e nervi, avendo cura di evitare errori di fabbricazione che siano pretesto alla comparsa di fenomeni teratologici. Il colore della pelle non ha alcuna importanza.
Al prodotto di questo delicato lavoro si dà il nome di uomo. Si serve caldo o freddo a seconda della latitudine e della stagione dell’anno, dell’età e del temperamento. Se poi se ne vogliono lanciare prototipi sul mercato, gli si infondono alcune qualità che li distingueranno dalla massa: coraggio, intelligenza, sensibilità, carattere, amore per la giustizia, bontà attiva, rispetto per il prossimo e per il distante. I prodotti di seconda scelta avranno, in maggiore o minor grado, l’una o l’altra di queste virtù di attributi positivi, parallelamente agli opposti, in genere predominanti. La modestia impone di non ritenere fattibili prodotti integralmente positivi o negativi. Ad ogni modo, si sa che anche in questi casi il colore della pelle non ha alcuna importanza.
L’uomo, classificato nel frattempo con un’etichetta personale che lo distinguerà dai suoi simili, usciti come lui dalla catena di montaggio, viene posto a vivere in un edificio cui si dà, a sua volta, il nome di Società. Occuperà uno dei piani di quest’edificio, ma raramente gli sarà consentito di salire la scala. Scenderla è permesso e a volte facilitato. Nei piani dell’edificio ci sono molte abitazioni, designate ciascuna o da ceti sociali o da professioni. La circolazione avviene per canali detti abitudine, usanza e preconcetto. È pericoloso andare contro la corrente dei canali, sebbene alcuni lo facciano per tutta la vita. Costoro, nella cui massa carnale si trovano fuse le qualità distintive dei prodotti che rasentano la perfezione, o che hanno optato deliberatamente per queste qualità, non si identicano dal colore della pelle. Ce ne sono di bianchi e di neri, di gialli e di bruni. Sono pochi i ramati, ma solo perché si tratta di una serie quasi estinta.
Il destino ultimo dell’uomo è, come si sa fin dall’inizio del mondo, la morte. La morte, in quel preciso momento, è uguale per tutti. Non però quanto la precede immediatamente. Si può morire con semplicità, come chi si addormenta; si può morire attanagliati da una di quelle malattie di cui eufemisticamente si dice che “non perdonano”; si può morire sotto tortura, in un campo di concentramento; si può morire volatilizzati all’interno del sole atomico; si può morire al volante di una Jaguar o investiti da essa; si può morire nel bagno o dal barbiere; si può scegliere la propria morte, e questo si chiama suicidio; si può morire di fame o di indigestione; si può anche morire di un colpo di fucile, al crepuscolo, quando c’è ancora la luce del giorno e non si pensa che la morte sia vicina. Ma il colore della pelle non ha alcuna importanza.
Martin Luther King era un uomo come ognuno di noi. Aveva le virtù che sappiamo, sicuramente dei difetti che non ne sminuivano le virtù. Aveva un lavoro da compiere – e lo compiva. Lottava contro le correnti dell’abitudine, dell’usanza, del preconcetto, immerso in esse fino al collo. Finché arrivò il colpo di fucile a ricordare ai distratti quel che siamo e che il colore della pelle ha molta importanza.

José Saramago, Di questo mondo e degli altri, Einaudi, pag.61-62
(cronaca dedicata a Martin Luther King, assassinato nel 1968)

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8 pensieri su “Ricetta per uccidere un uomo

  1. Saramago è per me un autore difficilmente classificabile.
    Tempo fa- molto tempo fa- ho letto e amato molto Cecità ; ho riprovato poi con Memoriale dal convento e Le intermittenze della morte , ma, delusa, li ho abbandonati a metà. Non è un autore nelle mie corde, soprattutto per lo stile, che discorde dalla raffinatezza dell’invenzione fantastica ha spesso una crudezza che mi disturba.

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    1. Adoro la scrittura di Saramago, sia nel caso che rispetti o non rispetti la punteggiatura. In questa raccolta, ad esempio, ci sono tanti piccoli aneddoti che fanno leva su ricordi, sogni, pensieri e riflessioni, ma talmente scritti bene e ricchi di significato che è un vero piacere leggerli… E pensare che rappresentano le sue prime prove di scrittura, elaborate a cavallo degli anni ’60-’70 e pubblicate sui giornali dell’epoca. Per quanto riguarda Memoriale, la storia d’amore di Blimunda e Baltasar, che si dipana tra finzione e realtà storica, mi aveva molto coinvolta e appassionata, oltre che divertita per alcune circostanze avventurose. Cecità l’avevo invece trovato molto più crudo, veramente terribile e impressionante, ma importante per il significato allegorico che reca in sé, ossia l’incapacità di vedere che porta spesso l’uomo a “forme estreme” di abiezione.

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    1. Ma quanto sono belle le cronache intitolate Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, Le parole, Gli occhi di pietra, Il vestito rivoltato, la bambina e l’altalena, Vendono gli dèi quello che danno (?)… e tante altre, una più bella e significativa dell’altra, pur nella loro brevità, da leggere e rileggere con devota riverenza. Veri capolavori di sintesi. E poi quell’ironia sottile, sempre così presente e palpabile.

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  2. avvocatolo

    Eccheccazz pensavo fossero parole tue! Delusione sul finale 😂 Cmq per dirla alla Mark Twain la gente muore in tanti modi ma il luogo più pericoloso del mondo è il letto. Ci muore il 90% della popolazione mondiale 😂

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      1. avvocatolo

        Hahaha ma perché ogni commento che me fai poi me fai la linguaccia? Non la avrai messo troppo a riposo e ora vuoi rimetterla in forma proprio in faccia a me? 🐴

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