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Feria d’agosto, Cesare Pavese, Einaudi, 1975, 194 p.

Feria d’agosto, Cesare Pavese, Einaudi, 1975, 194 p.

Probabilmente sarà capitato anche a voi, in qualche momento sperduto della vostra infanzia, di intrecciare un dialogo con un campo di granoturco (o con una roccia, un ruscello, una vecchia quercia), un dialogo formato non solo da percezioni visive ma anche da suggestioni profonde seppure non ben definibili, al punto che, una volta divenuti adulti, soffermandovi di nuovo e per caso ai margini di quel posto, ossia di fronte a quel particolare elemento che era riuscito in qualche modo a turbarvi, l’antica memoria all’improvviso riaffiora e vi inonda come una rivelazione, con una presa emotiva così travolgente che vi sembra quasi di venire catapultati, per qualche brevissimo istante, in quel lontano e rimosso frangente.
Per quanto mi riguarda non sono nuova a questi stati d’animo, che spesso possono infatti sorprendermi attraverso un profumo, un accostamento cromatico, un particolare bagliore, o ancora per i dettagli di un oggetto, per le sfumature di un paesaggio. É qualcosa che giace sepolto nell’inconscio e che all’improvviso si ridesta, difficile da chiarire in termini razionali, e se nel mio caso sarà difficilmente un campo di grano a ravvivarlo nella coscienza, potranno invece esserlo una casa diroccata al limitare di un bosco, le fronde di un albero sbattute dal vento, il candore di una guglia innevata che si staglia nel cielo… Elementi che bene o male si legano alle mie personali esperienze. Perché sembra che ognuno di noi sia predisposto a ricevere degli stimoli in base al tipo di emozioni che ha vissuto e introiettato nel proprio passato e che, in modo più radicale di tante altre, sono riuscite ad affondare radici occulte e silenziose negli strati più profondi della memoria.
Per Pavese, che con la sua prosa bella e poetica sa rendere molto meglio di me il concetto, queste sono immagini già impresse dentro di noi, colte e introiettate in momenti esistenziali particolarmente sentiti, in particolare durante la crescita; sono lampi percettivi che “si rapprendono e concentrano nel tempo in figure naturali” e che poi si ripresentano in modo impensato sulla nostra strada nel momento giusto, quando meno ce lo aspettiamo, investendoci con tutta la loro forza scombussolante e rivelatrice.

Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. “Eccomi”, dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone.
Invece, al cielo tra gli steli bassi do un’occhiata furtiva, come chi guarda di là dall’oggetto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sapendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe farne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a poco a poco mi fruscìano e mi si fermano nel cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.
Quando veramente? Non so. E nemmeno so che cosa potevano essersi detto, un campo di  granturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato. Come se con me si fermasse il tempo, e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, davanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant’erano remote, trasparivano come visi a una finestra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata, e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli alti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C’era in quel crepitìo un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.
Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. È un fruscìo immobile. Capisco d’avere innanzi una certezza, di avere come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L’unica differenza è che allora osavo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un grido alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambino tranne questo grido.
(….) Queste cose accadono ogni volta che mi fermo davanti al campo che mi aspetta. È come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell’occhiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.

Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890

Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890

Ricordi quindi lontani e sepolti nell’inconscio, che sollecitati da uno stimolo tornano a galla e riescono a sorprendere, perché appaiono ogni volta come delle vere e proprie scoperte. Sono i simboli che ciascuno di noi porta in sé, e che quando ritrova nel mondo e li riconosce il suo cuore ha un sussulto. Ed è proprio la seconda volta, ossia quella sensazione di “riconoscimento”, che per Pavese è importante. Una sensazione che per certi aspetti si potrebbe ricollegare al famoso déjà vu, termine ben più noto e forse anche abusato. L’elemento scatenante può essere appunto un’immagine, un odore, un suono, un battito di ali che risveglia e riaccende qualcosa dentro di noi, dandoci la possibilità di ritrovarlo e riviverlo un’altra volta a livello emozionale, magari ampliandone la percezione originaria. Conoscere, o meglio “riconoscere”, è dunque come recuperare un oggetto noto che ci appare in trasparenza in fondo all’acqua di una vasca: basterebbe «quel lieve coraggio di tuffare la mano, per toccare la lontana inafferrabile parvenza».

Non è facile rendere bene l’idea di questi testi e dei concetti che ne stanno alla base, tanto eterogeneo è il loro contenuto. Feria d’agosto, pubblicato per la prima volta nel 1945, è infatti un misto tra brevi racconti, analisi del mito, memorie e riflessioni intimistiche che però, considerati nel loro insieme, vanno a ricomporre temi e motivi che sono sempre stati cari all’autore e che in parte anticipano alcune opere successive, come ad esempio la rievocazione della giovinezza, il legame con la terra d’origine, l’amore per le colline, il fiume e la vigna, il ricordo delle feste paesane e dei falò. Sono pagine in cui la narrazione si alterna spesso con la riflessione conferendo al tutto il sapore del “saggio”, perché, come spiega l’autore, «Si può costruire una realtà accostando e disponendo sforzi e scoperte che ci piacquero ognuno per sé, eppure siccome tendevano a liberare da una stessa ossessione, fanno avventura e risposta».
Alcune prose meditative sono talmente belle e dense di significati che si sente la necessità di leggerle più volte, in modo da assaporarne meglio concetti e immagini. Quelle di cui ho riportato alcuni stralci, ad esempio, le ho talmente assimilate da farle quasi mie, eppure sento ancora il bisogno di approfondirle. Di leggerle e rileggerle altre volte. Particolarmente interessanti sono le riflessioni incluse nella terza sezione del libro, intitolata La vigna, dove viene esplorato il campo del mito e del simbolo e che certamente sono nate dalla passione dell’autore per la psicanalisi di matrice junghiana. In queste pagine, in particolare nel saggio Del mito, del simbolo e d’altro, l’autore approfondisce la sua visione simbolica del mondo, sottolineando più che altrove l’importanza delle scoperte dell’infanzia, che sono mitiche ed elementari. Perché è proprio durante l’infanzia, epoca di straordinaria forza e intensità percettiva, che l’individuo si forma un proprio codice interpretativo, destinato poi a durargli per tutta la vita. Tutto è racchiuso in questa fase primaria dell’età umana, anche il fascino che sarà avvenire. «Lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità», scrive Pavese.

Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro noto fatto che nessun bambino sa nulla del “paradiso infantile” in cui a suo tempo l’uomo adulto s’accorgerà di essere vissuto. La ragione è che negli anni mitici il bambino ha assai meglio da fare che dare un nome al suo stato. Gli tocca vivere questo stato e conoscere il mondo. Ora, da bambini il mondo si impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva. Al bambino questo segno si fa simbolo, perché naturalmente a quel tempo la fantasia gli giunge come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione. (Che l’infanzia sia poetica, è soltanto una fantasia dell’età matura). Ma questo simbolo, nella sua assolutezza, solleva alla sua atmosfera la cosa significata, che col tempo diviene nostra forma immaginativa assoluta. Tale la mitopeia infantile, e in essa si conferma che le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno. Poiché, rigorosamente, non esiste un veder le cose la prima volta: quella che conta è sempre una seconda. Il concepire mitico dell’infanzia è insomma un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le successive rivelazioni delle cose, per cui queste vivranno nella coscienza come schermi normativi dell’immaginazione affettiva.(pag.141-142)

Un concetto poi ripreso e sviluppato anche nel saggio Stato di grazia, dove l’autore scrive che ciascuno di noi ha dentro di sé una ricchezza di figurazioni che gli si rivelano, con stupore, nei momenti più impensati, basta un accenno, uno stimolo, un incontro. Sono ricordi-scoperte, così le chiama Pavese, proprio per il fatto che «cominciano ad esistere solo da una seconda volta, e nascondono il capo come un mitico Nilo».

Che i nostri ricordi nascondano il capo, vuol dire appunto che attingono alla sfera dell’istintivo-irrazionale. In questa sfera – la sfera dell’essere e dell’estasi – non esiste il prima e il dopo, la seconda volta e la prima, perché non esiste il tempo. Ciò che in essa è, è: qui l’attimo equivale all’eterno, all’assoluto. Nel senso che abbiamo dell’essere nostro, nell’assunzione al ricordo, stupiti di ritrovarci in esso, non cogliamo più traccia del tempo. Qui ogni volta è una seconda volta, o diciamo un ritrovamento, soltanto perché profondandoci in essa ritroviamo noi stessi. È evidente che non può avere inizio il simbolo di una realtà – noi stessi – la quale per il nostro istinto non ha avuto mai inizio, ma è. Essa è, secondo modi che non sempre o quasi mai siamo in grado di risalire e comprendere. Ne tocchiamo in istanti inaspettati la piena sostanza come al buio si tocca un corpo o come un barbaglio guizza alla luce: presentiamo, intuiamo che lì siamo noi, ma perché proprio quel contatto, quel lampo con la loro guisa inconfondibile, e non un altro, un’altra parvenza, senza che nulla abbiamo fatto per la scelta, non sappiamo. Sappiamo che in noi l’immagine inaspettata non ha avuto inizio: dunque la scelta è venuta di là dalla nostra coscienza, di là dai nostri giorni e concetti; essa si ripete ogni volta, sul piano dell’essere, per grazia, per ispirazione, per estasi insomma.(pag.146)

Nelle riflessioni incluse nel volume l’autore indaga anche il ruolo della poesia, sempre in riferimento al simbolismo del Mito, e qui il discorso diventa così affascinante e complesso che bisognerebbe trattarne in un articolo a parte. In poche parole, secondo Pavese c’è un nesso che lega tra loro i concetti di mito, infanzia e poesia, e proprio perché tutto ciò che accade è già avvenuto e trova nel modello originario il proprio vero significato, spetta poi alla poesia (e all’arte in generale) il compito di risalire all’indietro e illuminare la matrice remota da cui deriva il senso della storia, della vita umana. Attraverso i ricordi si può ritornare all’assoluto, ossia alla radice stessa dell’essere (il selvaggio, il proibito, l’irrazionale, il mistero), che la poesia ha poi il dovere di portare alla coscienza, di ridurre a chiarezza, e di rendere quindi innocuo. Ma di questo e altro scriverò più avanti nel tempo, magari in un post dedicato alla poetica di Pavese. Per ora vi invito a saggiare il volume di cui ho appena trattato, certa che vi darà non solo delle forti emozioni ma anche un bel po’ da rimuginare.

Aggiungo solo una piccola annotazione, per chiarire meglio il contenuto del libro. Nella presente analisi ho preferito soffermarmi sui saggi relativi al mito, visto che vertono su argomenti che mi interessano in modo particolare. Ma nel libro sono presenti anche diversi racconti interessanti, come ad esempio Il nome, L’eremita, La giacchetta di cuoio, Primo amore, Il mare, Le case, La vigna, Il colloquio del fiume, Storia segreta, mentre altri li ho quasi dimenticati, forse perché mi hanno coinvolta di meno.
Tra quelli che ricordo con piacere ce n’è uno intitolato “Nudismo”, forse il più bello in assoluto per le sensazioni che suscita a fior di pelle, dove il protagonista (chissà se lo scrittore stesso) prova un senso di misterioso quanto vitale e necessario appagamento nello spogliarsi e prendere il sole nudo in mezzo ad una natura rigogliosa e selvaggia. Percepisce il rischio di essere intravisto dai contadini che poco più lontano lavorano nei campi, e probabilmente tale eventualità gli intensifica anche il piacere di questa piccola trasgressione, ma la sua è nello stesso tempo una libera e totale immersione nella Natura, dove l’intensità del legame con la terra, il torrente, il fango, le radici e le piante della forra è talmente forte che procura quasi dei brividi anche nel lettore. Forse perché la scrittura di Pavese, qui più che altrove, è ricca d’immagini, estremamente evocativa, anche al di là dei significati a cui vuole alludere.

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