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[Raskòl’nikov si trova in una trattoria, dove gli capita di ascoltare una conversazione tra uno studente e un ufficiale seduti a un tavolo vicino al suo. I due hanno appena finito di giocare al biliardo e stanno parlando di Alëna Ivànovna, una vecchia usuraia nota a tutti per la sua avidità e cattiveria]

– Scusa, ti voglio fare una domanda sul serio, – disse lo studente infervorandosi. Adesso, si capisce, ho scherzato, ma pensa: da una parte una vecchiaccia stupida, insensata, insignificante, cattiva, malata, che non è utile a nessuno, ma, al contrario, dannosa a tutti, che non sa lei stessa perché vive e che domani se ne morirà. Capisci? Capisci?
– Be’, capisco, – rispose l’ufficiale, fissando attentamente l’accalorato compagno.
– Ascolta ancora. Dall’altra parte, delle forze giovani, fresche, che si perdono invano, senza un appoggio, a migliaia, e queste dappertutto! Cento, mille buone opere e iniziative che si potrebbero avviare, aiutare coi denari di quella vecchia, destinati a un monastero! Centinaia, migliaia forse, di esistenze indirizzate a una buona strada; decine di famiglie salvate dalla miseria, dal disgregamento, dalla rovina, dalla corruzione, dai sifilocomi – e tutto questo col suo denaro. Se la si uccidesse e le si pigliassero i denari per poi, con essi, consacrarsi al servizio dell’intera umanità e della causa comune, non credi tu che con migliaia di buone azioni si cancellerebbe un solo, minuscolo, delitto? Per una vita, migliaia di vite salvate dallo sfacelo e dalla dissoluzione. Una sola morte, e cento vite in cambio, questa è matematica! E poi che cosa conta sulla bilancia collettiva la vita di quella vecchiaccia tisica, stupida e malvagia? Non più della vita di un pidocchio, di uno scarafaggio, e vale anche meno, perché quella vecchia è dannosa. Logora la vita agli altri: è cattiva; giorni fa dalla rabbia ha morsicato un dito a Lizaveta; per poco non gliel’han dovuto tagliare!
– Certamente è indegna di vivere, – osservò l’ufficiale, – ma così è la natura.
– Eh, amico mio! ma la natura si corregge e si dirige, se no ci toccherebbe affondare nei pregiudizi. Se no non ci sarebbe stato nemmeno un grand’uomo. Si dice «il dovere, la coscienza», io non voglio dir nulla contro il dovere e la coscienza, ma come li dobbiamo intendere? Aspetta, ti farò ancora una domanda. Ascolta!
– No, aspetta tu; ti farò io una domanda. Ascoltami!
– Suvvia!
– Ecco, tu adesso stai qui a parlare e a concionare, ma dimmi: la uccideresti quella vecchia, tu? sì o no?
– Si capisce che no! É per la giustizia che io… Qui non si tratta di me…
– Secondo me invece, se tu stesso non puoi risolvere la cosa, non c’è qui nessuna giustizia! Andiamo, ancora una partita!

Raskòl’nikov era in un’agitazione straordinaria. Certo, tutti quelli erano i discorsi e i pensieri più comuni e più frequenti tra i giovani, da lui già sentiti più di una volta, ma solo in altre forme e su altri argomenti. Ma perché gli era toccato sentire un tal discorso e simili pensieri proprio allora, che nella sua testa avevano appena cominciato a germogliare… dei pensieri esattamente uguali? E perché, proprio nel momento in cui era venuto dalla casa della vecchia portando con sé quel suo pensiero in germe, doveva subito capitargli di udire quel discorso sulla vecchia?… Questa coincidenza gli parve sempre strana. Quell’insignificante conversazione di trattoria ebbe su di lui, in tutto il corso ulteriore della faccenda, un influsso straordinario: come se effettivamente ci fosse lì una specie di predeterminazione, un’indicazione…

(Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, ET Classici Einaudi, pag.81-82)

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