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Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.

Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.

Nell’analisi di questo libro procederò a random, anche perché le suggestioni sorte durante la lettura sono state così tante che è impossibile riuscire ad inglobarle in uno schema ordinato e preciso. Desidero anche avvertirvi che su qualche racconto potrebbero esserci delle anticipazioni, anche se in genere sto sempre attenta a non rivelare troppo.
L’edizione che ho letto è quella della collana I Meridiani di Mondadori (I edizione, ottobre 1990), che include non soltanto i quarantanove racconti della famosa raccolta, tradotti magistralmente da Vincenzo Mantovani, ma anche racconti postumi e brani incompiuti, il tutto curato da Fernanda Pivano, che apre il libro con una lunga e bella Introduzione.

Innanzitutto vorrei parlare della scrittura di Hemingway, che ha qualcosa di semplice e affascinante nello stesso tempo. La sua è una prosa scarna e asciutta, essenziale, priva di fronzoli, che si pone il più possibile vicino alla realtà immediata del personaggio. Non per nulla il motto principale di questo grande scrittore era quello di «scrivere cose semplici in modo semplice» e di «scrivere solo di cose conosciute bene», come aveva appreso dal mestiere di giornalista che aveva praticato per molti anni. Da qui nasce quel suo tipico modo di rendere cose, fatti e persone in modo oggettivo, usando frasi brevi ed evitando aggettivi inutili. «Niente grasso, niente aggettivi, niente avverbi. Solo sangue, ossa e muscoli. Guarda, è splendido. È un nuovo linguaggio», spiegava Hemingway ad un collega del Kansas City Star, per fargli capire le sue idee innovative in fatto di scrittura. E in una lettera al padre, datata marzo 1925, scriveva: «In tutti i miei racconti cerco di cogliere la sensazione della vita vera – non soltanto di descrivere la vita – o di criticarla – ma di renderla veramente viva… Sicché quando vedi qualcosa di mio che non ti piace ricordati che sono sincero nel farlo e che lavoro con uno scopo preciso». Da ciò si deduce che lo scrittore era anche convinto che quanto più si poteva imparare dall’esperienza diretta, tanto più si poteva poi immaginare una storia in modo veramente realistico. Per lui immaginazione e realtà non potevano prescindere l’una dall’altra. Come spiega Fernanda Pivano nell’Introduzione, Hemingway traduceva in scrittura le esperienze che aveva personalmente vissuto, come ad esempio la pesca alle trote nel Michigan, che gli ispirò il racconto Grande fiume dai due cuori (uno dei miei preferiti, di cui parlerò in seguito), o come l’episodio di seduzione a cui una notte assisté per caso, che lo spinse poi a scrivere il celebre e controverso Su nel Michigan, che a quei tempi fece grande scalpore.

Hemingway era inoltre dotato di una precisione quasi maniacale, al punto che arrivava a cancellare anche nove aggettivi o avverbi su dieci durante le sue instancabili revisioni. Faceva uso sia della paratassi che delle ripetizioni, per rendere brani e dialoghi ancora più chiari e incisivi. L’introspezione tendeva a ridurla al minimo indispensabile, mentre faceva prevalere le sequenze dialogo-azione. Ma il suo cavallo di battaglia era la teoria dell’omissione, da lui stesso formulata, che consisteva nel “togliere” quanto più possibile dai suoi racconti, confidando nel fatto che il lettore, guidato dalla propria sensibilità, avrebbe comunque capito quello che non veniva detto.
Lo scrittore era infatti del parere che per raggiungere la giusta intensità andasse eliminato ogni elemento superfluo dalla narrazione, e per spiegare meglio questa idea elaborò la metafora dell’iceberg, dove paragonava la sua prosa alla massa di un blocco di ghiaccio di cui soltanto una parte è visibile, mentre l’altra rimane nascosta: «Se un prosatore conosce abbastanza quello di cui sta scrivendo può omettere le cose che conosce e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, avrà la sensazione di quelle cose con la stessa forza con cui l’avrebbe se lo scrittore le avesse formulate. La dignità di un movimento dell’iceberg è dovuta al fatto che soltanto un ottavo di esso emerge dall’acqua».
Questo è però un principio che in realtà presenta anche delle insidie, visto che ci sono dei racconti talmente “sfrondati” da risultare quasi incomprensibili, come ad esempio quello intitolato Fuori stagione. Questa è una storia in apparenza semplice, che parla di una battuta di pesca a Cortina, ma che probabilmente vuole trasmettere, attraverso i disaccordi che si avvertono tra marito e moglie e le difficoltà che insorgono nel rapporto con la guida, molto di più di ciò che a prima vista potrebbe sembrare. Oltretutto pare che Hemingway abbia omesso il risvolto tragico del finale, rendendo ancora piò ostico il significato dell’intera vicenda. In Colline come elefanti bianchi il principio dell’omissione produce invece un risultato a dir poco perfetto, perché ciò che accade tra l’uomo e la donna che ne sono protagonisti viene appena accennato quel tanto che basta per accendere l’interesse del lettore, che poi intuisce facilmente tutto il resto.

Per quanto riguarda le tematiche, ci sono argomenti che a qualcuno potrebbero risultare sgradevoli, come ad esempio la caccia, il pugilato e la corrida, anche perché impregnati di quel machismo che lo scrittore amava esibire pure nella vita reale, sebbene in realtà fungesse da copertura per molte fragilità interiori; ma in qualunque modo si affrontino questi racconti, e al di là dell’impressione che certe immagini collegate alla guerra o alle tauromachie possono suscitare nel lettore più sensibile, non si può di certo dire che non siano dei capolavori di arte narrativa. Come scrive la Pivano, al di là di qualsiasi critica che gli si può avanzare, “Hemingway resta un grande scrittore per il modo di scrivere che ha inventato, per un dialogo che nessuno è mai riuscito a imitare, per una prosa che regge il confronto con i maggiori scrittori esistiti senza dipendere, in realtà, da nessuno”.
In ogni caso, a dispetto di questa tendenziale esaltazione delle virtù fisiche e virili, gli eroi hemingwayani finiscono spesso e paradossalmente sconfitti, come ad esempio nei famosi racconti sulla corrida, di cui La capitale del mondo e L’invitto sono forse i migliori per resa stilistica e crudezza d’immagini.  Nel primo viene narrata la tragedia di Paco, un giovane ragazzo che vuole simulare una corrida con l’aiuto di un compagno, incurante del rischio che tale gioco può comportare. Nel secondo si parla invece di un vecchio torero, Manuel Garcia, che vuole a tutti i costi ridiscendere nell’arena, ostinato fino al punto di sacrificare non solo il toro ma anche se stesso. E le sequenze di questo combattimento, che sembra non finire mai, sono di una vividezza a dir poco impressionante.

Ma l’incontro con la morte può essere anche di altro tipo, non sempre ha come sfondo l’arena o gli scenari di guerra, come ad esempio nel racconto Dopo la tempesta, che mi è particolarmente piaciuto per il senso di fallimento che trasmette. Parla di un pescatore che si immerge nel mare per saccheggiare il relitto di una nave, ma quando arriva davanti al vetro di un oblò e intravede il volto di una donna con i capelli fluttuanti nell’acqua, subito abbandona il proposito inziale e cerca in tutti i modi di estrarla dallo scafo, sebbene sia chiaro che la poveretta è già morta da un pezzo. Ma l’uomo non può fare a meno di pensare all’equipaggio e ai passeggeri sprofondati nella morte, che egli stesso ha evitato per un soffio la sera precedente durante una rissa. E adesso che si trova di nuovo faccia a faccia con la morte, anche se non è la sua, fa di tutto per lottarci contro, per cercare di porvi rimedio… Un racconto veramente tremendo e tecnicamente perfetto, dove si percepiscono in pieno tutti gli sforzi che l’uomo affronta nel tentativo di sfondare il vetro con una chiave inglese o con qualsiasi altro oggetto gli capiti di trovare, a costo di rischiare più volte la pelle. E alla fine, quando l’impotenza lo obbliga alla rassegnazione, non gli rimane che la consolazione di aver fatto tutto il possibile.
Quelle di Hemingway, come si può evincere da questo o da altri racconti, sono spesso delle figure eroiche in conflitto con la realtà che le circonda, sempre al centro di una lotta destinata al fallimento. Perché al di sotto della maschera da duro che indossano, che sia quella di un pugile, di un matador o di un soldato, celano quasi sempre un animo fragile, confuso, insoddisfatto o smarrito, che spesso è incapace di tener testa ai colpi della sorte. C’è quindi anche un forte senso del “dramma”  in Hemingway, maturato probabilmente durante l’esperienza come giornalista sui vari fronti di guerra, che senza dubbio condizionò in buona parte la sua sensibilità, indirizzandola verso note sempre più tragiche e disperate. Un condizionamento che purtroppo non agiva solo in senso letterario, ma che lavorava in sordina anche a livelli più profondi.

Un’altra caratteristica hemingwayana, non proprio molto simpatica, era l’avversione per il sesso femminile, che probabilmente scaturiva dal pessimo rapporto vissuto con la madre. Almeno, credo che Freud l’avrebbe forse intesa in questi termini. E le tracce di questa presunta misoginia si ritrovano, se vogliamo, in diversi scritti, come ad esempio nel racconto La breve vita felice di Francis Macomber, dove la moglie del protagonista viene dipinta come il non plus ultra dell’egoismo femminile, o come nel già citato Colline come elefanti bianchi, dove un uomo cerca di convincere la sua compagna a sottoporsi a un aborto fingendo di lasciarle libera scelta, anche se in realtà non è per nulla interessato allo stato d’animo che lei sta vivendo.
In un altro racconto, Un canarino in dono, Hemingway traccia con sarcasmo la solitudine che dovrà sopportare una moglie dopo la separazione dal marito (una vicenda, oltretutto, fortemente autobiografica), mentre nella storia Un idillio alpino riferisce di un montanaro che fa uso impietoso del cadavere della moglie, morta in pieno inverno con le strade bloccate dalle neve e quindi messa nella legnaia in attesa del disgelo. La nota macabra è che quando l’uomo si reca nella legnaia per prendere ciò che gli serve, non si fa tanta premura nell’agganciare il lume che si porta dietro direttamente nella bocca della povera defunta ormai congelata.
C’era quindi in Hemingway una tendenza ad avvilire la figura femminile, a vederla troppo docile e sottomessa oppure pericolosa e malevola, che probabilmente gli derivava dal timore inconscio che la donna potesse avere la meglio sull’uomo (e qui torna inevitabilmente alla mente l’immagine di quella madre castrante). Il racconto già citato di Francis Macomber, ispirato ad una storia vera di adulterio finita in tragedia, è molto indicativo in tal senso, perché mette in scena tutta l’insofferenza che una donna può provare per un uomo vile, per un uomo che non riesce a dimostrare polso e coraggio durante una battuta di caccia. La protagonista si rivela infatti ad ogni passo sempre più odiosa e impossibile, prima perché disprezza il marito con tutta se stessa, facendoglielo continuamente pesare, poi perché quando si accorge che lui riesce finalmente a tirare fuori un po’ di coraggio, invece di rivalutarlo tenta addirittura di abbatterlo.

Procedendo nell’esplorazione dei racconti, devo dire di aver molto apprezzato anche Le nevi del Kilimangiaro, che parla di uno scrittore che è stato ferito durante un safari e che mentre giace moribondo ripercorre con la mente tutti i ricordi e le storie che ormai non potrà più scrivere. L’uomo prende coscienza del fatto di aver “distrutto il proprio talento a furia di non usarlo”, e la cancrena che gli infetta la gamba diventa il riflesso di quella che gli invade da tempo l’anima. É una storia molto significativa, valorizzata anche da un finale dove ciò che accade non corrisponde a quello che il lettore potrebbe aspettarsi.
Suggestiva, oltre che malinconica, anche la storia di Vecchio al ponte, dove un anziano contadino seduto per terra si rifiuta di unirsi al gruppo che sta battendo in ritirata verso Barcellona, perché preoccupato per la sorte delle sue povere bestie (siamo nel periodo della guerra in Spagna, che fa da sfondo a diversi racconti). Altrettanto bello e carico di significato è Un posto pulito, illuminato bene, che narra di un vecchio cameriere che, a differenza del collega più giovane e impaziente, indugia nel chiudere il bar la notte per andarsene a casa, perché sente l’importanza, per se stesso e per i propri clienti, fossero anche dei semplici ubriaconi, di occuparsi fino all’ultimo istante del locale, di mantenerlo «pulito, illuminato bene», come protezione contro il caos e l’oscurità, come rifugio contro quel “nulla” che da sempre atterrisce gli uomini (e che in particolar modo atterriva Hemingway). Una vicenda condensata in poche pagine ma di cui si percepisce la rara bellezza, perché pur non avendo una parola di troppo è in grado di esprimere qualcosa di molto profondo.
Dei racconti postumi inseriti nella seconda parte del libro, tradotti altrettanto bene da Ettore Capriolo, mi è piaciuto in modo particolare La farfalla e il carro armato, che ai tempi fu elogiato anche da John Steinbeck. Basato anche questo su un fatto vero, parla di un uomo che, visibilmente brillo, comincia a spruzzare dei camerieri con una pistola ad acqua caricata con del profumo, scatenando la furia di alcuni militari presenti nel locale. Siamo di nuovo ai tempi della guerra in Spagna, in un bar frequentato in larga maggioranza da repubblicani, e la gaiezza di questo uomo viene malintesa e contraccambiata con una ferocia inaudita. Come a dire che in tempi di guerra chi si permette di ridere e far ridere gli altri può solo essere punito. É l’allegria fraintesa che, come una farfalla, entra in contatto con quella serietà mortale di chi ha l’animo ormai consumato dalla violenza e dalla guerra, ben rappresentato dal simbolo del carro armato.

Ci sono poi diversi racconti, tra quelli inclusi nella prima parte, che seguono le fasi della vita del protagonista Nick Adams, dall’adolescenza fino all’età adulta sullo sfondo di un idilliaco Michigan. Sono degli episodi di formazione che contengono tracce autobiografiche, probabilmente ispirati da ricordi personali dell’autore, da impressioni e bisogni emotivi del momento, e che poi sono stati pubblicati in modo caotico e in varie raccolte, senza rispettare particolari sequenze logiche e temporali.
Tra queste storie quella che mi è piaciuta di più, come avevo accennato all’inizio, è Grande fiume dai due cuori, dove risalta più che mai l’abilità di Hemingway di fissare sulla pagina ciò che accade nell’azione, rendendola estremamente viva e realistica, oltre che ricca di significati occulti e profondi. Qui troviamo Nick intento a pescare nel fiume e totalmente immerso nella natura che lo circonda. Si trova nei luoghi dove è cresciuto da piccolo e dove adesso è tornato, reduce dalla guerra, per ritrovare un po’ di sollievo e pace. Ma grazie agli effetti del “non detto”, le conseguenze della guerra che Nick si porta addosso non risaltano nel racconto. Se letta da sola e svincolata da tutto il resto, questa potrebbe sembrare una semplice storia di pesca, anche se in realtà nasconde una profonda sofferenza. Come ha scritto anche Italo Calvino nel libro “Una pietra sopra” (una raccolta di saggi, che risale al 1980), le azioni di Nick sono «nient’altro che un nudo elenco di gesti, rapide e limpide immagini di paesaggio, e qualche generica, poco convinta notazione di stato d’animo, come ‘Era proprio felice’. Ed era invece tristissimo, con un senso d’oppressione, d’angoscia indistinta che stringe da ogni parte, quanto più la natura è serena e l’attenzione impegnata nelle operazioni della pesca».
Ad una lettura più attenta sembra infatti che il protagonista arrivi quasi a percepire lo strazio che sta infliggendo ai pesci, l’agonia dell’esca viva che sbatte ripetutamente contro l’amo. Pescare gli procura godimento ma nello stesso tempo lo rende consapevole della brutalità della vita, che è sempre presente e strettamente connessa al godimento stesso, anche nei luoghi che sembrano lontani da ogni forma di violenza.
Sono pagine veramente meravigliose, che per alcune sfumature mi hanno ricordato la toccante sensibilità di Suttree, il giovane vagabondo nato dalla splendida penna di Cormac McCarthy (guarda caso, anche questa una storia semi-autobiografica), in particolare quando vagava nei boschi in completa fusione estatica con la natura.
É difficile rendere bene l’idea di una scrittura così concisa e nello stesso tempo intensa e vibrante, anche perché molte di queste pagine parlano direttamente al cuore del lettore, quindi non mi resta che chinare umilmente il capo e mettermi in disparte, lasciandovi la possibilità di valutare da soli l’abilità narrativa di questo grande maestro…

Nick, dal ponte, guardava giù nel gorgo. Era una giornata molto calda. Un martin pescatore risaliva il fiume. Molto tempo era passato da quando Nick aveva affondato lo sguardo in un corso d’acqua e visto delle trote. Era una grande soddisfazione. Mentre l’ombra del martin pescatore scivolava lungo il fiume, una grossa trota saltò fuori dall’acqua, obliquamente, nella stessa direzione della corrente, e solo l’ombra ne segnò l’inclinazione, l’ombra che perse quando si tuffò sotto la superficie dell’acqua, per farsi di nuovo illuminare dal sole, e poi, mentre rientrava nella corrente sotto la superficie, la sua ombra parve scendere fluttuando con la corrente lungo il fiume, senza fare resistenza, fino al suo posto sotto il ponte dove la trota si fermò col muso rivolto alla corrente.
Anche il cuore di Nick si fermò, quando la trota si mosse. Provava tutte le sensazioni di una volta.
Si voltò e guardò verso la valle. Il fiume si allungava in lontananza, col fondo ghiaioso interrotto da secche e grandi massi e da una pozza profonda nell’ansa che faceva ai piedi di un roccione.
Nick tornò indietro, camminando sulle traversine, fino al punto in cui giaceva il suo zaino, tra le scorie di carbone di fianco al binario della ferrovia. Era felice. Legò il fagotto allo zaino, stringendo le cinghie, si buttò lo zaino in spalla, infilò le braccia negli spallacci e alleviò il peso che gli gravava sulle spalle appoggiando la fronte alla larga fascia della tump-line. Anche così, era troppo pesante. Troppo, troppo pesante. Nick aveva in mano l’astuccio di cuoio delle canne da pesca, e sporgendosi in avanti per tenere il peso dello zaino alto sulle spalle camminò lungo la strada parallela alla ferrovia, lasciandosi dietro, nella canicola, la città bruciata, e poi girò intorno a una collina che ne aveva, a destra e a sinistra, altre due alte e sfregiate dal fuoco, per prendere una strada che si spingeva nell’interno. Camminava lungo la strada sentendo il dolore provocato dalla tensione del pesante sacco da montagna. La strada saliva regolarmente. Era faticoso procedere in salita. Gli dolevano i muscoli e la giornata era molto calda, ma Nick si sentiva felice. Sentiva di essersi lasciato dietro tutto, il bisogno di pensare, il bisogno di scrivere, altri bisogni. Era tutto alle sue spalle. (pag.234-235)

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