I racconti di Hemingway

Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.
Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.

Nell’analisi di questo libro procederò a random, anche perché le suggestioni sorte durante la lettura sono state così tante che è impossibile riuscire ad inglobarle in uno schema ordinato e preciso. Desidero anche avvertirvi che su qualche racconto potrebbero esserci delle anticipazioni, anche se in genere sto sempre attenta a non rivelare troppo.
L’edizione che ho letto è quella della collana I Meridiani di Mondadori (I edizione, ottobre 1990), che include non soltanto i quarantanove racconti della famosa raccolta, tradotti magistralmente da Vincenzo Mantovani, ma anche racconti postumi e brani incompiuti, il tutto curato da Fernanda Pivano, che apre il libro con una lunga e bella Introduzione.

Innanzitutto vorrei parlare della scrittura di Hemingway, che ha qualcosa di semplice e affascinante nello stesso tempo. La sua è una prosa scarna e asciutta, essenziale, priva di fronzoli, che si pone il più possibile vicino alla realtà immediata del personaggio. Non per nulla il motto principale di questo grande scrittore era quello di «scrivere cose semplici in modo semplice» e di «scrivere solo di cose conosciute bene», come aveva appreso dal mestiere di giornalista che aveva praticato per molti anni. Da qui nasce quel suo tipico modo di rendere cose, fatti e persone in modo oggettivo, usando frasi brevi ed evitando aggettivi inutili. «Niente grasso, niente aggettivi, niente avverbi. Solo sangue, ossa e muscoli. Guarda, è splendido. È un nuovo linguaggio», spiegava Hemingway ad un collega del Kansas City Star, per fargli capire le sue idee innovative in fatto di scrittura. E in una lettera al padre, datata marzo 1925, scriveva: «In tutti i miei racconti cerco di cogliere la sensazione della vita vera – non soltanto di descrivere la vita – o di criticarla – ma di renderla veramente viva… Sicché quando vedi qualcosa di mio che non ti piace ricordati che sono sincero nel farlo e che lavoro con uno scopo preciso». Da ciò si deduce che lo scrittore era anche convinto che quanto più si poteva imparare dall’esperienza diretta, tanto più si poteva poi immaginare una storia in modo veramente realistico. Per lui immaginazione e realtà non potevano prescindere l’una dall’altra. Come spiega Fernanda Pivano nell’Introduzione, Hemingway traduceva in scrittura le esperienze che aveva personalmente vissuto, come ad esempio la pesca alle trote nel Michigan, che gli ispirò il racconto Grande fiume dai due cuori (uno dei miei preferiti, di cui parlerò in seguito), o come l’episodio di seduzione a cui una notte assisté per caso, che lo spinse poi a scrivere il celebre e controverso Su nel Michigan, che a quei tempi fece grande scalpore.

Hemingway era inoltre dotato di una precisione quasi maniacale, al punto che arrivava a cancellare anche nove aggettivi o avverbi su dieci durante le sue instancabili revisioni. Faceva uso sia della paratassi che delle ripetizioni, per rendere brani e dialoghi ancora più chiari e incisivi. L’introspezione tendeva a ridurla al minimo indispensabile, mentre faceva prevalere le sequenze dialogo-azione. Ma il suo cavallo di battaglia era la teoria dell’omissione, da lui stesso formulata, che consisteva nel “togliere” quanto più possibile dai suoi racconti, confidando nel fatto che il lettore, guidato dalla propria sensibilità, avrebbe comunque capito quello che non veniva detto.
Lo scrittore era infatti del parere che per raggiungere la giusta intensità andasse eliminato ogni elemento superfluo dalla narrazione, e per spiegare meglio questa idea elaborò la metafora dell’iceberg, dove paragonava la sua prosa alla massa di un blocco di ghiaccio di cui soltanto una parte è visibile, mentre l’altra rimane nascosta: «Se un prosatore conosce abbastanza quello di cui sta scrivendo può omettere le cose che conosce e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, avrà la sensazione di quelle cose con la stessa forza con cui l’avrebbe se lo scrittore le avesse formulate. La dignità di un movimento dell’iceberg è dovuta al fatto che soltanto un ottavo di esso emerge dall’acqua».
Questo è però un principio che in realtà presenta anche delle insidie, visto che ci sono dei racconti talmente “sfrondati” da risultare quasi incomprensibili, come ad esempio quello intitolato Fuori stagione. Questa è una storia in apparenza semplice, che parla di una battuta di pesca a Cortina, ma che probabilmente vuole trasmettere, attraverso i disaccordi che si avvertono tra marito e moglie e le difficoltà che insorgono nel rapporto con la guida, molto di più di ciò che a prima vista potrebbe sembrare. Oltretutto pare che Hemingway abbia omesso il risvolto tragico del finale, rendendo ancora piò ostico il significato dell’intera vicenda. In Colline come elefanti bianchi il principio dell’omissione produce invece un risultato a dir poco perfetto, perché ciò che accade tra l’uomo e la donna che ne sono protagonisti viene appena accennato quel tanto che basta per accendere l’interesse del lettore, che poi intuisce facilmente tutto il resto.

Per quanto riguarda le tematiche, ci sono argomenti che a qualcuno potrebbero risultare sgradevoli, come ad esempio la caccia, il pugilato e la corrida, anche perché impregnati di quel machismo che lo scrittore amava esibire pure nella vita reale, sebbene in realtà fungesse da copertura per molte fragilità interiori; ma in qualunque modo si affrontino questi racconti, e al di là dell’impressione che certe immagini collegate alla guerra o alle tauromachie possono suscitare nel lettore più sensibile, non si può di certo dire che non siano dei capolavori di arte narrativa. Come scrive la Pivano, al di là di qualsiasi critica che gli si può avanzare, “Hemingway resta un grande scrittore per il modo di scrivere che ha inventato, per un dialogo che nessuno è mai riuscito a imitare, per una prosa che regge il confronto con i maggiori scrittori esistiti senza dipendere, in realtà, da nessuno”.
In ogni caso, a dispetto di questa tendenziale esaltazione delle virtù fisiche e virili, gli eroi hemingwayani finiscono spesso e paradossalmente sconfitti, come ad esempio nei famosi racconti sulla corrida, di cui La capitale del mondo e L’invitto sono forse i migliori per resa stilistica e crudezza d’immagini.  Nel primo viene narrata la tragedia di Paco, un giovane ragazzo che vuole simulare una corrida con l’aiuto di un compagno, incurante del rischio che tale gioco può comportare. Nel secondo si parla invece di un vecchio torero, Manuel Garcia, che vuole a tutti i costi ridiscendere nell’arena, ostinato fino al punto di sacrificare non solo il toro ma anche se stesso. E le sequenze di questo combattimento, che sembra non finire mai, sono di una vividezza a dir poco impressionante.

Ma l’incontro con la morte può essere anche di altro tipo, non sempre ha come sfondo l’arena o gli scenari di guerra, come ad esempio nel racconto Dopo la tempesta, che mi è particolarmente piaciuto per il senso di fallimento che trasmette. Parla di un pescatore che si immerge nel mare per saccheggiare il relitto di una nave, ma quando arriva davanti al vetro di un oblò e intravede il volto di una donna con i capelli fluttuanti nell’acqua, subito abbandona il proposito inziale e cerca in tutti i modi di estrarla dallo scafo, sebbene sia chiaro che la poveretta è già morta da un pezzo. Ma l’uomo non può fare a meno di pensare all’equipaggio e ai passeggeri sprofondati nella morte, che egli stesso ha evitato per un soffio la sera precedente durante una rissa. E adesso che si trova di nuovo faccia a faccia con la morte, anche se non è la sua, fa di tutto per lottarci contro, per cercare di porvi rimedio… Un racconto veramente tremendo e tecnicamente perfetto, dove si percepiscono in pieno tutti gli sforzi che l’uomo affronta nel tentativo di sfondare il vetro con una chiave inglese o con qualsiasi altro oggetto gli capiti di trovare, a costo di rischiare più volte la pelle. E alla fine, quando l’impotenza lo obbliga alla rassegnazione, non gli rimane che la consolazione di aver fatto tutto il possibile.
Quelle di Hemingway, come si può evincere da questo o da altri racconti, sono spesso delle figure eroiche in conflitto con la realtà che le circonda, sempre al centro di una lotta destinata al fallimento. Perché al di sotto della maschera da duro che indossano, che sia quella di un pugile, di un matador o di un soldato, celano quasi sempre un animo fragile, confuso, insoddisfatto o smarrito, che spesso è incapace di tener testa ai colpi della sorte. C’è quindi anche un forte senso del “dramma”  in Hemingway, maturato probabilmente durante l’esperienza come giornalista sui vari fronti di guerra, che senza dubbio condizionò in buona parte la sua sensibilità, indirizzandola verso note sempre più tragiche e disperate. Un condizionamento che purtroppo non agiva solo in senso letterario, ma che lavorava in sordina anche a livelli più profondi.

Un’altra caratteristica hemingwayana, non proprio molto simpatica, era l’avversione per il sesso femminile, che probabilmente scaturiva dal pessimo rapporto vissuto con la madre. Almeno, credo che Freud l’avrebbe forse intesa in questi termini. E le tracce di questa presunta misoginia si ritrovano, se vogliamo, in diversi scritti, come ad esempio nel racconto La breve vita felice di Francis Macomber, dove la moglie del protagonista viene dipinta come il non plus ultra dell’egoismo femminile, o come nel già citato Colline come elefanti bianchi, dove un uomo cerca di convincere la sua compagna a sottoporsi a un aborto fingendo di lasciarle libera scelta, anche se in realtà non è per nulla interessato allo stato d’animo che lei sta vivendo.
In un altro racconto, Un canarino in dono, Hemingway traccia con sarcasmo la solitudine che dovrà sopportare una moglie dopo la separazione dal marito (una vicenda, oltretutto, fortemente autobiografica), mentre nella storia Un idillio alpino riferisce di un montanaro che fa uso impietoso del cadavere della moglie, morta in pieno inverno con le strade bloccate dalle neve e quindi messa nella legnaia in attesa del disgelo. La nota macabra è che quando l’uomo si reca nella legnaia per prendere ciò che gli serve, non si fa tanta premura nell’agganciare il lume che si porta dietro direttamente nella bocca della povera defunta ormai congelata.
C’era quindi in Hemingway una tendenza ad avvilire la figura femminile, a vederla troppo docile e sottomessa oppure pericolosa e malevola, che probabilmente gli derivava dal timore inconscio che la donna potesse avere la meglio sull’uomo (e qui torna inevitabilmente alla mente l’immagine di quella madre castrante). Il racconto già citato di Francis Macomber, ispirato ad una storia vera di adulterio finita in tragedia, è molto indicativo in tal senso, perché mette in scena tutta l’insofferenza che una donna può provare per un uomo vile, per un uomo che non riesce a dimostrare polso e coraggio durante una battuta di caccia. La protagonista si rivela infatti ad ogni passo sempre più odiosa e impossibile, prima perché disprezza il marito con tutta se stessa, facendoglielo continuamente pesare, poi perché quando si accorge che lui riesce finalmente a tirare fuori un po’ di coraggio, invece di rivalutarlo tenta addirittura di abbatterlo.

Procedendo nell’esplorazione dei racconti, devo dire di aver molto apprezzato anche Le nevi del Kilimangiaro, che parla di uno scrittore che è stato ferito durante un safari e che mentre giace moribondo ripercorre con la mente tutti i ricordi e le storie che ormai non potrà più scrivere. L’uomo prende coscienza del fatto di aver “distrutto il proprio talento a furia di non usarlo”, e la cancrena che gli infetta la gamba diventa il riflesso di quella che gli invade da tempo l’anima. É una storia molto significativa, valorizzata anche da un finale dove ciò che accade non corrisponde a quello che il lettore potrebbe aspettarsi.
Suggestiva, oltre che malinconica, anche la storia di Vecchio al ponte, dove un anziano contadino seduto per terra si rifiuta di unirsi al gruppo che sta battendo in ritirata verso Barcellona, perché preoccupato per la sorte delle sue povere bestie (siamo nel periodo della guerra in Spagna, che fa da sfondo a diversi racconti). Altrettanto bello e carico di significato è Un posto pulito, illuminato bene, che narra di un vecchio cameriere che, a differenza del collega più giovane e impaziente, indugia nel chiudere il bar la notte per andarsene a casa, perché sente l’importanza, per se stesso e per i propri clienti, fossero anche dei semplici ubriaconi, di occuparsi fino all’ultimo istante del locale, di mantenerlo «pulito, illuminato bene», come protezione contro il caos e l’oscurità, come rifugio contro quel “nulla” che da sempre atterrisce gli uomini (e che in particolar modo atterriva Hemingway). Una vicenda condensata in poche pagine ma di cui si percepisce la rara bellezza, perché pur non avendo una parola di troppo è in grado di esprimere qualcosa di molto profondo.
Dei racconti postumi inseriti nella seconda parte del libro, tradotti altrettanto bene da Ettore Capriolo, mi è piaciuto in modo particolare La farfalla e il carro armato, che ai tempi fu elogiato anche da John Steinbeck. Basato anche questo su un fatto vero, parla di un uomo che, visibilmente brillo, comincia a spruzzare dei camerieri con una pistola ad acqua caricata con del profumo, scatenando la furia di alcuni militari presenti nel locale. Siamo di nuovo ai tempi della guerra in Spagna, in un bar frequentato in larga maggioranza da repubblicani, e la gaiezza di questo uomo viene malintesa e contraccambiata con una ferocia inaudita. Come a dire che in tempi di guerra chi si permette di ridere e far ridere gli altri può solo essere punito. É l’allegria fraintesa che, come una farfalla, entra in contatto con quella serietà mortale di chi ha l’animo ormai consumato dalla violenza e dalla guerra, ben rappresentato dal simbolo del carro armato.

Ci sono poi diversi racconti, tra quelli inclusi nella prima parte, che seguono le fasi della vita del protagonista Nick Adams, dall’adolescenza fino all’età adulta sullo sfondo di un idilliaco Michigan. Sono degli episodi di formazione che contengono tracce autobiografiche, probabilmente ispirati da ricordi personali dell’autore, da impressioni e bisogni emotivi del momento, e che poi sono stati pubblicati in modo caotico e in varie raccolte, senza rispettare particolari sequenze logiche e temporali.
Tra queste storie quella che mi è piaciuta di più, come avevo accennato all’inizio, è Grande fiume dai due cuori, dove risalta più che mai l’abilità di Hemingway di fissare sulla pagina ciò che accade nell’azione, rendendola estremamente viva e realistica, oltre che ricca di significati occulti e profondi. Qui troviamo Nick intento a pescare nel fiume e totalmente immerso nella natura che lo circonda. Si trova nei luoghi dove è cresciuto da piccolo e dove adesso è tornato, reduce dalla guerra, per ritrovare un po’ di sollievo e pace. Ma grazie agli effetti del “non detto”, le conseguenze della guerra che Nick si porta addosso non risaltano nel racconto. Se letta da sola e svincolata da tutto il resto, questa potrebbe sembrare una semplice storia di pesca, anche se in realtà nasconde una profonda sofferenza. Come ha scritto anche Italo Calvino nel libro “Una pietra sopra” (una raccolta di saggi, che risale al 1980), le azioni di Nick sono «nient’altro che un nudo elenco di gesti, rapide e limpide immagini di paesaggio, e qualche generica, poco convinta notazione di stato d’animo, come ‘Era proprio felice’. Ed era invece tristissimo, con un senso d’oppressione, d’angoscia indistinta che stringe da ogni parte, quanto più la natura è serena e l’attenzione impegnata nelle operazioni della pesca».
Ad una lettura più attenta sembra infatti che il protagonista arrivi quasi a percepire lo strazio che sta infliggendo ai pesci, l’agonia dell’esca viva che sbatte ripetutamente contro l’amo. Pescare gli procura godimento ma nello stesso tempo lo rende consapevole della brutalità della vita, che è sempre presente e strettamente connessa al godimento stesso, anche nei luoghi che sembrano lontani da ogni forma di violenza.
Sono pagine veramente meravigliose, che per alcune sfumature mi hanno ricordato la toccante sensibilità di Suttree, il giovane vagabondo nato dalla splendida penna di Cormac McCarthy (guarda caso, anche questa una storia semi-autobiografica), in particolare quando vagava nei boschi in completa fusione estatica con la natura.
É difficile rendere bene l’idea di una scrittura così concisa e nello stesso tempo intensa e vibrante, anche perché molte di queste pagine parlano direttamente al cuore del lettore, quindi non mi resta che chinare umilmente il capo e mettermi in disparte, lasciandovi la possibilità di valutare da soli l’abilità narrativa di questo grande maestro…

Nick, dal ponte, guardava giù nel gorgo. Era una giornata molto calda. Un martin pescatore risaliva il fiume. Molto tempo era passato da quando Nick aveva affondato lo sguardo in un corso d’acqua e visto delle trote. Era una grande soddisfazione. Mentre l’ombra del martin pescatore scivolava lungo il fiume, una grossa trota saltò fuori dall’acqua, obliquamente, nella stessa direzione della corrente, e solo l’ombra ne segnò l’inclinazione, l’ombra che perse quando si tuffò sotto la superficie dell’acqua, per farsi di nuovo illuminare dal sole, e poi, mentre rientrava nella corrente sotto la superficie, la sua ombra parve scendere fluttuando con la corrente lungo il fiume, senza fare resistenza, fino al suo posto sotto il ponte dove la trota si fermò col muso rivolto alla corrente.
Anche il cuore di Nick si fermò, quando la trota si mosse. Provava tutte le sensazioni di una volta.
Si voltò e guardò verso la valle. Il fiume si allungava in lontananza, col fondo ghiaioso interrotto da secche e grandi massi e da una pozza profonda nell’ansa che faceva ai piedi di un roccione.
Nick tornò indietro, camminando sulle traversine, fino al punto in cui giaceva il suo zaino, tra le scorie di carbone di fianco al binario della ferrovia. Era felice. Legò il fagotto allo zaino, stringendo le cinghie, si buttò lo zaino in spalla, infilò le braccia negli spallacci e alleviò il peso che gli gravava sulle spalle appoggiando la fronte alla larga fascia della tump-line. Anche così, era troppo pesante. Troppo, troppo pesante. Nick aveva in mano l’astuccio di cuoio delle canne da pesca, e sporgendosi in avanti per tenere il peso dello zaino alto sulle spalle camminò lungo la strada parallela alla ferrovia, lasciandosi dietro, nella canicola, la città bruciata, e poi girò intorno a una collina che ne aveva, a destra e a sinistra, altre due alte e sfregiate dal fuoco, per prendere una strada che si spingeva nell’interno. Camminava lungo la strada sentendo il dolore provocato dalla tensione del pesante sacco da montagna. La strada saliva regolarmente. Era faticoso procedere in salita. Gli dolevano i muscoli e la giornata era molto calda, ma Nick si sentiva felice. Sentiva di essersi lasciato dietro tutto, il bisogno di pensare, il bisogno di scrivere, altri bisogni. Era tutto alle sue spalle. (pag.234-235)

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38 pensieri su “I racconti di Hemingway

  1. Cara Alessandra, hai dato una prova eloquente di quanto Hemingway ti abbia preso. Ho sorriso leggendoti, ricordando quanto ti scrissi tempo fa.
    A proposito dei racconti su cui ti sei soffermata, devo confessare – in nome di quella sincerità da Hemingway continuamente invocata – che hai saputo spiegarli e saputo cogliervi aspetti che a me erano sfuggiti. E dire che io Hemingway l’ho letto in ogni salsa, e amato e amo, ed eletto campione difficilmente raggiungibile di scrittura.
    Mi viene da concludere con un’utopia: quello che leggo, dovresti esserci sempre tu, dopo, a spiegarmelo! 🙂

    Dettagli: le donne descritte da Hemingway.
    Non so se considerarlo un misogino.
    Le donne, come gli uomini del resto e anche i gatti e i cani e le foglie di un albero… ce n’è di così e colà. Lui avrà scelto le più “antipatiche”, provo a buttarla là in questo modo. Ma, sebbene abbia una scarsa esperienza di vita, mi sembrano figure femminili attendibili.
    Potrei dire di averne incontrate, non conosciute a fondo, ma intuite, in quanto grazie al cielo, moglie e donne d’altri e quindi facilmente evitabili in tempo 🙂
    Considera comunque questo mio post scriptum un neo irrilevante.
    Conta quanto sopra ti ho detto: sei riuscita a spiegarmi Hemingway, a uno che lo legge e ama da sempre. Digli poco! 🙂

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    1. Grazie Guido, mi fa piacere che l’analisi ti sia piaciuta 😉 Per quanto riguarda il rapporto problematico dello scrittore con le donne, è un’impressione che ho ricavato leggendo le sue vicende biografiche. Non si può dire che non sia stato un grande egocentrico, orgoglioso e turbolento, sempre intento a soddisfare i bisogni personali, a costo di tradire non solo le mogli e le amanti ma anche amici e colleghi. Forse più che misogino, era appunto solo un grande egoista. Uno che non voleva farsi mancare nulla, noncurante del danno che poteva procurare a chi gli stava accanto. Ma del resto molti personaggi vivevano all’epoca, e vivono tutt’oggi, secondo questo stile. Hemingway non era di certo l’unico a rappresentare il mito americano della prova virile e dell’impresa gloriosa, dell’amore per la caccia e per la guerra, della lotta per la libertà individuale. Solo che forse ci è riuscito meglio di altri, almeno in apparenza, tanto da diventare un mito. In ogni caso, comunque stiano le cose, un’opera artistica non va mai giudicata sulla base morale del suo autore, ma per quello che può rendere in termini di valore e qualità. Ed Hemingway, in tal senso, non pecca di una virgola. Certo, può essere interessante scovare qualche correlazione, come ho fatto nella mia analisi, tra vita reale vissuta e tracce di questa nell’opera, ma sempre al di là di qualsiasi giudizio moralistico. Al limite posso concedermi una battuta, ma poi mi fermo lì…

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  2. “Solo sangue, ossa e muscoli”, cavoli, tutte le volte che ho boccheggiato per spiegare come scrivesse Ernest sarebbe bastato conoscere questa sua frase. Visto il brano che hai scelto di citare credo ti piacerebbe molto anche “Per chi suona la campana”, se non l’hai già letto. Ah, analisi incredibilmente brillante, as usual!

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    1. Ciao carissima, grazie 🙂 A dire il vero la campana è lì, appoggiata sullo scaffale, e ti assicuro che ogni tanto mi risuona nell’orecchio, quindi dubito che riuscirò a resistere più di tanto.

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      1. Anch’io ho amato molto, quasi mio malgrado, Per chi suona la campana , e dico mio malgrado perché trovo Hemingway uno scrittore estremamente disturbante, e proprio per i motivi che hai citato tu (il macismo, il sangue, le ossa e i muscoli :-)).
        Leggendo il tuo post, mi sono ricordata peraltro di aver letto e amato il racconto Colline come elefanti bianchi, ma solo perché lì Hemingway sembra meno sé stesso- o forse è più sé stesso, uscendo dalla maniera in cui si era bene o male volontariamente confinato. Lì sembra quasi di leggere una pagina di Yates ( Revolutionary Road)-o magari di Williams (Stoner).
        E comunque, voglio dare anch’io un colpo al batacchio della campana per farla risuonare più forte nelle tue orecchie :-).
        Un bacio

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  3. E qui ti aspettavo! Le tue recensioni fanno venire voglia di leggere ciò di cui parli ma…
    Al momento su Hemingway mi ci sono arenata, probabilmente proprio perchè come tu affermi ha tematiche che non a tutti piacciono. Invece dei racconti di cui parli (che mi stanno aspettando ma temo aspetteranno parecchio) ho iniziato a leggere “Di là dal fiume e tra gli alberi” e sinceramente non mi prende, mi sento infinitamente distante da questo scrittore, le sensazioni preconcette che avevo si stanno rivelando vere. Probabilmente finirò il romanzo per rispetto alla sua buona qualità di cui mi rendo conto, ma non è scattato l’amore.

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    1. Posso capirti, anche perché i racconti legati alle corride, per quanto scritti in modo magistrale, mi hanno fatto venire una grande irritazione. Però le altre tematiche, nel loro complesso, non mi sono dispiaciute. Sulla qualità narrativa non si discute, ma questo di certo non è l’unico elemento che può far scattare l’amore: se uno scrittore non riesce a farti vibrare dentro quella nota in più, credo non ci sia nulla da fare. Al limite puoi appunto ritentare con un altro suo romanzo, proprio per essere sicura…

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  4. Gianni Leoni

    Ripensando alla tua rece analitica su Hemingway che quasi non conosco mi sono ricordato di quella canzone di Guccini dove si parla de” la scoperta di Hemingway ” si chiama “Incontro” la canzone, l’ho appena ascoltata su You Tube,e per anni mi sono chiesto, insieme a svariati milioni di italiani come me, sprovveduti come me , provinciali come me, giovani e teneri come ero tenero e giovane allora ” MA QUESTO EMINGUEI COSA AVRÀ SCOPERTO??!?”

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    1. 😀 😀 Gianni, che piacere averti qui! Spero sia l’inizio di tanti scambi interessanti sulle nostre prossime letture! Ti confesso che conosco poco Guccini (ahimè, che vergogna!), però sono andata subito ad ascoltare la canzone che hai citato su Youtube e devo dire che ha delle parole veramente belle, anche se malinconiche 😉

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      1. Gianni Leoni

        Bha ..il testo è quasi iperletterario per una canzone, le stoviglie color nostalgia credo che sia Gozzano, la musica è una lagna tremenda, interessante la strumentazione con quella specie di sirena di nave che parte in sottofondo , credo che sia uno strumento che non c’è più il mood o qualcosa del genere , lo usava la PFM ,grazie per le chiacchiere e Buonanotte

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  5. Cara Alessandra, ti faccio i miei più sinceri complimenti per questo post: tra tutte le tue recensioni, che leggo sempre con interesse, in questa credo proprio tu ti sia superata, complice sicuramente in genuino trasporto emotivo che ci hai riversato, e che sei riuscita a trasmettere a me, come immagino a tutti coloro che hanno letto questo articolo. Soprattutto, leggendo (in treno, per la cronaca, mentre attraversavo l’Italia da nord a sud) le tue appassionate parole, mi hai fatto venire proprio voglia di rileggere, e più consapevolmente, i racconti di Hemingway, dei quali mi sono reso conto, a distanza di anni dalla mia prima e unica lettura, di ricordare ormai poco. E anche di questo ti ringrazio, perché di solito non leggo quasi mai un libro più di una volta!

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  6. Ammirevole il tuo enorme lavoro di ricerca e studio di alcune delle principali opere di uno che una cinquantina e più di anni fa era sulla cresta dell’onda come uno dei più famosi e letti romanzieri, poi caduto a poco a poco nel quasi dimenticatoio.
    Giusto farlo conoscere al popolo web, i lettori di oggi e di domani.

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      1. 😀 🙂 Pensa che in questi giorni sto (ri)leggendo Gadda… tutto il contrario, e anche di più, di uno stile asciutto e conciso. Stravaganze e barocchismi a profusione, per intenderci. Per riprendermi dal trauma che sto sudando e patendo (non solo fisicamente), mi sa che a breve sarà costretta anch’io a rispolverarmi qualche racconto hemingwayano…

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      2. Assolutamente sublime. Inimitabile. Un autore più unico che raro. Però, mentre sei in lettura, devi spesso combattere tra l’impulso di innalzargli un altare, ossia di incorniciare alcune delle sue pagine più riuscite per poi appenderle al muro, ad perpetuam rei memoriam, e il desiderio più basso e perfido, ma giustificato da una sana e legittima vendetta, di prendere invece un martello tra le mani per ridurre a brandelli il libro, o almeno alcune parti di esso…

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  7. Carmelo

    Detto così Hemingway sarebbe il ‘Flaubert’ statunitense, anche il grande scrittore francese la intendeva più o meno così la scrittura, scrivere solo l’essenziale e lasciare il resto all’immaginazione del lettore, anche a costo di stravolgere le norme grammaticali.

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    1. Di Flaubert ho letto pochissimo e non sono in grado di fare paragoni, però ricordo un articolo di qualche tempo fa che parlava di una lista di libri compilata proprio da Hemingway, a suo giudizio importanti per imparare a scrivere bene, dove tra i tanti nomi compariva anche quello di Flaubert con il romanzo Madame Bovary. Poi nell’elenco venivano citati anche Leo Tolstoj, Dostoevskij, Thomas Mann, Henry James e altri che adesso non ricordo.

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  8. L’universo Hemingway è tutto da esplorare per me, almeno quello dei racconti. Dovrei prendere I 49 racconti. Questa edizione mi piace molto, ma portandola in giro è un peso.
    Scusa la banalità del commento, noto che altri nostri colleghi e lettori si sono sbilanciati nelle opinioni critiche. Tu lo sai, io sono molto cauta.

    Un bacio da ex Little Miss Book

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    1. Che sorpresa! 🙂 Veramente piacevole la veste del tuo nuovo blog, e anche il titolo ha qualcosa di invitante (interno storie) che promette immersioni esplorative di un certo interesse. Per quanto riguarda Hemingway, i suoi racconti valgono a mio parere lo sforzo di affrontare qualsiasi peso, ma senza dubbio si trovano in giro delle edizioni più maneggevoli 😉

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  9. Pingback: Per chi suona la campana | LIBRI NELLA MENTE

  10. Pingback: Parliamo di letture. Fatte, da fare o mai concluse… | LIBRI NELLA MENTE

  11. Grazie, avevo proprio bisogno di questa bellissima analisi dei Racconti. Mi hai fatto venire voglia di rileggere Grande fiume dai due cuori.
    Riguardo alla presunta misoginia di Hemingway, mi astengo (non ha avuto parecchie vicende sentimentali coinvolgenti?), penso solo che un grande scrittore è capace di rendere tipologie umane differenti: dall’appassionato Robert Jordan all’egoista e superficiale protagonista di Colline bianche come elefanti, profondamente becero nell’animo, che dell’aborto dice: “E’ una cosa da nulla, veramente, serve solo per far passare l’aria”.
    Riguardo al contadino di Un idillio alpino, che metteva la lanterna nella bocca gelata della moglie, non sapendo dove altro metterla, sono totalmente dalla parte di tutto il gruppo del racconto: è una bestia. Non so se sia anche questo il pensiero di Hemingway, ma lo spero. Dopotutto il contadino ha ammesso di amare sua moglie.
    Riguardo al bellissimo Dopo la tempesta, ero sicura che il protagonista fosse più attratto dagli anelli che vede nelle dita della donna fluttuante dentro l’oblò, facendo così prevalere il suo primo impulso che era quello che saccheggiare la nave. Poi arrivarono i Greci e portarono via tutto, dice più di una volta: e questo è uno smacco. Ma forse mi sono sbagliata ed hai letto bene tu.
    Grandissimo racconto Un posto pulito, illuminato bene, un inno al nulla che ci abbraccia quando non siamo più giovani e non abbiamo più fiducia. L’altra faccia del vitalismo e del titanismo di Hemingway. D’altronde sabbiamo bene come è morto uno dei più grandi scrittori americani.
    Finora ho letto solo I 49 racconti, Per chi suona la campana, Il vecchio e il mare (alle scuole medie, quando ancora i ragazzi leggevano!), Avere e non avere. Me ne mancano tanti: da Addio alle armi a Fiesta e a Festa mobile. Non so se sono capolavori ma li ho messi nella mia lista di libri da leggere.

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    1. Sì, penso anch’io che la bravura di uno scrittore consista nel rendere su carta tipologie umane differenti, come faceva appunto Hem. Ho terminato da poco Il vecchio e il mare (semplicemente incantevole), e mi restano da leggere Fiesta, Addio alle armi e qualcos’altro ancora… Mi sforzo di centellinare i suoi romanzi per non finirli subito.

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