Tag

, , , , , , , ,

Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese, Adelphi, 2008, 176 p.

Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese, Adelphi, 2008, 176 p.

Da diverso tempo volevo parlare di questo libro, ma attendevo l’ispirazione, il momento giusto. Ne è risultato un articolo forse un po’ troppo lungo ed elaborato, ma del resto gli argomenti trattati sono così importanti e complessi che non mi è possibile operare ulteriori sottrazioni, oltre quelle già fatte per sfrondare il testo da qualsiasi nota superflua.

Il mare non bagna Napoli è un’opera costituita da diverse prose, alcune a metà tra la narrativa e l’inchiesta giornalistica, che hanno come tema di fondo la condizione napoletana del dopoguerra, abbandonata a un destino di miseria e rassegnata disperazione. Una città che agli occhi dell’Ortese, così come ce la presenta in queste pagine, appare senza grazia, decaduta e mostruosa, ben lontana dall’immagine classica e stereotipata, così ricca di colori vivaci e ridenti, che siamo abituati a vedere nelle cartoline.
Fin dalla sua uscita nel 1953, nella collana ‘Gettoni’ della Einaudi, diretta da Elio Vittorini, il libro fece scalpore e sollevò molte polemiche, in particolare per il capitolo finale Il silenzio della ragione, in cui l’Ortese, con ricordi che si alternavano tra la delusione affettuosa e l’amarezza avvelenata, offriva un ritratto abbastanza impietoso degli intellettuali partenopei che all’inizio degli anni ’50 si erano affaccendati attorno alla rivista “Sud”, alla quale lei stessa aveva più volte collaborato. La critica che l’Ortese avanzava agli ex amici e colleghi era quella di aver perso la volontà di combattere per i loro ideali, di essersi imborghesiti e allineati a quella Napoli che poco tempo prima avevano invece crocifisso con i loro scritti. Ne esce quindi il ritratto di un’intellighenzia napoletana effimera e inconcludente, apparentemente mossa dalla passione ideologica e sociale ma in realtà incapace di essere veramente incisiva. Questo le valse una serie di forti antipatie e risentimenti, che si aggiungevano all’accusa di aver offerto al mondo un’immagine troppo brutale e grottesca di Napoli e della sua gente.

Ma in realtà la visione dell’Ortese, come spiegò lei stessa nelle pagine aggiunte alle nuove edizioni del libro nel corso degli anni ’90, scaturiva da quel tipico stato di spaesamento che segue di solito le grandi delusioni e che spinge all’impossibilità di accettare una realtà che si avverte sgradita, sofferta, insostenibile. Uno spaesamento accentuato ancora di più dai segni lasciati dalla guerra, che avevano fatto assurgere la città di Napoli ad emblema di una lacera condizione universale.
Da qui il suo bisogno di accanirsi sulla città e sulle persone intellettualmente note che in qualche modo avrebbero dovuto rappresentarla, o meglio attivarsi per cercare di migliorarla, dove i toni spesso esasperati e dilatati oltre il necessario, che viaggiavano sull’onda di una visione cupa e disfattistica delle cose, davano sfogo a un dolore che non era più in grado di trattenere.
A parte questo, o forse proprio grazie a tale sensibilità così lucida e tormentata, l’Ortese è riuscita a dare come pochi altri un quadro intenso e drammatico della Napoli dell’epoca, con uno sguardo che si tinge a tratti di sfumature visionarie, pur serbando un impatto estremamente realistico. Ed è proprio per questo che si rimane tanto colpiti nel leggerla, affascinati e nello stesso tempo turbati da ciò che viene descritto.

Diciamo subito che nell’Ortese c’è un radicato bisogno di vedere le cose nella loro realtà, anche quando tale visione può far male. Come ad esempio nel primo racconto del libro, quello più famoso e conosciuto, intitolato Un paio di occhiali, dove c’è una bambina povera e fortemente miope a cui viene finalmente regalato l’agognato strumento con i cerchietti magici, ma quando se li mette e vede per la prima volta lo squallore del vicolo in cui vive, l’ambiente tremendamente degradato e le persone vestite di stracci che la circondano, cade in una pozza nera di disperazione. È il passaggio dall’illusione alla delusione, peraltro significativo delle già citate esperienze vissute dalla scrittrice in seno al gruppo Sud, di cui più avanti riprenderò il discorso. Così lo sguardo della bambina cecata, che vede le cose in modo offuscato quando sono troppo lontane e in modo sformato quando sono troppo vicine, e che all’improvviso, dopo aver messo gli occhiali, le vede invece in tutta la loro orrenda realtà, è lo stesso sguardo dello scrittore quando riesce finalmente a vedere più in là del suo naso, ossia a cogliere il reale oltre le apparenze, pur dovendo affrontare il travaglio di un impatto emotivo tremendo. L’alternativa è invece lo sguardo di chi non vuole vedere, di chi si crogiola nell’autoillusione o nell’indifferenza, di chi si accontenta di una visione parziale e difettosa delle cose. Perché alla fine, che lo vogliamo o no, ogni forma di approccio al mondo si riduce proprio ad una questione di sguardi, ossia alla capacità o meno di inforcare le lenti giuste per accedere ai diversi strati della realtà, e anche alla capacità o meno di sostenere emotivamente la nuova messa a fuoco, per quanto atroce o priva di illusioni possa rivelarsi.

Nello stesso tempo la visione dell’Ortese, che tutto è meno che banale e scontata, si ammanta anche di sfumature da sogno, il più delle volte con contorni e dettagli da incubo. Il risultato è quello di una scrittura che si tinge ogni tanto di nuance immaginifiche, pur rimanendo strettamente ancorata alla realtà. Il suo realismo narrativo è stato infatti definito di tipo visionario, perché anche se intessuto di realtà rivela spesso dei risvolti allucinati. E nelle prose raccolte nel volume risulta ben evidente questa sua intollerabilità al reale, che a tratti le fa quasi smarrire la misura a vantaggio della visione. Le situazioni più dolorose assumono infatti, nella sua narrazione, delle tinte quasi estranianti, perché ogni volta che l’autrice ci punta lo sguardo ne prova un tale raccapriccio che finisce quasi sempre per esacerbarne la visione, rendendola talvolta eccessiva e altre volte alterata.
L’Ortese stessa aveva spiegato che questo libro “fu visione dell’intollerabile, non fu una vera misura delle cose”, perché di misure si riteneva incapace, ma nello stesso tempo aveva precisato che il suo approccio al reale era pertinente e veritiero, anche se non offriva l’esatta ricostruzione dei fatti esteriori. Le sue sono infatti descrizioni molto dettagliate e precise, oltre che crude e impietose, anche quando dipingono scenari dai contorni allucinati e febbrili. Un modo di rappresentare la realtà che le aveva attirato più volte l’accusa di essere insensibile e poco compassionevole, ma la scrittrice era invece dell’opinione che nel descrivere certe cose fosse necessario un certo distacco, soprattutto quando è presente un coinvolgimento personale nelle vicende riportate. È quello sguardo lucido e in parte distante che si rende necessario per rendere al meglio una realtà altrimenti insopportabile e difficile da descrivere, così da evitare un riversamento delle proprie emozioni nel testo, così da rendere l’orrore in tutta la sua completezza, senza attenuazioni o edulcorazioni di sorta.

Le descrizioni delle condizioni disumane di alcuni quartieri napoletani, come appaiono in alcuni di questi racconti, sono infatti realisticamente impressionanti, però anche ammantate di un orrido fantastico, con immagini a volte raccapriccianti e altre volte al limite dell’irreale. In particolare i due testi centrali, Oro a Forcella e La città involontaria, sono accomunati da tali caratteristiche, visto che inquadrano entrambi gli aspetti della Napoli più povera e malfamata.
Nel primo racconto, che si concentra nella zona del centro storico, viene illustrata una scena pietosa che si svolge in un banco di pegni, con protagonista una merciaia che ha bisogno urgente di denaro per mandare avanti la famiglia. Quello che colpisce di più, in questo brano, è la descrizione del contrasto tra i negozi d’oro che costellano le vie del centro, con esposte nelle vetrine immagini sacre e preziose, e il flusso di gente macilenta e malvestita che vi si riversa dentro: larve di uomini, donne ebeti e malate, bambini magri e pallidi “come vermi”, esemplari di una razza umana dolente e deforme. Su tutto sovrasta il senso di una “miseria senza più forma”, che “silenziosa come un ragno” invischia la plebe nella rete di una ineluttabile disperazione. Qui il mare non bagnava Napoli, scrive l’autrice, come a voler dire che quel luogo fosse tutt’altra cosa rispetto all’immagine della bella Napoli a cui tutti siamo abituati o che semplicemente preferiamo vedere.
Nel racconto seguente, La città involontaria, lo sguardo dell’autrice si sposta nei quartieri periferici della zona portuale e dei comuni vesuviani, dove a quei tempi sorgeva un caseggiato lungo e fatiscente, un’antica caserma borbonica brulicante di disoccupati e famiglie senzatetto, dove circa  tremila persone sopravvivevano in condizioni disumane nell’indifferenza totale dell’altra Napoli, quella politica e benestante. Questo è un altro di quei luoghi che non venivano bagnati dal mare, casomai lambiti dalle fiamme dell’inferno. Seguendo la scrittrice nella sua visita ai Granili sembra infatti di scendere nei gironi danteschi, tanto è grave e degradante la realtà che vi viene descritta. Spazi angusti, sporchi e ristretti, dove la luce filtrava a fatica, soprattutto nei piani più bassi. Un immenso termitaio umano, “casa dei morti”, “luogo di afflitti”, dove creature dall’aspetto indicibile vagavano nel buio, «larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano  quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun’altra cosa». Famiglie destinate ad “una pena scontata in silenzio”, scrive di nuovo l’autrice, in un ammasso di fetida sporcizia, emarginate e dimenticate da tutti…

S.Erasmo ai Granili (1972-1974), foto di Gian Luigi Gargiulo, tratta dal sito http://www.gianluigigargiulo.it/

S.Erasmo ai Granili (1972-1974), foto di Gian Luigi Gargiulo

La città involontaria, com’è rivelatorio anche dal titolo, indica proprio la capacità della miseria di piegare e rendere inerti coloro che la incontrano, annullandone ogni volontà. Perché la povertà spoglia l’uomo di ogni dignità ed emozione, lo fa vivere nel silenzio e nell’inerzia, gli fa perdere il senso della comunità e della convivenza civile, lo priva della sua umanità riducendolo ad “una crosta di polvere”. La scrittrice parla anche dell’esistenza di una scala sociale all’interno dei Granili, dove le persone ai piani più alti vivevano un po’ meglio di quelle ai piani bassi, perché magari il capofamiglia aveva trovato un impiego. Così verso l’alto c’era più luce e una parvenza di vita decorosa, mentre giù verso il fondo brulicavano i disperati, quelli ridotti a mendicare, a vivere tra ratti, pidocchi e malattie, nell’incertezza di un futuro che non dava nessuna speranza. Queste dell’Ortese sono delle pagine veramente intense, brutali e toccanti, che non possono fare a meno di turbare. Nel leggerle sembra proprio, salendo in altezza verso la luce, di avvicinarsi quasi al Paradiso, mentre ritornando verso l’oscurità del pianoterra si riaccende l’impressione di un clima infernale. E la forma di ingiustizia sociale che si era creata all’interno dell’edificio, dove il benessere degli uni esigeva di necessità la sofferenza degli altri, tanto che le persone dei piani superiori non riconoscevano quelle dei piani inferiori come propri simili e cercavano di evitarle, diventa emblematica di una condizione universale di diseguaglianza, che come sappiamo si alimenta in gran parte di soprusi e discriminazioni.

Il resoconto dell’Ortese, partito inizialmente come un’inchiesta, si è quindi poi trasformato in una specie di rappresentazione goyesca della realtà napoletana, qualcosa che andava ben oltre i dettami del realismo narrativo dell’epoca. L’intento dell’autrice era infatti quello di attingere sì dal reale, ma anche di esagerare le cose, di intensificarle, di calcarci dentro la mano, in modo da spingere la rappresentazione stessa del reale verso dei limiti estremi, insostenibili e intollerabili, com’è tipico dei grandi maestri del grottesco. E nell’Ortese l’orrore trova infatti espressione nel deforme, nella smorfia, nell’alterazione di un corpo che soffre e si contorce, perché il suo fine è quello di denunciare che l’ordine delle cose è stato sovvertito, e per farlo ha bisogno di creare degli effetti strabuzzati, alterati, quasi immaginifici, che abbiano il potere di colpire e allarmare la gente. Che abbiano la forza di turbare e scuotere le coscienze.
Come ad esempio nel seguente estratto, dove l’autrice ci descrive le fattezze di una donna che alloggiava nel palazzo dei Granili, rintanata in uno di quei loculi infernali di cui ho precedentemente parlato:

… tutta gonfia, come un uccello moribondo, coi neri capelli spioventi sulla gobba e un viso color limone, dominato da un grande naso a punta che cadeva sul labbro leporino (…) orrenda, parto, a sua volta, di creature profondamente tarate, rimaneva però, in lei, qualcosa di regale: la sicurezza con cui si muoveva e parlava, e un’altra cosa, anche, un lampo vivissimo in fondo agli occhietti di topo, in cui era possibile ravvisare, insieme alla coscienza del male e della sua estensione, certo tutto umano piacere di tenergli fronte.

O come in quest’altro brano, dove ci racconta di una bimba deposta dentro una vecchia cassetta per le bibite, quasi fosse anch’essa un rifiuto della società benestante:

 In quel lettino, privo di biancheria, su un cuscino molto piccolo, sotto una giacca da uomo, incrostata e dura, riposava una neonata dal viso bizzarramente gentile e come adulto: un viso delicato, bianchissimo, illuminato da due occhi dove brillava l’azzurro della sera, intelligenti e dolci, che si muovevano in qua e in là, tutto osservando, con un’attenzione superiore a quella che può concepire un bambino di pochi mesi (…) La madre alzò con una mano la giacca, e vedemmo un corpicino della lunghezza di qualche palmo, perfettamente scheletrito: le ossa erano sottili come matite, i piedi tutte grinze, minuscoli come le zampine di un uccello. Al contatto dell’aria fredda, la bambina li trasse a sé. La madre lasciò ricadere la giacca-coperta.

Nelle pagine dell’Ortese, come si è potuto notare, sono i corpi che parlano, che rispecchiano e gridano tutta l’orrore in cui sono precipitati. E le figure umane che ne emergono, sempre al limite del mostruoso, sono emblematiche di quella miseria che la scrittrice intendeva sbattere in faccia al mondo, soprattutto a quella della classe politica benestante. Tutta la rappresentazione di questo degrado napoletano, e in particolare di quel solco che divideva in modo netto l’élite intellettuale dalla gente del popolo, per indifferenza degli uni e passività rassegnata degli altri, le attirarono inevitabilmente l’antipatia della città, soprattutto quella delle classi culturali e altolocate. Ma ciò che interessava all’Ortese era di smontare il “mito terribile del sentimento”, tipico della cultura partenopea, per svelare al mondo il ritratto di una città nuda e cruda, così com’era nella sua realtà più degradata, al di là dell’immagine stereotipata piena di sole, passione, canti e musiche festose, ossia «una Napoli diversa da quella che finora ci avevano rappresentata classici antichi e moderni, non più ridente e incantata, o tambureggiante e grottesca, ma livida come una donna da trivio sorpresa da un subitaneo apparire della ragione».
Ma del resto il compito dello scrittore, così come quello dell’artista in generale, non dovrebbe forse consistere nel cogliere e nel far vedere a tutti ciò che si nasconde sotto certe coperture, ipocrisie e luoghi comuni? E se questo infine è lo scopo, sulla cui nobiltà non si può discutere, cosa importa se poi le immagini fatte scorrere sullo schermo si rivelano per certi versi ripugnanti, insostenibili, deformate dalla percezione stessa del dolore? L’importante, credo, è che il messaggio arrivi. E quello dell’Ortese non solo ci è pervenuto in modo forte e traumatico, ma forse nelle sue intenzioni avrebbe voluto estendersi anche oltre, passando dal singolo ritratto di una città decaduta e abbandonata ai pericoli che, ancora oggi, possono guastare un intero sistema sociale. Uno sguardo su Napoli, in altri termini, che funga a tutti da pretesto per riflettere sul problema della miseria in un senso più generalizzato, sulla disumanizzazione ancora presente in molte zone del mondo, sulle responsabilità individuali e collettive che continuano ad alimentarla.

Le polemiche più risentite, come già accennato all’inizio, non le giunsero però dal popolo, dalla gente comune della strada, ma dagli ambienti intellettuali e politici, soprattutto a causa del capitolo “Il silenzio della ragione”, che aveva tirato in causa colleghi e personalità di spicco, denunciandone l’indifferenza e la passività. L’Ortese aveva sperato che la cultura proposta dal piccolo gruppo di amici riunito intorno alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, avrebbe potuto cambiare le cose, chiarendo e risolvendo le numerose alterazioni che caratterizzavano la società partenopea di quei tempi. Ma questo non successe, e il silenzio della ragione, introdotto non a caso nel titolo del brano, allude proprio al dissolvimento ideologico di questo gruppo, che dopo una partenza entusiastica aveva perso di vista gli obiettivi della denuncia sociale e si era frantumato, spingendo i singoli componenti a chiudersi in se stessi o a cedere alle lusinghe della convenienza.
Per rendere più chiara la questione riporto uno stralcio tratto dal brano citato, che ben chiarisce lo stato d’animo della scrittrice nei confronti di una situazione politica e sociale che le appariva corrotta e malata:

 Tutti erano indifferenti, qui, quelli che desideravano salvarsi. Commuoversi, era come addormentarsi sulla neve. Avvertita dal suo istinto più sottile, la borghesia non smetteva di sorridere, e urtata continuamente dalla plebe, dai suoi dolori sanguinosi, dalla sua follia, resisteva pazientemente, come un muro leccato dal mare. Non si poteva prevedere quanto questa resistenza sarebbe durata. Infine, anche la borghesia aveva dei pesi, ed erano l’impossibilità di credere che l’uomo fosse altra cosa dalla natura, e dovesse accettare la natura in tutta la sua estensione: erano l’antica abitudine di rispettare gli ordinamenti della natura, accettare da essa le illuminazioni come l’orrore. Dove nel popolo scoppiava di tanto in tanto la rivolta, e dalle alte mura della prigione uscivano bestemmie e rumore di pianti, qui la ragione taceva in un silenzio assoluto, temendo di rompere con una benché minima osservazione l’equilibrio in cui ancora la borghesia si reggeva, e vedere i suoi giorni sciogliersi al sole, come mai stati. La paura, una paura più forte di qualsiasi sentimento, legava tutti, e impediva di proclamare alcune verità semplici, alcuni diritti dell’uomo e, anzi, di pronunciare nel suo vero significato la parola uomo. (pag.156)

Fu quindi soprattutto il disincanto a farle dipingere con tonalità amare la città amata e gli amici di una volta, anche se le responsabilità di questo sonno della ragione erano forse ancora più complesse di quelle intuite. Messa al bando dai colleghi letterati, che si erano sentiti irritati e offesi per i profili caricaturali che li riguardavano, l’Ortese decise di lasciare Napoli e di non tornarci mai più, limitandosi da quel momento a riviverla e ridisegnarla nella sua mente attraverso la fantasia, così come ci appare in alcune sue opere successive, in particolare nei romanzi Il porto di Toledo (1975) e Il cardillo addolorato (1993).

Negli ultimi anni di vita l’Ortese cercò di mitigare il danno dell’offesa a Napoli aggiungendo all’ultima ristampa del libro una prefazione e un epilogo, dove ridimensionava l’enfasi di alcune sue affermazioni. Ed è in particolare nel brano introduttivo, intitolato Il mare come spaesamento, che l’autrice cerca di fare ammenda, spiegando di aver proiettato su Napoli le sue personali nevrosi, quel male oscuro di vivere di bertiana memoria, anche se però subito dopo si affretta a precisare che lo schermo sovrapposto non era inventato e che la causa primaria del suo malessere risiedeva soprattutto nell’indulgenza dei politici. Poi cerca anche di capire dove poteva aver sbagliato nel modo di scrivere, di esporre le sue idee, aggiungendo subito dopo “se ho sbagliato”. É quindi chiaro che la scrittrice, pur desiderando un’assoluzione da parte degli altri, non aveva smesso nel contempo di sentirsi incompresa e di considerare ingiuste le accuse a suo carico, né di provare per tutto questo una certa sofferenza.
Personalmente non condivido l’opinione di chi vuole vedere nell’Ortese solo i sintomi di una nevrosi, perché quella che lei descriveva nelle sue pagine, seppure con toni talvolta accesi e sopra le righe, era comunque una realtà viva e ben tangibile ai suoi tempi. E per quanto riguarda quello stordimento dell’intelletto che ha sottolineato più volte nel libro, che assopisce e acceca la ragione, che fa perdere propositi e obiettivi di partenza, che spinge ad adattarsi al compromesso o a scegliere il male minore, se è per questo non è per nulla scomparso o diminuito neppure oggigiorno, visto che serpeggia visibilmente in ogni strato del sociale, dalle menti più raffinate a quelle ordinarie e comuni. Così come è ancora presente la miseria, forse in maniera più occulta rispetto ad una volta, ma purtroppo sempre attuale e in costante aumento. E se questi quadri sociali venissero di nuovo, oggi come allora, descritti da qualcuno con dei toni che fanno storcere il naso, perché considerati troppo cupi, brutali, esaltati o trasfigurati dall’immaginazione, non è che alla fine il fatto di biasimarli cambierebbe più di tanto la gravità della situazione: quella è e quella resterebbe, indipendentemente dalle lenti con cui vogliamo osservarla.

Annunci