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Sentimento del mondo, Carlos Drummond de Andrade, Einaudi, 1987, 134 p.

Sentimento del mondo, C.Drummond de Andrade, Einaudi, 1987, 134 p.

Non mi scorderò mai di quell’avvenimento
nella vita delle mie rètine stanche.
Non mi scorderò che nel mezzo del cammino
c’era una pietra
c’era una pietra nel mezzo del cammino
nel mezzo del cammino c’era una pietra.

Carlos Drummond de Andrade viene oggi annoverato tra i maggiori poeti di lingua portoghese del secolo scorso. Nato e vissuto in Brasile (1902-1987), fin dagli anni Venti aderì al movimento modernista sviluppatosi nei Paesi americani di lingua spagnola, che bandiva dall’ars poetica la retorica, le frasi fatte e i sentimenti borghesi, rinnovandone il linguaggio con una metrica più sciolta e libera. Le sue prime poesie spaziano da toni intimistici e quotidiani (Qualche poesia, 1930) a toni più sarcastici (Brughiera delle anime, 1934), mentre quelle composte negli anni Quaranta fondono insieme lirismo e ironia per esprimere al meglio la realtà del presente, in particolare la solitudine vissuta dall’uomo nelle grandi città (Sentimento del mondo, 1940). In queste prime raccolte comincia già ad evidenziarsi  quel pessimismo esistenziale che sarà poi traccia costante di quasi tutta la sua opera. Le liriche successive sono anche influenzate dagli eventi bellici e quindi si impregnano di tematiche sociali, come ad esempio la lotta antifascista e proletaria (La rosa del popolo, 1945). Dagli anni Cinquanta assumono invece un tono più contemplativo, di tormento e mistero, oscillando dal ripiegamento sui ricordi del passato alle speculazioni di tipo metafisico (Chiaro enigma, 1951; Latifondista dell’aria, 1954), mentre nel decennio seguente virano verso una forma molto sperimentale, dove in certi casi il verso viene spogliato fino all’osso, frammentato, spezzato, con parole che sembrano messe insieme senza un nesso preciso (Lezione di cose, 1962).

Secondo il parere di Antonio Tabucchi, che ha curato l’introduzione al libro e tradotto le poesie, Drummond è allo stesso livello di Fernando Pessoa per qualità e capacità poetica, pur con le dovute differenze di stile e contenuti. Entrambi sono appartenuti alla generazione delle avanguardie storiche, quella che ha fatto la poesia moderna ma che nello stesso tempo “ha tenuto in sospetto, con lo sguardo dell’ironia, il culto del moderno”.  Come chiarisce molto bene Tabucchi, Drummond è un poeta moderno che in fondo odia la modernità, o meglio che ne ha paura. Paura soprattutto della disumanizzazione e della solitudine che la modernità e il progresso producono, come si percepisce ad esempio nei seguenti versi, scritti nel 1942:


Sulla sabbia della spiaggia
Oscar traccia il progetto.
Balza l’edificio
dalla sabbia della spiaggia.

Nel cemento neanche una traccia
della pena degli uomini.
Le famiglie si chiudono
in cellule stagne.

L’ascensore senza tenerezza
espelle, assorbe
con cigolìo monotono
sostanza umana.

Nel frattempo da molto
sono finiti gli uomini.
Sono rimasti solo
tristi inquilini.

(Edificio Splendor, I parte, da “José”, pag.33)

Ma quella di Drummond è anche paura della violenza che la modernità può portare con sé, dallo scoppio della bomba all’intromissione nella sfera privata delle persone; la paura quindi non solo della violenza palese, ma anche di quella subdola e surrettizia (attualissima anche nella nostra epoca), come emerge dalle liriche raccolte in La rosa del popolo (1945), dove alcune tematiche di stampo civile vanno a fomentare tali sospetti e timori, trasfigurandoli col sarcasmo.

In verità abbiamo paura.
Si nasce al buio.
Le esistenze sono poche:
postino, dittatore, soldato.
Il nostro destino è incompleto.

Siamo stati educati alla paura.
Annusiamo fiori di paura.
Vestiamo panni di paura.
Per paura guadiamo fiumi
vermigli.

Siamo solo degli uomini,
e la natura ci ha traditi.
Ci sono gli alberi, le fabbriche,
morbi e carestie.

Ci rifugiammo nell’amore,
questo celebre sentimento,
poi l’amore mancò: pioveva,
tirava vento, faceva freddo a San Paolo.

Faceva freddo a San Paolo…
Nevicava.
La paura, con la sua cappa,
ci nasconde e ci culla.

Ho avuto paura di te,
mio compagno dalla pelle scura.
Di noi, di voi. Di tutto.
Ho paura dell’onore.

E così ci fanno borghesi.
La nostra strada è segnata.
Perché morire in gruppo?
E se invece vivessimo?

Vieni, armonia della paura,
vieni, terrore delle strade,
spavento notturno, timore
delle acque inquinate. Stampelle

dell’uomo solo. Aiutateci,
lenti poteri del laudano.
Perfino la canzone vigliacca
si rompe, rabbrividisce e tace.

Faremo case di paura,
duri mattoni di paura,
paurosi steli e zampilli,
strade di paura e di calma.
E con ali di prudenza,
con splendori codardi,
raggiungeremo la vetta
della nostra cauta ascesa.

La paura, con la sua fisica,
produce: carcerieri,
edifici, scrittori,
questa poesia; altre vite.

Ci domini la massima paura.
Capiranno i più vecchi
che la paura ha già anchilosato.
Statue sagge, addio.

Addio, tiriamo avanti
indietreggiando con occhi accesi.
I nostri figli così felici…
fedeli eredi della paura,
popolano la città.
Dopo la città, il mondo,
dopo il mondo, le stelle,
ballando il ballo della paura.

(La paura, da “La rosa del popolo”, pag.51)

Una paura che poi diventa, nel periodo del dopoguerra e con modalità più introspettive, quella dell’uomo contemporaneo, che si manifesta con un senso di inadeguatezza alla vita, con il timore di aver sbagliato tutto, di aver tradito o perso qualcosa, con lo struggimento di un tempo che passa e che non si può recuperare: sentimenti un’altra volta attuali, tanto oggi quanto allora.

Ora ne ricordo uno, prima ne ricordavo un altro.

Verrà un giorno in cui nessuno sarà ricordato.

Allora nello stesso oblio si fonderanno.
Una volta ancora la carne unita, e le nozze
che in se stesse si compiono, come ieri e sempre.

Poiché eterno è l’amore che unisce e separa, e eterna la fine
(era già cominciata, prima di essere), e siamo eterni,
fragili, nebbiosi, balbuzienti, frustrati: eterni.

E anche l’oblio è ricordo, e lagune di sonno
sigillano col loro negrume ciò che amammo e fummo un giorno,
o che mai fummo, ma che anche così brucia in noi
come la fiamma che dorme nei ciocchi buttati nella legnaia.

(Permanenza, da “Chiaro enigma”, pag.87)

In altri termini, è la paura per la propria impossibilità umana, per l’incapacità di poter fare veramente qualcosa, che porta di conseguenza alla necessità di doversi accettare in una veste antieroica.

Il marziano mi ha incontrato per strada
e ha avuto paura della mia impossibilità umana.
Come può esistere, ha pensato tra sé, un essere
che nell’esistere mette un così grande annullamento dell’esistenza?

Il marziano si è allontanato, l’ho seguito.
Lo volevo come testimone.
Ma, rifiutando il colloquio, si è disintegrato
nell’aria costellata di problemi.

Sono rimasto solo in me, da me assente.

(Science fiction, da “Lezione di cose”, pag.109)

Carlos Drummond de Andrade

Carlos Drummond de Andrade

Molte liriche sono impregnate di un pessimismo di fondo, che se nelle prime raccolte tendeva ad essere indulgente verso sé stesso e gli altri è poi diventato, con il procedere degli anni, sempre più amaro e sconsolante, riflesso di un mondo che il poeta percepiva in costante declino. Quella che emerge da molti versi è infatti la crisi dei valori sociali, la crisi di un’umanità che sembra aver perso la capacità di sentire e di amare, la capacità di uscire da se stessa, di darsi veramente, di comunicare in modo sincero.
Soprattutto dalla terza raccolta poetica (Il sentimento del mondo), che coincide con un momento storico denso di tensioni e di lotte, di crisi sociali e politiche, di crescite dittatoriali che sfoceranno da lì a poco nel secondo conflitto mondiale, si percepisce la proliferazione di questo pessimismo cosmico, spesso velato di sottile ironia e accompagnato da un senso di inadeguatezza del proprio ruolo poetico. È la sfiducia nella capacità dell’uomo di sconfiggere il dolore e il male. È il dolore di un’anima poetica che sperava nel riscatto dalle ingiustizie sociali, ma che dopo la fine della guerra è ricaduta nell’incubo di una realtà che si ripropone sempre uguale a se stessa, anche se le persone hanno cambiato abito, strada, partito, fede. E Drummond risponde a tanta amarezza con una poetica della negazione, che anziché offrire speranza o conforto invita a non lamentarsi, a non piangere, a non chiedere, a non dire nulla, perché alla fine non ne vale la pena. Quella che riesce a sopravvivere, a volte, è solo una tenerezza verso la vita e gli uomini, un senso di pietas per le creature accomunate dal dolore. E insieme al pessimismo si accentua anche la convinzione di una fondamentale incomunicabilità della poesia, non senza un conflitto intimo tra la necessità di esprimersi e la consapevolezza della sua inutilità.

La poesia è incomunicabile.
Stattene storto nel tuo angolo.
Non amare.

Sento dire che c’è una sparatoria
all’altezza dei nostri corpi.
E’ la rivoluzione? l’amore?
Non dire niente.

Tutto è possibile, solo io impossibile.
Il mare trabocca di pesci.
Ci sono uomini che camminano sul mare
come se camminassero per strada.
Non raccontarlo.

Supponi che un angelo di fuoco
spazzasse la faccia della terra
e gli uomini sacrificati
chiedessero perdono.
Non chiederlo.

(Segreto, da “Brughiera delle anime”, pag.17)

Il poeta – ma il discorso vale anche per l’artista in generale, e non solo riferito a quell’epoca – non trova più una funzione ideale all’interno di una società che diventa sempre più capitalistica e utilitaristica, propensa più che altro a sottomettere e sfruttare, e quindi ne vuole denunciare il caos, i conflitti, il malessere esistenziale che produce nella gente, anche se nello stesso tempo è incerto dell’utilità di tale denuncia. Così la sua poesia oscilla tra il desiderio di gridare e quello di tacere, colta spesso dalla tentazione di chiudersi in se stessa, di cedere all’idea di non poter cambiare le cose. Ma anche se Drummond era convinto che la sua poesia non incidesse più di tanto sulla società, che fosse marginale, che non facesse troppo rumore, non poteva comunque fare a meno di mettere parole su carta. E per fortuna – pensiamo noi – altrimenti oggi non si avrebbe la possibilità di apprezzarne la produzione poetica, che veramente merita per i contenuti e la profondità del messaggio.

C’è ad esempio un’altra sua poesia che è molto indicativa, ancora oggi, della pochezza umana, così come viene registrata dagli occhi e dalla mente di un bue…

Così delicati (più di un arbusto) e corrono
e corrono da una parte all’altra, sempre dimentichi
di qualcosa. Certamente manca loro
non so quale essenziale attributo, sebbene si mostrino nobili
e gravi, a volte. Ah, spaventosamente gravi,
quasi sinistri. Poveretti, si direbbe che non intendano
né il canto dell’aria né i segreti del fieno,
così come sembra non discernano ciò che è visibile
e comune a ciascuno di noi nello spazio. E si fanno tristi,
e sulla spinta della tristezza arrivano alla crudeltà.
Tutta la loro espressione dimora negli occhi – e si perde
a un semplice abbassare di ciglia, a un’ombra.
Niente nei peli, nelle membra di inconcepibile fragilità,
e quanto poco cumulo c’è in loro,
e che secchezza, e che rientranze, e che
impossibilità di organizzarsi in forme calme,
permanenti e necessarie. Hanno, forse,
una certa grazia malinconica (un attimo) e con questo si fanno
perdonare l’agitazione scomoda e il traslucido
vuoto interiore che li rende così poveri e bisognosi
di emettere suoni assurdi e agonici: desiderio, amore, gelosia
(che ne sappiamo noi?), suoni che vanno in pezzi e cadono nel campo
come pietre afflitte e bruciano l’erba e l’acqua,
e difficile, dopo di ciò, è ruminare la nostra verità.

(Un bove vede gli uomini, da “Chiaro enigma”, pag.81)

Un’altra caratteristica della poesia drummondiana è quella di incorporare in se stessa i ritmi e le pause della vita quotidiana, con una grande attenzione per le piccole cose. C’è la capacità  nel poeta di registrare il circostante in modo preciso e puntuale, dalle miserie alle grandezze, che probabilmente gli derivava anche dall’attività giornalistica. Perché a Drummond, come spiega Tabucchi nell’introduzione, non interessavano le sonate sublimi, ma “la musica da quattro soldi”, ossia tutto ciò che veniva dal piccolo, dal quotidiano, dall’insignificante, dal niente. Anche se però questo è un niente che non muore, che resiste, che riesce a sopravvivere ai colpi ingrati della vita, che risale ogni volta dal pantano per deporre il suo poco. “Perché di tutto resta un poco”, scrive Tabucchi, “ed è con questo poco, che poi è il nostro tutto, col quale dobbiamo fare i conti”.

Di tutto è rimasto un poco.
Della mia paura. Del tuo ribrezzo.

Dei gridi blesi. Della rosa
è rimasto un poco.

È rimasto un poco di luce
captata nel cappello.
Negli occhi del ruffiano
è restata un po’ di tenerezza
(molto poco).

Poco è rimasto di questa polvere
che ti coprì le scarpe
bianche. Pochi panni sono rimasti,
pochi veli rotti,
poco, poco, molto poco.

Ma d’ogni cosa resta un poco.
Del ponte bombardato,
delle due foglie d’erba,
del pacchetto
-vuoto- di sigarette, è rimasto un poco.

Ché di ogni cosa resta un poco.
È rimasto un po’ del tuo mento
nel mento di tua figlia.

Del tuo ruvido silenzio
un poco è rimasto, un poco
sui muri infastiditi,
nelle foglie, mute, che salgono.

È rimasto un po’ di tutto
nel piattino di porcellana,
drago rotto, fiore bianco,
di rughe sulla tua fronte,
ritratto.

Se di tutto resta un poco,
perché mai non dovrebbe restare
un po’ di me? nel treno
che porta a nord, nella nave,
negli annunci di giornale,
un po’ di me a Londra,
un po’ di me in qualche dove?
nella consonante?
nel pozzo?

Un poco resta oscillando
alla foce dei fiumi
e i pesci non lo evitano,
un poco: non viene nei libri.

Di tutto rimane un poco.
Non molto: da un rubinetto
stilla questa goccia assurda,
metà sale e metà alcool,
salta questa zampa di rana,
questo vetro di orologio
rotto in mille speranze,
questo collo di cigno,
questo segreto infantile…
Di ogni cosa è rimasto un poco:
di me; di te; di Abelardo.
Un capello sulla mia manica,
di tutto è rimasto un poco;
vento nelle mie orecchie,
rutto volgare, gemito
di viscere ribelli,
e minuscoli artefatti:
campanula, alveolo, capsula
di revolver… di aspirina.
Di tutto è rimasto un poco.
E di tutto resta un poco.
Oh, apri i flaconi di profumo
e soffoca
l’insopportabile lezzo della memoria.

Ma di tutto, terribile, resta un poco,
e sotto le onde ritmate
e sotto le nuvole e i venti
e sotto i ponti e sotto i tunnel
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo
e sotto il muco e sotto il vomito
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi
e sotto i cardini della famiglia e della classe,
rimane sempre un poco di tutto.
A volte un bottone. A volte un topo.

(Residuo, da “La rosa del popolo”, pag.65)

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