Tag

, , , ,

A meno di trenta metri, in mezzo all’erba, il grosso leone si teneva appiattito contro il suolo. Aveva le orecchie abbassate e il suo unico movimento era un leggero fremito, su e giù, della lunga coda col ciuffo nero. Si era messo sul chi vive appena aveva raggiunto questo nascondiglio e soffriva per la ferita nella pancia, che era piena, e continuava a indebolirsi per quella ai polmoni, che gli faceva salire alla bocca una rada schiuma rossa ogni volta che respirava. I suoi fianchi erano umidi e caldi e le mosche si posavano sulle piccole aperture che i proiettili avevano praticato nella sua pelle fulva, e i suoi occhioni gialli, trasformati in due fessure dall’odio, guardavano diritto davanti a loro, chiudendosi solo quando, col respiro, veniva anche il dolore, e i suoi artigli erano piantati nella terra soffice cotta dal sole. Tutto in lui, dolore, nausea, odio e ogni forza residua, confluiva nell’assoluta concentrazione indispensabile per un attacco. Il leone sentiva gli uomini parlare e aspettava, raccogliendosi tutto in questa preparazione dell’attacco che avrebbe scatenato appena gli uomini fossero entrati nella radura. Quando sentì le voci la sua coda s’irrigidì, muovendosi su e giù, e quando gli uomini misero piede tra l’erba il leone mandò un grugnito cavernoso e attaccò.

(La breve vita felice di Francis Macomber, pag.23-24 – Tutti i racconti, I Meridiani, Mondadori, 1990)

Annunci