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Alice Munro, Uscirne vivi, Einaudi, 2014, 305 p

Alice Munro, Uscirne vivi, Einaudi, 2014, 305 p

Una grande scrittrice, davvero. Un Nobel pienamente meritato, così come l’epiteto di regina delle short stories, che senza dubbio le calza a pennello. I suoi racconti, anche se non si dilungano nei particolari, anche se non indugiano troppo nella stessa scena, riescono a trasmettere un impatto realistico e una presa emotiva che non sono da poco, ma che anzi colpiscono per la loro intensità. Tutto questo con il contributo di una scrittura curata, elegante, essenziale ma nello stesso tempo incisiva, che è capace di trasmettere delle sensazioni profonde anche quando descrive episodi di banalità quotidiana, senza dover per forza ricorrere al grande colpo di scena, al risvolto esagerato o brillante.

Per me questa è la sua prima raccolta, per la scrittrice forse l’ultima. Sembra infatti che con “Uscirne vivi”, il cui titolo originale è Dear Life (Cara vita), la Munro abbia sancito il suo commiato dalla scrittura, salvo eventuali ripensamenti. “Le prime e le ultime cose – e le più private – che ho da dire sulla mia vita”, c’è infatti scritto nell’introduzione agli ultimi quattro racconti, quelli di matrice autobiografica. Le varie storie (undici in tutto) sono ambientate nella provincia canadese dell’Ontario e hanno la caratteristica di mescolare l’osservazione della realtà con l’introspezione psicologica, concentrandosi in particolar modo sulle tematiche dell’amore, del matrimonio, del tradimento, del divorzio, della solitudine, della vecchiaia. Ogni cosa viene analizzata alla luce di quei piccoli fatti oggettivi e quotidiani che sconvolgono all’improvviso la vita delle persone, aprendo così lo spazio a nuove consapevolezze e spingendo ad azioni mai pensate prima. Al di sotto dell’apparente quiete iniziale di certi racconti cova infatti sempre il rischio di un imprevisto, di una sofferenza emotiva, di una trasgressione, di una svolta inaspettata.

Non penso che sia tanto facile scrivere un racconto, proprio per la necessità di dover condensare in uno spazio limitato situazioni e stati d’animo che richiederebbero margini ben maggiori. Ma la Munro ci riesce benissimo.
C’è una donna sposata, con una bambina, che non resiste al richiamo di una nuova passione, né alla tentazione di una fugace avventura durante un viaggio, anche se questa le costerà il tributo di un terribile spavento (Che arrivi in Giappone). C’è un uomo che salta giù da un treno e poi affronta la vita così come viene, abitando contesti e relazioni come fosse un semplice spettatore, sempre pronto a rifuggire da ogni cosa ma soprattutto da se stesso (Treno). C’è un’altra donna che ripercorre con lucidità l’evento tragico che ha coinvolto sua sorella e che ha segnato la sua infanzia, forse originato da un bisogno inconfessato di attirare l’attenzione di una madre troppo distratta (Ghiaia).
E poi c’è il racconto che mi è piaciuto di più, quello di una signora anziana che sta perdendo la memoria e che prende un appuntamento per farsi visitare da uno specialista. Ma poi, proprio mentre tenta di rintracciare l’ambulatorio del medico, la memoria comincia di nuovo a giocarle dei brutti scherzi, fino ad un finale che si rivela sorprendente. Questo, a mio avviso, è il racconto dalla trama perfetta che cattura dall’inizio alla fine e che difficilmente si dimentica, alla faccia delle tematica trattata che non riguarda solo la memoria ma anche la solitudine, la vecchiaia, la nostalgia per un passato che non si può recuperare. (In vista del lago)

Negli ultimi quattro racconti, parzialmente autobiografici, la scrittrice rievoca episodi della sua infanzia e giovinezza, dove il confine tra vita vera e finzione è difficile da individuare. Qui è di nuovo la memoria a giocare da protagonista, che però, nella visione strettamente personale dell’autrice, rappresenta “il modo in cui non cessiamo di raccontare a noi stessi la nostra storia e di raccontare agli altri versioni in certa misura diverse della nostra storia”. Viene allora da chiedersi quanto di vero o immaginato ci sarà nel racconto intitolato Notte, dove la Munro rievoca i pensieri, soprattutto quelli più foschi e inquietanti, che indirizzava alla sorellina quando erano ancora delle bambine… Sono pagine di delicata introspezione, ma rese in modo così lucido e vivido che sento ancora addosso qualche brivido nel ricordarle.

Non tutti i racconti mi hanno però soddisfatta nello stesso modo o mi sono rimasti ben impressi nella mente; come spesso capita quando si affronta una raccolta, ce ne sono alcuni che si assimilano meglio di altri perché magari hanno quell’ingrediente in più che stuzzica i pensieri o che soddisfa lo stato d’animo del momento. Le vicende che di solito preferisco sono quelle che partono da un sentimento o bisogno represso che gradualmente si risveglia e viene a galla, trasmettendo anche a chi legge una frotta di emozioni. E su questo nulla da obiettare, visto che la Munro è innegabilmente brava nell’infrangere specchi, immagini e forme apparenti, di modo che il lettore possa riconoscersi facilmente in uno o più frammenti dei suoi personaggi.
Avrei bisogno di leggere altro di suo per farmene meglio un’idea, ma l’impressione a caldo è quella di una scrittrice che sa parlare soprattutto al cuore delle donne, anche se non escludo la possibilità che possa comunque affascinare anche una mente maschile. Ma penso che per le donne sia più facile riflettersi nelle caratteristiche di questi personaggi femminili, nei loro stati d’animo così mutevoli e segreti, negli slanci passionali, nelle attese costellate da tante piccole inquietudini. Ripensandoci, forse è una lettura che potrebbe servire anche agli uomini per sondare meglio il misterioso e complesso universo femminile, anche se non garantisco che possano uscirne con la sensazione di averci capito veramente qualcosa. Perché noi donne siamo in realtà molto più complesse non solo dell’idea che di solito trasmettiamo agli altri, ma anche di quella che propiniamo a noi stesse ogni giorno, visto che quando ci convinciamo di essere fatte in un certo modo e di avere certe esigenze, nello stesso momento ci rendiamo anche conto di non averne l’assoluta certezza. E con questo penso di aver detto tutto, se non addirittura troppo.

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