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Il cappotto di Astrakan, Piero Chiara, Mondadori, 1978, 192 p.

Il cappotto di astrakan, Piero Chiara, Mondadori, 1978, 192 p.

Avevo ormai camminato per tutta Parigi. Guardando nelle stazioni del metrò le piante della città, mi accorsi che in un mese o poco più l’avevo percorsa in ogni senso. Vedevo, nelle planimetrie, l’Ile Saint-Louis al centro dell’agglomerato urbano, che è pressappoco rotondo o meglio a forma di una pagnotta, e facevo girare da quel punto un raggio per cent’ottanta gradi senza trovare strade che non avessi battuto, chiese, monumenti, palazzi storici, giardini, cimiteri che non avessi visitato. Mi chiedevo che senso avesse restarci ancora, se non facevo conoscenze e non trovavo quasi più nulla di nuovo da vedere.
Ma un giorno, avendo deciso di avvicinarmi a casa prima di sera per prendere un caffelatte coi biscotti in una latteria, passando per rue Chevalier, nei pressi di place Saint-Sulpice, fui sorpreso da una vista inaspettata. Dietro le tapparelle non completamente abbassate d’una stanza al primo piano della casa di fronte, era possibile intravedere una donna nuda. Negli spazi tra le listarelle si delineava, a tratti luminosi, la sagoma di un bel corpo, interrotta e come tagliata dalla luce ogni due o tre centimetri. Forse la donna faceva degli esercizi o si studiava a uno specchio, perché prendeva posizioni da ballerina, alzando le braccia, riunendole dietro il capo o mettendole ai fianchi. Improvvisamente la visione che mi aveva immobilizzato quasi sull’attenti, scomparve.
Restai a lungo sul marciapiede, riscaldato dallo spettacolo che si era offerto ai miei occhi e attento al portoncino nella speranza di poter riconoscere, benché rivestito, il modello femminile che mi aveva colpito. (pag. 27-28)

La scena sopradescritta sembra estrapolata da un’altra epoca e forse ci riporta alla mente l’immagine di un vecchio film. Alquanto rara o impossibile ai giorni nostri, non solo nelle storie romanzate ma anche nella realtà. Quando mai capita infatti, passeggiando in città la sera, di intravedere nella cornice di una finestra uno spettacolo simile? Qualcosa di piacevole e sensualmente intrigante, che si fa vedere solo a tratti, che stimola l’immaginazione e spinge a fantasticare… Credo sia più facile scorgere, mantenendo lo sguardo ad un’altezza media, qualche procace figura agghindata in modo più o meno succinto e ben piantata vicino a un lampione, che più che attirare lo sguardo lo rende rapido e fugace, se non indifferente. In realtà siamo così abituati alla nudità sfoggiata e sbandierata, grazie anche al contributo quotidiano delle immagini televisive e pubblicitarie, che a momenti non ci fa neppure effetto.
Che bello quindi riscoprire in un romanzo d’annata un episodio simile (la prima edizione è del 1978, come la copia che ho trovato in biblioteca), con quell’atmosfera leggermente piccante d’altri tempi, che non cade mai nell’eccesso e nella volgarità ostentata. Ed è piacevole avvertire in queste pagine anche quel tipico impaccio maschile che oggi sembra quasi scomparso, oscillante tra l’impeto audace e il timore reverenziale, così come si manifesta nel protagonista nel momento dell’effettivo incontro con l’oggetto dei suoi desideri…

La storia, all’inizio abbastanza semplice anche se poi prende un andazzo singolare e movimentato, è narrata in prima persona e ci parla di un provinciale lombardo che decide di trasferirsi per un periodo a Parigi senza un motivo ben preciso, più che altro per avere poi qualcosa di interessante da raccontare agli amici in osteria, una volta rientrato nel suo paese. Qui trova una camera in affitto presso l’appartamento di una vedova e poi, tra quotidiane passeggiate lungo i boulevards e cene a base di caffellatte, si lascia avvolgere a poco a poco dall’atmosfera di quella che negli anni Cinquanta veniva ancora considerata la capitale del mondo, “paradiso dell’arte e delle lettere e soprattutto una specie di città libera, dove ognuno poteva andare e venire a suo piacimento, fare l’artista, il poeta o il gabbamondo”. Un po’ alla volta entra anche nelle simpatie dell’anziana affittuaria, che tenta di farne un sostituto del figlio che l’ha abbandonata da tempo. Il protagonista si ritrova così a dormire nel letto di questo fantomatico figlio, a indossarne i vestiti, a leggere i suoi libri, a ricopiare addirittura i suoi pensieri che sono raccolti in una specie di zibaldone. Nel frattempo accade anche l’incontro fatidico con Valentine, la misteriosa donna descritta nel brano iniziale, quando una sera, vagando senza meta, gli capita di scorgere dietro le tapparelle di una finestra la silhouette di un corpo femminile nudo. Da questo momento, complice anche un bizzarro cappotto di astrakan che per necessità dovrà indossare, il nostro uomo viene invischiato sempre di più in una vicenda dai risvolti rischiosi e piccanti, dove tra amplessi, bugie e scoperte inquietanti si approda ad un finale che sembra sciogliere, improvvisamente, qualsiasi tipo di tensione.

Nel suo complesso è una vicenda tratteggiata con gusto e naturalezza, anche quando diventa un po’ bizzarra e stuzzicante, e penso che pochi altri autori sarebbero stati in grado di ottenere un risultato simile con altrettanta suspense e piacevole ironia. La scrittura di Chiara è infatti godibile e comunicativa, facilmente assorbibile dal lettore, eppure si nota che dietro l’impalcatura non manca un lavoro di accuratezza e precisione. I suoi ritratti sono, per dirla con le sue parole, “di varia umanità e di fortuita amenità”, come sempre ambientati nelle località del Lago Maggiore, dove lo scrittore riesuma ricordi di vita vissuta, di cose fatte da lui personalmente o da gente conosciuta, colorandoli con un po’ di fantasia prima di introdurli nel suo universo letterario. Sono storie di persone comuni che spesso incappano in avventure stravaganti, come accade al protagonista di questo romanzo.

Studiando la sua biografia, è interessante scoprire che lo scrittore trascorse un’infanzia e un’adolescenza costellate di continui insuccessi scolastici. La sua formazione letteraria si è formata quindi in seguito, in modo libero e autonomo, da perfetto autodidatta, intensificata anche da esperienze di vita molto intense, dove i viaggi e i soggiorni all’estero contribuirono a fornirgli nuovi stimoli. Inutile negarlo, spesso sono proprio le persone alle prese con inziali difficoltà che maturano nel tempo i frutti migliori, forse perché non si lasciano condizionare da una visione troppo ordinaria e ristretta della vita.
Ed è un peccato constatare che dopo i successi raccolti negli anni Settanta-Ottanta, amplificati anche dalla trasposizione cinematografica di alcuni romanzi, la sua figura sembra essere caduta un po’ alla volta nel dimenticatoio. Bisogna anche dire che c’è sempre stata una fetta della critica letteraria – quella con la puzza sotto il naso, che non riusciva a perdonargli il grande successo di pubblico e i milioni di libri venduti – che si dimostrò sempre restia a concedergli le giuste attenzioni. Forse in tutto questo ha giocato un po’ anche l’invidia. Il problema è che molte persone passano il tempo a contare i colpi di fortuna degli altri invece che i propri, e l’invidia si manifesta spesso anche attraverso l’indifferenza o la svalutazione dell’altro, più di quanto lo si immagini. Una situazione che oggi non sembra molto cambiata, visto che di Piero Chiara se ne parla poco o niente, tanto che è difficile trovare in giro articoli o recensioni che lo riguardano. Della letteratura italiana della seconda metà del secolo scorso si continuano infatti a tessere le lodi di un Calvino, di un Moravia, di uno Sciascia, mentre il povero Chiara langue in un angolo quasi dimenticato, dove purtroppo è in buona compagnia visto che oggi si parla poco anche di Carlo Cassola, Vasco Pratolini, Natalía Ginzburg, Goffredo Parise, Giuseppe Berto e altri ancora che meriterebbero, almeno ogni tanto, di stare sotto la luce dei riflettori.

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