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Fame, Knut Hamsun, Adelphi, 2009, 186 p.

Fame, Knut Hamsun, Adelphi, 2009, 186 p.

Ci siamo mai chiesti quali possano essere le conseguenze di un digiuno prolungato e non voluto? Possiamo immaginarcelo cosa significhi stare per alcuni giorni senza mangiare? Senza mangiare veramente? Fino al punto di sentirsi sconvolti dalla brutalità dei morsi che attanagliano lo stomaco, spaventati dalla debolezza che si impossessa di ogni arto, storditi dall’angoscia che obbliga la mente a farneticare… E come se non bastasse, sentirsi soprattutto tormentati da quell’urgenza fisiologica di nutrirsi che non dà pace, da quella necessità di ingurgitare cibo, di ingurgitarne tanto, con una bramosia che non concede tregua e che infierisce in ogni momento della giornata, fino a quando un’occasione soddisfa finalmente tale necessità, che però viene quasi subito mortificata da un tremendo conato di vomito, perché lo stomaco non è più abituato a trattenere nessun alimento…

É possibile figurarselo tutto questo senza averlo vissuto in prima persona? Per quanto mi riguarda ne sono poco convinta, e infatti fin dal giorno in cui ho letto per la prima volta questo libro, che tratta appunto dei travagli causati dalla fame, mi sono sempre chiesta se all’autore fosse capitata la disgrazia di provare un’esperienza simile per riuscire a descriverla così bene. La sofferenza patita dal protagonista del romanzo è infatti di una tale portata e intensità, accentuata anche dalla narrazione in prima persona, che sospettarlo è quasi d’obbligo. Sono quindi andata a caccia di ulteriori informazioni e ho scoperto che la storia è in gran parte autobiografica; forse lo scrittore non sarà proprio arrivato al punto di dormire sulle panchine, e magari non avrà nemmeno sfiorato così tante volte la morte, ma l’infanzia passata nella miseria c’è stata, così come la continua ricerca di un lavoro nello strenuo tentativo di sopravvivere decorosamente, fino al raggiungimento dei primi successi letterari.

Quindi Knut Hamsun ha conosciuto, come confermò lui stesso, «il mistero dei nervi in un corpo affamato». E in questo romanzo, che risale al 1890, seguiamo infatti le vicissitudini del suo alter-ego, impersonato da un giovane uomo che lotta ogni giorno per affermarsi come giornalista, ma che nello stesso tempo è costretto a combattere in modo ancora più arduo contro la fame e la povertà. La vicenda si svolge per le vie di Christiania, l’attuale Oslo, dove il nostro gira senza un soldo in tasca, alla ricerca di un lavoro che non trova, ossessionato dal pensiero di trovare qualcosa da mettere sotto i denti, fosse anche un avanzo, un rimasuglio di cibo, nei casi più disperati un truciolo da masticare. Costretto spesso a saltare i pasti, oltre che a bivaccare all’aperto quando non è più in grado di pagare la pigione, l’uomo si sforza di scrivere degli articoli anche nelle situazioni più estreme e disagiate, sempre mosso dalla speranza di ricavarci un po’ di guadagno. Ogni tanto un flusso travolgente di pensieri gli fa scrivere un pezzo di rara bellezza, che gli permette di intascare qualche bella corona, altre volte invece l’ispirazione si arena, si rivela sfuggevole e incostante, e quando le parole non arrivano sul foglio prendono subito forma i fantasmi dell’insicurezza, della rabbia e dell’autocompatimento, che a volte sconfinano nel delirio e nelle allucinazioni, già sollecitate dai morsi della fame.
Una situazione che, fame a parte, rispecchia molto bene lo stato d’animo di chi investe tutte le sue energie nell’arte della scrittura e poi deve fare i conti con una musa ispiratrice che non è sempre presente. Spesso si tratta di dover affrontare non solo dei blocchi creativi, ma anche delle difficoltà esterne che ostacolano i tentativi personali di autoaffermazione, tra cui le mezze promesse e le attese illusorie imposte dagli altri che mettono a dura prova la capacità di resistenza e la fede nei propri mezzi, così come accade al protagonista del nostro romanzo.

Una scena tratta dal film Sult (1966), diretto dal regista Henning Carlsen, basato sull'omonimo romanzo di Knut Hamsun. Al Festival di Cannes dello stesso anno Per Oscarsson, l’attore protagonista, ha ricevuto il premio per la miglior interpretazione maschile. Il Ministero per la Cultura danese lo ha inserito nei dieci migliori film del canone culturale nazionale.

Una scena tratta dal film Sult, diretto nel 1966 dal regista Henning Carlsen, basato sull’omonimo romanzo di Knut Hamsun. Il Ministero per la Cultura danese lo ha inserito nei dieci migliori film del canone culturale nazionale. L’attore protagonista, Per Oscarsson, è stato premiato al Festival di Cannes dello stesso anno.

Caparbio nel proseguire la strada della scrittura nonostante le difficoltà che la sorte gli riserva a palate, sempre pronto a innamorarsi di un’idea, di un’immagine o finanche di una donna, l’antieroe di questa drammatica vicenda è costretto ad imbastire ogni tanto una lotta anche con se stesso oltre che con la fame, in particolare per questioni di coscienza. Quando infatti la situazione precipita troppo in basso, gli diventa quasi impossibile resistere alla tentazione di approfittare delle distrazioni altrui, anche se poi deve fare i conti con un giudice interiore che non gli perdona nulla. Così alla sofferenza dello stomaco si aggiunge anche quella dell’anima.
Ma il guaio peggiore è quando si lascia guidare da uno stupido orgoglio che si rivela controproducente, perché gli impedisce di chiedere un aiuto sincero a chi potrebbe forse aiutarlo. É la stessa dignità orgogliosa che poi lo spinge, dopo una piccola e inaspettata fortuna, ad un atteggiamento quasi snobistico nei confronti dei soldi, visto che nel momento di maggior bisogno li sperpera in beneficenza o nel saldo di un vecchio debito di cui nessuno conserva memoria, come se privandosi del denaro volesse dar prova a se stesso di non essere ancora arrivato al gradino più basso della scala sociale. Sono azioni apparentemente nobili che in realtà nascondono un’esigenza personale di riscatto interiore, di riabilitazione morale soprattutto agli occhi della propria coscienza, ma che alla fine non servono a nulla perché lasciano in condizioni più disperate di prima.

Non dirò altro della trama, né mi voglio dilungare sui brevi momenti di speranza o felicità che investono il protagonista, perché ciò che mi interessa è darvi un’idea, anche se parziale, dei possibili effetti collaterali della fame. Di cui il più inquietante è forse quello di un progressivo estraniamento dalla realtà, di un vagheggiamento sempre più delirante…

 Mentre, semisdraiato, facevo scorrere lo sguardo lungo il petto fino alle gambe osservai i piccoli scatti del mio piede a ogni pulsazione. Mi rizzai, mi guardai i piedi e provai una sensazione fantastica, ignota: un fremito strano, sottile, mi vibrava nei nervi come un brivido di luce. Guardandomi le scarpe ebbi l’impressione di aver ritrovato dei cari conoscenti e di aver riconquistato una parte di me stesso che mi era stata sottratta. Un senso di riconoscimento mi tremò nell’anima, gli occhi mi si empirono di lagrime e le mie scarpe mandarono quasi un sommesso bisbiglio. (pag.27)

Che in certi casi, al culmine della disperazione, può anche spingere ad azioni assurde e impensabili…

 Feci ancora un tentativo per destarmi da quello strano intontimento che mi filtrava in tutte le membra come una nebbia. Provai ad alzarmi, battei le palme sulle ginocchia, tossii con tutta la forza che mi rimaneva… e ricaddi sul letto. Tutto inutile. Stavo morendo a occhi aperti abbandonato a me stesso. Infine mi misi l’indice in bocca e incominciai a succhiare. Allora il cervello incominciò ad agitarsi e un pensiero vi si formò timidamente, un’idea folle: e se mordessi? Senza riflettere chiusi gli occhi e strinsi i denti. (pag.109)

Ma l’effetto più grave è l’impossibilità, in alcune circostanze, di trattenere il cibo nello stomaco, soprattutto dopo un digiuno sofferto e prolungato…

 Il cibo cominciava ad agire. Soffrivo terribilmente e non riuscivo più a tenerlo. A ogni angolo buio che incontravo sputavo per liberarmi, pur lottando contro quel malessere che mi scuoteva, e stringevo i pugni, battevo i piedi e inghiottivo rabbiosamente per oppormi al vomito… ma invano. Infine entrai sotto un portico, accecato dall’acqua che mi empiva gli occhi, e piegandomi in due vomitai tutto. (pag. 113)

Con la conseguenza di dover riaffrontare lo spettro della fame, ripercorrendo un’esperienza che diventa sempre più pesante e insostenibile…

 Avevo di nuovo un appetito formidabile, una voglia di divorare avidamente che diventava sempre più acuta e cattiva. Mi sentivo rodere lo stomaco senza misericordia: pareva vi si svolgesse un lavorio strano e silenzioso, che ci fossero alcune dozzine di animaletti graziosi: essi posavano la testina da una parte e rosicchiavano un altro poco, poi stavano fermi un momento e ricominciavano, mordevano senza rumore e senza fretta e, dove arrivavano, lasciavano il vuoto e il deserto. (pag.131)

Come più o meno si è capito, leggere questo libro vuol dire farsi un viaggio all’inferno al fianco del protagonista. Vuol dire subire e patire insieme a lui, dormire sulle panchine, sentire le budella che si torcono per la fame, adirarsi contro Dio e le ingiustizie del mondo, e poi anche pentirsi, commuoversi, abbandonarsi al sogno e ai miraggi della fantasia, ritrovare la gioia nelle più piccole cose, per poi di nuovo precipitare nel baratro, abbattersi, svilirsi e tornare a inveire contro la sorte e gli uomini. É un vero e proprio viaggio nel girone dei dannati che una volta iniziato non si può interrompere, bisogna per forza arrivare fino all’ultima pagina.

Leggiamolo quindi questo libro, immergendoci nella vicenda con tutti i sensi. E quando l’abbiamo finito cancelliamo dalla mente la trama, il personaggio e anche l’ambientazione, conservando dentro di noi solo quella sensazione tremenda della fame patita, così ben trasmessa dalle parole dell’autore. Impossibile dimenticarla, visto che dopo aver letto queste pagine te la senti quasi incollata addosso. E prima che ci sfugga, prima che la vita con le sue mille distrazioni ci riporti a cose molto più futili e banali, prendiamo la decisione di fare qualcosa di utile per quelle persone che ancora oggi patiscono la fame nel mondo. Una qualsiasi cosa, anche piccola, nel limite delle nostre possibilità, affinché l’esperienza raccontata da Knut Hamsun, come quella di altri autori che hanno avuto il coraggio di affondare il bisturi negli aspetti più crudi della realtà, non sia stata scritta inutilmente.

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