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Uomo e cammello, Mark Strand, Mondadori, 2007, 85 p

Uomo e cammello, M.Strand, Mondadori, 2007, 85 p.

Un’altra bella raccolta di Mark Strand, poeta della disillusione e del paradosso, pubblicata qualche anno fa da Mondadori e tradotta magistralmente da Damiano Abeni. Sono pagine, anche queste, caratterizzate da meditazioni in versi sul senso della vita, del destino, della fine e della morte, sempre in bilico tra un tono desolato e ironico.

Com’è nello stile del poeta, anche qui si può gustare quella tipica alternanza tra pura invenzione e apertura al reale, tra una visione onirica e una più concreta della vita, che mai pretende di dare delle risposte alle inquietudini umane. Tutto rimane come sempre in sospeso, in un clima quasi rarefatto, disponibile a varie interpretazioni.

Il figlio entra nella camera della madre
e sta in piedi accanto al letto dov’è sdraiata la madre.
Il figlio crede che lei gli voglia dire
quello che lui brama sentire – che lui è il suo bimbo,
il suo bimbo per sempre. Il figlio si china a baciare
le labbra della madre, ma le labbra sono fredde.
La sepoltura dei sentimenti è cominciata. Il figlio
tocca le mani della madre per l’ultima volta,
poi si volta e vede il volto pieno della luna.
Una luce di cenere cade sul pavimento.
Se la luna potesse parlare, cosa direbbe?
Se la luna potesse parlare non direbbe niente.
(Madre e figlio, pag.45)

Parole, immagini e sensazioni si succedono in spazi e tempi incerti mescolandosi, di tanto in tanto, con degli sprazzi di luce, dove ogni verso viene valorizzato da scelte lessicali che non concedono eccessi al virtuosismo ma che anzi levigano, sottraggono, asciugano fino all’essenziale. Le disillusioni e i paradossi abbondano, ma cercano sempre di fondersi con la realtà del mondo per non diventare mere astrazioni, perché in fondo il loro compito è soprattutto quello di “distrarre”, di mantenere il poeta – e quindi anche chi lo legge – sempre “un passo avanti al buio”. L’uomo è infatti il protagonista indiscusso dei versi di Strand, interpretato talvolta anche in termini soggettivi e in perpetua oscillazione tra realtà e sospensione metafisica. Il senso della morte e della fine delle cose, che anche se espressi in modo ironico e surreale non peccano di significato, fanno spesso da leitmotiv alla sua arte poetica.

Non penso a Morte, ma Morte mi pensa.
Si rilassa in poltrona, si sfrega le mani, s’accarezza
la barba e dice: “Penso a Strand, penso
che nei prossimi giorni uscirò in cortile, brandendo la falce
o guardando controluna la mia clessidra, e Strand uscirà
in giacca e cravatta e insieme sotto gli alberi spogli
dei boulevard passeggeremo fino alla città delle anime. E quando
saremo nella Grande Piazza dai palazzi di marmo, le moltitudini
che lì attendevano ci saluteranno con pianti deliranti,
e le loro lacrime, rese dure e fredde come vetro dall’essere state
tanto a lungo trattenute, cadranno, e scrosceranno sul selciato.
Oh, che sia presto. Che sia presto.”
(2002, pag.17)

Quella di Strand è una poesia che colpisce per i suoi tratti essenziali, per il respiro breve, per le immagini ben ritagliate, nitide e folgoranti, per l’ironia stemperata ma in ogni caso percepibile. Ma è anche una poesia che, proprio in virtù del paradosso che spesso la contraddistingue, può arrivare al punto di rivoltarsi contro il suo stesso ideatore. Come ad esempio nei versi che seguono, dove il poeta tenta di dare un significato all’uomo e al cammello, li abbina in un’immagine ideale e li fa pure cantare, ma loro sembrano non gradire tale sforzo…

La vigilia del mio quarantesimo compleanno
stavo in veranda a fumare
quando di punto in bianco un uomo e un cammello
apparvero. Dapprima nessuno dei due emetteva
alcun suono, ma mentre adagio risalivano la strada
e uscivano dal paese, i due cominciarono a cantare.
Ma quello che cantavano è rimasto un mistero per me –
le parole erano vaghe e il motivo
troppo ornato da ricordare. Dentro al deserto
andavano e nell’andare le loro voci
si alzavano all’unisono sul lieve scrosciare
della sabbia soffiata dal vento. La meraviglia del canto,
l’amalgama vago di uomo e cammello pareva
l’immagine ideale di ogni coppia fuori dal comune.
Era questa la sera che avevo atteso tanto
a lungo? Volevo credere lo fosse,
ma proprio mentre erano sul punto di svanire, l’uomo
e il cammello interruppero il canto, e al galoppo
tornarono in paese. Si fermarono davanti alla veranda,
fissandomi con occhi piccoli e lucenti, e dissero:
“Hai rovinato tutto. L’hai rovinato per sempre”.
(Uomo e cammello, pag.19)

Nel volume in questione figurano anche quattordici quartine commissionate all’autore dal Quartetto d’Archi Brentano, che sono state poi intercalate alle Variazioni di Anton Webern durante una serie di concerti. Come dire che i versi di questo poeta si combinano bene con una melodia di tipo introspettivo ma nello stesso tempo ricca di vibrante intensità, dove i singoli suoni, simili a delle pennellate calligrafiche, assumono una forza espressiva così intensa da permettere alla mente e al cuore di chi ascolta di sintonizzarsi sull’essenza del momento presente. Purtroppo non sono riuscita a trovare un video di queste performances, svoltesi anni addietro in diverse università americane, ma per darvi un’idea del particolare accostamento musica/poesia vi propongo le Variazioni Webern per orchestra (op.30) dirette dal maestro russo Vladimir Jurowski, da ascoltare in sottofondo, se vi fa piacere, mentre leggete le meravigliose quartine di Strand.

Il suo flusso improvviso
che scosta via i rami,
tarda estate che balena verso
l’immagine della propria assenza

Nel cuore del nulla,
nei vuoti radiosi,
persino la lingua dello svanire
lascia se stessa alle spalle

Nuvole, alberi, case,
nel sentimento che destano
all’approssimarsi del buio, paiono
frammenti di un’altra vita

Si può setacciare quel che resta –
la polvere di frasi pronunciate una volta,
le rovine di una passione –
ogni volta è di meno

La voce che si abbassa,
la voce che si volge
e prolunga il filo
del senso, il filo del suono

Quei viali di luce
che scorrevano tra le nuvole
qualche attimo fa sono scomparsi,
e d’improvviso è buio

Chi resterà a imbastire e
a cucire il sudario del canto,
le case tornate al loro posto, le piante
che sorgono da un’ombra purpurea?

Non troppo tardi per vedere se stesso
passeggiare sulla spiaggia la sera,
con che naturalezza viene il mare,
si spande, si ritira, scompare

Con che naturalezza respira,
e la mezzaluna levatasi tardi,
estratta dalla tenebra, guarda giù
e pare soffermarsi sulle onde

Sotto la luna e le stelle,
che sono quel che sono sempre state,
cosa dovremmo essere se non noi stessi,
in questa luce, che è luce da niente?

Cosa dovremmo sentire se non la voce
che dovrebbe essere nostra prendere forma,
la voce segreta dell’essere che ci dice che il luogo
in cui scompariamo è il luogo in cui siamo?

Come interpretare la fine di una stagione,
il refolo di freddo trascinato lungo
i corridoi della notte,
il vento che scosta via le foglie?

La visione del proprio passare passa,
i giorni scorrono in altri giorni,
la voce che cuce e imbastisce
riprende la sua opera

E tutto trasmuta e trasmuta
e l’ignoto trasmuta nel canto
che è ciò che è noto, ma cosa a sua volta
ne sia del canto, non sta a noi dirlo

(Le variazioni Webern, pag.59)

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