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Eugénie Grandet,  Honoré de Balzac, Garzanti, 2013, 175 p.

Eugénie Grandet, Honoré de Balzac, Garzanti, 2013, 175 p.

Il romanzo, che si ascrive alla corrente realista e fa parte di quel grandioso affresco della società francese ottocentesca che va sotto il nome di “La Comédie humaine”, rispecchia la visione di Balzac per la borghesia del suo tempo, considerata gretta, arida, accecata dal guadagno e quindi condannata alla solitudine materiale e spirituale.
Uno dei personaggi centrali è infatti Felix Grandet, un ex bottaio che si è arricchito grazie a delle speculazioni e che nasconde dentro casa, in una stanza di cui solo lui ha le chiavi, soldi e preziosi accumulati negli anni, costringendo la moglie e la figlia Eugénie ad uno stile di vita morigerato, senza alcuna concessione ai più piccoli piaceri. Per darvi un’idea della sua grettezza, che non ha nulla da invidiare a quella dell’Arpagone di Molière, vi basti pensare che questo marito padre padrone costringe tutta la famiglia ad indossare abiti vecchi e logori, a vivere in camere malamente riscaldate d’inverno, a risparmiare addirittura sulle zollette di zucchero o sulla quantità di sapone da usare per il bucato. Ma la cosa più urtante di quest’uomo, che bisogna immaginarselo con una corporatura tozza e le spalle larghe, con la faccia tonda e la fronte rugosa, con i capelli gialli e brizzolati, con le labbra sottili e una grande verruca sul naso, è l’odiosa reazione che manifesta ogni volta che coglie in fallo qualcuno, quando si accorge che uno dei suoi tanti diktat è stato violato. In questi frangenti diventa acido e furioso, cinico e molesto, totalmente noncurante della sensibilità altrui, al punto da risultare fastidioso anche per il lettore. E questo va naturalmente a merito dello scrittore, che ha saputo rendere così bene le suddette situazioni.

Monsieur Grandet non è però solo un grande spilorcio, non è solo tormentato dall’idea di monetizzare ogni più piccolo evento, ma è anche e soprattutto un individuo che convive ogni giorno con l’angoscia che gli altri possano scoprire il reale ammontare della sua fortuna. Il suo spauracchio più grande è che qualcuno cerchi di approfittare della sua disponibilità economica, sottraendogli qualcosa che gli appartiene, e quindi si dimostra costantemente diffidente nei confronti del prossimo. Del resto, come ci insegna la psicoanalisi, quando l’avarizia arriva al punto di far vivere una persona al di sotto delle proprie possibilità finanziarie, spingendola ad esercitare un controllo ossessivo sulle spese e sul comportamento di chi gli vive accanto, il rischio di sconfinare in una vera e propria patologia è più che possibile. E sotto questa smania di cristallizzare le cose e di rifiutare i cambiamenti si nasconde una fondamentale paura dell’invecchiamento, del declino, della morte. L’accumulo, quindi, come protezione contro le minacce del mondo esterno, come rifiuto dell’avvenire e del divenire, come speranza illusoria di scansare la morte. Quest’ultima è infatti la nemica più acerrima dell’avaro, perché lo rende suo malgrado generoso.

Ma anche la vita, come ben sappiamo, non risparmia a nessuno le sue prove. Ben presto la sobria monotonia della famiglia Grandet viene infatti scombussolata dall’arrivo di Charles, figlio di un parente che è sull’orlo del fallimento. E se monsieur Grandet accetta malvolentieri il nipote in casa, perché al solo pensiero di doverlo mantenere per un certo periodo non dorme più la notte, per Eugénie l’arrivo del cugino è invece come una ventata d’aria fresca, come una finestra che si spalanca all’improvviso su una stanza che è stata per troppi anni al chiuso.
Charles, dal canto suo, abituato al lusso e alla vita mondana di città, si sente come un pesce fuori dall’acqua nell’ambiente spoglio e dimesso di questi suoi parenti di provincia, ma non per questo trascura di incantare con gli sguardi e con il suo modo di fare la dolce Eugenie, che da subito si sente trasportata in una dimensione diversa da quella che fino allora aveva conosciuto. Da questo momento cominceranno a prendere forma dei graduali cambiamenti nell’habitat familiare, sulla scia del sentimento che germoglia un po’ alla volta nel cuore della ragazza, che seppure non corrisposta troverà il coraggio di fare cose mai fatte prima, anche a costo di subirne delle dure conseguenze.

Giunta a questo punto non dirò altro della trama, che comunque è abbastanza semplice e scontata anche nelle vicende successive, forse perché all’autore interessava dare maggior spazio ai pensieri, alle emozioni, agli stati d’animo dei protagonisti. Ogni cosa è dipinta nel dettaglio, anche i luoghi, le stanze, i mobili, il vestiario, le abitudini e i piccoli gesti quotidiani, ma ciò che viene tratteggiato con maestria è proprio il risvolto psicologico dei personaggi: il padre avido e senza cuore, insensibile a qualsiasi cosa che non gli risuoni nelle orecchie come il tintinnio di una moneta; la madre pavida e sottomessa, a tal punto incapace di reagire da cadere in malattia; il cugino affascinante e seducente, che tutto è meno ciò che sembra. E al centro di questo sconfortante quadro spicca, per purezza e nobiltà d’animo, l’amabile figura di Eugénie, che assomiglia al padre solo in termini di caparbietà, mentre per tutto il resto è come mettere a confronto la luce del giorno con il buio della notte.
Ciò che nel romanzo mi è sembrato più interessante è proprio questo continuo confronto tra padre e figlia, che gioca sul binomio avidità-generosità portandolo spesso a limiti estremi: più Felix si ostina a incarnare il vizio capitale dell’avarizia, più Eugénie esprime la virtù dell’altruismo. E’ la difesa strenua di una ricchezza stolta, ottusa e in fondo miserevole, a fronte di uno slancio filantropico che non vorrebbe avere limiti. Se papà Grandet prova un senso di beatitudine e regredisce a una sorta di piacere infantile alla contemplazione del denaro, se di fronte alle figure sacre si rianima non per il significato che hanno ma per il luccichio dell’oro che le riveste, la figlia Eugénie, al contrario, esprime a tal punto la purezza del suo cuore e il disinteresse per il denaro da mettersi nella condizione di privarsene continuamente per aiutare gli altri, ricorrendo anche a dei sotterfugi se le circostanze glielo impongono.

Forse l’intento di Balzac era quello di spingere i lettori a riflettere sui valori più essenziali della vita, dimostrando come anche un grande patrimonio possa fare ben poco per la felicità propria e altrui, soprattutto se viene vissuto solo come un mezzo per possedere sempre di più. Come dire che l’avidità produce egoismo e aridità emotiva, facendo affogare l’animo umano in uno squallore che non ha limite. Ma l’intento dell’autore è appunto quello di dimostrare, non di giudicare, non di fare la morale: il messaggio traspare semplicemente dai sentimenti e dalle azioni dei vari personaggi, che procedono sotto i colpi di una sorte talvolta favorevole e altre volte avversa, cosicché anche la prospettiva di una lieta conclusione rimane avvolta nel dubbio fino all’ultima riga.

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