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La banalità del male, Hannah Arendt, Feltrinelli, 300 p., 2011

La banalità del male, Hannah Arendt, Feltrinelli, 300 p., 2011

Tribunale distrettuale di Gerusalemme, aprile 1961. Dentro una gabbia di vetro anti-proiettili, costruita appositamente per proteggerlo, si intravede “un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà (riuscendovi quasi sempre) di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo.” Si tratta di Adolf Eichmann, ex ufficiale delle SS esperto in evacuazione e deportazione, incolpato di aver smistato milioni di ebrei nei campi di concentramento con l’incarico di farli liquidare. L’imputato sta aspettando di essere giudicato dalla corte israeliana “per crimini contro l’umanità commessi sul corpo del popolo ebraico”. Verrà condannato a morte per impiccagione dopo poco più di un anno, nel maggio del 1962.
Hannah Arendt, filosofa e scrittrice tedesca di origini ebree, che negli anni Trenta emigrò dalla Germania per evitare le terribili persecuzioni naziste, viene incaricata dal settimanale The New Yorker di seguire le varie fasi del processo per farne un resoconto da pubblicare in una serie di articoli. Il risultato di tali scritti, poi raccolti e pubblicati nel libro La banalità del male (1963), avrà l’effetto di una bomba al fulmicotone, perché solleverà parecchie questioni di carattere politico, giuridico, sociologico e filosofico che verranno più volte dibattute negli anni futuri. Ma cosa avrà mai scritto la Arendt per provocare un tale polverone?

Innanzitutto la giornalista ebbe il coraggio di criticare le procedure e le modalità del processo, che a suo avviso rappresentava uno spettacolo voluto da Ben Gurion, primo ministro del neonato Stato d’Israele, che aveva fatto di tutto affinché Eichmann venisse giudicato nel tribunale di Gerusalemme e non davanti ad una corte internazionale, in modo da poter dare piena soddisfazione alla sete di giustizia del popolo ebraico. L’ex gerarca nazista era stato infatti rapito di nascosto dagli agenti governativi israeliani, mentre viveva in Argentina sotto falso nome, e già questo fatto costituiva di per sé una violazione del diritto internazionale.
Inoltre, sempre secondo la Arendt, era fin troppo evidente che il processo non si stesse svolgendo sulla base di una giusta parità tra accusa e difesa, visto che quest’ultima non ebbe né i mezzi né il tempo (forse neppure la volontà) per organizzarsi bene, a differenza dell’accusa che aveva invece avuto accesso ad un imponente materiale raccolto dalla polizia d’Israele. Insomma, dietro l’operato di Hausner, il Pubblico ministero incaricato di dipingere Eichmann come il diavolo in persona, si profilava l’ombra del governo israeliano, che per la prima volta nel corso della Storia aveva finalmente la possibilità di giudicare dei crimini compiuti contro il proprio popolo, e di certo non voleva farsi sfuggire tale occasione. Ma lo scopo di un processo dovrebbe essere quello di rendere giustizia e basta – spiega la Arendt – e qualunque altro scopo, anche il più nobile (come ad esempio “fare un quadro del regime hitleriano che resti nella storia”) non può che pregiudicare quello che è il compito essenziale della legge: soppesare le accuse mosse all’imputato, per render giustizia e comminare la giusta pena.
Oltretutto l’Olocausto era un “crimine contro l’umanità”, reato nuovo anche per i giudici perché non aveva precedenti nella Storia; non si poteva infatti equiparare ai crimini di guerra o alla persecuzione delle popolazioni locali col fine di assoggettarle e colonizzarne i territori, era qualcosa di molto di più. In questo caso c’era stata proprio l’intenzione di eliminare un intero gruppo etnico dalla faccia delle terra. Quindi, proprio per questo, sarebbe stato giusto far giudicare l’ex gerarca nazista non dalla giustizia israeliana ma da un tribunale internazionale. Ma in quegli anni l’ONU non aveva ancora creato un tribunale penale internazionale permanente, e anche se ci fosse stato Israele non avrebbe probabilmente rinunciato alla possibilità di farsi giustizia da sola.

In secondo luogo la Arendt dipinse un ritratto di Eichmann che si discostava nettamente da quello che tutti si aspettavano, e anche questo fatto sollevò critiche e perplessità. Ossia, invece di descriverlo come un efferato criminale, come la reincarnazione di Belzebù in persona, lo presentò come un uomo mediocre, ordinario, dalle vedute limitate. Un uomo complessato, dall’ambizione frustrata e privo di iniziativa, che si lasciava trascinare dalle situazioni in cui viveva, con un’intelligenza organizzativa capace di funzionare bene solo se inserita in una rigida catena di comando. Un uomo di scarsa cultura che viveva sulla base di idee formulate da altri e che ogni tanto cercava di attribuirsi meriti che non aveva. Un uomo che parlava per frasi fatte e che spesso si contraddiceva per una cattiva memoria, incapace di elaborare dei pensieri personali che non fossero dei clichés, ossia ripetizioni di slogan del partito o di frasi elaborate da lui stesso nel tentativo di autoesaltarsi. Un uomo mosso da un’obbedienza cieca, un’obbedienza cadaverica – Kadarergehorsam, come la chiamava lui stesso – per eseguire unicamente la volontà del Führer.
Insomma, Eichmann era veramente un sadico – si chiedeva la Arendt – un fanatico che odiava in modo sfrenato gli ebrei, oppure era un cittadino talmente ossessionato dal rispetto delle leggi da non essersi sentito in grado di trasgredirne nemmeno una? Il governo israeliano e i giudici del processo, che miravano ad una condanna esemplare da esibire davanti a tutto il mondo, in modo da condannare assieme a lui anche “tutto il nazismo e l’antisemitismo”,  propendevano naturalmente per la prima ipotesi, pensando che tutto il resto fosse menzogna, messinscena, abile camuffamento. E a nulla servì che Eichmann cercasse di spiegare alla Corte, più e più volte, che non si era mai sentito “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”, perché era convinto di aver agito non per dei bassi motivi ma solo per rispettare degli ordini. Dal suo punto di vista, banale o meno che sia, lui aveva offerto i suoi servizi ad Hitler per realizzare una Germania Judenrein, ossia ripulita dagli ebrei, e una tale azione non gli rimandava affatto l’immagine di un individuo sordido e indegno. E per quanto riguarda la consapevolezza del male compiuto, ebbe il coraggio di rispondere ai giudici che se non avesse eseguito tali ordini non si sarebbe sentito a posto con la propria coscienza. In altre parole, se avesse disubbidito al Führer rifiutandosi di organizzare con grande zelo e cronometrica precisione il viaggio di milioni di uomini, donne e bambini verso la morte, probabilmente non avrebbe più dormito bene la notte… Quando in istruttoria dichiarò che avrebbe mandato a morte anche suo padre se così gli fosse stato ordinato, non intese soltanto mostrare fino a che punto era soggetto agli ordini e pronto ad obbedire; volle anche mostrare fino a che punto era sempre stato “idealista”. Essere idealisti, per Eichmann, era soprattutto vivere per le proprie idee ed essere pronti a sacrificare per quelle idee tutto e, principalmente, tutti.

1eichmann

Affermazioni del genere lasciano assolutamente sbigottiti e ci fanno capire quanto sia importante considerare questo tipo di crimini in un’ottica nuova, abbandonando le consuete categorie morali sinora adottate. E non bisogna nemmeno farsi prendere dal dubbio che un tale individuo potesse essere pazzo, perché tutti gli psichiatri che lo visitarono all’epoca del processo lo dichiararono sano di mente, in grado di intendere e volere.
La Arendt riuscì a capire più di chiunque altro che la questione andava analizzata da un altro punto di vista, e quindi era propensa a credere che l’imputato non mentisse. Secondo la filosofa, l’ex gerarca era arrivato al punto di identificarsi così tanto nelle regole del regime nazista da non avere più bisogno di “pensare”, da comportarsi in modo quasi automatico. Anche osservandolo durante il processo, si poteva notare che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano. E la cosa ancora più grave, secondo la Arendt, era che “di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.”
Ma le autorità israeliane non potevano accettare deduzioni di questo tipo, perché avevano bisogno di attribuire all’ex gerarca un ruolo di totale responsabilità nei fatti che gli venivano imputati. Il popolo ebraico lo voleva giudicare e condannare come l’autore di un atto criminoso scelto e voluto, e non di certo come un burattino che aveva obbedito a degli ordini per non tradire degli ideali o per un ossessivo senso del dovere. Per loro Eichmann rappresentava il diavolo in persona e non riuscivano a immaginarselo in altri modi.

La giornalista ritorna invece più volte, nei suoi articoli, su una questione che è di fondamentale importanza per cercare di capire le cause che hanno potuto favorire la Shoah: se Eichmann aveva all’inizio qualche dubbio, qualche scrupolo di coscienza, secondo lei questo sparì del tutto di fronte alla constatazione che non solo le SS e i vertici del partito, ma anche i più qualificati esponenti dei buoni vecchi servizi civili si disputavano l’onore di dirigere questa “crudele” operazione. E se tutti pensavano e agivano in quel modo, addirittura i benpensanti e le personalità più in vista, chi era lui in fondo per ergersi a giudice? Chi era lui per permettersi di “avere idee proprie”? Preso atto di questo, Eichmann si sentì come una sorta di Ponzio Pilato, ossia libero da qualsiasi colpa. Ma egli, scrive la Arendt, non fu né il primo né l’ultimo ad essere rovinato dalla modestia, o meglio dalla banalità di questo modo di concepire le cose. Molti altri, infatti, vissero questo stesso processo nelle loro coscienze per arrivare ad accettare con acquiescenza o indifferenza ciò che stava accadendo. Bastava, insomma, non avere più bisogno di pensare; così stavano le cose, queste erano le nuove regole, e non restava altro che continuare a comportarsi come cittadini ligi alla legge. E quando non c’è più un’etica interiore, ossia un guardarsi dentro, un riflettere sulle proprie scelte e motivazioni, la distinzione tra bene e male comincia a perdere ogni nettezza.
In altre parole, nella Germania nazista si era verificata una disumanizzazione dei principi, delle regole, delle stesse leggi dello Stato, che poi si era riflessa anche sulla gente comune. Possono allora il distacco dal reale e l’offuscamento morale trasformare delle persone perfettamente normali –  che hanno una casa, una famiglia, dei figli, magari anche un cane che viziano e coccolano – in tanti ingranaggi più o meno inconsapevoli di una macchina infernale? In individui che appoggiano, almeno teoricamente se non all’atto pratico, una politica di tipo discriminante, anche quando questa comincia ad assumere aspetti anomali e inquietanti? Sì, sembra che un tale appiattimento delle coscienze sia non solo possibile e contagioso, ma anche responsabile di ogni prevaricazione dittatoriale.

Viene allora da pensare che processi di questo tipo, anche se talvolta spettacolarizzati e strumentalizzati, anche se non sempre fedeli a tutti i cavilli burocratici, siano in realtà di fondamentale importanza per il corso della Storia umana, perché le colpe e le responsabilità di personaggi del calibro di Eichmann non devono essere sottovalutate né passare inosservate. Il processo, quindi, come monito per le generazioni future a non ripetere gli stessi errori, e proprio per tale motivo non me la sento di giudicare più di tanto i mezzi e le procedure adottate dalle autorità israeliane. La Arendt è stata invece molto corretta e onesta in tali termini, perché non si è limitata a riportare nei suoi articoli le varie fasi del processo e le attinenti riflessioni sui danni  che possono scaturire da un’obbedienza cieca, ma ha fatto anche le pulci a tutti quelli che avevano organizzato il rapimento di Eichmann, a quelli che intendevano usarlo come capro espiatorio per soddisfare la sete di rivalsa del popolo ebraico, a quelli che lo volevano giudicare e condannare come il demonio in persona. Ciò che non quadrava tanto bene, sia da una parte che dall’altra, lei ha avuto il coraggio di analizzarlo e illustrarlo in modo lucido e dettagliato, a costo di sollevare polemiche su polemiche. E queste infatti furono tante, al punto che qualcuno arrivò al limite assurdo di accusarla di antisemitismo, soprattutto per le critiche non troppo velate che rivolse ai capi delle comunità ebraiche, colpevoli di aver collaborato con i nazisti negli anni del conflitto.
Questo fu infatti un altro dei motivi che fomentarono le polemiche dopo la pubblicazione del libro. Ma è un fatto oggi risaputo e accertato che le autorità ebraiche accettarono di collaborare con i nazisti per avere in cambio salva la propria vita e quella di altri ebrei illustri, come se fosse lecito fare una distinzione tra un ebreo di serie A e un ebreo di serie B… Al tempo del processo si cercò naturalmente di sorvolare su tale questione, anche se la Arendt aveva raccolto dati e testimonianze che la comprovavano. Secondo la giornalista, se gli ebrei non si fossero affidati alle mani dei loro capi, almeno il 50% di loro si sarebbe salvato.
Ma in realtà tutta la società tedesca di allora, di qualsiasi ceto ed estrazione, si era ormai compromessa sistematicamente con le idee, i sistemi e i mezzi del regime nazista. C’era proprio stata la complicità di tutti, anche delle banche, che incassavano volentieri i beni confiscati alle famiglie ebree e anche i denti d’oro strappati ai cadaveri. Tutti erano al corrente dell’ammassamento degli ebrei nei campi, a partire dai vari ministeri statali fino ai responsabili dei servizi civili. Un fatto vergognoso fu anche la compiacenza di molti industriali tedeschi, che cominciarono a costruire le loro fabbriche vicino ai campi di sterminio per sfruttare gratuitamente il lavoro degli ebrei internati, i quali, già emaciati e distrutti dalla fame, perivano precocemente negli stenti.

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Insomma, per quanto la verità possa suonare terribile, c’era stata la complicità più o meno consapevole di un’intera nazione, e il fatto ancora più grave, spiega la Arendt, è che nessuno in realtà si sentiva responsabile, tanto ognuno era convinto di fare solo il proprio dovere, ossia di rispettare semplicemente i dettami del Reich. Alla fine della guerra molti tedeschi dichiararono che pur avendo nutrito dei dubbi su certe soluzioni estreme, avevano preferito mettere da parte le proprie convinzioni personali. La loro morale era dettata dalla società che avevano attorno, da quello che facevano tutti, e le iniziali titubanze venivano ben presto sostituite da un adeguamento passivo al nuovo status quo. Si può quindi capire come, in una situazione simile, non solo Eichmann ma migliaia di cittadini tedeschi si resero complici di un tale misfatto, visto che potevano tacitare facilmente la coscienza con la constatazione che ciò che facevano era normale e lecito, perché permesso dallo Stato e condiviso da tutti. E’ stato il naufragio morale di un’intera nazione.

… la coscienza in quanto tale era morta in Germania, al punto che la gente non si ricordava più di averla e non si rendeva conto che il “nuovo sistema di valori” tedesco non era condiviso dal mondo esterno (pag.111)

Allo stesso modo anche Eichmann si sentiva innocente, come disse più volte davanti ai giudici, ed era convinto di essere condannato per colpe non sue; dopotutto, lui era stato un solerte burocrate che aveva svolto in modo corretto il proprio lavoro, e solo incidentalmente questo era coinciso con un crimine (!!). Ma la volontà di un dittatore e gli ordini dei superiori non possono scusare né deresponsabilizzare il singolo individuo. La sospensione del giudizio morale e la cieca obbedienza ad un ordine rendono comunque corresponsabili, soprattutto se il fatto di obbedire equivale a favorire attivamente una politica di sterminio.
Nella realtà sarebbe stato infatti possibile sottrarsi a tale tipo di obblighi, nel senso che la possibilità di scelta ai tedeschi non mancava. Se un cittadino non se la sentiva di collaborare non per questo veniva fucilato, gli veniva solo imposto di ritirarsi dalla vita pubblica e di rinunciare alle sue funzioni. Ma quelli che ebbero il coraggio di dimostrarsi contrari erano sempre troppo pochi per riuscire a fare qualcosa di concreto. E’ anche vero che alcuni tedeschi si attivarono per aiutare di nascosto gli ebrei, ma se fossero stati molti di più ad essere mossi nella coscienza, forse molte carneficine si sarebbero evitate.

Molti hanno riflettuto sul fatto che la Germania si trovava in una condizione di estrema debolezza morale ed economica, visto che usciva sconfitta e stremata dalla prima guerra mondiale, e di questo Hitler ha certamente approfittato per spargere i semi della sua propaganda; ma resta ancora oggi difficile poter capire con chiarezza tutte le motivazioni che possono essere state alla base di un’accondiscendenza così cieca e totale… Forse la Arendt con le sue riflessioni ci è andata molto vicino:

Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero esser tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero esser tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni. (pag.156-157)

E’ oltremodo interessante notare che i trucchi, le menzogne e la stupidità con cui Eichmann rispondeva alle domande dei giudici corrispondevano in gran parte allo stato d’animo della popolazione tedesca all’epoca del processo, che a vent’anni dal crollo del regime nazista ancora tendeva a nascondere a se stessa la realtà e la gravità dei fatti, quasi fosse un presupposto morale per riuscire a sopravvivere… Insomma, la distorsione della realtà messa in atto da Eichmann, quel suo continuo mostrarsi poco convinto della gravità dei fatti che gli venivano imputati, non era tanto diversa da quella che si stava manifestando nei cittadini tedeschi della Germania post-hitleriana. Basti solo pensare che alla notizia della cattura di Eichmann e dell’imminente processo, i tribunali tedeschi, che fino ad allora erano stati inconcludenti, si avvalsero finalmente delle prove raccolte dagli investigatori e si decisero ad agire contro “gli assassini che sono tra noi”. I risultati furono stupefacenti, perché in breve tempo furono catturati molti criminali nazisti, anche se poi alcune di queste condanne furono così miti da risultare ridicole. I tribunali tedeschi furono infatti colpevoli di una vergognosa mitezza nei confronti degli ex-nazisti rei di sterminio. Ma con il processo ad Eichmann, il cancelliere tedesco Adenauer fu praticamente tirato per i capelli e costretto a mettere in pratica una vera e propria epurazione, togliendo l’incarico a centinaia di magistrati e funzionari di polizia con un passato compromettente.

In ogni caso la Arendt, con tutte queste osservazioni, più che sollevare delle polemiche voleva far capire al mondo che il male può assumere diverse forme, e che tra queste ce n’è una che tende a intrecciarsi in modo inquietante con la nostra normalità. Non si tratta di un male vistoso e clamoroso, come quello che potrebbe mettere in scena un terrorista o un feroce assassino, e neppure di un male ferocemente sadico, come quello perpetrato nei lager da alcuni aguzzini. No, il male teorizzato dalla Arendt possiede caratteristiche più sottili e insinuanti e quindi molto più pericolose, perché è in grado di diffondersi come un virus in tutti gli strati del sociale fino a diventare gradualmente una norma, una cosa scontata e accettata da tutti. E’ un male che infetta un po’ alla volta anche gli individui più ordinari e comuni, perché tutti lo consentono, lo favoriscono, lo autorizzano. Ma, pur avendo un carattere estremo, tale male non possiede delle radici, non possiede una profondità. Si tratta di una sfida al pensiero, scrive la Arendt, “perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale”.

Tale mancanza di radicalità è quindi dovuta al fatto di non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi (dialogo che la filosofa definisce “due in uno”, e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l’azione morale), con il risultato che persone spesso banali si trasformano in autentici agenti del male o nei loro relativi complici. Ed è proprio questa banalità, ossia questa assenza di un pensiero sentito e profondo, che ha potuto rendere un intero popolo acquiescente se non addirittura in molti casi collaborante nell’attuazione di un progetto così tremendo. Perché, se ci pensiamo, è proprio l’adesione cieca o indifferente alle idee propugnate da un sistema che rende sfuggevole – o meglio non ben identificabile alla propria coscienza – la gravità del male che si sta facendo ad altri.
Questo processo, e soprattutto il pensiero argomentato dalla Arendt, fu quindi anche un’occasione per meditare a fondo sulla natura umana. Molti si resero conto che Eichmann sarebbe stato meno temibile se fosse stato veramente un mostro, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quello che diceva e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque, sarebbe bastato trovarsi calati in una circostanza simile e non avere delle idee personali. Quindi, anche se il genere umano sembra non averlo ancora capito fino in fondo, non bisognerebbe mai scordarsi che è sempre la lontananza dalla vera realtà e dalla propria coscienza che prepara il terreno più adatto per ogni tentazione totalitaria.

Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l’assistenza del pastore protestante, reverendo William Hull, che si era offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, e perciò non aveva “tempo da perdere”. Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’é bisogno,” disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò.” Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si sentì “esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale.
Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

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