La luna e i falò

La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p
La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p

Mentre si legge questo romanzo sembra quasi di ascoltare le storie di una volta, quelle sussurrate a voce bassa davanti a un caminetto acceso, dense di ricordi del passato, di nostalgiche malinconie. Ai tempi della scuola non lo avevo apprezzato, forse perché il ritorno del protagonista alle proprie origini, con quel suo continuo scrutare ogni cosa per vedere se fosse cambiata, mi indisponeva non poco, e forse anche perché molte pagine mi erano apparse lente e noiose. Rileggendolo invece negli ultimi tempi l’ho riscoperto poetico e piacevolissimo, sebbene la trama non sia proprio di quelle allegre. Probabilmente è uno di quei libri che si apprezzano maggiormente nell’età adulta o ad una seconda lettura. La cadenza narrativa è infatti molto lenta e a tratti monotona, anche perché non accade quasi nulla per tutta la durata del romanzo a parte negli ultimi capitoli, dove la descrizione di alcuni fatti tragici tende ad accentuarne il tono emotivo.

Forse la scarsa attrazione che avevo provato la prima volta nel seguire queste vicende dipende anche dal fatto che fin dall’infanzia sono stata sradicata dalle mie radici native e poi sono cresciuta senza l’interesse di recuperarle, anche a causa di ripetuti traslochi che ho dovuto affrontare con la mia famiglia. Mi sento infatti come una pianta che è stata più volte estirpata e ripiantata in altri terreni, ma alla quale il sole e la luce non sono comunque mancati. Non ho quindi maturato quel senso di rimpianto e attaccamento a un luogo che appare invece così evidente nel narratore-protagonista di questo romanzo, soprannominato Anguilla, che dopo aver vissuto per molti anni in America sente il desiderio impellente di ritornare nelle Langhe cuneesi, l’amata terra d’origine. Tale spinta proviene anche dal fatto che, dopo aver girato tanto il mondo, «uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che non un comune giro di stagione.»

La condizione del protagonista è quella di un orfano allevato da una famiglia che non è la sua, ma che nonostante questo sente la nostalgia per i luoghi dove è cresciuto, per le persone e gli amici di un tempo, accompagnata anche da un sottile desiderio di riscatto, ossia dalla voglia di far vedere ai compaesani che ce l’ha fatta a diventare qualcuno. La condizione di bastardo gli era infatti sempre pesata, ed era stata una delle molle che l’aveva spinto a partire: «la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame». Ma alla fine l’America, anche se gli aveva dato la possibilità di arricchirsi svolgendo diversi mestieri, nello stesso tempo non gli aveva colmato il vuoto interiore, ma anzi gli aveva trasmesso una sensazione di disagio, di non appartenenza, con quelle sue lande così sconfinate, troppo grandi e troppo larghe, dove uno fatica a trovare una propria dimensione. Quindi il ritorno come necessità – o speranza – di ritrovare se stesso, risvegliando memorie e sensazioni sopite da tempo. Ed è proprio da questo rituffarsi nei luoghi del passato, dal ripercorrere con lo sguardo il corso del fiume, i profili delle colline, i filari dei vigneti, i tetti a colombaia, le macchie sui muri delle case, che riaffiorano nella sua mente tanti piccoli fatti della trascorsa giovinezza, oltre la sensazione di averla proprio dentro le ossa questa terra. Anguilla ricorda così di essere stato allevato da una famiglia di Gaminella, che lo aveva tolto dall’orfanatrofio per incassare la mesata, un contributo elargito dall’ospedale per incentivare le adozioni, e poi ricorda di quando, ormai adolescente, soggiornava nella cascina della Mora, dove era rimasto a lavorare fino alla maggiore età. Qui aveva  conosciuto Nuto, l’amico espansivo e gioviale che suonava il clarinetto e che gli spiegava com’era fatto il mondo, così come avrebbe fatto un fratello maggiore, e che adesso aveva la possibilità di riabbracciare dopo molti anni.

Cercando di sintetizzare al massimo (anche se con un testo del genere non è per niente facile), la trama procede alternandosi tra rievocazioni del passato e situazioni del presente, quindi da una parte abbiamo Anguilla che ricorda gli anni della gioventù trascorsi alla Mora e quelli dell’età adulta passati in America, mentre dall’altra assistiamo ai suoi incontri nel presente con l’amico Nuto, che gli racconta quello che è accaduto durante i lunghi anni della sua assenza. Sono storie che riguardano persone che conoscevano entrambi, in particolare episodi legati alla Resistenza, all’attività dei partigiani. Nuto fa capire all’amico che nulla è cambiato con la fine della guerra, che le lotte per la libertà non hanno portato un vero riscatto per il popolo, un tenore di vita migliore, perché la maggior parte della gente continua a consumare la propria esistenza nella fatica e nella miseria. Come ad esempio la famiglia di Cinto, un bambino zoppo con le spalle ossute e i calzoni strappati che ora vive nel casotto della Gaminella, figlio del nuovo mezzadro Valino, un uomo irascibile con lo sguardo sempre cupo. Anguilla avrà l’occasione di entrare in contatto con questo bambino, che da subito gli darà da pensare perché gli ricorderà la sua giovinezza passata nel casolare, anche se però lui le cinghiate non le prendeva a quell’età. Più volte troverà piacere nel discorrere con Cinto, rimpiangendo il fatto di non poter più vedere la vita con gli occhi di un bambino, ma da lì a poco succederà un fatto terribile che coinvolgerà proprio la famiglia del ragazzino, sulla scia di un raptus dagli effetti distruttivi. Ad Anguilla, nei vari momenti in cui discorre con Nuto, tornano in mente anche le tre figlie del sor Matteo, che intravedeva quando lavorava alla Mora e per le quali aveva provato da adolescente una sorta di ammirazione mista ad un’invidia segreta, ma poi viene a sapere dall’amico che le ragazze sono andate incontro ad esperienze difficili e sofferte. Ed è proprio con il racconto della tragica fine di Santa, la più bella e giovane delle tre sorelle, che termina questa storia, lasciando nel lettore un velo di amarezza e anche diversi motivi su cui riflettere.

Bisogna aggiungere che il romanzo viene collocato nel filone del neorealismo, anche se però contiene vari elementi del simbolismo che lo rendono suggestivo e particolare. Da molti è stato definito una sorta di Divina Commedia, perché il protagonista Anguilla (palese alter ego dell’autore) viene accompagnato in questo rimpatrio dall’amico d’infanzia Nuto, che assume ai suoi occhi un ruolo di guida. Lo stesso Pavese in una lettera del 1949, un anno prima della pubblicazione del libro e della sua morte, aveva scritto «Io sono come pazzo – perché ho avuto una grande intuizione – quasi una mirabile visione (naturalmente di stalle, sudori, contadinotti, verderame e letame ecc.) su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia».
Nuto non si limita infatti a condividere con Anguilla i ricordi del passato, ma gli spiega anche, un po’ come fece Virgilio con Dante, che tipo di mutamenti si sono nel frattempo verificati nel territorio e che tipo di persone vivono ora in quei luoghi. Luoghi che sono quelli delle Langhe piemontesi, in particolare le zone tra Santo Stefano Belbo, Canelli e Alba, che l’io narrante aveva lasciato per riscattarsi dalla condizione di bastardo e alle quali era poi tornato per un bisogno interiore di capirsi meglio, di ricomporre i pezzi della propria vita.

Cinto in riva al fiume con suonatori e danzatori, Ernesto Treccani, 1964
Cinto in riva al fiume con suonatori e danzatori, Ernesto Treccani, 1964

A conti fatti si tratta quindi di un romanzo sulla “memoria”, che gioca sul tema del viaggio-ritorno all’infanzia e sul risveglio dei ricordi in essa custoditi, seguendo una catena di sensazioni che albergano solo nei pensieri del protagonista. Ma è un recupero della memoria che apre la porta anche a nuove rivelazioni, perché, come scrive l’autore stesso nel brano “Stato di grazia” (Feria d’agosto, pag. 145, Einaudi 1975): «I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.» Il ritorno, dunque, non solo per ritrovare luoghi del passato e placare vuoti nostalgici, ma anche per cercare di lenire delle carenze più profonde attraverso l’assunzione di nuove consapevolezze.

Pavese/Anguilla arriverà infatti a comprendere che per ogni essere umano il proprio paese è in fondo la propria famiglia, un punto di riferimento che ti lega per tutta la vita: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.» Ma nello stesso tempo il suo è anche un ritorno che si scontra con un passato che non esiste più, che è impossibile da recuperare, che è morto proprio come le figlie del sor Matteo. Anguilla si rende conto di non poter rivedere le facce di una volta, di non poter riabbracciare le persone che frequentava (a parte Nuto), per cui alla fine si vanifica la sua ricerca di un punto di riferimento, di un appiglio cui aggrapparsi per evitare di sprofondare nel vuoto che avverte da qualche tempo dentro di sé. Nulla potrà essere più come prima e quindi anche la sua idea iniziale di sistemarsi nel paese d’origine è destinata a fallire, non resta che tornare in America, anche perché, in realtà, «per riuscire a vivere in questi posti non bisogna mai esserne usciti.»
Nondimeno affiora nel protagonista anche l’amara consapevolezza di non essere più lo stesso, di essere cambiato troppo, di aver perso quell’entusiasmo con cui una volta affrontava la vita. Le speranze, i sogni e le irrequietudini tipiche dell’adolescenza sembrano costituire l’unica parentesi di vita autentica all’interno di un’esistenza avvertita altrimenti inutile, sempre protesa a cercare un valido motivo per procedere verso un futuro che in realtà sente incerto. Non per niente questo è l’ultimo romanzo dell’autore, pubblicato nel 1950 pochi mesi prima del suicidio, di cui egli stesso ebbe a dire queste parole: «La luna è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse sempre – non farò più altro. Non conviene tentare troppo gli dèi»

Per quanto riguarda lo stile narrativo, la mescolanza tra prosa e poesia produce in questo romanzo un effetto di rara bellezza, che non a torto l’ha reso agli occhi di molti un capolavoro. In alcuni passi l’intensità lirica si fonde con elementi descrittivi molto realistici, senza però che vi siano squilibri o discordanze tra le due forme. Io stessa, a parte la monotonia di certi tratti che mi apparivano troppo uniformi e soporiferi, mi risvegliavo di colpo di fronte a sprazzi poetici di questo tipo:

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. É un caldo che mi piace, ha un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più di avere addosso. (pag.20)

Riconoscevo la terra bianca, secca; l’erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell’odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole. C’erano in cielo delle lunghe strisce di vento, bave bianche, che parevano la colata che si vede di notte nel buio dietro le stelle. (pag. 133)

Come si è potuto notare, sembra quasi che le parole si dispongano in versi nel tessuto della prosa, con un affiorare di odori, umori e colori che si fanno però percepire in modo concreto, e che quindi non possono fare a meno di coinvolgere, di emozionare. Nel romanzo il registro lirico si fonde spesso con la descrizione realistica dei fatti, degli ambienti, delle persone, senza però rinunciare ad uno stile sobrio, scarno, misurato, privo di fronzoli. La ripetizione di gesti, pensieri e visioni possono ogni tanto dare, come già detto, l’impressione di un senso di immobilità, di una cadenza narrativa monotona, ma in realtà necessaria, voluta dall’autore stesso, perché il fatto di risentire e ricordare più volte il profumo di un arbusto, ad esempio, contribuisce a riconfermare al protagonista le proprie origini, la propria identità, così come anche i colori e i suoni che si è portato dietro. Come ha scritto il linguista e critico letterario Gian Luigi Beccaria nell’introduzione al libro, che è veramente chiara e illuminante e che vi consiglio assolutamente di leggere, c’è «un ritornante nominare al di fuori di ogni varietà, lusso, intenzione descrittiva, perché si tratta di elementi evocati per fissare l’identità attraverso il tempo: stessi posti, stessi suoni, quelli che il protagonista si è portato dentro e che ora si risvegliano».

Bisogna quindi avere solo un po’ di pazienza nell’affrontare la lettura di questo romanzo, predisponendosi non a divorarlo ma a gustarlo lentamente, adattandosi al ritmo dello stesso. Questo vuol dire anche resistere quando il flusso narrativo scende su toni più bassi e poi lasciarsi andare quando arriva l’ondata giusta, quella più alta, abbandonandosi alla bellezza di certi passaggi che hanno la capacità di rimescolare qualcosa dentro, di sollevare delle questioni di cui in realtà si conosce già la risposta anche se tende a sfuggire… Ed è proprio con una di queste “sentite” riflessioni del protagonista che finalmente concludo la mia (fin troppo) lunga analisi.

Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c’è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina – e un Nuto, un Canelli, una stazione, c’è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna – e nell’estate battono in grano, vendemmiano, nell’inverno vanno a caccia, c’è un terrazzo – tutto succede come a noi. Dev’essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, dànno il grano all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci. (pag.110)

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25 pensieri su “La luna e i falò

  1. LaLunaNera

    Ciao, complimenti per la recensione, anche se a metà ho smesso di leggere… praticamente hai raccontato tutto il libro… in questo modo, più che una recensione, è una trama e potresti (scusa se mi permetto) far passare la voglia di leggerlo, conoscendo già la storia nella sua interezza.

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    1. Se mi segui da un po’, avrai notato che cerco sempre di non rivelare troppo della trama. In questo caso era necessaria un’analisi dei motivi (nostalgia per la propria terra, ritorno in patria, ricerca di se stessi) che stanno alla base del romanzo, ma non mi sembra proprio di essere scesa nei dettagli dei fatti più eclatanti. Non ho detto, infatti, cosa succede esattamente alla famiglia di Cinto (come invece fanno molte altre recensioni che si trovano facilmente in rete); e non ho neppure indugiato sulla sorte delle tre sorelle, che resterà quindi una sorpresa per tutti quelli che si appresteranno a leggere il libro. Questi sono i momenti clou della storia, e apposta sono rimasta sul vago. Tutto il resto, secondo me, meritava invece di essere approfondito per far capire meglio il senso del romanzo. Le mie non sono recensioni e basta ma un tentativo, ogni volta, di riflettere e di far riflettere su delle questioni che mi hanno colpita. Se non ti va bene, sei liberissima di non leggermi più.

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  2. Hai reso tutto così piacevole, facile e chiaro che è stato come leggere il libro. Anzi, mi viene il dubbio, che la piacevolezza (accenni a delle zone da sbadigli) sia qui maggiore 🙂
    Pavese, mi viene da osservare, affronta dei bei nodi, per niente da poco, e per forza la trama non può essere “trama” come la si intende normalmente. Come nella vita, l’azione esclude il pensiero e viceversa, e, certamente, l’azione che è energia attrae maggiormente. Coinvolge. Nella vita e… nelle storie. Le storie che “prendono” sono quelle con i colpi di scena. Le riflessioni… rallentano (E richiedono un giusto spirito 🙂 )
    Mi fai venire in mente anche il periodo storico in cui visse Pavese. E correggimi se sbaglio: da un lato, Pavese è uno dei pionieri della rutilante letteratura americana in Italia (ostacolata notoriamente dal fascismo) – nel contempo, c’erano gli esistenzialisti di Parigi; così ecco, Pavese mischiare il realismo e la concretezza ( Steinbek, Dos Passos ed Hemingway, perchè no? – giusto per citarne alcuni) alle considerazioni e agli umori negativi dell’Europa uscita da una guerra.

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    1. Sì, la tua considerazione mi sembra valida, una tale mescolanza è plausibile. Pavese si attivò molto per diffondere nel nostro paese la letteratura americana, che amava profondamente (anche perché rompeva con gli schemi tradizionali e aveva elementi invisi al fascismo). Se pensi che negli anni ‘30 aveva tradotto le opere di Herman Melville (il famoso Moby Dick), e poi anche qualcosa di Sinclair Lewis e Walt Whitman. Quindi un’influenza in tali termini è plausibile, anche se poi incide parecchio l’influsso del neorealismo, che nel dopoguerra spinse molti scrittori italiani ad attenersi alla realtà, a denunciare nei loro scritti le ingiustizie sociali, ad avvalorare l’impegno ideologico e politico.

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  3. Pavese fu oggetto del corso monografico di Letteratura I all’università. Fu così che affrontai la lettura di quasi tutte le sue opere, tra le quali, immancabile,c’era anche questo romanzo. Però la vocazione di Pavese è essenzialmente poetica, e secondo me egli dà il meglio di sé nelle raccolte di versi, oltre che nel meraviglioso diario il mestiere di vivere .
    La lettura di questo romanzo, forse, mi deluse. Soprattutto paragonato, poi, ai romanzi di Fenoglio. Ma è sempre così: i libri ti deludono quando si ha un certo tipo di aspettative. Rileggendolo oggi, forse, cosa che certamente dovrò fare, potrei cambiare idea.
    Grazie per questa recensione così articolata e profonda

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  4. Bella recensione. Questo non è fra i miei preferiti di Pavese (“La bella estate” è secondo me un assoluto capolavoro, mi permetto di consigliartelo), eppure quello che scrivi è indiscutibilmente vero: lo stile rasenta la perfezione, trovando un equilibrio fra prosa e poesia. P.s. raccontare la trama non toglie nulla al piacere di leggere poi il romanzo, sarebbe come a dire che letto il menù si ha poi la pancia piena o che possa togliere sapore alle pietanze che si vuole ordinare. I menù servono a far venire l’acquolina in bocca…

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    1. La trama, a grandi linee, bisogna per forza raccontarla, altrimenti su cosa basi poi le tue analisi e riflessioni? Come possono gli altri capire le tue considerazioni in merito a “qualcosa” che vuoi approfondire se prima non ne fornisci una benché minima traccia? Quelle volte che sono scesa in modo ancora più dettagliato nella descrizione di alcuni fatti, perché non se ne poteva fare a meno per chiarire meglio un concetto, ho sempre avvertito i lettori. “La bella estate” mi manca, se ti è piaciuto tanto allora vado sul sicuro 😉

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  5. Bellissima recensione di un romanzo di cui mi sono innamorata più di dieci anni fa e che ogni volta mi trascina con sé nella memoria di Pavese, con uno struggimento che provo per pochissimi altri autori.
    Riguardo al tuo tratteggiare la trama mi sembra che tu sia stata equilibrata, e uno dei criteri in base ai quali giudico un buon libro è che saperne la trama è irrilevante ai fini del piacere e dell’arricchimento che ti dà la sua lettura.

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    1. Che strana coincidenza, un vero esempio di sincronicità, Jung sorriderà sotto i baffi in questo momento 😉 Ma è tua quella vecchia e meravigliosa edizione della Mondadori, che se non sbaglio risale agli anni ’70 (?) Ci sono alcuni libri che hanno un fascino incredibile proprio per il loro aspetto così datato, vissuto…

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  6. Ovviamente mi manca, ma per fortuna ci sei tu che tiri fuori quello che voglio sapere su un libro, anche se ogni tanto chiudo gli occhi per non farmi condizionare troppo…! Verrà comunque un giorno in cui pagherò il mio debito romanzesco nei confronti della letteratura italiana: Calvino, Pavese, Pessoa, Fenoglio. Tu continua a consigliare! 🙂

    P.S. Ci sarebbe un bel discorso da fare sul rapporto tra Letteratura Americana e Fascismo, che non era proprio così difficile come può sembrare, anche perchè c’erano i vari Soffici e Papini a cui piaceva assai.

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  7. Mi hai riportata in un secondo a dieci anni fa, quando in terza superiore ci hanno fatto leggere questo romanzo, e all’odio incondizionato che ho provato nella sua “non-lettura” (mai riuscita a finirlo), e allo stesso tempo al senso di colpa che mi ha sempre attanagliata per questo motivo… mi rincuora un sacco sapere che anche tu non lo avevi amato ai tempi della scuola! E mi hai dato la spinta definitiva per riprenderlo in mano. Seguirò il tuo consiglio e mi armerò di pazienza, devo trovare un momento favorevole. Ale, che bella analisi della scrittura e delle tematiche, mi piace tanto come rifletti sui libri che leggi, e come trovi il tempo per condividere con il mondo i tuoi pensieri letterari. Non smettere mai, te ne prego! (mi sono pure creata un file word con i libri che hai recensito che mi ispirano di più :D).

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    1. Bea, grazie per le belle parole. Mi sono giunte come un balsamo in un momento di tristezza. Sei una persona splendida, veramente speciale! 🙂 :3 Hai ragione, devo cercare di non mollare (anche se la tentazione mi è venuta più volte), perché tutto quello a cui mi dedico con impegno e passione mi fa bene, mi aiuta a dare orientamento e finalità a molti stimoli interiori.

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  8. Un’opera meraviglioso, passato in cinque anni dall’elenco dei romanzi più odiati al liceo a quello dei libri preferiti. Lo stile è davvero magnifico e sospeso, un misto tra favola, poesia e prosa, un canto dolce che ti accompagna lungo i sentieri che costeggiano i vigneti di Santo Stefano. Complimenti per aver magistralmente descritto uno dei romanzi che sento di più in assoluto, anche perché sto, in qualche modo, ricalcando il percorso del giovane Pavese, dalle colline tra Langhe e Monferrato a quella grande città che è Torino! 🙂

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    1. A distanza di tempo, forse vale la pena di riprovare. Pensa che ogni tanto a me capita anche l’effetto opposto, ossia tento di riprendere in mano un libro che anni fa mi era piaciuto, con l’intenzione di rileggerlo, ma dopo qualche pagina lo devo mollare… Evidentemente anche le riletture hanno bisogno del loro particolare momento.

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  9. Renza

    Da poco ho visto i luoghi pavesiani, i bricchi, Gaminella, la casa di Pavese, il laboratorio di Nuto, la casa nativa di Pavese. Da molto lo desideravo. E’ stata una bella esperienza, un tradurre in visioni la lingua di questo autore che ho amato moltissimo, fin da subito. Perchè io credo che il fascino di Pavese ( che non colpisce i giovani di oggi) sia essenzialmente nella musicalità della sua lingua, proprio in quelle parti che tu ha riportato. Sono sì importanti i contenuti ( l’ impossibilità dei ritorni, per esempio) ma ancora più suggestivi sono i ” modi” ricercati e costruiti per rendere immagini e sensazioni. Pensiamo, tanto per fare un esempio, a ” fa un sole su questi bricchi” e immaginamo quante prove saranno state necessarie per un risultato così intenso che colpisce intelletto e sensazioni ed emozioni. Ciao.

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    1. Cara Renza, questa tua considerazione mi è piaciuta moltissimo. Hai perfettamente ragione, Pavese è un poeta anche quando scrive in prosa e spesso le sue parole riverberano come una sinfonia nell’animo di chi le legge. Per quanto riguarda la tua visita ai luoghi, posso solo immaginare quanto sia stata suggestiva. Ti ringrazio per la bella condivisione e per il commento.

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  10. Amo Fenoglio e Pavese, trovo che siano gli autori più caratterizzanti la narrativa italiana.
    Per quanto riguarda la questione della trama, che ho letto in qualche commento dei precedenti, non vedo quale sia il problema: spesso leggo delle recensioni prima di leggere il libro e, se anche ci fosse qualche indizio di troppo, lo dimenticherei comunque poco dopo.
    Leggere poi il libro è tutta un’altra cosa, ci si immerge completamente nell’atmosfera…

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  11. Luca

    Purtroppo anche se da molti reputato un capolavoro, l’ho trovato noioso e dalla trama molto confusa e con un sacco di interruzioni narrative per vis dei pensieri ingarbugliati. Comunque questi libro non batte il vecchio e il mare.

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  12. Subhaga

    Un’altra pietra miliare della letteratura del Novecento italiano (e non solo, come dicevo anche per la Diceria di Bufalino). Un romanzo di una bellezza struggente, il libro dell’addio. L’ho letto, nei decenni, più volte. E lo riprendo in mano spesso, non passano molti mesi che non lo faccia. Mi basta leggerne anche solo poche righe, aprendo il libro a caso. Alcuni brani sono da imparare a memoria, come ad esempio il finale. Una prosa sicuramente affine alla migliore letteratura statunitense della prima metà del Novecento, Pavese la conosceva benissimo. E’ noto il suo impegno di traduttore e di divulgatore in Italia (insieme a Vittorini), tra fascismo e dopoguerra, degli autori statunitensi ancora sconosciuti. Ha dovuto affrontare in tal senso due grandi ostacoli: la repressione politica e culturale del fascismo e le numerosissime pagine italiane intrise di retorica e appesantite da orpelli e da cumuli di “letterarietà”.

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