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La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p

La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p

Mentre si legge questo romanzo sembra quasi di ascoltare le storie di una volta, quelle sussurrate a voce bassa davanti a un caminetto acceso, dense di ricordi del passato, di nostalgiche malinconie. Ai tempi della scuola non lo avevo apprezzato, forse perché il ritorno del protagonista alle proprie origini, con quel suo continuo scrutare ogni cosa per vedere se fosse cambiata, mi indisponeva non poco, e forse anche perché molte pagine mi erano apparse lente e noiose. Rileggendolo invece negli ultimi tempi l’ho riscoperto poetico e piacevolissimo, sebbene la trama non sia proprio di quelle allegre. Probabilmente è uno di quei libri che si apprezzano maggiormente nell’età adulta o ad una seconda lettura. La cadenza narrativa è infatti molto lenta e a tratti monotona, anche perché non accade quasi nulla per tutta la durata del romanzo a parte negli ultimi capitoli, dove la descrizione di alcuni fatti tragici tende ad accentuarne il tono emotivo.

Forse la scarsa attrazione che avevo provato la prima volta nel seguire queste vicende dipende anche dal fatto che fin dall’infanzia sono stata sradicata dalle mie radici native e poi sono cresciuta senza l’interesse di recuperarle, anche a causa di ripetuti traslochi che ho dovuto affrontare con la mia famiglia. Mi sento infatti come una pianta che è stata più volte estirpata e ripiantata in altri terreni, ma alla quale il sole e la luce non sono comunque mancati. Non ho quindi maturato quel senso di rimpianto e attaccamento a un luogo che appare invece così evidente nel narratore-protagonista di questo romanzo, soprannominato Anguilla, che dopo aver vissuto per molti anni in America sente il desiderio impellente di ritornare nelle Langhe cuneesi, l’amata terra d’origine. Tale spinta proviene anche dal fatto che, dopo aver girato tanto il mondo, «uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che non un comune giro di stagione.»

La condizione del protagonista è quella di un orfano allevato da una famiglia che non è la sua, ma che nonostante questo sente la nostalgia per i luoghi dove è cresciuto, per le persone e gli amici di un tempo, accompagnata anche da un sottile desiderio di riscatto, ossia dalla voglia di far vedere ai compaesani che ce l’ha fatta a diventare qualcuno. La condizione di bastardo gli era infatti sempre pesata, ed era stata una delle molle che l’aveva spinto a partire: «la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame». Ma alla fine l’America, anche se gli aveva dato la possibilità di arricchirsi svolgendo diversi mestieri, nello stesso tempo non gli aveva colmato il vuoto interiore, ma anzi gli aveva trasmesso una sensazione di disagio, di non appartenenza, con quelle sue lande così sconfinate, troppo grandi e troppo larghe, dove uno fatica a trovare una propria dimensione. Quindi il ritorno come necessità – o speranza – di ritrovare se stesso, risvegliando memorie e sensazioni sopite da tempo. Ed è proprio da questo rituffarsi nei luoghi del passato, dal ripercorrere con lo sguardo il corso del fiume, i profili delle colline, i filari dei vigneti, i tetti a colombaia, le macchie sui muri delle case, che riaffiorano nella sua mente tanti piccoli fatti della trascorsa giovinezza, oltre la sensazione di averla proprio dentro le ossa questa terra. Anguilla ricorda così di essere stato allevato da una famiglia di Gaminella, che lo aveva tolto dall’orfanatrofio per incassare la mesata, un contributo elargito dall’ospedale per incentivare le adozioni, e poi ricorda di quando, ormai adolescente, soggiornava nella cascina della Mora, dove era rimasto a lavorare fino alla maggiore età. Qui aveva  conosciuto Nuto, l’amico espansivo e gioviale che suonava il clarinetto e che gli spiegava com’era fatto il mondo, così come avrebbe fatto un fratello maggiore, e che adesso aveva la possibilità di riabbracciare dopo molti anni.

Cercando di sintetizzare al massimo (anche se con un testo del genere non è per niente facile), la trama procede alternandosi tra rievocazioni del passato e situazioni del presente, quindi da una parte abbiamo Anguilla che ricorda gli anni della gioventù trascorsi alla Mora e quelli dell’età adulta passati in America, mentre dall’altra assistiamo ai suoi incontri nel presente con l’amico Nuto, che gli racconta quello che è accaduto durante i lunghi anni della sua assenza. Sono storie che riguardano persone che conoscevano entrambi, in particolare episodi legati alla Resistenza, all’attività dei partigiani. Nuto fa capire all’amico che nulla è cambiato con la fine della guerra, che le lotte per la libertà non hanno portato un vero riscatto per il popolo, un tenore di vita migliore, perché la maggior parte della gente continua a consumare la propria esistenza nella fatica e nella miseria. Come ad esempio la famiglia di Cinto, un bambino zoppo con le spalle ossute e i calzoni strappati che ora vive nel casotto della Gaminella, figlio del nuovo mezzadro Valino, un uomo irascibile con lo sguardo sempre cupo. Anguilla avrà l’occasione di entrare in contatto con questo bambino, che da subito gli darà da pensare perché gli ricorderà la sua giovinezza passata nel casolare, anche se però lui le cinghiate non le prendeva a quell’età. Più volte troverà piacere nel discorrere con Cinto, rimpiangendo il fatto di non poter più vedere la vita con gli occhi di un bambino, ma da lì a poco succederà un fatto terribile che coinvolgerà proprio la famiglia del ragazzino, sulla scia di un raptus dagli effetti distruttivi. Ad Anguilla, nei vari momenti in cui discorre con Nuto, tornano in mente anche le tre figlie del sor Matteo, che intravedeva quando lavorava alla Mora e per le quali aveva provato da adolescente una sorta di ammirazione mista ad un’invidia segreta, ma poi viene a sapere dall’amico che le ragazze sono andate incontro ad esperienze difficili e sofferte. Ed è proprio con il racconto della tragica fine di Santa, la più bella e giovane delle tre sorelle, che termina questa storia, lasciando nel lettore un velo di amarezza e anche diversi motivi su cui riflettere.

Bisogna aggiungere che il romanzo viene collocato nel filone del neorealismo, anche se però contiene vari elementi del simbolismo che lo rendono suggestivo e particolare. Da molti è stato definito una sorta di Divina Commedia, perché il protagonista Anguilla (palese alter ego dell’autore) viene accompagnato in questo rimpatrio dall’amico d’infanzia Nuto, che assume ai suoi occhi un ruolo di guida. Lo stesso Pavese in una lettera del 1949, un anno prima della pubblicazione del libro e della sua morte, aveva scritto «Io sono come pazzo – perché ho avuto una grande intuizione – quasi una mirabile visione (naturalmente di stalle, sudori, contadinotti, verderame e letame ecc.) su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia».
Nuto non si limita infatti a condividere con Anguilla i ricordi del passato, ma gli spiega anche, un po’ come fece Virgilio con Dante, che tipo di mutamenti si sono nel frattempo verificati nel territorio e che tipo di persone vivono ora in quei luoghi. Luoghi che sono quelli delle Langhe piemontesi, in particolare le zone tra Santo Stefano Belbo, Canelli e Alba, che l’io narrante aveva lasciato per riscattarsi dalla condizione di bastardo e alle quali era poi tornato per un bisogno interiore di capirsi meglio, di ricomporre i pezzi della propria vita.

Cinto in riva al fiume con suonatori e danzatori, Ernesto Treccani, 1964

Cinto in riva al fiume con suonatori e danzatori, Ernesto Treccani, 1964

A conti fatti si tratta quindi di un romanzo sulla “memoria”, che gioca sul tema del viaggio-ritorno all’infanzia e sul risveglio dei ricordi in essa custoditi, seguendo una catena di sensazioni che albergano solo nei pensieri del protagonista. Ma è un recupero della memoria che apre la porta anche a nuove rivelazioni, perché, come scrive l’autore stesso nel brano “Stato di grazia” (Feria d’agosto, pag. 145, Einaudi 1975): «I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.» Il ritorno, dunque, non solo per ritrovare luoghi del passato e placare vuoti nostalgici, ma anche per cercare di lenire delle carenze più profonde attraverso l’assunzione di nuove consapevolezze.

Pavese/Anguilla arriverà infatti a comprendere che per ogni essere umano il proprio paese è in fondo la propria famiglia, un punto di riferimento che ti lega per tutta la vita: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.» Ma nello stesso tempo il suo è anche un ritorno che si scontra con un passato che non esiste più, che è impossibile da recuperare, che è morto proprio come le figlie del sor Matteo. Anguilla si rende conto di non poter rivedere le facce di una volta, di non poter riabbracciare le persone che frequentava (a parte Nuto), per cui alla fine si vanifica la sua ricerca di un punto di riferimento, di un appiglio cui aggrapparsi per evitare di sprofondare nel vuoto che avverte da qualche tempo dentro di sé. Nulla potrà essere più come prima e quindi anche la sua idea iniziale di sistemarsi nel paese d’origine è destinata a fallire, non resta che tornare in America, anche perché, in realtà, «per riuscire a vivere in questi posti non bisogna mai esserne usciti.»
Nondimeno affiora nel protagonista anche l’amara consapevolezza di non essere più lo stesso, di essere cambiato troppo, di aver perso quell’entusiasmo con cui una volta affrontava la vita. Le speranze, i sogni e le irrequietudini tipiche dell’adolescenza sembrano costituire l’unica parentesi di vita autentica all’interno di un’esistenza avvertita altrimenti inutile, sempre protesa a cercare un valido motivo per procedere verso un futuro che in realtà sente incerto. Non per niente questo è l’ultimo romanzo dell’autore, pubblicato nel 1950 pochi mesi prima del suicidio, di cui egli stesso ebbe a dire queste parole: «La luna è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse sempre – non farò più altro. Non conviene tentare troppo gli dèi»

Per quanto riguarda lo stile narrativo, la mescolanza tra prosa e poesia produce in questo romanzo un effetto di rara bellezza, che non a torto l’ha reso agli occhi di molti un capolavoro. In alcuni passi l’intensità lirica si fonde con elementi descrittivi molto realistici, senza però che vi siano squilibri o discordanze tra le due forme. Io stessa, a parte la monotonia di certi tratti che mi apparivano troppo uniformi e soporiferi, mi risvegliavo di colpo di fronte a sprazzi poetici di questo tipo:

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto – dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. É un caldo che mi piace, ha un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più di avere addosso. (pag.20)

Riconoscevo la terra bianca, secca; l’erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell’odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole. C’erano in cielo delle lunghe strisce di vento, bave bianche, che parevano la colata che si vede di notte nel buio dietro le stelle. (pag. 133)

Come si è potuto notare, sembra quasi che le parole si dispongano in versi nel tessuto della prosa, con un affiorare di odori, umori e colori che si fanno però percepire in modo concreto, e che quindi non possono fare a meno di coinvolgere, di emozionare. Nel romanzo il registro lirico si fonde spesso con la descrizione realistica dei fatti, degli ambienti, delle persone, senza però rinunciare ad uno stile sobrio, scarno, misurato, privo di fronzoli. La ripetizione di gesti, pensieri e visioni possono ogni tanto dare, come già detto, l’impressione di un senso di immobilità, di una cadenza narrativa monotona, ma in realtà necessaria, voluta dall’autore stesso, perché il fatto di risentire e ricordare più volte il profumo di un arbusto, ad esempio, contribuisce a riconfermare al protagonista le proprie origini, la propria identità, così come anche i colori e i suoni che si è portato dietro. Come ha scritto il linguista e critico letterario Gian Luigi Beccaria nell’introduzione al libro, che è veramente chiara e illuminante e che vi consiglio assolutamente di leggere, c’è «un ritornante nominare al di fuori di ogni varietà, lusso, intenzione descrittiva, perché si tratta di elementi evocati per fissare l’identità attraverso il tempo: stessi posti, stessi suoni, quelli che il protagonista si è portato dentro e che ora si risvegliano».

Bisogna quindi avere solo un po’ di pazienza nell’affrontare la lettura di questo romanzo, predisponendosi non a divorarlo ma a gustarlo lentamente, adattandosi al ritmo dello stesso. Questo vuol dire anche resistere quando il flusso narrativo scende su toni più bassi e poi lasciarsi andare quando arriva l’ondata giusta, quella più alta, abbandonandosi alla bellezza di certi passaggi che hanno la capacità di rimescolare qualcosa dentro, di sollevare delle questioni di cui in realtà si conosce già la risposta anche se tende a sfuggire… Ed è proprio con una di queste “sentite” riflessioni del protagonista che finalmente concludo la mia (fin troppo) lunga analisi.

Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c’è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina – e un Nuto, un Canelli, una stazione, c’è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna – e nell’estate battono in grano, vendemmiano, nell’inverno vanno a caccia, c’è un terrazzo – tutto succede come a noi. Dev’essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, dànno il grano all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci. (pag.110)

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