Una vita

Una vita, Guy de Maupassant, Garzanti, 2010, 216 p
Una vita, Guy de Maupassant, Garzanti, 2010, 216 p

Credeva che la sfortuna la perseguitasse direttamente, al punto che era diventata fatalista come un’orientale; e l’abitudine di veder sempre svanire i suoi sogni e rovinare le sue speranze le impediva qualunque iniziativa, e la rendeva esitante per giornate intere prima di compiere anche l’azione più insignificante, convinta com’era che tutto si sarebbe messo male e nel peggiore dei modi.

Se siete depressi, state lontani da questo libro. Allo stesso modo, se non sopportate i romanzi con un personaggio centrale che si considera vittima di una sorte infausta, incapace di vedere che tutto quello che accade nasce in realtà da una sua tendenza personale a subire ogni cosa, al punto che vi verrebbe voglia di entrare dentro le pagine per prenderlo a schiaffi o strangolarlo, evitate proprio di leggerla questa storia. Ma se già sapete che lo stile di Maupassant è in grado di incantarvi, perché ne apprezzate da sempre la scorrevolezza, la delicatezza, i passaggi a volte lirici e pittorici, perché vi piace il modo in cui sa porre in risalto lo stato d’animo dei vari personaggi, perché non vi annoia neppure quando indugia in qualche descrizione paesaggistica, allora non perdete altro tempo e buttatevi senza indugi sul romanzo in questione.

É infatti impossibile, malgrado l’atmosfera triste e tragica, non farvi avviluppare dal flusso montante di questa vicenda, che tiene avvinghiati al libro fino all’ultima pagina, sebbene capiterà anche a voi – ne sono più che convinta – di sentirvi spesso irritati dalle reazioni emotive di Giovanna, la protagonista, che definirla una piaga vivente sarebbe solo un gentile eufemismo. Forse con questo romanzo lo scrittore intendeva avvalorare più che mai le sue tesi pessimistiche sull’esistenza umana, visto che all’inizio ci presenta Giovanna in un momento di ingenua felicità e di belle speranze, e poi, un po’ alla volta, con un accanimento che ha qualcosa di sadico, la costringe a piegare la testa di fronte ad una cruda realtà, ad aprire gli occhi solo quando il danno è già fatto, rendendola oltretutto emotivamente inerme, portata a subire più che ad agire.

Giovanna si sposa infatti con il visconte Giuliano di Lamare, praticamente senza conoscerlo e con una testa talmente infarcita di fantasticherie romantiche da non accorgersi di alcuni inquietanti segnali. Ma anche se Giuliano si rivela, già alla fine del viaggio di nozze, irritabile, gretto ed emotivamente freddo, Giovanna persevera nell’illusione di amarlo e di esserne ricambiata, al punto che neppure la scoperta di un tradimento riesce a svincolarla da questa fissazione. La donna soffre, si dispera, passa il tempo a piangere e a compatirsi, ma non è mai in grado di assumere una posizione netta, di farsi rispettare, di prendere una decisione drastica e risolutiva. Le sue reazioni emotive, anche se all’inizio cavalcano l’onda dell’indignazione e del rifiuto, cadono ben presto in una cupa rassegnazione. E più passano gli anni e più scopre delle cose tremende, più sembra impossibilitata ad agire in modo saggio e determinato. Giovanna, più che lottare, tende ad assecondare debolmente gli eventi, e se qualcuno in tutto questo ci ha intravisto un amore puro e oblativo nei confronti delle persone amate, per quanto mi riguarda ci vedo solo l’inquietante presenza di una grave patologia, quella che è stata definita da Freud come “masochismo morale”. In altre parole, la protagonista dà come l’impressione di trarre un piacere inconscio (e inconfessabile) da un ruolo di vittima predestinata, dove si percepisce come schiava sofferente prima del marito e poi dell’altrettanto egoistico figlio. Passa tutta la vita a palpitare e piangere per delle persone che lei stessa, senza rendersene conto, ha viziato in modo sproporzionato, con un attaccamento talmente cieco e morboso, soprattutto nei confronti del figlio dissoluto e insensibile, che ad un certo punto ci si augura, durante la lettura, che possa una buona volta crepare questa povera donna, anche perché rappresenta una vera e propria offesa per il genere femminile, e invece no… Il destino ormai si diverte così tanto con lei, ci ha preso talmente gusto, che per non farla piangere di meno le spazza via, tra una tragedia e l’altra, ogni punto di riferimento morale e materiale, anche i pochi buoni che aveva, costringendola a invecchiare tra rimpianti, solitudini sofferte e vane attese. Sul finale sembra invece accendersi una fiammella di speranza, ma chissà se anche questa durerà il tempo di una breve illusione. Maupassant per fortuna non è andato oltre e quindi abbiamo la libertà, se lo vogliamo, di immaginarcelo migliore.

Anche in questo romanzo, come in Pierre e Jean, lo scrittore ha preso di mira le falsità e i compromessi della borghesia del suo tempo, ed è questo l’aspetto che ho trovato più divertente. Quando Giovanna, dopo la scoperta dei tradimenti del coniuge, si confida con i suoi adorati genitori, scopre infatti delle cose inimmaginabili, perché anche loro nascondono degli scheletri nell’armadio, nonostante la facciata di perbenismo che ostentano. Il padre di Giovanna, ad esempio, anche se talvolta si arrabbia o si dimostra dispiaciuto per il comportamento lincezioso del genero, alla fine non se la sente di condannarlo veramente, perché a sua volta, quand’era giovane, aveva commesso gli stessi errori. Anzi, con l’aiuto del prete cercherà di coprire le malefatte di Giuliano, offrendo alla domestica ingravidata una generosa dote, in modo da permetterle di trovare un marito. Un’usanza che del resto a quei tempi era praticata da tutte le famiglie nobili o benestanti, per eliminare in fretta l’incidente di percorso e salvare le apparenze. La cosa che mi ha colpita è che Maupassant sembra quasi averci provato gusto nello sbugiardare questo tipo di ipocrisie, portando talune situazioni fino all’eccesso, talvolta ad esiti addirittura raccapriccianti…

Mi sono inoltre piaciute, in modo particolare, le pagine in cui l’autore disapprova apertamente certi formalismi religiosi. Giovanna, infatti, ad un certo punto della storia si trova in contrasto con l’abate Tolbiac, un religioso complessato e fanatico che si rifiuta di accoglierle il figlio dodicenne tra i comunicandi, perché a suo avviso non istruito a dovere. Non bisogna dimenticarsi che a quei tempi le botte e le punizioni corporali ai giovani, da parte dei preti, erano molto frequenti, oltre che legittimate nel nome del Signore. Il barone, padre di Giovanna e nonno del ragazzo, quando si accorge che quest’ultimo è stato maltrattato dal parroco non si fa tanti problemi a toglierlo dal catechismo, mentre Giovanna, dopo qualche dubbio iniziale, non solo accetta il fatto di dover rinunciare al sacramento ma trova anche il coraggio di contrattaccare le critiche dei benpensanti con argomentazioni valide e intelligenti. Finalmente, anche se per un breve momento, la protagonista appare finalmente savia e determinata, capace di tirare fuori le unghie, ed è proprio con il seguente estratto che intendo concludere l’analisi e serbarla nella mia memoria:

Poco tempo dopo Giovanna andò a far visita ai Briseville, ma non fu contraccambiata, e questo la stupì, data la meticolosa cortesia dei suoi vicini; fu la marchesa di Coutellier che le rivelò, alteramente, il motivo dell’astensione.
Considerandosi, data la posizione di suo marito, e per il suo titolo, davvero autentico, come una regina della nobiltà normanna, la marchesa governava come una vera regina, parlava con libertà, era graziosa o dura secondo le occasioni, ammoniva, esortava, si rallegrava con qualunque pretesto. Giovanna, dunque, andò da lei, che, dopo alcune gelide parole, le disse:
<< La società si divide in due classi: coloro che credono in Dio e coloro che non ci credono. I primi, perfino i più umili, sono nostri amici e nostri pari; gli altri non sono nulla per noi. >>
Giovanna s’accorse dell’attacco e replicò:
<< Non si può credere in Dio, senza frequentare la chiesa? >>
<< No, signora >> rispose la marchesa <<  i fedeli vanno a pregare Iddio nella sua chiesa, proprio come si va a trovare la gente a casa loro. >>
Ferita, Giovanna replicò:
<< Dio è dappertutto, signora. Per me, io credo profondamente alla sua bontà, ma non sento più la sua presenza quando tra me e lui si frappongono certi preti. >>
La marchesa si alzò:
<< Il sacerdote porta la bandiera della Chiesa, signora; chiunque non segue la bandiera è contro di lui, e contro di noi. >>
Anche Giovanna, fremente, s’era alzata:
<< Voi, signora, credete al Dio d’un partito; io credo al Dio della gente onesta. >> Salutò ed uscì.
Anche i contadini la biasimavano, tra loro, perché non aveva fatto fare la prima comunione a Pollino. Loro non andavano alle funzioni, non s’accostavano ai sacramenti, o al massimo si comunicavano a Pasqua soltanto, secondo il formale precetto della Chiesa; ma per i piccoli, è un’altra faccenda: tutti costoro si sarebbero ritirati, davanti all’audacia di allevare un bambino fuori della legge comune, perché la Religione è sempre la Religione.
Giovanna sentì questa riprovazione e s’indignò interiormente di tutto quel patteggiare, di quegli accomodamenti di coscienza, di quella universale paura di tutto, della gran vigliaccheria acquattata in fondo a tutte le anime, la quale si addobba, allorché si manifesta, con tante maschere rispettabili.
(pag.167-168)

18 pensieri su “Una vita

  1. Brava, bravissima: per il sistema di presentazione che adotti. Intendo la struttura dei post, efficacissima. È un bell’esempio di comunicazione, che va oltre le recensioni cui siamo abituati sulla stampa.
    Ciò premesso, gli stralci che riporti, evidenziano un fior di scrittura: precisa, alla parola, eppure scorrevole, gradevole. Il tempo passato dalla sua stesura, che non è poco!, non si sente. [Guy de Maupassant ha frequentato una scuola di scrittura!??! 🙂 ]
    Entrando nel contesto, della protagonista e dei vari personaggi, mi viene la conferma degli estremi opposti che coincidono: tanto infelice e colpita esce la donna e tanto il carico delle infelicità va progressivamente aumentando, da farmi alla fin-fine sorridere come capita nelle comiche delle torte in faccia.
    Il termine odierno sarebbe: ritratto di sfigata.
    Accusare l’Autore di cinismo?
    Se cinismo è, anche Woody Allen e Stanlio e Ollio lo sono 🙂
    Perchè forse non è da addebitare agli autori, ma alla vita, è la vita ad essere cinica. (/A meno di non accontentarsi dei finali alla Harmony).
    Conclusione: complimenti.

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    1. Intanto grazie per l’apprezzamento, che giungendo da una persona ferrata nel mestiere di scrivere non può che farmi un grande piacere. Concordo con la tua riflessione iniziale, quando fai intendere che il fatto stesso di sentirsi perseguitati dalla sfortuna non fa altro che aumentare la stessa. Da un po’ di tempo a questa parte mi sto infatti convincendo che siano proprio i nostri pensieri negativi e il relativo stato d’animo a fare da vera e propria calamita per ogni sorta di difficoltà. Per quanto riguarda Maupassant, più che di cinismo forse parlerei di un cupo pessimismo nei confronti dell’esistenza umana, che vede gli individui condannati alla meschinità o all’impotenza. Sì, per certi versi si tratta anche di una visione cinica della vita, visto che nelle sue storie il destino non si dimostra tanto pietoso. Ma il cinismo, a mio avviso, l’autore è soprattutto bravo a farlo risaltare in alcuni personaggi dei suoi romanzi e nella società borghese che tratteggia, e forse il famosissimo “Bel Ami”, che devo ancora leggere, rappresenta il non plus ultra in questo senso. Grazie dell’intervento Guido, come sempre piacevolissimo e super stimolante 🙂

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  2. Anche io ho trovato delle difficoltà inizialmente nella lettura di questo romanzo,pur amando Maupassant,proprio per questo senso di angoscia che invede il lettore.Alla fine mi ha conquistata : Jeanne non è una eroina e la vita non è altro che uno scorrere di eventi quotidiani e semplici,pur nella sua unicità.

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    1. Ciao Michela, benvenuta nel blog! Mi fa molto piacere leggere una tua opinione, anche perché ho visto che adori molto i classici 🙂 In effetti Giovanna potrebbe essere considerata un’antieroina, non solo per l’ingenuità e l’autoillusione che la contraddistinguono, ma anche per quella sua tendenza ad essere troppo cedevole e remissiva, a piegare sempre la testa di fronte ai soprusi degli altri. Proprio per questo non sono riuscita a identificarmi in lei, a prenderla in simpatia, ma a parte questo il romanzo mi ha coinvolta parecchio, praticamente l’ho divorato, perché lo stile narrativo di Maupassant è veramente sublime. Come l’ha dipinta lui questa donna, forse nessun altro sarebbe stato in grado di farlo, e certamente non dev’essere un’impresa facile caratterizzare in modo così vero, intenso e profondo un personaggio simile.

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  3. Ho in mano finalmente Bel Ami, l’ho iniziato subito a leggere.
    Scrittura affascinante.
    A distanza di un secolo, attualissimo.
    Quest’esperienza mi conferma l’intenzione di tornare a guardare con attenzione ai “classici” del passato. Non importa se a scapito dei contemporanei, anzi! È sempre più difficile distinguere tra letteratura e marketing.

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    1. Anch’io sono al recupero di molti classici, anche perché penso siano fondamentali per approfondire il bagaglio culturale; del resto è proprio conoscendo più a fondo il passato (anche come stile, tendenze, umori e caratteri) che si può capire meglio il presente… Però non rinuncio a gettare uno sguardo sugli autori più recenti o contemporanei. Come al solito si tratta di rimanere in equilibrio tra vecchio e nuovo, tra antico e moderno, trovandovi magari interessanti connessioni e cercando, soprattutto, di non inciampare 😉

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  4. Esaurito Bel Ami, è un fior di romanzo. Apprezzo particolarmente come l’autore sviluppi i personaggi ma nel contempo, muovendoli, dia un affresco del potere, la santa trinità: politica, finanza, giornali (media, si direbbe oggi). I rapporti tra queste entità.
    Emblematico il ritratto del protagonista, il Bel Ami.
    È un romanzo scritto più di un secolo fa, dove basta sostituire la carrozze con una BMW e ritoccare il make-up delle signore, per avere la nostra più esauriente attualità, averla spiegata nei dettagli.
    Attualità anche nella scrittura. La conduzione dei dialoghi. E sintesi ricorrenti fulminanti.
    Un bel cervello nell’organizzare la materia, il talento di esprimerla.
    La conclusione, certo, amara. Ma c’est la vie… oh, oui!

    PS: ti devo l’ispirazione a leggermi questo titolo, e devo dire – occorresse – che sei un’affidabile ispiratrice 🙂

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  5. Carmelo

    Sembra che fosse uno dei romanzi preferiti di Tolstoj, che se lo portò con sè quando fuggì di casa.

    In questo momento leggo romanzi con protagoniste le donne, mi ricordo ancora nitidamente “Anna Karenina”, quando la compativo e quando avevo voglia di portarla via con me, sto leggendo “Madame Bovary” e pagina dopo pagina invece mi viene voglia di sbattere Emma ai lavori forzati, magari in Siberia. Poi voglio scoprire Theodor Fontane

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    1. Con Madame Bovary, Anna Karenina ed Effi Briest ti stai in pratica facendo una cultura sull’adulterio femminile 😉 Le ultime due devo ancora leggerle, però mi hai fatto venire in mente che sarebbe anche interessante metterle a confronto tutte insieme in un articolo, per analizzarne le differenze caratteriali e psicologiche. Non sarebbe poi male come idea.

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      1. Carmelo

        Accanto a questi tre romanzi ti suggerisco di attenzionare, se non l’hai gia fatto, “L’illusione” di Federico de Roberto, anche lui qui parla delle vicissitudini di una donna protagonista, e non ti anticipo altro, posso solo dirti che De Roberto era un autore coltissimo, ho adorato un suo passo quando descrive fisicamente la bella Teresa Uzeda mentre si fa bella per una uscita serale.

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  6. Theodor Fontane è immenso. Un grandissimo scrittore. Un anziano, borghese signore prussiano che più prussiano non si può dal quale dunque tutto ci si aspetterebbe tranne la grandissima sensibilità, comprensione, umanità, solidarietà, modernità che esprime per quanto riguarda le tematiche femminili, la condizione della donna (Effi Briest è da tempo considerato un grande classico).

    Molti dei suoi romanzi hanno come protagoniste bellissime figure femminili.

    Purtroppo poco conosciuto in Italia. Consiglio i due volumi Meridiani Mondadori.
    Tra i capolavori di Fontane, assolutamente da leggere “Il signore di Stechlin”. L’ultimo capitolo in particolare è semplicemente sublime.

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      1. @Carmelo guarda, non so che dirti, c’è l’imbarazzo della scelta: da “Grete Minde” a “Schach von Wuthenow” a “Cécile”… ma anche “Mathilde Moring”, “Frau Jenny Treibel, “I Poggenpuhl”… sono tutti da leggere. Insomma, con Fontane si cade sempre bene 🙂
        Eccellente poi, nei volumi Meridiani, il lungo saggio introduttivo di Giuliano Baioni, davvero profondo conoscitore di Fontane.

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