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Pierre e Jean, Guy de Maupassant, Garzanti, 2011, 144 p.

Pierre e Jean, Guy de Maupassant, Garzanti, 2011, 144 p

Le opere di Maupassant vengono collocate nel filone del naturalismo francese, anche se per alcuni aspetti presentano dei caratteri originali. Per amicizia e affinità di interessi lo scrittore frequentò il gruppo di Mèdan, capeggiato da Émile Zola, e fu anche legato da stima e affetto a Flaubert, che gli fece spesso da guida paterna. Però la sua idea di forma espressiva, pur attenendosi in gran parte ai rigorosi dettami dei naturalisti, tendeva a concedere un po’ di spazio anche alla soggettività nella percezione delle cose. Per spiegare meglio questi suoi pensieri in fatto di letteratura, lo scrittore aveva scritto, proprio nella prefazione al romanzo Pierre e Jean, che ciascuno di noi si forma un’illusione del mondo, e compito dell’artista non è altro che riprodurre fedelmente quell’illusione; il suo valore consiste quindi nella completezza, nella chiarezza e nella trasparenza con cui è in grado di riprodurre una visione più completa della realtà stessa.
I naturalisti, com’è risaputo, tendevano ad osservare con metodo quasi scientifico i vari contesti sociali, da quelli più miseri a quelli benestanti, convinti che la realtà fosse sempre causa della condizione esistenziale di un individuo. L’uomo veniva studiato come prodotto di fattori ereditari, ambientali e storico-sociali, lasciando alle cose e ai fatti stessi descritti e narrati il compito di denunciarne la condizione sociale, il livello di degrado e le eventuali ingiustizie subite. Molto rappresentative, in tal senso, appaiono le opere di Émile Zola, che si focalizzavano in particolare sul proletariato industriale, così come lo sono quelle di Maupassant, che oltre a indagare gli strati sociali più marginali presentavano un ritratto veritiero della piccola borghesia, spesso analizzata nei suoi aspetti più bramosi e deplorevoli.

Quelli di Maupassant sono spaccati di un’epoca che si distinguono, in modo particolare, per il pessimismo di cui sono impregnati. Nonostante lo sguardo ironico e privo di pregiudizi, lo scrittore percepiva il senso di vuoto del suo mondo, quello appunto borghese, mettendone in risalto la futilità, la piattezza, la cupidigia e l’ipocrisia. La sua era una visione della vita amara e sconsolante, percepita come un groviglio di piaceri effimeri e di interessi meramente materiali. I protagonisti delle sue storie sono quasi sempre mossi da un atteggiamento ottuso, egoista e meschino, oppure condannati all’impotenza, schiacciati dal peso di un destino che appare spesso inutile e incomprensibile. Basta pensare alla vicenda di Bel-Ami, dove il personaggio principale è mosso unicamente da ambizioni personali, o a quella di Una vita, dove tutti i sogni e le speranze della protagonista vengono immancabilmente distrutti.
Una visione nera del mondo che del resto scaturiva da uno stato d’animo altrettanto tormentato e funesto. Se da una parte lo scrittore sfoggiava in pubblico un atteggiamento godereccio, amante delle donne e della bella vita, dall’altra, ossia nei risvolti più intimi e privati, era invece un uomo stanco e logorato, perennemente angosciato dalla paura della morte e del nulla. Bisogna anche aggiungere che soffriva di una grave malattia del sistema nervoso che gli procurava insonnie, emicranie e incubi, a tal punto peggiorata negli ultimi anni di vita da condannarlo alla pazzia e ad una morte precoce.
Per quanto riguarda lo stile narrativo, quello di Maupassant è semplice e diretto ma non per questo meno godibile, con un buon bilanciamento tra elementi descrittivi e psicologici. Personalmente sono rimasta favorevolmente colpita dalla sua capacità di descrivere quel lato oscuro che si cela dentro di noi, pronto ad affiorare quando un evento o una particolare situazione ne innescano la miccia. Così succede infatti in questo romanzo, da molti definito il suo capolavoro, dove viene affrontato il tema della rivalità tra fratelli. Lo stesso Zola lo definì “una meraviglia, opera di verità e di grandezza che non può essere superata”.

Nelle seguenti righe, dove spiego a grandi linee la trama, sono stata costretta a rivelare un dettaglio importante, altrimenti le reazioni emotive del personaggio più tormentato rischiavano di apparire incomprensibili.
La vicenda vede contrapposti Pierre, il figlio maggiore medico che non ha ancora messo a frutto i suoi studi, dal carattere scontroso e irritabile, e Jean, quello di pochi anni più giovane e avvocato, dal temperamento docile e accomodante. Due caratteri quindi molto diversi e destinati a procedere sul filo di una sottile rivalità. Quando un giorno un notaio comunica alla famiglia la notizia che un amico del padre, morto all’improvviso, ha lasciato tutti i suoi beni in eredità a Jean, comincia a serpeggiare in Pierre, prima in sordina e poi in modo sempre più evidente, un sospetto che non trova pace, ma che anzi si acutizza di fronte a piccoli segnali e continui ripensamenti. C’è qualcosa che non gli torna chiaro nella mente, visto che l’amico di famiglia, ogni volta che veniva in visita, si dimostrava estremamente cordiale anche con lui e non solo con il fratello, senza differenze di sorta. La terribile idea che la madre possa essersi concessa ad un altro uomo, nascondendo poi a tutti la reale paternità di uno dei figli, da inizialmente inaccettabile si fa via via sempre più chiara e credibile nei suoi pensieri, visto anche che il padre, uomo rozzo e senza alcuna virtù, non aveva mai manifestato particolari premure nei confronti della moglie.

 Forse solo la sua fantasia aveva creato, inventato quel dubbio atroce. Quella fantasia che lui non riusciva a dominare, che sfuggiva di continuo alla sua volontà e se ne andava libera, ardita, avventurosa e sorniona nell’universo infinito delle idee e, talvolta, ne riportava di inconfessabili e vergognose che egli nascondeva in sé, nei profondi insondabili recessi del cuore, come cose rubate. Perfino il suo cuore aveva segreti per lui e forse quel cuore ferito aveva trovato nel dubbio vergognoso un modo per privare suo fratello dell’eredità che egli invidiava? Ora sospettava di se stesso, interrogando, come fanno le persone devote, con la propria coscienza, tutti i misteri del proprio pensiero. (pag.49-50)

Si era ingannato forse? Conosceva così bene la sua vagabonda insensatezza! Di sicuro si era ingannato! Aveva accumulato indizi, come si prepara una requisitoria contro un innocente facile da condannare quando si vuole crederlo colpevole. Dopo aver dormito avrebbe ragionato in altro modo.
Allora rincasò per andare a letto e, a forza di volontà, finì ad addormentarsi. Ma il suo corpo, agitato da un sonno inquieto, riuscì a rilassarsi per non più di un’ora o due. Quando si svegliò al buio soffocante della sua camera risentì, prima ancora che i pensieri lo riprendessero, quel senso di oppressione, quel malessere che lascia in noi il dolore dopo aver dormito. Come se la disgrazia che ci ha colpiti soltanto il giorno prima, durante il sonno sia entrata nel nostro corpo lasciandolo pesto e indolenzito come una febbre. (pag.65)

Che altro aggiungere di un romanzo così bello che non sia già stato detto dalla critica letteraria o da altri appassionati lettori? Per quanto mi riguarda, devo confessare che ho sempre apprezzato la capacità di uno scrittore di dare voce all’universo psichico dei suoi personaggi. I tormenti morali che si agitano in Pierre e che si riversano con odio e rancore sulla figura materna, alternandosi a un senso di vergogna filiale per l’intensità con cui si manifestano, per la difficoltà di riuscire a mitigarli e gestirli, sono stati delineati talmente bene che è impossibile non venirne emotivamente coinvolti. Durante la lettura si tende inizialmente a parteggiare per Jean, ad approvare la sua infinta bontà e tenerezza, il suo slancio di immediato perdono nei confronti della madre quando viene messo di fronte alla verità, ma non si può fare a meno di comprendere anche lo stato d’animo di Pierre, quel suo sentirsi ingannato e tradito, condannato dalla sorte ad una vita meno facile e agevole. L’invidia iniziale di Pierre, che all’inizio può dare quasi fastidio, man mano che la storia procede si rivela un patimento talmente vero, sofferto e profondo che diventa comprensibile, assolutamente umano. Anzi, alla fine Pierre rischia di apparirci  come la reale vittima della situazione, perché si percepisce che dietro la sua invidia c’è un’esigenza di verità e chiarezza che è assolutamente legittima, ma che gli altri cercano in ogni modo di contrastare. Pierre deve infatti scontrarsi con il muro di una famiglia che non intende mettere a repentaglio la propria decorosa serenità. Una famiglia così interessata a tutelare le apparenze, così protesa a evitare ogni scandalo, che non ci pensa due volte ad approfittare di una circostanza per espellerlo, in modo elegante e garbato, dalla propria cerchia. Al punto che, girata l’ultima pagina, quella punta di dispiacere che ci rimane nel cuore è rivolta soltanto a Pierre, mentre i profili degli altri personaggi sbiadiscono in fretta sul molo di Le Havre, cancellati dalla nebbia del mattino.

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