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Antichrista, Amélie Nothomb, Voland, 2004, 108 p.

Antichrista, Amélie Nothomb, Voland, 2004, 108 p.

Oggi ho deciso di proporvi un’altra recensione della dissacrante Amélie, forse nel vano tentativo di contrastare un clima natalizio che di liturgico ha ormai solo l’apparenza, visto che ogni anno si lascia monopolizzare da una miriade di proposte commerciali che poi invadono in modo spudorato ogni angolo del web (e non solo).
Il fatto è che mi ero anche ripromessa, fin dall’apertura del blog, di pubblicare tutte le recensioni che la riguardavano, e la qui presente stava albergando già da troppi mesi nel mio computer, ammiccandomi ogni volta che accedevo alla cartella dei file. Chiudete quindi un occhio se l’ambiguità del titolo stride con l’atmosfera bonaria (e commerciale) delle feste, ma dovevo proprio liberarmene. Vi posso comunque garantire che non c’è nulla di sacrilego o di sessualmente indecoroso in questo libro, nonostante la seducente immagine impressa nell’angolo della copertina. Affrontate quindi la recensione con una certa tranquillità d’animo (o con una punta di delusione, dipende dalle aspettative personali), visto che è consentita anche ai minori e in special modo a tutte quelle persone che si scandalizzano per poco o nulla.

In questa storia, che in realtà non è poi così male, gli obiettivi vengono puntati al massimo grado su due grosse piaghe dell’umanità: l’egocentrismo, di cui purtroppo nessuno è immune, impersonato in modo eccellente dalla perfida Christa, e l’inadeguatezza, altrettanto diffusa tra i comuni mortali ed espressa in tutte le sue invalidanti forme dalla candida Blanche. Due piaghe che, a mio parere, sarebbero una la figlia dell’altra, ma è meglio evitare di approfondire il discorso per non scivolare in troppe digressioni.

Abbiamo quindi Christa versus Blanche, e se la prima è un’adolescente vistosa e sfrontata alla continua ricerca di un palcoscenico su cui esibirsi, l’altra ragazza, come s’è capito, è l’esatto suo contrario, ossia una creatura timida complessata e inibita che passa le giornate rinchiusa in casa, immersa nello studio e nella lettura. E l’abile penna dell’autrice, che come sempre si diverte a strapazzare i personaggi, non ci pensa due volte a ideare delle occasioni di incontro/scontro tra queste due personalità agli antipodi, regalando un bel vantaggio iniziale soprattutto a Christa, alla quale non sembra quasi vero di poter avere tra le mani un soggetto manipolabile come Blanche, vittima ideale di ogni vampirismo psichico che sia degno di tale nome.
La diabolica ragazza cercherà infatti di insinuarsi con nonchalance e ostentata faccia tosta nella vita privata della sua nuova amica, arrivando al punto di usurparle il posto anche nella stretta cerchia familiare. Sfoggiando sorrisi e menzogne con ineffabile grazia, Christa si accattiverà l’affetto e la simpatia di tutti, trasformando la vita di Blanche in un vero inferno. Le ruberà le attenzioni, il rispetto e addirittura la credibilità, cercando di ridurle qualsiasi merito a poco più di niente, in modo da poter brillare sempre al massimo ogni volta che si trova al suo fianco. Ed è a causa del suddetto comportamento – che a dispetto del nome che la ragazza porta non ha proprio nulla di biblico – che Blanche arriverà alla decisione di ribattezzarla nei suoi pensieri più intimi “Antichrista”, fino a quando troverà anche la forza, dopo svariati tentennamenti, di passare al contrattacco per prendersi delle rivincite. Ma il demonio, ahimè, è duro a morire, e quando graffia lascia il segno per sempre …

Personalmente ho preferito altri romanzi dell’autrice, in primis Le catilinarie e Cosmetica del nemico, che a mio avviso sono insuperabili, però bisogna ammettere che anche questa vicenda fa riflettere e non passa inosservata. Amélie ha la capacità di scegliere sempre la terminologia più adatta per esprimere al meglio un dialogo o una particolare situazione emotiva, per quanto surreale o parossistica possa apparire all’occhio del lettore. Quest’ultimo, del resto, si lascia facilmente catturare e fagocitare dalla sua verve narrativa, dal suo sarcasmo tagliente, arrivando anche al punto di perdonarla ogni volta che procede troppo sopra le righe.
In questa vicenda, in particolare, è soprattutto il comportamento dei genitori di Blanche che talvolta irrita e appare inverosimile, perché sconfina in un’ottusità mentale che forse nella realtà non raggiungerebbe simili livelli. Dico forse così, giusto per essere ottimista, perché ormai non mi faccio più nessuna illusione sulla presunta superiorità intellettuale dell’homo sapiens. Comunque sia, credo che l’autrice si sia divertita un sacco a tirare le situazioni e le persone per i capelli in questo romanzo, ossia a dilatare all’estremo i difetti della razza umana – i suoi, i nostri, insomma quelli di tutti – in modo da puntarci sopra meglio il riflettore.

Forse rischio di ripetermi, ma Amélie riesce a fare l’en plein proprio quando scava a fondo nell’animo umano, quando lo sfronda da ogni suppellettile per tirarci fuori delle condizioni emotive che neppure si pensava potessero esistere, magari perché nascoste sotto coltri di ordinaria apparenza. Impareggiabile ogni volta che affronta le problematiche legate al cibo e al corpo (esperienze che ha vissuto sulla propria pelle) o quelle attinenti la crescita, la perdita dell’infanzia, il conflitto con la madre. La cattiveria, il narcisismo, lo sdoppiamento della personalità, il rapporto vittima/carnefice sono gli ingredienti più riusciti delle sue storie che, per quanto enfatizzate e ossessive, riescono immancabilmente a scuotere qualcosa dentro. Del resto, come ha detto la stessa scrittrice durante un’intervista, <<Chi crede che leggere sia una fuga è all’opposto della verità: leggere è trovarsi di fronte il reale nella sua massima concentrazione>>, e noi, se non viviamo proprio sulle nuvole, se non siamo così ingenui da credere che ciò che leggiamo nei romanzi sia solo finzione, non possiamo far altro che darle ragione.


– Qual è la tua parola preferita in francese? – mi chiese un giorno.
Quelle di Christa erano false domande. Me le rivolgeva all’unico scopo di ottenere che poi le ponessi io a lei: interrogare era uno dei mezzi privilegiati della sua perpetua autopromozione.

Consapevole che non avrebbe ascoltato la mia risposta, e tuttavia docile, dissi:
– Arcata. E la tua?
– Equità – rispose scandendo le sillabe, come qualcuno che ha trovato qualcosa.
– Vedi, le nostre scelte sono rivelatrici: tu hai scelto per il semplice amore della parola; io, che vengo da un ambiente disagiato, ho scelto una nozione che ha un valore d’impegno.
– Naturalmente – commentai pensando che se il ridicolo fosse stato in grado di uccidere, l’intrusa sarebbe già scomparsa da un pezzo.
Quanto meno ero d’accordo su un punto: le nostre scelte erano significative. La sua trasudava buoni sentimenti: in effetti non esprimeva alcun amore per il linguaggio, ma un bisogno travolgente di farsi valere.

Conoscevo Christa abbastanza per sapere che ignorava il significato della parola “arcata”, ma sarebbe morta piuttosto che chiederlo a me.  Eppure era una parola semplice: l’arcata è la portata di un arco, come la falcata è la portata di un passo e l’enjambée  quella di una gamba. Non esisteva un’altra parola che avesse lo stesso potere di farmi sognare: conteneva l’arco teso fino a spezzarsi, la freccia, e soprattutto il momento sublime della distensione, lo scagliarsi del tiro attraverso l’aria, la tensione verso l’infinito, e già la sconfitta cavalleresca poiché, malgrado il desiderio dell’arco, la sua portata sarà limitata, misurabile, impulso vitale interrotto in pieno volo. L’arcata era lo slancio per eccellenza, dalla nascita alla morte, pura energia bruciata nella combustione di un istante.
Inventai immediatamente la parola “christata”: la portata di Christa. La christata designava il perimetro che la presenza di Christa era capace di avvelenare. La christata misurava parecchie arcate. Esisteva una nozione più vasta della christata: l’antichristata, cerchio malefico in cui mi toccava vivere cinque giorni a settimana, di circonferenza esponenziale, perché Antichrista guadagnava terreno a vista d’occhio, la mia stanza , il mio letto, i miei genitori, la mia anima. (pag.63-64)

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