Il giardino di cemento

Il giardino di cemento, Ian McEwan, Einaudi, 2009, 160 p.

“Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non sono affatto terribili”

Questa frase di McEwan, stampata nel retro copertina, sintetizza in modo significativo l’essenza di questo suo romanzo d’esordio, che si distingue da tutti gli altri per lo stile scarno e asciutto, anche se già non mancano quelle tipiche sfumature morbose che hanno reso tanto famoso l’autore. Se si pensa che proprio con tale debutto si conquistò l’appellativo di Ian Macabre, si può facilmente immaginare anche il contesto della trama.
Per spiegare le motivazioni che stanno alla base del romanzo devo per forza addentrarmi nei particolari, quindi se qualcuno non l’ha ancora letto e intende farlo si regoli di conseguenza. La storia, raccontata in prima persona, è quella di Jack, un ragazzo in piena fase adolescenziale, e di come lui e suoi fratelli si ritrovano a vivere quasi al di fuori del mondo, isolati da tutto e da tutti, dopo la morte improvvisa del padre seguita, a breve distanza, da quella della madre. Per non rischiare di essere separati e di finire in affidamento presso qualche altra famiglia, o peggio in un orfanatrofio, i ragazzini decidono di occultare il cadavere della madre in cantina, seppellendolo sotto strati di cemento, per poi continuare la loro esistenza come se niente fosse.
Com’è evidente, questo è un romanzo che getta una luce cupa sull’adolescenza, mescolandone la tipica innocenza con sentimenti più ambigui e torbidi. Un romanzo anche di formazione, se vogliamo, nonostante si sviluppi sulla base di una situazione alquanto estremizzata, ma raccontata in modo così realistico da risultare convincente. A dire il vero la storia non è neppure così inverosimile come appare in un primo momento, soprattutto se si pensa a ciò che succede ogni giorno nel mondo, basta andare a leggere un po’ di cronaca per capacitarsene.

Jack, Julie, Sue e Tom si ritrovano quindi a vivere un’esistenza da orfani, in un clima domestico dove ogni cosa sembra essere come in sospeso, circondati dallo squallore di un quartiere desolato e in rovina che appare come il riflesso della loro decadenza emotiva o, al contrario, come un ulteriore fattore scatenante di un disagio esistenziale che covano da tempo. Tutto procede oscillando tra ordine e caos, con giornate che si trascinano in modo apatico e altre in cui il bisogno di mettere a posto ogni cosa prende all’improvviso il sopravvento. In questi momenti è come se i ragazzi cercassero di replicare i tradizionali schemi famigliari, ricostruendo una vita domestica dall’aspetto apparentemente normale, ma in realtà il loro spirito è già compromesso, pericolosamente in bilico sull’argine di un precipizio. La struttura autarchica del nucleo familiare assume sempre di più le sembianze di una prigione che isola da qualsiasi influenza esterna. Ma è una cosa che non può funzionare, destinata a fallire tra momenti di rivalità e affetto morboso, pulsioni inquietanti e segreti insostenibili.
Il piccolo Tom, infatti, retrocede sempre di più in comportamenti emotivi di tipo deviante, anche per attirare su di sé le attenzioni della sorella maggiore, che ai suoi occhi di bambino bisognoso di affetto dovrebbe sostituire la figura materna, anche se lei reagisce in modo spesso indisponente. Jack, dal canto suo, si lascia andare così tanto da trascurare addirittura la propria igiene, sempre più indifferente ad ogni cosa e incapace di reagire in modo sensato, vittima di un’inedia che non accenna a risolversi. Geloso addirittura del piccolo Tom per l’attaccamento che dimostra nei confronti di Julie, verso la quale lui stesso prova un’attrazione strana e indefinibile. Julie, anche se apparentemente sembra la più forte, è in realtà la più disfunzionale di tutti, con quel suo modo di passare con estrema facilità dalla dolcezza alla durezza, da una risata incomprensibile alla rabbia più ostinata. E infine c’è Sue, che vive chiusa in sé stessa, quasi sempre immersa nella lettura di un libro, forse nel tentativo di rifugiarsi in un limbo dove anche le cose più innaturali sembrano assumere una parvenza normale. E anche questo, in fondo, è un altro modo per difendersi. Insomma, ogni componente della disgregata famiglia reagisce in modo personale alla tragedia, e McEwan, con una struttura narrativa a dir poco perfetta, fatta di poche parole ma molto incisiva, riesce ad offrirci un ritratto psicologico veramente tagliente di questa condizione così precaria ed autoemarginante.

Immagine tratta dal film The Cement Garden (1993), regia di Andrew Birkin, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino

Il libro è stato spesso giudicato scabroso e disturbante, soprattutto per la tematica dell’incesto, ma a me sembra che l’autore se la sia cavata piuttosto bene nel trattare l’argomento, senza mai scadere in eccessi inutili o volgarità gratuite. E’ una vicenda che appare anche realistica, plausibile, nonostante il contorno macabro. Tutti i personaggi sono alle prese con la difficoltà di crescere, impossibilitati a trovare una propria identità in seguito alla scomparsa prematura dei genitori. E’ quello che potrebbe succedere anche nel mondo reale se degli adolescenti si trovassero nelle identiche condizioni precarie, quindi il disorientamento, l’immaturità, la debolezza, l’incapacità di reagire in modo sensato non sono poi così improbabili, visto che nascono da una carenza emotiva dovuta alle condizioni di crescita e al pessimo rapporto avuto col padre.

Ho letto in giro considerazioni alquanto discordanti su questo libro, e se da una parte è comprensibile che possa piacere o non piacere, anche senza vie di mezzo, dall’altra non trovo corretto il tentativo di confrontarlo con altre opere dell’autore, in particolare con Espiazione, per poi giudicarlo nettamente inferiore, anche perché sono due romanzi completamente diversi, sia come stile che contenuti. Concordo sul fatto che Espiazione sia meglio strutturato e di più ampio respiro, anche perché è un’opera più recente e matura, sostenuta da una scrittura che nel frattempo si è evoluta, ma tale giudizio non dovrebbe andare a discapito di questo primo parto letterario, che nonostante lo stile più stringato riesce comunque a coinvolgere e regala momenti di vero e proprio scompiglio interiore, al pari, ad esempio, dell’altrettanto conturbante Cortesie per gli ospiti.
L’autore, già con questi primi romanzi, dimostra infatti di avere la rara capacità di descrivere ogni cosa in modo fotografico e oggettivo, anche quando si serve di frasi corte e di poche parole, al punto che al lettore sembra quasi di sentire sotto i piedi il pavimento sporco e sdrucciolevole della cucina, se non addirittura il ronzio delle mosche sulla spazzatura o l’olezzo mortifero che proviene dalle scale. L’accumulo dei rifiuti, se ci pensiamo, non è solo il simbolo della deriva esistenziale di questi ragazzi, ma anche di quei sentimenti torbidi che tutti noi ci portiamo dentro e che gli imprevisti della vita, prima o poi, ci costringono ad affrontare. E se uno scrittore riesce a farti intuire tutto questo, trasmettendoti anche un senso di inquietudine fino all’ultima pagina, a mio avviso è uno scrittore coi fiocchi, al di là del fatto che gli eventi narrati possano turbare e provocare qualche malessere, perché magari sono andati a scoperchiare un non so che di interiore, a risvegliare sensazioni rintanate nell’inconscio.
Bisogna anche aggiungere che non è per nulla facile trattare tematiche come l’abbandono a se stessi, la passività demotivante e l’emotività anaffettiva, ma McEwan, come al solito, ci è riuscito benissimo.

Mi masturbavo tutte le mattine e tutti i pomeriggi, e fluttuavo per la casa, di stanza in stanza, sorpreso talvolta di trovarmi in camera mia, sdraiato sulla schiena a fissare il soffitto, mentre invece avevo avuto intenzione di andare in giardino. Mi guardavo attentamente allo specchio. Cosa c’era di sbagliato in me? Cercai di farmi paura col mio sguardo riflesso, ma provai solo impazienza e vaga ripugnanza. Stavo in mezzo alla stanza ad ascoltare il rumore del traffico, continuo e lontano. Poi ascoltavo le voci dei bambini che giocavano per strada. I due suoni si mescolavano e sembrava che mi facessero pressione sulla testa. Mi sdraiai di nuovo sul letto e questa volta chiusi gli occhi. Quando sentii una mosca camminarmi sulla faccia, decisi di non muovermi. Non sopportavo di restare sul letto, eppure qualunque cosa pensassi di fare mi disgustava subito. Per scuotermi pensai a mia madre là sotto. Per me era soltanto un fatto. Mi alzai e andai alla finestra, poi restai un po’ lì a guardare i grattacieli, oltre il campo di erbacce riarse. (pag.81-82)

Mi sedetti su uno sgabello accanto al baule e pensai alla mamma. Cercai in tutti i modi di vedermi la sua faccia nella mente. Mi veniva bene il contorno ovale del suo voto, ma i lineamenti interni a questa forma non volevano star fermi, oppure si dissolvevano uno nell’altro e l’ovale si trasformava in una lampadina. Una volta il viso di mia madre comparve brevemente, incorniciato dall’ovale e col sorriso innaturale che aveva quando posava per una fotografia. Pensai a delle frasi e cercai di fargliele dire. Ma che cosa potesse dire non mi riusciva d’immaginarmelo. Le cose più banali, tipo “Passami quel libro” o “Buona notte” non sembravano affatto il genere di cose che diceva lei. Aveva la voce bassa o acuta? Faceva mai battute? Era morta da meno di un mese e stava lì, nel baule accanto a me. Non ero certo nemmeno di quello. Avrei voluto tirarla fuori e vedere. (pag.97)

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12 pensieri su “Il giardino di cemento

  1. Il brano che riporti è scritto in modo magistrale. Rivela grande padronanza tecnica.
    Per il resto – ma mi rendo conto che è un fatto probabilmente mio personale, una limitazione – trovo che sia facile ricorrere ai fatti estremi. Dico fatti estremi e non paradosso, quest’ultimo mi può anche appassionare.
    Trovo che sia molto più difficile saper rendere interessante e trattare fatti di vita anonima, qualsiasi, cioè la media della gente. È la gente della strada il mondo, sono gli anonimi grazie ai quali il mondo va avanti.
    Tanta bravura, quale Ian McEwan dimostra, mi seduce ma. 🙂

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    1. Ciao Guido 🙂 Intanto grazie per il commento, anche perché i tuoi interventi sono sempre interessanti. Forse la questione è, come dici all’inizio, molto “soggettiva”, nel senso che alcuni autori trovano maggiore facilità di espressione su temi difficili e scabrosi, mentre altri rendono meglio su tematiche meno estremizzate. A questo punto sarebbe curioso sentire il parere di altre persone che si cimentano con la scrittura, così come quello di altri appassionati lettori.

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  2. Athenae Noctua

    Questo è stato il secondo libro di McEwan che ho letto, dopo Amsterdam e prima di Espiazione ed è l’unico che finora non mi è piaciuto: per quanto l’autore sia talentuoso – e non si può metterlo in dubbio, al di là dei gusti del singolo lettore – l’ho trovato davvero troppo morboso, mi ha deluso un po’come ha fatto Norwegian Wood rispetto al Murakami che avevo conosciuto precedentemente.

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    1. Il mio approccio con McEwan è invece partito dal sottoscala 😉 ossia dai suoi libri più inquietanti e morbosi, per poi arrivare, con rinnovata ammirazione, a quelli che sono oggi considerati i suoi grandi capolavori. Però devo dire che mi piace tutto di lui, sia la parte più luminosa che quella in ombra.

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  3. < Alessandra.
    Nella tua risposta al mio commento, hai rilevato un particolare che trovo interessante, o meglio, che trascuro – e cioè che "alcuni autori trovano maggiore facilità di espressione su temi difficili e scabrosi, mentre altri rendono meglio su tematiche meno estremizzate."
    🙂 È un concetto che mi affretto ad aggiungere alla cassetta degli attrezzi 🙂

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  4. Un autore famoso e un libro che si potrebbe definire scabroso e forse destabilizzante…. Mi sento attratta da una lettura così anche se so che mi sconvolgerebbe, in uqesto periodo con in casa due figli adolescenti e una bambina mi rendo conto che niente e scontato anche se non si arriva a gesti e situazioni ovviamente così devastanti ma mai dire i miei figli non lo farebbero mai…. Grazie per questo spunto.

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    1. Ciao Elena, capisco molto bene il tuo punto di vista, perché anch’io sono alle prese con un bambino in fase preadolescenziale. Se una lettura non ti attira granché, fai benissimo a starne lontana 😉 A me questo scrittore piace molto, lo seguo da moltissimi anni, quindi si può dire che ho letto quasi tutto di lui, da questi suoi primi romanzi decisamente morbosi fino a quelli più recenti che brillano per raffinatezza introspettiva e affascinante complessità. Non è che sia attratta dalla scabrosità o dagli aspetti più morbosi della vita, ma mi piace come McEwan riesce a inquadrarli e descriverli, a “metterli su carta”, portando alla luce quella negatività dell’animo umano che la maggior parte della gente vorrebbe ignorare, ma che esiste, fa parte della nostra realtà e sarebbe giusto affrontare con la necessaria consapevolezza. Sono tematiche, come già detto in precedenza, non facili da gestire per uno scrittore, perché il rischio di cadere nel triviale o nel cattivo gusto è sempre dietro l’angolo, ma in questo caso ciò non accade, l’autore riesce sempre a cavarsela uscendone a testa alta. Non ti consiglierei comunque di iniziare a conoscerlo con questo romanzo, soprattutto se pensi che la tua sensibilità ne possa uscire turbata; prova magari con Bambini nel tempo o Espiazione, che pur essendo di forte impatto emotivo non hanno aspetti così macabri o scabrosi, oppure con L’amore fatale, che per certi versi è anche divertente.

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      1. Grazie Alessandra apprezzo sempre i tuoi post e i tuoi commenti e me lo terrò segnato, mi incuriosisce come lettura non ho mai letto nulla di questo scrittore anche se famoso. Magari da leggere in un periodo di tranquillità emotiva può far bene 🙂

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  5. Il giardino di cemento è stato il primo libro di McEwan che ho letto ed è stato folgorante.
    L’amico che me l’ha dato mi ha detto che lo scrittore inglese aveva esordito con un libro di racconti: li ho letti subito dopo. Da allora ho seguito McEwan (con qualche defezione) fino a Espiazione, che è un bellissimo libro (poi voglio leggere le altre tue recensioni di questo scrittore con la S maiuscola: credo che sia stato uno dei migliori in Europa).
    Da Il giardino di cemento McEwan ha cambiato il suo modo di scrivere: è diventato più “classico”, meno secco e ruvido, nonché essenziale, e pure le sue tematiche sono assai diverse dagli scandalosi esordi.
    Leggere la tua recensione mi ha riportata indietro nel tempo.
    Il giardino di cemento è un libro assai crudo – morboso, come dicono in molti – tuttavia mi sono piaciute, non posso negarlo, quell’anarchia e trasgressione che vi si respiravano.
    Non ricordo come finisce. Non ho più il libro con me per rileggerlo. Tu, giustamente, non hai voluto svelare il finale.
    Ho come la sensazione che, in un certo senso, sia finito bene: che i ragazzi si siano stretti per difendersi dalla realtà esterna e creare una loro libera, estrema – seppure emarginata – e molto alternativa famiglia. Dopotutto, mi sembra di ricordare, era quello che volevano. Che ne pensi?
    Sono intervenuti i servizi sociali? E’ probabile, ma non lo ricordo e non ricordo neanche il film, che pure ho visto (non male, tra l’altro). Sono passati tanti anni.
    Ecco perché ho deciso di raccontarmi tutti i libri e i film che mi piacciono, così mi ricordo pure come finiscono!

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    1. Il lieto fine è impossibile in questa storia. Il tentativo di mantenere compatta la famiglia in condizioni così instabili e degradanti non poteva che rivelarsi un’utopia. Alla fine, se ricordi, viene a galla anche il macabro occultamento… Di questo scrittore ti suggerisco, se non li hai già letti, L’amore fatale e Cani neri, entrambi bellissimi!

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