Tag

, ,

Mark Strand

Mark Strand (1934-2014)

Ieri è morto Mark Strand, un poeta che amavo molto per lo stile inusuale e paradossale. Ne avevo già parlato qui, nel blog.

Nato in Canada nel 1934, Strand fu anche saggista, traduttore e autore di volumi sull’arte. Tra i vari riconoscimenti, nel 1999 aveva ricevuto il Premio Pulitzer per la Poesia. Molte delle sue opere sono state pubblicate anche in Italia, tra cui La denarrazione (L’Obliquo 2005), L’inizio di una sedia (Donzelli 1999), L’alfabeto di un poeta (L’Obliquo 2001), Edward Hopper (Donzelli 2003), Uomo e cammello (Mondadori 2007).

La sua è una poesia con un uso delle parole stringato e sorvegliatissimo, che però è dotata di un ritmo e di un piacere della pausa che la rendono veramente affascinante. É una poetica sobria e nello stesso tempo evocativa, fatta più di domande che di risposte, che non ha la pretesa di comunicare particolari ideologie o convinzioni di tipo etico-religioso. I suoi versi, che spesso indugiano in un continuo gioco di attese e di spiazzamenti, guardano in faccia la vita e la morte con ironica disillusione, quasi si divertissero ad osservarle nella loro nullità. Per questo e per altro Strand era stato definito dalla critica un realista metafisico, spesso etichettato anche come poeta della perdita, dell’allusività e dell’assenza.

Vorrei ricordarlo con alcune liriche scelte tra quelle più strane e surreali, che difficilmente rischiano di passare inosservate. Almeno per quanto mi riguarda, ogni volta che le leggo ne rimango colpita e affascinata. Spero possano essere apprezzate anche da voi.


Il cunicolo
(da Dormendo con un occhio aperto, 1964)

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
E’ sempre lì.

Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.

Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.

Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,

sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.


Mangiare poesia
(da Motivi per muoverci, 1968)

Mi cola inchiostro dagli angoli della bocca.
Non c’è contentezza come la mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria pensa di avere le traveggole.
Ha gli occhi afflitti
e cammina con le mani tra le pieghe del vestito.

Le poesie sono svanite.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale della cantina e salgono.

Roteano gli occhi,
le zampe bionde bruciano come stoppie.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e piange.

Non capisce.
Quando cado in ginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio contro e abbaio.
Faccio le feste felice nel buio libresco.


Il vestito
(da Più buio, 1970)

Sdràiati sulla collina luminosa
con la mano della luna sulla guancia,
la carne fonda tra le pieghe bianche del vestito,
e non sentirai la talpa passionale
che prolunga la propria tenebra,
né il gufo che dispone tutto nella notte,
che è la sua saggezza, né la poesia
che ti colma il cuscino di piume azzurre.
Ma se ti spogli del vestito e ti sposti nell’ombra,
la talpa ti troverà, e anche il gufo, e anche la poesia,
e cadrai in una tenebra ulteriore, una che ti troverai
a fare e rifare finché non sarà perfetta.


Versi per l’inverno
(da L’ora tarda, 1978)

Dì a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio precipita nell’aria
che continuerai
a camminare, a sentire
la stessa canzone, non importa dove
ti trovi –
nella cupola del buio
o sotto il bianco screpolato
dello sguardo della luna in una valle innevata.
Stasera mentre si fa freddo
dì a te stesso
ciò che sai, che non è niente
altro che la canzone suonata dalle tue ossa
mentre continui a incedere. E sarai in grado
per una volta di sdraiarti sotto il minuscolo fuoco
delle stelle invernali.
E se capita che non puoi
continuare né tornare indietro
e ti trovi
dove sarai alla fine,
dì a te stesso
in quel definitivo fluire del freddo nelle membra
che ami quello che sei.

Annunci