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Racconti, Friedrich Dürrenmatt, Feltrinelli, 2009, 408 p.

Racconti, Friedrich Dürrenmatt, Feltrinelli, 2009, 408 p.

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano. Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
(Il torturatore, pag. 8)

Non lasciatevi turbare troppo da queste righe, anche perché sono solo un piccolo assaggio di ciò che troverete in questa interessante raccolta pubblicata da Feltrinelli, che include i racconti più noti e meno noti di Dürrenmatt scritti fra il 1942 e il 1985, irrinunciabile per tutti gli estimatori del grande scrittore elvetico.
Molte di queste storie sono dei veri e propri viaggi in una realtà allucinata, con situazioni palesemente kafkiane e al limite dell’assurdo. Basterebbe citare l’incubo descritto nel racconto La trappola, dove il protagonista si ritrova a scendere, insieme a molte altre persone, una lunga scala che sprofonda negli abissi, ma quando si rende conto che la stessa termina in un mare di fuoco cerca disperatamente, in ogni modo e con tutte le sue forze, di risalire verso l’alto. Sono passi descritti in modo talmente angosciante da provocare quasi una reazione claustrofobica in chi si appresta a leggerli.

 Ricominciò a salire. Guardava col collo teso innanzi a sé e teneva il tronco molto piegato in avanti. Le braccia gli si muovevano a casaccio e i piedi incespicavano. Saliva irregolarmente e durante la salita la paura cresceva lentamente rafforzandosi a ogni passo. Cadde e si rialzò, a fatica, sanguinante, poi cadde ancora. Rimase disteso a lungo, il volto premuto sul granito bagnato che gli inzuppava gli abiti. Più tardi strisciò attorno come un animale, poi salì ancora qualche gradino incontro all’orrore crescente. La solitudine era come una pietra, era come certe stelle morte, immense e senza luce nella loro spietata densità fatta d’atomi compressi. Il vuoto gli si appiccicava addosso, era risucchiato dalle esangui fauci del nulla.

Impressionante anche il racconto Il tunnel, dove un treno affollato diretto a Zurigo imbocca, come ogni giorno, una lunga galleria, che però questa volta diventa interminabile, praticamente senza fine, senza una via d’uscita. Provate a leggere queste pagine, altrettanto asfissianti per l’inquietudine che trasmettono, sono certa che ne rimarrete sconcertati e non ve le scorderete più.
Tra i racconti surreali mi è anche piaciuto, in modo particolare, quello intitolato Abu Chanifa e Anan Ben David, che contrappone in un lungo scontro dialettico (di carattere religioso, ma nel contempo fortemente emotivo) due teologi, uno fedele al Corano e l’altro alla Bibbia, entrambi rinchiusi nella stessa cella di una prigione, dimenticati con il passare del tempo dal resto del mondo. É una storia veramente bella, per quanto improbabile, che fa riflettere a fondo su un tema ancora scottante nei nostri tempi, che è quello del fanatismo e delle guerre di religione. Con un finale come al solito inaspettato, che in parte riesce a consolare. In altri racconti vengono invece esplorate le zone del mito, con quello del Minotauro che si pone ai vertici per l’interessante rovesciamento di prospettiva proposto nella lettura interpretativa del confronto fra Teseo e l’uomo-toro. Mentre su un altro versante ancora troviamo le storie che si agganciano alle tematiche più care all’autore e già note al grande pubblico, ossia il concetto di colpa e castigo, di reato e condanna, con quest’ultima più spesso disattesa che favorita dal caso.

Per quanto mi riguarda, non ho alcun dubbio nel considerare Dürrenmatt uno dei più grandi scrittori di lingua tedesca del secondo dopoguerra, in particolare dopo aver letto queste pagine così intense e stupefacenti che rappresentano un bel concentrato del suo stile narrativo. Qui troviamo veramente tutto di lui, dalla visione grottesca della vita (quasi sempre giocata sul confronto fra l’individuo e il male) al divertissement per la satira politica (come ad esempio nel racconto La caduta, che mette in ridicolo i meccanismi perversi che stanno alla base dei regimi assolutisti) fino alle vicende a sfondo mitologico (La morte della Pizia, Il ritratto di Sisifo, Il Minotauro), con una gamma di tonalità che scorrono continuamente dall’ironico al tragico mettendo in risalto tutti i conflitti dell’uomo moderno. Non si può, tuttavia, cercare di incasellare la visione di Dürrenmatt dentro dei parametri idealistici troppo rigidi, tanto è ampio il suo sguardo nel cogliere storture, difetti, dissonanze e angosce della condizione umana, spesso con un sarcasmo che tende a redimere le storie da qualsiasi intento moralistico. La vita, per questo geniale autore, è soprattutto una tragicommedia alla mercé del caso, con un finale spesso a sorpresa. Che poi il malcapitato di turno, in mezzo a tutto questo trambusto, si ritrovi anche a scoprire di avere una coscienza o a fare i conti con la stessa, come nei bellissimi Il Minotauro e La panne, è una conseguenza che non va comunque a scapito dell’originalità della trama o di una visione ironica – seppure amara – della vita.

Friedrich Dürrenmatt, Illustration pour la Ballade Minotaure VII, 1984-85

Friedrich Dürrenmatt, Illustration pour la Ballade Minotaure VII, 1984-85

L’universo di Dürrenmatt ci regala una grande ricchezza di significati, ci apre uno scrigno pieno di tesori, soprattutto se siamo disposti a lasciarci catturare dal suo afflato suggestivo e disturbante; è come un gigantesco labirinto con degli specchi alle pareti, dove l’uomo si riflette all’infinito senza quasi riconoscersi, schiavo di impulsi e desideri, di paure, illusioni, contraddizioni. E il filo di Arianna, in questo groviglio che è la vita umana, porta quasi sempre ad un finale imprevisto, dove il mostro si scopre una vittima e l’eroe un mistificatore.
Nel racconto Il Minotauro, che meriterebbe una trattazione a parte per l’intensa e tragica bellezza, ci viene presentato un uomo-toro totalmente inconsapevole (e quindi incolpevole) della sua violenza, nato mostruoso per colpa di Minosse e quindi condannato ad espiare una colpa antecedente la sua nascita. Rinchiuso in un labirinto costituito da specchi che gli rimandano continuamente la sua immagine duplicata all’infinto, immagini in cui non riesce a riconoscersi anche se lo fanno sentire meno solo, condannato ad uno stato di continua inconsapevolezza, incapace di capire i suoi sentimenti e tutto ciò che lo circonda. É l’innocenza di un mostro non consapevole di sé e dell’orrore delle sue azioni, esaltata ancora di più dal confronto finale con Teseo che, camuffato a sua volta da uomo-toro, lo colpirà a tradimento. Un mostro che prende finalmente coscienza della propria diversità – e della cattiveria del mondo – nell’esatto momento in cui vede il proprio sangue e si rende conto di avere una lama conficcata nel petto. Il labirinto diventa quindi la metafora di un mondo ingiusto e incomprensibile, dove spesso sono gli innocenti, ossia i puri di cuore, a dover pagare. E su questa tragedia rivisitata spicca inaspettatamente la danza come espressione rituale della circolarità del labirinto, delle sue forme simboliche a cerchio e spirale: danza il Minotauro, danzano le fanciulle che gli vengono offerte in sacrificio, danzano tutti quelli che si addentrano nel labirinto per ucciderlo. La danza del piacere e del dolore, della rabbia e della violenza, della vita e della morte.

Quello di Dürrenmatt è anche un uomo che si illude – come accadde nei racconti a sfondo poliziesco – di avere un controllo sulla propria vita quando questa è invece soggetta ai capricci del caso, un uomo che crede di poter conseguire un ideale di giustizia quando la stessa si rivela invece labile, sfuggevole, impraticabile. Come ad esempio nel romanzo La promessa (non incluso in questa raccolta), dove viene rimarcata l’impossibilità di arrivare al colpevole mediante la pura logica investigativa, perché è sempre e comunque il caso a determinare il successo o il fallimento della stessa.
E sarà proprio la casualità a giostrare la notte di Alfredo Traps nel tremendo racconto La panne (a mio avviso tra i più belli di questa raccolta), un rappresentante di commercio che a causa di un guasto alla macchina sarà costretto ad accettare l’ospitalità di un vecchio giudice in pensione, che però, guarda caso, ogni volta che accoglie uno sconosciuto in casa si diverte ad inscenare con dei vecchi colleghi la rappresentazione di un processo, senza però formalizzarsi troppo su leggi, regole e cosucce simili. Impressionante a questo punto il rapporto che si sviluppa tra i giudici, sempre più assillanti nella loro vena inquisitoria al punto di sembrare quasi degli aguzzini, e l’accusato, reo di una colpa morale da tempo rimossa nella coscienza che alla fine, venendo a galla, avrà un peso talmente insostenibile da non poter essere più gestita. La verità si cela sempre nel profondo dell’animo umano, dove «che lo si voglia o no, c’è sempre qualcosa da confessare», e solo il caso – come può essere appunto una panne – la può scovare.

Nel mondo di Dürrenmatt le colpe non si possono rimediare e correggere. C’è un nichilismo di fondo che non lascia molta speranza. Dal suo labirinto di specchi non si esce tanto facilmente, anche perché le immagini riflesse che rimbalzano da una parte all’altra tendono a confondere le idee, a non far intravedere possibili escamotages. Anche nei racconti polizieschi più famosi, come ad esempio Il sospetto e Il giudice e il suo boia, la strada che conduce dal delitto alla punizione dello stesso non è mai facile e scontata, spesso si dimostra accidentata, imprevedibile, assoggettata alle bizzarrie della sorte. I detective di Dürrenmatt, pur essendo mossi da buoni propositi e da un certo acume investigativo, di fronte all’ambiguità di un delitto perdono spesso ogni certezza, e nonostante la buona volontà sono costretti a rassegnarsi di fronte all’incomprensibilità di un caso. Perché la giustizia, nella visione di questo grande scrittore, è un concetto abbastanza astratto e irraggiungibile, e anche quando viene finalmente messa in atto rimane sempre il dubbio se sia stata compiuta  giustamente o meno, tanto che sarebbe quasi preferibile vivere in modo totalmente inconsapevole, senza sapere l’effetto che il nostro agire produce di continuo sulle vite degli altri.

Per Dürrenmatt il concetto di giustizia è quindi “relativo”, incapace di cogliere la verità più profonda che si cela nell’animo umano, soprattutto quando è in gioco il ruolo del Tribunale, dove la verità processuale non sempre corrisponde con quella reale. L’assenza di certezze implica il proliferare del dubbio, al punto che talvolta è impossibile tracciare una linea di confine fra vittima e carnefice. Il caso governa quindi non solo i destini umani ma anche i meccanismi di indagine del complesso poliziesco-giudiziario, ed è per questo che i suoi racconti lasciano spesso l’amaro in bocca. Evidentemente lo scrittore non tollerava l’incoerenza generale che sta alla base dell’ordinamento giudiziario, in particolare quella che contraddice la famosa sentenza “La Legge è uguale per tutti”. Questa è un’affermazione che in effetti suscita solo imbarazzo, ancor di più nella nostra epoca attuale vista la quantità di loschi affari e crimini impuniti, di personaggi equivoci che vengono facilmente condonati e rimessi in circolazione, magari perché importanti o perché protetti da qualcuno di importante. Il tutto davanti agli occhi di una coscienza sociale spesso paralizzata o indifferente, incapace di agire e reagire, succube di un’iniquità generalizzata che percepisce come un fatto ormai inevitabile. L’amaro in bocca, quindi,  non lo lasciano solo i finali di Dürrenmatt, ma anche le vicende che quotidianamente ci accadono attorno e che ascoltiamo ogni giorno al telegiornale.

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