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Un nuovo mondo, Eckhart Tolle, Mondadori, 2010, 256 p.

Un nuovo mondo, Eckhart Tolle, Mondadori, 2010, 256 p.

Eckhart Tolle, nato nel 1948 nei pressi di Dortmund, è autore di libri dove la spiritualità e la filosofia (in particolare quella buddista, con agganci anche allo zen, all’induismo e al cristianesimo) vengono felicemente coniugate con la psicologia. I suoi insegnamenti, che sono molto chiari e profondi, ci indicano una via per la trasformazione della coscienza e il risveglio spirituale.
Uno dei suoi libri più conosciuti si intitola “Il potere di adesso”, pubblicato nel 1999, che continua ancora oggi a riscuotere consensi in tutto il mondo. Ma personalmente ho trovato ancora più interessante l’opera di cui parlo in questo articolo, dove vengono trattati con dovizia di particolari tutti i problemi generati dall’ego, che secondo Tolle (ma non è l’unico a pensarla così) è l’unica e vera causa di ogni conflitto e infelicità umana. Sono concetti in gran parte già illustrati dalla psicoanalisi, ma le parole di questo maestro, limpide e carezzevoli come l’acqua, hanno un effetto quasi terapeutico sulla mente di chi lo legge perché riescono a smuovere qualcosa nel profondo. Per quanto mi riguarda è stato così, ma anche gli amici a cui ho prestato il libro ne sono rimasti a dir poco colpiti.

In grande sintesi, Tolle ci spiega che l’ego umano ha continuamente bisogno di affermarsi distinguendosi dall’altro, separandosi dall’altro; si percepisce come un frammento separato in un universo ostile, senza alcuna connessione interiore con ogni altro essere, circondato da estranei che considera potenziali minacce o che cercherà di usare per i propri fini. Purtroppo l’emozione che sta dietro l’ego e che governa ogni sua azione è la paura: paura di non essere nessuno, paura di non esistere, paura della morte. L’ego si manifesta nell’identificazione con la forma – spiega Tolle – ma in fondo sa che nessuna forma è permanente, che sono tutte illusorie. Per questo vi è sempre un senso di insicurezza intorno all’ego, anche quando all’esterno appare fiducioso. Talvolta l’ego assume forme esageratamente sproporzionate, e in questi casi si sconfina nella paranoia. Pensiamo, ad esempio, a quelle persone continuamente ossessionate dall’idea di complotti e tradimenti nei loro confronti, che purtroppo non sono affatto poche. La cosa paradossale è che anche le organizzazioni o intere nazioni sono basate su questo sistema di credenze paranoiche, i cui effetti deleteri sono sotto gli occhi di tutti. A un livello di ego collettivo, lo status mentale “noi abbiamo ragione e loro hanno torto” oppure “noi siamo superiori e loro sono inferiori” è sempre all’origine dei conflitti ideologici e religiosi fra nazioni, razze, tribù, popoli. Ambedue le parti in conflitto sono identificate con il proprio punto di vista, la propria storia, il proprio pensiero. Entrambe sono incapaci di vedere che può esistere un’altra prospettiva, un’altra storia, meno che mai un’altra verità. La sofferenza e l’infelicità, spiega Tolle, sono quindi delle malattie mentali ed emozionali create dall’ego, sia individuale che collettivo, che purtroppo hanno raggiunto oggigiorno delle proporzioni epidemiche.

L’infelicità è l’equivalente interiore dell’inquinamento ambientale del nostro pianeta. Spesso viviamo con un’insoddisfazione di fondo  alimentata giornalmente da stati d’animo di irritazione, impazienza, nervosismo. Molte di queste negatività vanno a potenziare l’ego invece che a smorzarlo. La rabbia e il risentimento, ad esempio, danno all’ego l’illusione di essere nel giusto e aumentano il senso di separazione tra sé e gli altri. Quando viviamo un disagio attribuiamo sempre a qualcuno o a qualcosa la causa della nostra sofferenza, non vogliamo renderci conto che dipende esclusivamente da noi. Quando diciamo “Che giornata spaventosa!” non comprendiamo che il vento, il freddo o qualsiasi altra situazione che ci irrita non sono in realtà così spaventosi. Spaventosa, caso mai, “è la nostra reazione” a queste cose, ossia la resistenza che poniamo nei confronti di certe situazioni e la valanga di emozioni negative che ne conseguono. Se nel mezzo di uno stato di negatività riuscissimo a comprendere che siamo noi gli unici artefici della nostra sofferenza, già questo sarebbe sufficiente ad innalzarci al di sopra delle limitazioni causate dall’ego e dalle sue reazioni.

Tolle spiega che tra le cause principali dell’infelicità c’è anche il fatto che tendiamo a identificarci troppo con la nostra mente. Ognuno di noi crede di essere “colui che pensa”: è come essere posseduti senza rendersene conto. Ci immedesimiamo ogni giorno con quel flusso di pensieri che ci tormenta il cervello, che pensa al passato (nostalgie, rimpianti, rancori) e si preoccupa del futuro (desideri, ansie, aspettative). L’eccessiva identificazione con la mente produce anche uno schermo opaco di concetti, etichette, immagini e giudizi che blocca ogni vero rapporto personale, che si intromette fra noi e noi stessi, tra noi e il nostro compagno, tra noi e la natura, tra noi e Dio. È questo schermo di pensiero a creare l’illusione di separatezza, l’illusione che vi siano un «tu» e un «altro» totalmente separati.

Il primo passo verso la libertà è quello di rendersi conto che vi è un vasto regno di intelligenza al di là del pensiero, e che il pensiero è solo un aspetto minuscolo di tale intelligenza. Questa intelligenza, la stessa che ha creato le galassie e la natura, la possiamo percepire se iniziamo a disidentificarci dalle nostre strutture mentali, se ci rendiamo conto che non siamo i nostri pensieri. Se prendiamo atto della trascendenza e dell’illusorietà di tutte le forme, l’attaccamento a queste inizia a diminuire. E’ uno scatto evolutivo che non preclude la possibilità di gioire degli aspetti materiali della vita, perché nell’accettare l’inevitabilità del cambiamento e l’impermanenza di tutte le cose si impara ad apprezzare quest’ultime così come sono, nel momento presente, a goderle nell’istante in cui si possiedono senza la paura di perderle, senza ansie relative al futuro.

Trovo sia difficile se non impossibile sintetizzare in poche righe il pensiero di questo oratore e filosofo tedesco, anche perché è veramente vasto e articolato. A tutti gli interessati suggerisco di affrontare la lettura stimolante dei suoi libri, magari iniziando proprio da questo, convinta che ne usciranno ulteriormente arricchiti a livello interiore.

Qui di seguito due brevi estratti che trattano di un problema che, bene o male, ci riguarda tutti:

(pag. 58-59)

Il lamentarsi è una delle strategie favorite dall’ego per acquisire forza. Ogni lamentela è una storiella che la vostra mente si costruisce e alla quale voi credete ciecamente. E non fa differenza che la esprimiate ad alta voce o che la pensiate soltanto. Alcuni ego che non hanno altro con cui identificarsi, sopravvivono facilmente ed esclusivamente grazie alla lamentela. Quando siete nella morsa di un ego come questo, il lamentarsi, soprattutto degli altri, è abituale ed è ovviamente inconsapevole, e questo significa che lo fate senza saperlo. Spesso è parte di questo schema l’appiccicare mentalmente etichette negative agli altri, sia mentre li avete davanti, sia quando parlate di loro, o anche pensando a loro. Affibbiare epiteti è forse la forma più crudele di quest’attività e della necessità dell’ego di aver ragione e di aver la meglio sugli altri; allora parole come “maiale”, “bastardo”, “strega” diventano dichiarazioni contro le quali non si può discutere. A un livello più basso dell’inconsapevolezza si urla e si strilla, e ancora un po’ più giù, ma non troppo, c’è la violenza fisica.
Il risentimento è l’emozione che si accompagna alla lamentela e al giudizio sugli altri, e che dà ancora più energia all’ego. Essere risentiti significa essere amareggiati, indignati, offesi o feriti. Vi risentite dell’avidità degli altri, della loro disonestà, dell’assenza di integrità, di ciò che stanno facendo, di ciò che hanno fatto nel passato, di ciò che dicono, di ciò che hanno mancato di fare, di ciò che avrebbero o non avrebbero dovuto fare. L’ego ama questo. Invece di essere tolleranti con l’inconsapevolezza degli altri, ne ricavate la loro identità. E chi lo sta facendo? L’inconsapevolezza che è in voi, l’ego. A volte le mancanze che percepite negli altri non esistono neppure. E’ una proiezione della mente condizionata dall’abitudine a vedere nemici, una cattiva interpretazione per sentirvi superiori o per essere nel giusto. Altre volte possono esservi effettivamente delle mancanze, ma focalizzandovi solo su queste le amplificate, escludendo ogni altra cosa. E in questo modo rafforzate in voi stessi proprio quelle cose dell’altro alle quali state reagendo.

(pag. 67-68)

A un livello collettivo, lo status mentale “noi abbiamo ragione e loro torto” è fermamente stabilizzato proprio in quelle parti del mondo dove i conflitti fra nazioni, razze, tribù religioni o ideologie sono antichi, estremi ed endemici. Ambedue le parti in conflitto sono ugualmente identificate con il proprio punto di vista, con la propria “storia”, come dire identificate con il pensiero. Entrambi sono ugualmente incapaci di vedere che non solo può esistere un’altra prospettiva, un’altra storia, ma che questa può anche essere valida. Lo scrittore israeliano Yossi Halevi parla della possibilità di “far coesistere interpretazioni contrastanti”, ma in molte parti del mondo la gente non può ancora o non vuole fare questo. Ambedue le parti si rendono depositarie della verità. Entrambe vedono se stesse come vittime e gli altri come demoni e poiché hanno concettualizzato, e per questo disumanizzato l’altro, considerandolo come il nemico, possono uccidere e infliggere ogni genere di violenza all’altro, anche ai bambini, senza sentire né la loro umanità e neppure la sofferenza. Sono rimasti intrappolati nell’insana spirale del perpetrare e punire, dell’azione e reazione. Qui appare ovvio come l’ego umano nel suo aspetto collettivo come “noi” contro “loro” è ancora più folle dell’ego individuale, del “me”, anche se il meccanismo è lo stesso. La maggior parte della violenza che gli umani hanno inflitto gli uni agli altri non è opera di criminali o di squilibrati mentali, ma di cittadini normali e rispettabili, al servizio dell’ego collettivo. Si potrebbe dire che si è andati così tanto oltre che, su questo pianeta, “normale” equivale a folle. Che cosa c’è alla radice di questa follia? C’è una completa identificazione con il pensiero e con l’emozione, che è come dire con l’ego.

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