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Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.

Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.

Come ho già accennato in un’altra occasione, Gaarder sceglie spesso dei bambini come protagonisti dei suoi racconti, forse perché dotati di una mente aperta, curiosa, un po’ filosofica, sempre pronta a porsi mille domande di fronte alle manifestazioni del creato. Questa volta il personaggio principale è però un adulto, sebbene bambinesco sotto molti aspetti, per la precisione un autore di storie provvisto di un’inventiva strabordante e frenetica, ma anche di una tale tracotanza da risultare spesso antipatico.

Nella prima parte del romanzo, dove il protagonista ripercorre con la mente tutta la sua giovinezza, ci troviamo a seguire delle vicende in bilico tra fantasia e realtà che in qualche modo stupiscono per la loro stranezza, come ad esempio il misterioso ometto con tanto di cappello e bastoncino alla Charlie Chaplin che solo il nostro venditore di storie riesce a vedere, probabile proiezione del suo inconscio turbato. Una sorta di guida, o chiamiamolo daimon, che gli appare fin dall’infanzia sfoderando degli atteggiamenti un po’ bislacchi e altezzosi. Quando però si approda nei capitoli finali la vicenda assume un risvolto abbastanza indigesto, al punto che mi sono chiesta se ne sia valsa la pena leggerla. Gaarder ha scritto a mio parere di meglio, basterebbe citare L’enigma del solitario, un viaggio fisico e interiore dai risvolti fiabeschi ma profondamente significativo, che fa veramente riflettere su temi esistenziali di una certa importanza, o al limite basterebbe ricordare Il mondo di Sofia, il bestseller di concetti filosofici per ragazzi scritto in modo semplice e piacevole, bellissimo da leggere anche per gli adulti.

In ogni caso, tornando al romanzo incriminato, bisogna comunque ammettere che non manca di originalità e inventiva, grazie anche alla presenza di alcune storie nella storia che racchiudono elementi chiave, però a mio parere il suo fascino si limita a questo. Magari sarà un problema mio, ma non riesco veramente a scovarci qualcosa di più profondo. Forse a Gaarder interessava più che altro puntare i riflettori sulle problematiche creative in campo letterario, nonché sulle pertinenti crisi, invidie e competizioni che spesso si scatenano tra gli stessi letterati. E forse ci voleva anche far capire quanto la fantasia possa essere di aiuto ma spesso anche di ostacolo per una vita normale e serena.

Petter – questo il nome del protagonista – ha infatti l’incredibile capacità di sfornare mentalmente una storia dietro l’altra, al punto di trasformare questo suo talento in un lavoro.

Mi venivano sempre idee nuove. Mi alitavano sul collo, mi solleticavano lo stomaco, a volte mi dolevano come ferite aperte. Stillavo storie e racconti, la mia mente era un crogiolo di nuove trovate; pareva che una lava incandescente eruttasse da un cratere dentro di me.

Una sorta di vulcano interiore – si potrebbe quindi dire – che lo stimola ad una produzione continua di abbozzi, spunti e trame per racconti, romanzi e opere teatrali, che poi vende a scrittori in cerca di notorietà che sono alle prese con un blocco creativo.
Nel corso degli anni Petter espande sempre di più questa attività di aiuto-scrittori incrementando notevolmente i propri guadagni, al punto che per cautelarsi decide di conservare in una cassetta di sicurezza tutti gli accordi telefonici registrati e le varie fotocopie dei pagamenti. Tra una creazione mentale e l’altra passa anche da una donna all’altra, finché si innamora di Maria che gli chiede di metterla incinta per poi scomparire quasi subito dalla sua vita. Ma lui, reagendo come al solito in modo superficiale e detestabile, sembra accettare il fatto senza scomporsi troppo, anzi in modo quasi divertito, continuando nel frattempo a sviluppare tracce narrative per aspiranti scrittori in crisi.
Finché un giorno, girovagando per la Fiera del libro di Bologna, viene a sapere che qualcuno sta organizzando un complotto per uccidere il Ragno, che è il nomignolo che lui stesso utilizza per rimanere nell’anonimato e proteggere la sua attività di ghost writer. Petter comincia a capire che la ragnatela che ha tessuto in tanti anni si è allargata troppo e sta per sfilacciarsi, e quindi, colto da un’ansia sempre più incontrollabile, inizia a spostarsi da una località all’altra, da un albergo all’altro, fino all’incontro fatale con la giovane e attraente Beate.

A questo punto non intendo scendere in ulteriori particolari né rivelare il finale scabroso di questa storia, che a mio avviso appare un po’ troppo forzato; scopritelo da soli e poi tirate voi le somme per decidere se vi ha convinto o meno. Finisco solo col dire che Gaarder scrive bene e merita comunque di essere letto e apprezzato, al di là del fatto che stavolta non mi abbia pienamente convinta.

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