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La parete, Marlen Haushofer, e/o Tascabili, 2010, 285 p.

La parete, Marlen Haushofer, e/o Tascabili, 2010, 285 p.

Se socchiudevo gli occhi, vedevo gli abissi sconfinati spalancarsi tra un ammasso stellare e l’altro. Gigantesche voragini nere, dietro gli addensamenti di nebulose luminescenti. Talvolta usavo il cannocchiale, ma preferivo osservare il cielo a occhio nudo. Potevo così abbracciare il tutto, guardare attraverso le lenti mi disorientava. La notte che avevo sempre temuto e che spesso avevo esorcizzato con una luminaria da festa, sull’alpe perse il suo aspetto terrificante. In realtà non l’avevo mai conosciuta prima, rinchiusa in case di pietra, dietro a tendaggi e persiane avvolgibili. La notte non era affatto tenebrosa. Era bella e io cominciai ad amarla.

Questa delizioso brano è stato scritto da Marlen Haushofer, un’autrice austriaca poco conosciuta qui in Italia, dove solo una parte dei suoi racconti è stata pubblicata, peraltro difficilmente reperibili. Anche in patria alla sua epoca non era molto nota, tantoché venne riscoperta e rivalutata solo nel corso degli anni Ottanta, a distanza di tempo dalla morte prematura per malattia. Probabilmente non l’aveva neppure favorita lo stile di vita molto schivo e riservato, condotto sempre ai margini degli ambienti letterari anche dopo l’assegnazione del Premio Arthur Schnitzler per il romanzo La parete. Oggi sembra essere caduta ancora di più nel dimenticatoio, colpevoli le case editrici che non ripubblicano i suoi libri, quindi mi piacerebbe ricordarla commentando appunto il suddetto romanzo (il cui titolo originale è Die Wand, pubblicato nel 1963), da molti considerato il suo capolavoro e da qualcuno addirittura paragonato, forse un pochino esagerando, a Il risveglio della terra di Knut Hamsun e al Robinson Crusoe di Daniel Defoe. A prescindere da questo, non si può tuttavia non rimanere colpiti dalla sua capacità di illustrare con grande intensità i moti dell’animo umano, dai turbamenti più sottili alle pulsioni più nascoste, il tutto con uno stile narrativo sempre lucido e misurato, che non concede spazio a lagnanze e stucchevolezze.

Di cosa parla La parete? In sostanza è la storia di una donna (di cui non viene mai fatto il nome) che annota su un diario le vicende quotidiane di una situazione assurda che è costretta a vivere e affrontare. Durante una breve vacanza in uno chalet sulle alpi austriache in compagnia della cugina, del marito di quest’ultima e di un cane, la donna decide di rilassarsi al sole mentre gli altri scendono a fare un giro in paese. A breve distanza di tempo il cane ritorna da solo alla baita, mentre la coppia sembra intenzionata a far tardi. La mattina dopo, stupita per il fatto di non trovare gli amici ancora rincasati, la donna decide di andare con il cane giù in paese a cercarli, ma ad un certo punto, lungo il sentiero, l’animale va a sbattere contro un ostacolo invisibile: una barriera trasparente, infrangibile e invalicabile, che li separa dal resto del mondo.

Sconcertata, allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio: una resistenza gelida e levigata, in un punto in cui non poteva esservi altro che aria. Riprovai una seconda volta, esitando, e di nuovo la mia mano si posò come sul vetro di una finestra. Poi udii un battito forte e mi guardai attorno, prima di capire che era il pulsare del mio cuore a rimbombarmi nelle orecchie. Il mio cuore si era spaventato ancora prima che io mi rendessi conto. Sedetti sul tronco d’un albero lungo il bordo della strada e tentai di riflettere. Non ne fui capace. Pareva che tutti i pensieri mi avessero di colpo abbandonato.

La donna si ritrova così in una sorta di prigione o di rifugio vegetale (o entrambe le cose), dove tutto è vivo e tangibile, scandito dai soliti ritmi stagionali, mentre al di là della parete ogni forma di esistenza appare come pietrificata. E per quanto possa sembrare assurdo, è proprio il mistero e l’inspiegabilità di tale fenomeno che la spingerà a recuperare il coraggio e la passione di vivere, visto che all’interno di questo spazio circoscritto non le resta altro da fare che rimboccarsi le maniche per sopravvivere. Alla maniera, appunto, di un Robinson Crusoe al femminile, la donna dovrà fare i conti con le variazioni climatiche, con la necessità di ripararsi dal freddo, di raccogliere la legna per l’inverno, di procacciarsi il cibo, di coltivare gli ortaggi, di accudire le bestie. E’ una dimensione completamente nuova quella che deve affrontare, dove la morte di un cane o un’improvvisa febbre si rivelano ben più drammatici dell’enigmatica presenza della parete, dove il fatto di scoprirsi una risorsa utile e necessaria per gli animali (e viceversa) la fa sentire forte e vitale, la spinge a resistere, ad andare avanti. La sua è quindi una solitudine che la costringe a percepirsi in modo diverso, a valorizzare aspetti di sé che prima non sospettava di avere. E noi che la seguiamo in questa trasformazione fisica e interiore ne siamo così coinvolti da sentirci quasi nervosi e tesi, come se tutti questi sforzi volti alla sopravvivenza in qualche modo ci riguardassero, ci toccassero da vicino.

La storia è stata infatti spesso interpretata, anche dai critici, come l’allegoria di una vera e propria rinascita psichica, visto che attraverso l’apprendimento di un nuovo modo di vivere si viene gradualmente a dissolvere, nella protagonista, l’insoddisfazione di un passato infelice. Il mondo presente è duro e spietato, il corpo è straziato dalla fatica, ma la donna si sente sempre più libera da quell’altro mondo, quello di prima, dove regnavano perbenismi, falsità e ipocrisie, dove l’esistenza si trascinava in modo sterile e insoddisfacente, dove nulla sembrava avere più significato. Dove tutto veniva scandito da regole, orari, schemi sempre uguali e ripetitivi.

Vorrei sapere che fine ha fatto il tempo esatto degli orologi, ora che non esistono più esseri umani. Ogni tanto mi torna in mente quanta importanza avesse una volta non arrivare nemmeno con cinque minuti di ritardo. Conoscevo molte persone, le quali sembravano considerare il loro orologio come un piccolo idolo, e io del resto lo trovavo assolutamente sensato. Vivendo nella schiavitù è bene attenersi alle prescrizioni e non indisporre il padrone. Il tempo, quel tempo artificiale degli uomini, sminuzzato dal ticchettio degli orologi, non l’ho sentito volentieri e questo mi ha spesso messo in difficoltà. Non ho mai amato gli orologi, e dopo un po’ tutti quelli che possedevo si rompevano, oppure sparivano misteriosamente. Ma il metodo col quale distruggevo sistematicamente gli orologi, lo celavo perfino a me stessa. Oggi, naturalmente, so come tutto ciò sia accaduto. Ho tanto tempo per riflettere, e poco a poco riuscirò a scoprire i miei sotterfugi. Me lo posso permettere, è un fatto privo di conseguenze per me.

Quando si è intrappolati nel trambusto quotidiano, prigionieri di un tempo scandito dalla fretta e intaccato da ansie, disillusioni e rancori, si perde in semplicità e naturalezza, ci si allontana dal proprio baricentro ideale, si finisce per mentire a se stessi e gli altri. Cosa resta, infatti, delle nostre vite stracolme di cose futili e inutili quando all’improvviso tutto ci viene a mancare? É forse questo il momento in cui siamo veramente costretti a guardarci in faccia, a rispecchiarci per quello che siamo, a percepire con chiarezza tutto il vuoto che ci portiamo dentro? Queste sono le domande che sembra voler porre a se stessa e ai suoi lettori la Haushofer, e la risposta, neppure tanto scontata, sta nel fatto che in realtà l’individuo è sempre e comunque solo di fronte a se stesso, anche quando si illude di non esserlo, anche quando si affanna a costruire rapporti e a intrecciare relazioni sociali. Perché gli altri, anche se non ce ne rendiamo conto, rimangono in realtà sempre sullo sfondo, al di fuori del nostro corpo, dei nostri pensieri, della nostra coscienza. Ecco allora che questa parete sembra sorgere per far comprendere alla protagonista del romanzo (e anche a noi lettori) quanto in realtà sia sempre vissuta separata da se stessa, mentre la natura assume quasi la forma di un possibile riparo dalla superficialità del mondo urbanizzato, un viatico per entrare in contatto con i valori più autentici ed essenziali della vita, anche se per certi versi si rivela insidiosa, anche se si presenta nelle sembianze di una prigione senza uscita.

Un libro che quindi in sostanza ci parla anche di noi, della nostra solitudine, del nostro sentirci qualche volta estranei da tutto il resto, ma che mette pure in luce l’esistenza di una forza vitale interiore, spesso sconosciuta e disattesa, che può scaturire proprio nell’attimo in cui ci rendiamo conto di non avere più riferimenti esterni. Perché quando nel nostro percorso esistenziale andiamo a sbattere contro una parete, in genere abbiamo solo due possibilità: o continuiamo a disperarci, a compatirci, ad assillarci con domande che non trovano risposte fino a rasentare quasi la pazzia, oppure cominciamo a guardarci intorno, a darci da fare per salvare il salvabile, a prendere il controllo su ciò che rimane. In pratica si tratta di accettare la parete, qualunque essa sia, in modo da non continuare a sbatterci la testa, cercando nel contempo delle soluzioni alternative. Che in realtà esistono sempre, anche quando ci sembra di non riuscire a scorgerle.

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