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Il giro di vite, Henry James, edizioni BUR, 2011, p.242

Il giro di vite, Henry James, editore BUR, 2011, p.242

Della precisa identità dell’apparizione mi sarei assicurata non appena il piccolo orologio del mio coraggio avesse segnato il secondo giusto; intanto, con uno sforzo che fu già abbastanza duro, spostai gli occhi direttamente sulla piccola Flora che in quel momento era a circa dieci metri da me. Il cuore mi si fermò un attimo, nell’ansia e nel terrore che anche lei vedesse; e trattenni il fiato nell’attesa di ciò che un grido, qualsiasi innocente segno di interesse o di paura da parte sua, mi avrebbe comunicato. Aspettai, ma non venne nulla; poi – e c’è in questo qualcosa di più spaventoso, lo so, di qualsiasi altra cosa che devo riferire – fui convinta in un primo momento che da un minuto essa era svuotata di ogni suono spontaneo; e in un secondo momento che pure da un minuto, giocando, aveva voltato le spalle all’acqua. Tale era la sua posizione quando alla fine la osservai – la osservai con l’assoluto convincimento che eravamo ancora, tutte e due, sottoposte a un’attenzione diretta e personale. Lei aveva raccolto un pezzetto di legno piatto nel quale era praticato un piccolo foro che le aveva evidentemente suggerito l’idea di infilarvi uno stecchetto che avrebbe potuto fungere da albero trasformando la cosa in una barca. Mentre la osservavo, era evidente che stava cercando con molta attenzione di fissare al suo posto quel secondo pezzo di legno. Il fatto di percepire quello che stava facendo mi diede forza al punto che dopo qualche secondo capii che ero pronta ad andare avanti. Allora di nuovo spostai lo sguardo – e affrontai quello che dovevo affrontare. (pag.143-144)

Tra i più celebri racconti di fantasmi di Henry James, Il giro di vite (The Turn of Screw) è un piccolo gioiello narrativo dove tutto ciò che accade viene filtrato dallo stato d’animo della protagonista, lasciando quindi nel lettore ampi margini di dubbio sulla realtà o meno degli accadimenti. E se pensiamo che fin dalla sua prima pubblicazione, avvenuta nel 1898, questo racconto ha suscitato una miriade di studi critici e ipotesi interpretative, possiamo ben capire il motivo del successo che ancora oggi detiene.
Dopo un preludio che vede un gruppo di amici raccolti attorno ad un caminetto accesso, in una fredda serata d’inverno, intenti a raccontarsi storielle di fantasmi più o meno inquietanti, e dopo la promessa da parte di uno degli astanti di condividere con tutti una storia da brividi realmente accaduta, entriamo un po’ alla volta nel cuore di questo romanzo, dove ci troviamo a seguire la vicenda – riportata in un manoscritto – di una giovane istitutrice che ripercorre con la memoria i fatti inquietanti che l’hanno coinvolta dopo aver accettato l’incarico di accudire due bambini orfani, Miles e Flora, in una grande casa sperduta nella campagna londinese.

Giunta in questo luogo, la donna vede subito la sua ansia inziale (già così ben tratteggiata dalla formidabile penna di Henry James) dissiparsi nell’impatto con il rigoglioso e fiorito giardino che circonda la villa, con il tepore della giornata particolarmente luminosa e con la cordialità della servitù che l’accoglie. Tutto sembra così invitante e piacevole, soprattutto la dolcezza dei bambini affidati alle sue cure. Eppure sotto questa apparente normalità, che per ora non rivela ancora nulla di oscuro, già avvertiamo che qualcosa di allarmante si sta preparando, qualcosa di cui presto avremo conferma. L’ansia ritorna infatti a martellare nell’animo dell’istitutrice, alimentata non solo da strani rumori notturni ma anche dal comportamento pavido e reticente della governante Grose, che sembra quasi voler nascondere qualcosa, e dalla situazione poco chiara di Miles, espulso dal collegio in cui studiava per motivi non ben precisati.
Da questo momento lo stato psicologico della donna comincia gradualmente a cedere, o meglio a rivelare punti deboli che forse già esistevano in precedenza, diventando sensibile ad ogni più piccola impressione e suggestione, fino al punto di precipitare nel panico in seguito all’apparizione di due misteriose figure, che si rivelano essere i fantasmi dei defunti domestici, Peter Quint e Miss Jessel, tratteggiati dalla vecchia governante come dei depravati e morti in circostanze misteriose. L’istitutrice, che ogni volta che appaiono sembra in realtà l’unica in grado di vederli, ben presto si convincerà che tali spettri hanno un’influenza malefica sui bambini, come se tentassero in qualche modo di corromperli e possederli, e arriverà a persuadersi di dover fare qualcosa per proteggerli.

Ed è proprio da questo frangente che si apprezza in pieno il talento narrativo di James, visto che ci fa calare in uno stato di continua perplessità, spingendoci spesso a chiederci se quello che sta succedendo è veramente reale o frutto di un’immaginazione apprensiva, fobica, allucinata.
In altre parole, questa è una storia che ci parla veramente di fantasmi o è solo la proiezione mentale di una donna repressa, nevrotica e fissata?
Credo che il punto di forza dell’opera stia proprio in tale interrogativo, perché ciò che la rende così perturbante è proprio l’inspiegabile vaghezza che la contraddistingue, ovvero il tentativo da parte dello scrittore, peraltro perfettamente riuscito, di far percepire al lettore qualcosa di ambiguo e indefinibile, che non può avere smentite ma neppure conferme.

Come dice Pietro Citati nell’introduzione, James ha <<cosparso il racconto di luoghi indecifrabili: dove non possiamo mai decidere cosa sia realmente accaduto, e oscilliamo, pieni di curiosità e angoscia, tra due o più possibilità egualmente plausibili.>>
Un romanzo che quindi gioca sulle omissioni, che confonde e non rivela, che si presta a interpretazioni diverse, e quindi adatto per catturare – come dice lo stesso James nella prefazione – quei lettori che non si fanno catturare facilmente.
Buona parte della critica, ma non tutta, tende a concordare sul fatto che spettri e bambini, per quello che sono e per quello che fanno, rappresentano solo una raffinata messinscena del mondo interiore della giovane istitutrice, il flusso e riflusso di una coscienza puritana e repressa, di una personalità dissociata dove la parte morbosa prende sempre di più il sopravvento su quella sana.
Diversa invece l’opinione di Pietro Citati, che di nuovo nell’introduzione tende ad interpretare i fantasmi come reali e non immaginari, convinto che anche lo scrittore li volesse intendere in tal modo. Riferendosi ai bambini, scrive infatti: <<Candidi e adulti, inaccessibili e aperti, i due bambini conoscono il mondo degli spettri. Essi racchiudono dunque il male in se stessi, convivono con il male sebbene non sappiamo sino a quale profondità, perché la mano straordinariamente delicata di James evita di macchiare la loro anima con qualsiasi allusione troppo precisa.>>

Personalmente propendo per l’ipotesi psicologica della vicenda, forse perché mi appare più interessante di quella di una coppia di spettri malevoli e pervertiti, ma comunque, al di là delle interpretazioni che ognuno desidera formulare, e anche al di là del fatto che lo stesso scrittore non abbia mai chiarito fino in fondo tale questione (forse perché il suo intento era appunto quello di lasciare tutti nella vaghezza più totale), bisogna aggiungere che il romanzo in se stesso non incute alcuna paura, non riesce a trasmettere neppure un brivido sulla pelle, mentre invece ha il potere, proprio a causa dell’atmosfera ambigua e seducente di cui è impregnato, di tenere il lettore sulla corda fino all’ultima pagina, fino all’epilogo tragico e inaspettato, ed è anche per questo (o soprattutto per questo) che si può considerare un piccolo capolavoro.

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