Tag

, ,

Folla sommersa, Fabio Pusterla, Marcos Y Marcos, 2004, 166 p.
Folla sommersa, Fabio Pusterla, Marcos Y Marcos, 2004, 166 p.

In libreria, qualche tempo fa, ero stata attratta dall’immagine a dir poco inquietante di questo libro di poesie, e dopo aver sbirciato qua e là tra le pagine mi ero convinta per l’acquisto. Bisogna ammettere che le copertine della casa editrice Marcos Y Marcos sono una continua tentazione, perché hanno qualcosa che incuriosisce e spesso seduce. Almeno questo è l’effetto che provocano su di me, poi sappiamo che per ognuno può essere diverso. In seguito ho scoperto che la riproduzione in copertina è quella di un automa-giocattolo dell’artista francese Fernand Martin, un suonatore d’organetto in metallo con un ghigno alquanto diabolico, ma in ogni caso questo libro è stata una bella scoperta perché Fabio Pusterla, poeta svizzero di lingua italiana, nonché traduttore, saggista e critico letterario, ha un modo di scrivere che colpisce e affascina, con qualcosa che passa di frequente dal ruvido al carezzevole. Le sue sono parole che vanno a frugare nei margini, nelle zone di attrito e disagio, nei lati più ombrosi e selvatici dell’essere, ma che mantengono in sottofondo anche qualcosa di luminoso, di terso e cristallino. Come se di fronte alle avversità del destino non ci fosse solo disincanto, ma anche una sorta di resistenza e speranza.
Hanno scritto, nel retro copertina, che la sua poesia combina tempeste e spiragli, nature sublimi e catrame, cose infinitesime e gigantesche paure, barchine sul lago in burrasca, lampi lirici ma anche tuoni politici, moniti, carezze e visioni, e credo non esistano parole più adatte per definirla meglio.

Ma adesso passo a voi il giudizio, presentendovi alcune liriche tratte dal libro in questione. Quelli che seguono sono due dei Sette frammenti dalla terra di nessuno, che prendono spunto dall’alluvione che aveva travolto il paese di Gondo, sulle pendici del Sempione. Sono versi che ci parlano di una terra trascurata, maltrattata e devastata, di una terra che smotta e frana, e che alludono non solo alle colpe di noi uomini, principali distruttori della natura, ma anche alla degradazione stessa del nostro percorso storico, perché – come viene espresso nel VI frammento – non sono solo le pietre che crollano, ma spesso anche le nostre strade di speranza e gloria…

V

Terra di nessuno
e di tutti, che sfugge
sotto le scarpe, e che pure sostiene,
basamento mutevole, inerme. Sono passati
stivali e carri, la feroce
forza insieme coi timidi
belati delle pecore, viandanti
perduti dentro il fumo e nelle nebbie:
ognuno ha lasciato qualcosa, una traccia, un disegno
smunto, un rottame corroso.
Sasso e radice, piede che ti cerca
e trova il punto o il vuoto
che strapiomba
ancora su di te, greto o pietraia
più bassa, più segreta nelle gole.
O vasta, sui costoni e gli altopiani, prati spogli
ventosi, irti di punte
e vortici d’insetti, d’acque non viste
e luce.
Di nessuno e per questo di tutti, tra bandiere
alte sopra i patiboli, frontiere
di ferro e di mestizia: non oltre e non altrove,
ma qui, dove restiamo
in silenzio, cose
tra cose, poveri animali
quasi schiacciati dalle nuvole gonfie di pioggia,
più sotto, dunque, più in basso: qui,
sulla terra bagnata, nel fango.

VI

Certe con forme di uccello, o di pesce, frastagliate,
altre che sembrano pinne o badili. Il movimento
impercettibile delle faglie, le pietre che cadono
quasi senza rumore: non sono loro a franare,
loro che cambiano soltanto posizione preparandosi
tranquille alla prossima era, e fanno i bagagli
con cura, piegando ghiaccio e torrenti, boschi di conifere,
corrugano molasse antemurali, sedimenti di arenaria,
e si umettano di cascate e pozze sotterranee,
estraggono ammoniti e altri molluschi mesozoici
da strati profondi e terribili, ricordi marini
e geodi di cristallo trasparente.
La vita che chiami vita qui si conserva
solo come memoria disseccata, muto sguardo
di fossile o carbone, minerale.
No, non sono loro a franare, è la storia
nostra, e le nostre strade
Aere italico MDCCCV Nap. Imp.
di speranza e di gloria. Le montagne
parlano la lingua del mare e delle stelle,
lingua di quelle
remote età geològiche
che sèmbrano ancora un sogno dell’imaginazione,
un’altra lingua in cui ogni cosa è uguale
e necessaria, esatta e inessenziale, e tutto varia
col variare del tutto.

Due piccole precisazioni: l’inserto latino di quest’ultimo frammento è ripreso da una lapide poco distante dal paese di Gondo, mentre il verso seguente, sempre riportato in corsivo, cita una frase in stile ottocentesco di Carlo Cattaneo, tratta dal libro Notizie naturali e civili sulla Lombardia.

Parole quindi forti, queste di Pusterla, a tratti anche dure, intense e profonde, che a me sinceramente smuovono qualcosa dentro, al pari degli smottamenti tellurici così ben descritti. Ma ci sono molte altre liriche che, pur vertendo su tematiche diverse, colpiscono per il contenuto e la bellezza dei versi. Impossibile riportarle tutte, quindi a malincuore ne scelgo altre cinque… Una scelta difficilissima, che però spero possa essere apprezzata anche da voi che mi leggete, che certamente – ne sono sicura – non disdegnate quelle frasi che sono in grado di rimescolare qualcosa nell’animo, dando forma e colore a sensazioni fugaci che meritano di essere fermate per un attimo, assaporate e approfondite.

Dalla sezione Ipotesi sui castori”, pag.31-35

Come le fragili piramidi di sasso
erette da qualcuno sulle montagne, dove i sentieri
sbucano finalmente a un pianoro,
a un passo, a una piccola cima. A che scopo?
Non chiederlo; sasso dopo sasso
costruisci anche tu quel che non serve
a nulla e a nessuno, ma è.
Forse verrà lo stambecco
ad annusare inquieto il tuo segnale;
sosterà per un attimo incerto
e poi salterà ancora fra le rocce
impraticabili, quasi verticali.
E lo potrò vedere, carezzare sul muso?
Verrà di notte o all’alba, e fuggirà. Ma sul terreno
lascerà un dono: minuscole palline
brune di sterco, e nell’aria un profumo selvaggio.

Due aironi

I

Lago del Dosso, e nell’ambra dei prati
l’airone osserva immobile i canneti
e la nebbia, l’albergo in rovina,
l’erba folta, la stagione inoltrata e non mite,
le notizie non buone. Distante, cinereo,
se ne va a larghi giri nel grigio, con ali
vaste che battono piano nell’aria,
senza emettere voce, pacifico, lugubre, inerme.
Più temibili voli s’avvitano
ai nostri cieli autunnali,
maschere e paradossi, altre macerie
e trappole di fuoco, petrolifere
giustizie micidiali.

II

Questo fila sull’acqua come freccia scura,
che sappia dove andare e perché:
l’airone grigio, cenere dell’alba, filamento
che viene sempre dalle brume più opache dell’ovest,
dalla notte, e vola dritto verso est, dove una luce
ancora vaga si dispone, e a sé lo attrae.
Più tardi arresta il volo in una valle nascosta,
e infine calmo ripiega le ali posando sul greto
di un torrentello che taglia i crinali con un tuffo
tra selve desuete e rocce vive, fili a sbalzo
cadenti, copertoni e fortunosi
argini o dighe: non vere cascate,
piccoli salti, al più, brevi riposi
d’acqua in pozzetti o conche tra le pietre o vasche
da canapa o da concia abbandonate, o sgrondi
utili forse un tempo, ora insensati, rozzi scivoli;
e qui, grigio nel grigio, scende a bere,
o a poca pesca, forse, timoroso
e attento, sempre vigile, prontissimo
a risalire rapido, silente,
il corpo e le zampe allungate, le ali svelte
a cogliere il vortice d’aria delle gole,
il soffio che lo conduce più all’interno di foreste,
nel cuore di mondi perduti,
verso un’acqua che scroscia dall’alto in minuscoli rivoli
e sprofonda in terreni calcarei, marne bianche, e poi riemerge,
goccia nei prati, macchia o lieve alone
umido lungo il pallore di rocce friabili,
zampillo, occhio di lince.
E qui l’airone ti guida, qui ti lascia
stupito, a terra, e sale a picco oltre il suo zenith,
nel suo ignoto destino di bestia
timida, con le ali.

Algometrie

II

Pensa a un paesaggio, adesso: risalire
un argine, seguendo una pista sterrata, che a sinistra
costeggia piloni e tralicci, poi le gabbie
semivuote di un canile.
Solo una lingua stretta di rovi e robinie
separa invece a destra il sentiero dall’acqua
di un torrente o riale che scende all’opposto, lungo i sassi
nerastri finiti qui da colline giurassiche
ormai quasi azzerate. Direzioni
antitetiche, e tu in mezzo,
tra flussi d’energia e vene frenetiche
che pulsano. Più avanti
l’accenno di una gola, e sulla gola
le vecchie baracche cadenti di una segheria,
scaglie di legno, scandole, treppiedi,
sostegni corrosi che sembrano scaffolds comanches.
Poi ascolta: abbaiamenti lontani, motori,
non pochi segni confusi di precedenti passaggi,
umani ed animali. Risalire,
dunque, per dove? Per giungere a che? E cos’è, paura
o piacere che vibra tra i rovi lambiti dall’acqua, e anche l’acqua,
perché? La diga in fondo,
di calcestruzzo muto, è il tuo passato, spreme a stento
un poco d’acqua nera sopra il muro. A primavera
spalancano le paratie, scroscia un’ondata
di piena e fango a valle, tronchi marci. Si rinnovano
le geometrie dei sassi, le correnti
segrete.

Dalla sezione “Movimenti sull’acqua”, pag.127-128

Opinione personale: le due poesie che seguono sono forse dedicate a persone care in difficoltà o scomparse, però talmente belle da assumere un valore anche più esteso, universale. Le mie giornate, ad esempio, sono sempre piene di caverne e tigri… e di coraggio ne devo sempre tirare fuori tanto.

I giorni sono pieni di caverne e tigri

Se il ramo incagliato tra i sassi è giunto a valle
dopo un aspro tragitto,
e lo sollevi tu
come un trofeo di caccia, da dipingere
di rosso e giallo,
i colori della tigre e del drago;
se il piatto della pietra
ti narra la sua storia di pelliccia
di lupo grigio
o di naufragio sulle coste
del mare di Lugano che sarebbe
lago ma non è;
se in verità volevo scrivere di te
un’altra cosa che sembrava così chiara, cristallina,
e invece anche in pensiero
riesci a fare confusione, e non stai mai
giudizioso e tranquillo; vorrà dire
che il mondo è più squillante e avventuroso,
le notti lunghe di grida
e i giorni pieni di caverne e di tigri,
dove molto coraggio ci vuole per entrare
in cerca di un ramo d’oro o di una pietra
luminosa, ametista o tormalina.

Due alianti su Lione

Gli alianti, quando ruotano
con linguaggio di vento
e spostano bianchi l’aria attraversando
le pianure sospese e i silenzi, gli alianti
guardano verso di noi che stiamo al suolo,
pesanti. Ma forse non ci vedono; un disegno
perfetto è ciò che appare
a chi osserva dall’alto. Linee e linee
di campi e corsi d’acqua, sfumature
verdognole, e il candore
delle case e quei cerchi
vastissimi di strade e di rotaie.
Tutto si placa in una geometria, una musica
riassume il mondo, forse. Eppure qui dal basso
noi lo sappiamo bene: non ci vedono. Ricade
la mano che accennava ad un saluto
inutile, e si torna
al filo teso dei giorni, alla caligine.

Ma noi, pensarli in volo, questo aiuta.

Annunci