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Rumore_Bianco

Rumore bianco, DeLillo, Einaudi, 1999, 389 p

Questo è un libro sulla morte. Non perché tratti di uccisioni, stragi e carneficine varie o perché indugi in riflessioni sulla sacralità della vita e relative questioni. No, niente di tutto questo.
Qui l’attenzione viene posta, con un obiettivo che si allarga a 360 gradi coinvolgendo anche il lettore, sulla “paura della morte”, un sentimento che ci portiamo sempre dentro e che ci accomuna tutti, senza esclusioni di sorta, sia quando ci coglie di sfuggita e lo cacciamo subito via con fastidio, sia quando ci travolge con foga rendendoci ancora più difficile il vivere quotidiano. Perché in fondo, anche se non lo vogliamo riconoscere, il miracolo straordinario della nostra realtà è sempre connesso al timore straordinario che è la paura della morte, che tentiamo di mantenere al di sotto della superficie delle nostre percezioni (come lo spiega molto bene lo stesso scrittore in un’intervista).

DeLillo è riuscito con questo libro ad andare oltre l’effetto materiale degli eventi – che pur essendo d’impatto rimangono un po’ defilati, quasi sempre sullo sfondo – per potersi calare meglio nell’animo dei personaggi, nelle loro reazioni emotive, nelle loro paure più intime, ossia in quel serbatoio inconscio di istanze individuali (e collettive) che condiziona da sempre il genere umano. Gli accadimenti materiali della storia, come appunto l’evento tossico aereo e la conseguente contaminazione, sembrano quasi solo un pretesto per scoperchiare paure ancestrali da troppo tempo compresse e messe a tacere sotto una coltre di apparente benessere.

Ma non è tutto qui. C’è anche la tipica satira alla società consumistica americana, segno distintivo del romanzo postmoderno, che ci presenta un quadro paranoico e ipocondriaco della famiglia borghese degli anni Ottanta – oggi più che mai attuale – dipendente dai massa media, dai psicofarmaci, dallo shopping compulsivo e dalla sindrome di accumulo. Ma è una satira che tende comunque a far affiorare, e lo si avverte quasi ad ogni pagina, la tematica di fondo del romanzo, che è quella, come già accennato, della paura della morte.
Una tematica ben espressa anche dal titolo del romanzo, Rumore bianco (White Noise), visto che tira in ballo un termine dell’elettroacustica che si riferisce al rumore di fondo provocato dagli apparecchi elettronici da cui siamo continuamente circondati (frigoriferi, radio, televisori, computer, ecc.), che non solo propagano onde e radiazioni ma che hanno anche la funzione di ipnotizzarci, imbambolarci, di farci attrarre da qualcosa che ha lo scopo di deviarci da qualcos’altro. Il rumore bianco, come lo voleva intendere DeLillo, credo sia proprio costituito dall’effetto intrusivo e deviante di tutti questi prodotti dell’era tecnologica moderna, che ormai invadono quotidianamente le nostre vite, dal ronzio dei frigoriferi e dei condizionatori d’aria, che ci arrecano comodità e conforto, alla tv sempre accesa nelle case, che ci distrae ogni giorno con programmi idioti o ci invita all’acquisto sfrenato per allontanarci dalla mente qualsiasi riflessione di tipo escatologico.
In altre parole, è il rumore di fondo della nostra epoca moderna che tenta continuamente di allontanarci dalla presa di consapevolezza della nostra inevitabile caducità. Un sottofondo ipnotizzante fatto non solo di brusii elettroacustici, ma anche di traffico, impegni, corse contro il tempo, svaghi e distrazioni, ciance e futilità varie, un rumore bianco di significato quindi più esteso che ha la funzione di sviarci dalle paure che si annidano nell’inconscio, da quell’angoscia esistenziale che ci portiamo sempre dentro e che tentiamo continuamente di soffocare con una serie infinita di rituali quotidiani, che vanno appunto dall’ascolto di programmi e messaggi televisivi all’uso e abuso di cibo e medicinali, fino all’accumulo di oggetti sfiziosi e inutili. Oggetti che, con lo scopo di arrecarci un falso conforto, ci allontanano ancora di più da noi stessi. E non è un caso che il protagonista principale del romanzo si ritrovi spesso impegnato in rastrellamenti frenetici, nel tentativo di liberare la casa da ogni cosa superflua.

Quindi, per arrivare al nocciolo della questione, il rumore bianco è anche quello disturbante, costante e pervasivo della “paura della morte” che aleggia sempre nella nostra coscienza, che quando pensiamo di averlo rimosso poi all’improvviso torna, perché magari un fatto grave ce lo risbatte in faccia, e siamo di nuovo costretti a rimuoverlo…

 Siamo tutti coscienti che non c’è scampo alla morte. Che fare, con una consapevolezza tanto schiacciante? Rimuoviamo, camuffiamo, seppelliamo, escludiamo.

A scombinare tutto questo ad un certo punto si inserisce nella trama del romanzo un evento aereo tossico, una nube fonte di radiazioni nocive che è la metafora di un mondo, quello contemporaneo, che tende ossessivamente a produrre delle cose che alla fine si rivelano nocive e ingovernabili. Una nube che è il prodotto tragico dell’illusorietà dell’uomo di trovare conforto in una realtà ipertecnologica, la quale, invece, finisce quasi sempre per sfuggire al suo controllo. Ed è proprio questo drammatico evento che risveglia nei protagonisti paure sopite da tempo, con il risultato di far saltare la campana di vetro sotto cui vivevano…

Ambientato in una cittadina degli Stati Uniti, il romanzo si concentra sulla vita di Jack Gladney, un professore universitario che ha guadagnato notorietà conducendo un corso di studi hitleriani (sì, tutto è possibile nella grande e variegata America) e che, guarda caso, esercita nelle aule il suo sapere sull’archetipo della morte (tanto per cambiare), ben rappresentato dalla figura storica del dittatore tedesco. La sua è una vita tranquilla, ricca e colta, a fianco della moglie Babette e di una nutrita prole, derivata anche da precedenti matrimoni. La classica famiglia americana allargata e benestante, che vive all’insegna dei programmi radiotelevisivi, del traffico cittadino, della vita accademica, e che vede i supermercati (esplosioni di colore, strati di suono oceanico) come dei templi dove poter soddisfare ogni bisogno, schiava di un consumismo che in realtà devia ogni interesse dai propri reali bisogni. Un mondo quindi ovattato e protetto, dove tutto procede in modo programmato.

Fino a quando un incidente allo scalo ferroviario, con la conseguente fuoriuscita di sostanze tossiche nell’aria, non costringe Jack e la sua famiglia ad un’evacuazione forzata, insieme a molti altri residenti della zona. Da questo momento la cupola di cristallo che li isolava da qualsiasi interferenza psichica comincerà a rivelare le sue prime crepe, che diventeranno ancora più profonde quando Jack scoprirà di essere stato contaminato dalla nube tossica e di dover quindi fare i conti col fatto di poter morire. Jack all’improvviso, senza volerlo veramente, è costretto ad accettare un vis à vis con quell’orrenda e vasta profondità, con quell’immensa ineffabilità, con quella solenne oscurità che in qualche modo, attraverso forme e vie diverse, tiene da sempre in scacco la specie umana. Una paura che, guarda caso, coinvolge da tempo anche  l’insospettabile Babette, la mater familias solare e rassicurante, al punto di spingerla a sottoporsi di nascosto ad una terapia sperimentale nel disperato tentativo di sconfiggerla. Ed ecco che prende forma nel romanzo l’inquietante Dylar, un farmaco segreto e illegale che si ritenga possa alleviare la paura della morte, forse addirittura cancellarla dalla mente umana. Una pillola che dovrebbe inibire i centri nervosi deputati alla produzione del sentimento dell’angoscia legata alla paura della morte, ma che nella realtà ha una scarsa e alquanto dubbia efficacia. Ed è proprio da questa circostanza che la vicenda prenderà una piega sempre più inquietante e drammatica, fino al punto di arrivare a sfiorare la tragedia…

Il libro nel suo complesso mi è piaciuto molto, anche se a tratti procede in modo lento, a piccoli passi, con tante minuziose descrizioni. All’inizio bisogna superare un po’ lo scoglio dei quadretti accademici e famigliari, forse un po’ noiosetti, ma dall’evento tossico in poi, con le paure dei protagonisti che man mano emergono e prendono forma – e che l’autore con il suo modo di descriverle te le fa sentire quasi addosso – tutto diventa più coinvolgente e scorrevole. Perché DeLillo, bisogna dirlo, sa scrivere veramente bene. Ha un modo di tracciare e definire le cose, anche quelle più complesse, che è molto intenso e profondo, che spinge a riflettere e che non manca mai di una punta di sarcasmo, anche se talvolta appena percettibile. Forse in certi tratti può risultare un po’ troppo cerebrale, con argomentazioni non sempre convincenti, con meditazioni che possono nascere anche dall’osservazione dell’oggetto più impensato per poi rimanere sospese a mezz’aria, senza risposte concrete. Ma sono convinta che anche le masturbazioni mentali dei personaggi facciano parte del grande ritratto americano che l’autore intendeva esporci, di questa umanità odierna così lacerata dalle paranoie, e che quindi non ci sia nulla, nel romanzo, che si riduca a puro esercizio di stile. Rimane infatti, alla fine, la sensazione di aver letto qualcosa di veramente grande, quasi un saggio sulla civiltà contemporanea portato avanti con lucida passione. E rimane anche il dubbio sull’utilità di una pillola miracolosa che possa un giorno sollevarci da qualsiasi tormento interiore. Per quanto mi riguarda, infatti, non potrei essere più che d’accordo con le riflessioni di Winnie, l’esperta in neurochimica a cui aveva Jack aveva chiesto di analizzare la composizione del farmaco:

– Non so che rapporto personale tu abbia con quella sostanza – disse – ma credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza? Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite. (….) Immagina te stesso, Jack, uomo tutto casa e famiglia, persona sedentaria, che si trova improvvisamente a camminare nel folto di una foresta. Con la coda dell’occhio cogli qualcosa. Prima di avere ulteriori informazioni, sai che si tratta di qualcosa di molto grosso, che non trova posto nel tuo normale schema di riferimento. Un difetto nel quadro del mondo. Uno di voi due non dovrebbe essere lì. Poi la suddetta cosa diventa pienamente visibile. E’ un grizzly, enorme, di un bruno lucente, barcolla, cola bava dalle zanne scoperte. Tu, Jack non hai mai visto un animale grosso nella foresta. La visione di questo grizzly ti risulta così elettrizzantemente strana da darti un senso rinnovato di te stesso, una nuova consapevolezza dell’io nei termini di una situazione unica e orripilante. Vedi te stesso in un modo nuovo e intenso. Ti riscopri. Ti vedi in piena luce nell’imminenza di venire smembrato. La belva, retta sulle zampe posteriori, ti ha reso capace di vedere come sei veramente come per la prima volta, fuori dall’ambiente famigliare, solo, separato, integro. La definizione che diamo di questo complesso procedimento è: paura.
– La paura è autocoscienza portata a un livello più elevato.
– Esatto, Jack.
– E la morte? – chiesi.
– L’io, l’io, l’io. Se la morte potesse essere vista come un fatto meno strano e privo di riferimenti, il tuo senso dell’io in rapporto con essa diminuirebbe, e con esso anche la paura.
– Ma che cosa posso fare per renderla meno strana? Come ci arrivo?
– Non lo so.
– Devo rischiare la morte correndo in auto su una strada piena di curve? Oppure pensi che debba andare a scalare montagne nei weekend?
– Non lo so – ripeté – Mi piacerebbe saperlo.
– Scalo la facciata liscia di un grattacielo di novanta piani, con tanto di imbracatura? Che cosa devo fare, Winnie? Mi siedo in una gabbia piena di serpenti africani, come il migliore amico di mio figlio? E’ quello che fa la gente, al giorno d’oggi.
– Penso che quello che dovresti fare, Jack, sia dimenticare la medicina contenuta in quella pastiglia. Non c’è cura per questo male.

Per quanto riguarda invece la conclusione del romanzo, dove sul filo della morte si arriva a sfiorare più volte la tragedia, mi è piaciuto il fatto che dopo l’episodio più sferzante tutto sia rientrato un po’ alla volta nella normalità. Se fosse accaduto il contrario la storia non mi avrebbe colpita così tanto, visto che gli epiloghi tragici divampano ormai dappertutto e sinceramente hanno stancato. Non è che nelle ultime pagine, dopo tante situazioni di forte impatto, le paure dei protagonisti scompaiano magicamente nel nulla, ma forse – o almeno così mi sembra – riescono a diventare più accettabili e gestibili…

Nell’ultimo capitolo, dopo che Wilder, il figlioletto più piccolo della tormentata coppia, è sceso allegramente con il triciclo sull’autostrada per soddisfare la sua sete esplorativa del mondo, scampando miracolosamente ad una tragedia ormai annunciata, c’è un passo molto bello e quasi dolce, che reca in sé delle tracce di speranza, con cui vorrei concludere la recensione di questo magnifico libro:

Continuiamo ad andare al cavalcavia, Babette e io. Babette, Wilder e io. Ci portiamo un thermos di tè, freddo, parcheggiamo l’auto, guardiamo il sole tramontare. Le nuvole non costituiscono un deterrente. Anzi, intensificano il dramma, rinchiudono e plasmano la luce. Il tempo molto nuvoloso ha scarso effetto. La luce vi irrompe, formando traccianti e archi fumosi. Anzi, contribuisce allo stato d’animo. Troviamo poco da dirci. Arrivano altre auto, le quali parcheggiano in una fila che raggiunge la zona residenziale. La gente sale per la rampa e arriva sul cavalcavia, portando con sé frutta e noci, bibite fredde, soprattutto quelli di mezza età, gli anziani, alcuni addirittura con seggiole da spiaggia, ripiegate, che aprono sul marciapiede, ma anche coppie giovani, a braccetto lungo il corrimano, con lo sguardo rivolto a occidente. Il cielo assume contenuto, senso, una vita esaltata di narrazione. Le strisce di colore salgono altissime, sembrano a volte scomporsi nelle parti costitutive. Vi sono cieli percorsi da cumuli, leggeri temporali, vaghe strisce di luce. È difficile sapere che fare di fronte a tutto ciò. Alcuni hanno paura dei tramonti, altri decidono di sentirsi esaltati, ma la maggior parte di noi non sa che partito prendere, pronto a entrambe le possibilità. La pioggia non costituisce un deterrente. Anzi, provoca esibizioni di vario ordine, magnifiche sfumature di colore. Arrivano altre auto, altra gente monta arrancando per la salita. Lo spirito di queste serate tiepide è difficile da descrivere. L’aria è pervasa da un senso di aspettativa, che tuttavia non è il brusio ansioso di una folla in maniche corte, da mezza estate, un gioco da spiazzo libero, con precedenti logici, una storia di esiti certi. Questa attesa è introversa, irregolare, quasi riluttante e timida, tendente al silenzio. Che cos’altro proviamo? Vi è certamente timore riverenziale, è tutto timore riverenziale, trascende le primitive forme di timore, ma non è dato sapere se, mentre guardiamo, siamo pieni di meraviglia oppure di terrore, non sappiamo che cosa stiamo guardando né che cosa significhi, non sappiamo se sia un fatto permanente, un livello di esperienza al quale a poco a poco ci adatteremo, in cui la nostra incertezza finirà con il venire assorbita, oppure soltanto una bizzarria atmosferica, che passerà presto.  (pag. 386-387)

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