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Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.

Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.

Di questa simpatica scrittrice scozzese, scomparsa nel 2006, mi ripropongo da tempo di leggere altro, anche se finora non ho trovato il tempo e la voglia di farlo. Eppure con questo romanzo, letto qualche anno fa, la Spark era riuscita a colpirmi per l’eleganza e la raffinatezza della sua scrittura, spesso accompagnata da un tocco d’ironia. La storia in sé stessa non è particolarmente coinvolgente, forse in certi tratti si fa pure noiosa, però nel suo complesso, dovendo tirare le somme, non posso dire che mi sia dispiaciuta.

Il racconto si sviluppa intorno al mistero di una strana telefonata che perseguita, uno dopo l’altro, un intero gruppo di anziani ottuagenari, tutti appartenenti alla buona società londinese e alla stessa cerchia di amicizie. “Ricordati che devi morire” è il contenuto inquietante e lapidario di questa telefonata, che ha l’effetto di creare non poco scompiglio negli animi dei destinatari.
Molti sapranno, ma forse è utile ricordarlo, che la frase “memento mori”, traducibile dal latino in “ricordati che devi morire”, veniva pronunciata nei tempi antichi da una persona di ceto umile ai generali romani che tornavano vittoriosi da una guerra, con lo scopo di evitare che il vanto della gloria oscurasse la loro modestia. E tornando alla nostra vicenda, l’unico personaggio del gruppo che non si lascia scomporre più di tanto da queste parole è l’affabile scrittrice Charmian Piper, che alla misteriosa voce telefonica ha il coraggio di rispondere: “Oh, se è per questo, ormai sono più di trent’anni che di tanto in tanto ci penso… Ho già compiuto gli ottantasei. Eppure non mi dimentico mai della mia morte, in qualsiasi momento possa arrivare.”

Il romanzo si avvolge quindi di un sottile humour nero, dove la difficoltà di identificare il mittente degli strani messaggi crea, a suo modo, una suspense continua. Oltretutto l’ambiguo molestatore cambia ogni volta il tono della voce e sfodera sempre una fredda cortesia, come se il suo intento fosse quello di lasciare ai vecchietti un annuncio moralizzante piuttosto che sollevare un vero e proprio terrore. All’inizio si fa una certa fatica ad entrare nella storia, perché i personaggi sono numerosi e variegati ed è necessario imprimerli bene nella mente per non perdere la bussola nei capitoli successivi. C’è una rete di relazioni che è composta da intrecci che si rivelano un po’ alla volta, pagina dopo pagina, con una serie di ricordi nostalgici, aspettative deluse, rancori mai sopiti, segreti e piccoli ricatti che verranno alla luce in seguito al decesso della prima anziana, a cui ne seguiranno molti altri. Perché in fondo, a dispetto della trama da giallo, questo libro è in realtà più uno studio di tipologie e attributi psicologici inerenti la senilità che non un romanzo incentrato sul mistero.

Il sottile sarcasmo rende il libro in gran parte godibile, come già accennato, anche se lo sviluppo della trama rimane sempre un po’ indefinito, con un ritmo che quando si allenta può talvolta stancare. Nonostante questo, la curiosità di scoprire chi sia il misterioso autore delle telefonate spinge a non mollare la lettura, nell’attesa che succeda qualcosa di più vigoroso, di più eclatante, che però alla fine non arriva mai. L’artefice delle telefonate, infatti, non viene mai rivelato, anche se a un certo punto è possibile intuirne l’identità. Rimane comunque l’impressione di non aver capito bene tutto quello che l’autrice voleva comunicare, tanto complesso e intrigante è il suo modo di considerare la realtà. Il brio di certe descrizioni, infatti, nasconde sempre qualcosa di più profondo, ma spetta al lettore il compito di coglierne l’essenza.
Comunque, al di là del fatto che la storia possa alla fine disorientare, credo che per comprenderla meglio sia utile soffermarsi sulle parole dell’ispettore Mortimer, incaricato di indagare sull’intricata questione delle telefonate, in particolare dove dice: “La morte, quando si avvicina, non dovrebbe cogliere nessuno di sorpresa, ma piuttosto far parte di tutte le aspettative della vita. Senza un onnipresente senso della morte la vita è insipida. Sarebbe come vivere di chiara d’uovo.” E credo proprio che il senso profondo del romanzo debba essere ricercato in questa frase, mettendo da parte qualsiasi dubbio su altre possibili motivazioni.

In conclusione, devo anche aggiungere che mi sono gustata, spesso con divertimento, le varie espressioni caratteriali di questi vecchietti, così golosi di tè e pasticcini e sempre pronti a stuzzicarsi o rimproverarsi a vicenda. Vecchietti che, nonostante le allarmanti telefonate, danno comunque l’impressione di voler vivere il più a lungo possibile, senza peraltro rinunciare alle piacevolezze della vita. Ho trovato ad esempio molto divertente il personaggio di Guy Leet, critico letterario e donnaiolo incallito, dal modo di fare beffardo e sempre pronto alla battuta ironica, che per una forma di reumatismo al collo è costretto a tenere la testa inclinata in avanti e un po’ di sghembo.
Quelli della Spark, come si è capito, sono personaggi ben delineati in ogni loro aspetto singolare e bizzarro, ma anche in quelli più teneri e spassosi, e proprio per questo non possono non suscitare una certa simpatia nel lettore, al di là delle manchevolezze occultate o dei difetti ostentati.

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